Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

DOMENICA DELLE PALME (LC 22,14-23,56)

Il pensiero del giorno

DIETRO LA CROCE DI GESÙ

           

            Il racconto della passione secondo Luca - che la liturgia ci fa ascoltare nella domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa -, tra le altre cose, sembra disegnare una strada che il discepolo deve seguire dietro i passi del suo Signore. Apparentemente sembra che si voglia parlare solo dell’ascesa di Gesù verso il luogo del supplizio; in realtà il terzo evangelista ci sta ponendo di fronte a una vera e propria condivisione di questa ascesa, che non riguarda soltanto Simone di Cirene, in cui si può vedere simbolizzato il discepolo (“gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù”), ma anche il popolo e tutti gli abitanti, la folla di Gerusalemme, compresi i capi e i malfattori che, insieme con lui, salgono carichi di sofferenze verso il luogo del supplizio. Ognuno di questi sale verso il luogo della crocifissione portando se stesso, le proprie scelte interiori, così che a mano a mano che si procede verso il luogo della crocifissione si svelano gradualmente i segreti di tutti i cuori.

            C’è poi la menzione del popolo. Quello stesso popolo che, sobillato dai nemici di Gesù, aveva gridato: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”, una volta che il tradimento è stato compiuto, comincia a battersi il petto e a fare lamenti sopra di lui. Quel popolo che era stato manipolato dalle autorità, si salva grazie alla sua semplicità di cuore.

            Fra coloro che sono chiamati alla sequela di Gesù sembra che Luca voglia evidenziare in modo particolare la presenza delle donne. Sono le donne che hanno accompagnato Gesù nei suoi viaggi di predicatore del regno di Dio, accudendolo, standogli vicino, mettendo a disposizione anche tutto ciò che avevano oltre tutto ciò che erano. Sono le donne “figlie di Gerusalemme”, simbolo di tutta la città, simbolo di tutto il popolo di Dio, simbolo di tutti i discepoli che si porranno, anche nelle generazioni successive fino alla fine dei tempi, dietro la croce di Gesù.

            L’evangelista vuole che prendiamo parte anche noi a questo corteo dietro a Gesù. E mentre camminiamo lungo questo crinale della montagna può paradossalmente farsi spazio una gioia particolarissima: quella di essere stati scelti per seguire lui, per portare la croce insieme con lui. È la gioia di chi quotidianamente accoglie la croce di lui, che è anche la sua, e si avvia con lui verso il luogo del supplizio, che sarà, per colui che crede, anche il luogo del passaggio dalla morte alla vita.

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 8,1-11)

 

Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» - Omelie su Gv 8, 1-11 - p. G. Paparone o.p. | Abbà - Comunità Cattolica per  l'evangelizzazione

LA PROFONDITÀ DEL CUORE DI CRISTO

           

            Il volto di Dio, che la parabola del padre e dei due figli ci ha rivelato domenica scorsa nell’abbraccio accogliente del padre misericordioso, si riflette oggi nello sguardo e nella parola che Gesù rivolge a una donna adultera in procinto di essere condannata alla lapidazione dagli scribi e dai farisei, secondo i dettami della legge mosaica.

            Sorpresa in flagrante adulterio – almeno così sostengono i suoi accusatori – essa è condotta da Gesù perché sia da lui giudicata. Gli scribi e i farisei si aspettano che il maestro rompa il silenzio iniziando la sua risposta con quella parola che spesso hanno udito: «Mosè vi ha detto... ma io vi dico...». Ciò che Gesù fa, invece, è sorprendente e mette costoro con le spalle al muro.

In due successivi momenti, ritmati dal silenzio e dalla parola, Gesù riesce a creare il vuoto attorno a questi uomini e, quasi sospendendoli su di esso come su di un abisso, li obbliga a spostare lo sguardo sul loro cuore, sul loro comportamento, sul loro modo di giudicare, sul loro modo di rapportarsi a Dio. E tutto avviene attraverso un gesto e una parola. Un gesto misterioso ripetuto due volte, un gesto che ha suscitato molte interpretazioni: «Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra... e chinatosi di nuovo, scriveva per terra» (vv. 6.8). È un gesto profetico, simbolicamente carico della forza del giudizio di Dio su ogni uomo, un gesto che potrebbe tradurre questa parola di Geremia: «coloro che si allontanano da me, saranno scritti per terra» (Ger 17,13). Gesù non pronuncia alcun giudizio contro questi uomini così sicuri della loro giustizia; li rimanda al tribunale della loro coscienza perché in esso facciano la verità. E la parola che finalmente Gesù pronuncia, rompendo quel silenzio carico di attesa, è come una spada che penetra nel cuore di questi uomini: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7).

            Alla donna, rimasta da sola nel mezzo, Gesù riserva una parola che è come un balsamo che le ridà la forza per camminare nuovamente verso la vita: «neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Qualche commentatore osserva che di fronte a una donna adultera «ci aspetteremmo un discorso sul peccato, sulla sua gravità e sulla conversione. L’invito alla conversione c’è: “Non peccare più”. Ma si riduce a una sola parola, e viene dopo il perdono: “va”». Gesù dunque non nega il peccato della donna, ma non la condanna, la perdona e la invita a una esistenza nuova.

Si legge nei detti dei Padri: «Un brigante del deserto venne un giorno a morire davanti alle porte del monastero di Scete. Dio mi perdonerà - disse al fratello che era subito accorso. Perché ne sei sicuro? – chiese questi. Perché è il suo mestiere» (R. Kern, Arguzie e facezie dei Padri del deserto, Torino, 21987, 87).

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA (LC 15,1-3.11-32)

LA PARABOLA DEL FIGLIO PRODIGO - GLI INSEGNAMENTI DI GESU'

LA RIVELAZIONE DEL PADRE

           

            Ascoltiamo oggi nella liturgia la celebre parabola del padre e dei due figli, che è una delle pagine più belle di tutto il Nuovo Testamento e che è stata definita “un vangelo nel vangelo”. 

            Tra le altre cose, è evidente come l’evangelista faccia cadere l’accento soprattutto sul padre e sul suo affetto specialissimo. Se all’inizio egli è menzionato solo per il gesto di dare soddisfazione alla richiesta del figlio minore, in un secondo momento, al ritorno del figlio, di lui conosciamo sentimenti interiori, azioni e parole.

            Il primo atteggiamento del padre è la commozione al rivedere il figlio minore (“provò una compassione viscerale”). Tanta è la gioia che “egli correndo gli si gettò al collo e lo coprì di baci”. Fa notare qualche commentatore che per un pater familias correre era un atto sconveniente e per nulla consono alla sua autorità ed età, al punto che un simile gesto lo avrebbe reso ridicolo in ordine alla propria dignità personale e sociale.

            Inoltre il padre, senza far dire nemmeno una parola al prodigo, dà una serie di ordini ai suoi servi: “portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa…”. La stola è l’abito regale, così come l’anello è segno di regalità, mentre i sandali sono distintivi del nobile, del principe, dell’erede al trono. Come se questo non bastasse, c’è poi l’invito ai servitori a portare il vitello, quello ingrassato. L’amore lo ha reso profeta: ha infatti preparato il vitello, l’ha ingrassato…

            Anche nei confronti del figlio maggiore, nonostante le dure dichiarazioni, il padre mostra attenzione e affetto: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. La sua logica è ben diversa dalla teoria della retribuzione, ben differente dal do ut des; tutto quanto il padre ha lo condivide, senza alcuna gelosia.

            Chi legge con attenzione questa pagina non può non cogliere il senso delle reazioni del padre e non stupirsi di questo suo modo di agire. I suoi comportamenti appaiono infatti come stravaganti rispetto alle norme tradizionali di comportamento.

            Attraverso questo brano Luca fa emergere dunque questa figura paterna, la quale dispiega tutta la sua grandezza sia nelle scelte che compie a favore dei figli sia nelle parole che indirizza loro. Se la relazione dei figli col padre era ridotta a criteri economici e retributivi, la relazione del padre coi figli ha tutt’altro sapore. Essa si manifesta nel pieno rispetto della libertà, nella vigile attenzione verso di loro, nel ristabilimento della dignità perduta, nella condivisione dei propri beni e nell’invito alla gioia.

Di questo Padre, S. Agostino ha scritto: “Te voglio, giustizia e innocenza, bella ed ornata di luci pure e d’insaziabile sazietà. Accanto a te la quiete profonda e la vita imperturbabile. Chi entra in te, entra nella gioia del suo Signore; non avrà timore e si troverà benissimo nel sommo bene. Mi dispersi lontano da te ed errai, mio Dio, nel tempo della mia adolescenza per vie troppo lontane dalla tua stabilità. Così divenni io stesso un paese in miseria” (Agostino, Confessiones, 2,10,18).

III DOMENICA DI QUARESIMA (LC 13,1-9)

25/10 Lc 13,1-9 EQUIVOCI - Get up and Walk

SCRUTARE I SEGNI DEI TEMPI

           Nel brano evangelico di questa terza domenica di quaresima troviamo un invito alla conversione (vv. 1-5) e la parabola del fico sterile (vv. 6-9).

L’evangelista presenta innanzitutto due esempi presi dalla cronaca. Uno è di cronaca politica e l’altro di cronaca nera. Nel primo si narra che Pilato aveva mescolato il sangue di alcuni galilei con quello dei loro sacrifici, con l’aggiunta di un interrogativo aperto al mistero: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?». Per quanto si possa parlare di colpa, sia di Pilato sia di coloro che si sono ribellati, resta senza risposta il perché proprio quei galilei e non altri hanno subìto la morte. Implicito è il suggerimento a non perdersi nel labirinto delle spiegazioni più o meno logiche, economiche o altre, perché il modo più appropriato di leggere gli eventi è quello di lasciarsi interpellare dagli eventi stessi.

            Anche dopo il secondo esempio la risposta è la stessa: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Occorre imparare a leggere i segni dei tempi nascosti nel quotidiano, in cui possono succedersi episodi quasi senza valore ed episodi tragici accompagnati da morte violenta. In questi eventi - sembra suggerirci Gesù - è presente sempre un richiamo esplicito a cambiare vita.

            La parabola del fico poi richiama certamente l’incapacità di ciascuno di noi di portare il frutto atteso dal Signore: «sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo». I tre anni sono un riferimento simbolico (per esempio i tre anni della predicazione di Gesù…). C’è però una particolarità: qualcuno è intervenuto in nostro favore per garantirci in vita durante questi tre anni. L’agricoltore che intercede ha buoni rapporti con il padrone ma, nello stesso tempo, è molto affezionato a questo albero. La sua è dunque una grandissima parola di speranza, nonostante la minaccia in quel “se no, lo taglierai”: un’evenienza che l’agricoltore è sicuro di poter escludere, perché sarà lui stesso a fare tutto il possibile affinché questo non avvenga.

            Le parole di Gesù sono dunque un invito a vivere una vita fatta di successive e progressive conversioni. Lo sapeva bene il cardinal Newman, il quale diceva: “per l’uomo vivere è cambiare, ed essere perfetti è aver cambiato spesso”.

II DOMENICA DI QUARESIMA (LC 9,28-36)

trasfigurazione - Pontificio Collegio Leoniano

MOSTRACI IL TUO VOLTO

Nel vangelo della trasfigurazione, che oggi ascoltiamo nella liturgia, è Dio stesso che si rivela attraverso l’umanità di Cristo. Gesù viene trasfigurato, il suo volto cambia d’aspetto e la sua veste diventa candida e sfolgorante; e questo avviene – dice l’evangelista Luca – mentre egli pregava.

Due uomini parlano con lui: Mosè ed Elia “apparsi nella gloria”. Mosè ed Elia hanno guidato il popolo nelle tappe precedenti e hanno preparato l’opera di Cristo; ora parlano con lui. L’Antico Testamento, si può dire, fa conversazione con il Nuovo Testamento. Per capire la rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, è necessario contemplare Cristo. Reciprocamente, per capire bene l’opera di Cristo, è utile riflettere sulle prime tappe della storia della salvezza. Pertanto Mosè sul Sinai, Elia sull’Oreb ci aiutano a comprendere il senso della trasfigurazione.

“Parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. La trasfigurazione è in relazione con la passione; è una luce necessaria per poter riconoscere Gesù anche in questa. La passione è un’altra rivelazione di Dio, che ha bisogno della trasfigurazione per non apparire terrificante. Pietro, impressionato, propone di fare tre tende. La sua proposta esprime, da un lato, il desiderio di mettersi al servizio di questa apparizione e, dall’altro, quello di farla durare. Se ci pensiamo bene, tale è la nostra reazione davanti a qualche grazia speciale: vorremmo farla durare, fissarla in qualche forma umana. Non è così nel progetto di Dio: la trasfigurazione è una grazia divina che ha una sua utilità e che deve essere accolta, senza però volerci fissare in essa in modo umano.

“E allora venne una nube”. Invece della tenda fabbricata dall’uomo, è la nube che manifesta la presenza divina; “e dalla nube uscì una voce, che diceva: Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. È la parola che completa la rivelazione. Dio si rivela nel suo Figlio, la rivelazione di Dio si fa sul volto di Cristo. Sul monte viene rivelata anche la legge di Cristo: una legge diversa, trasformata, contenuta in una sola parola: “ascoltatelo”. Invece delle due tavole di pietra del Sinai, come legge abbiamo una persona da ascoltare, una persona viva; e la visione ci aiuta ad aderire a questa persona. Chi ha riconosciuto il Figlio di Dio, lo ascolta, lo segue, è pronto a seguirlo fino alla risurrezione, attraverso la passione.

I DOMENICA DI QUARESIMA (LC 4,1-13)

Papa Francesco, il nemico n° 1 è Satana: lo ha citato più lui in 5 anni  che...

 

UNITI AL MISTERO DI GESÙ NEL DESERTO

La Quaresima che abbiamo iniziato ci ricorda innanzitutto il mistero di Cristo nel deserto. Scrive infatti il Catechismo della Chiesa cattolica: «La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima» (CCC 540). Ora, la parola “deserto”, nella continuità e discontinuità con l’Antico Testamento, è evocatrice di luogo privilegiato e d’un tempo provvidenziale, d’un evento biblico: l’esodo e la liberazione-salvezza per 40 anni, l’Assoluto di Dio nelle prove e le necessità vitali, la nascita del popolo e la presa di coscienza della sua vocazione, la pasqua, la Terra promessa, la fecondità…

Anche Gesù, per quaranta giorni nel deserto, vive un’esperienza di pienezza divina. E come Israele, anche lui è provato durante questo periodo. Il diavolo, da parte sua, come in un ultimo assalto, cerca di mettercela tutta e attraverso tre tentazioni (numero che indica enfasi ed intensità!) lo mette alla prova. Queste tre tentazioni sono dunque il “condensato” delle prove affrontate da Gesù; esse - si può legittimamente affermare - rappresentano allora “ogni genere di tentazione”. Vediamole in dettaglio.

Prima tentazione: cambiare una pietra in pane, basterebbe una sola pietra diventata pane a saziare la fame. La risposta di Gesù è breve: “l’uomo non vivrà di solo pane”. Gesù vuole vivere la sua realtà filiale come uomo che accetta la sua esistenza da Dio, che non pretende di esistere da se stesso.

Seconda tentazione: il diavolo scimmiotta le parole che Dio rivolge al re (messianico) appena diventato figlio suo: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (cf. Sal 2). Il diavolo personifica l’irrefrenabile sete di potere insita nell’uomo, soprattutto nei “grandi” di questo mondo. Ma Gesù risponde recitando parte dello Shema’ (Dt 6,13), la preghiera che il giudeo recitava tre volte al giorno; e così il Messia solidarizza con coloro che riconoscono la loro dipendenza da Dio solo.

Terza tentazione: ambientata a Gerusalemme, la Città santa, rappresenta il culmine delle tentazioni. Non a caso, nell’ultimo assalto, il diavolo si serve di una parola della Scrittura (Sal 90) che proclami la fiducia dell’uomo giusto nella protezione divina. È una tentazione molto sottile, perché è in gioco il rapporto filiale di Gesù, la sua relazione personale con il Padre. La risposta di Gesù («È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”») mostra la sua piena fiducia filiale in Dio nell’obbedienza quotidiana, come uomo che non aspetta privilegi sociali e interventi straordinari, ma accetta la volontà di Dio fino in fondo.

La Quaresima si apre così davanti a noi come tempo privilegiato per sperimentare questa Signoria di Dio. La conversione che ci è richiesta non è compiere atti meritori, non è neanche migliorarsi, ma è accettare l’azione di Dio aderendo vitalmente alla buona notizia che è Gesù. Scrive Andrè Louf che questo è possibile «perché Gesù, attraversando le tentazioni, vi ha deposto un seme per noi, un seme della sua forza, un seme del suo no alle vie di morte mascherate con le lusinghe del mondo, un seme del suo al Padre, a un amore fino all’estremo...».

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,39-45)

La pagliuzza e la trave. Commento al vangelo della VIII domenica del T.O.  (Testo e video TV2000) – La parte buona

TUTTO SI GIOCA NEL CUORE

           

            È il tema della figliolanza che ritorna prepotentemente in questa pagina di vangelo, proprio attraverso le diverse immagini di cui essa si compone. L'intera parabola è totalmente dedicata alla filiazione e, in modo ancora più preciso, alla paternità del discepolo: deve infatti vedere chiaro per poter guidare i suoi figli, essere un buon albero per avere dei buoni frutti, essere l’architetto che costruisce sulla roccia l’assemblea dei discepoli.

            Si tratta, dunque, di una parabola che richiama ogni discepolo di Gesù alla personale responsabilità educativa di essere testimone credibile dell’insegnamento del Signore. Una responsabilità che, innanzitutto, il credente ha verso se stesso prima ancora che verso gli altri: infatti, solo vivendo gli stessi atteggiamenti e comportamenti del Maestro e, di conseguenza, sono nell’usare la misura della misericordia con tutti, egli potrà davvero divenire a sua volta un maestro “ben preparato” (6,40), dal momento che Gesù stesso rimane il modello di comportamento insuperabile al quale il discepolo cerca di avvicinarsi nel suo proprio agire.

            È certamente un appello alla coerenza e alla consapevolezza della propria fragilità contro ogni ipocrisia; un appello, cioè, alla necessità di una personale conversione che possa pian piano far riacquistare la vista e che, per questo, ha necessariamente come punto di partenza il cuore.

            Tutto si gioca nel cuore. Ciò che l’uomo pronuncia viene dal suo profondo, dietro la parola c’è l’essere umano responsabile di ciò che dice e il valore da accordare alle parole dipende soltanto dalla qualità del cuore. Un buon discepolo, una buona guida potrà, allora, sì riconoscersi dalle sue parole, ancor più dalle sue azioni ma, soprattutto, dal suo avere in Cristo, unico Maestro, il fondamento solido cui aggrapparsi nel momento della prova (cfr. 6,47-49).

            Si potrebbe, a questo punto, quasi azzardare l’idea di un itinerario «obbligato» per il credente che, liberamente, decide di mettersi alla sequela di Gesù: un itinerario in cui l’«ascoltare», passando prima per il cuore, luogo della conversione, si lega al «fare», in un cammino che vede queste due azioni o, meglio, questi due atteggiamenti, strettamente uniti senza possibilità di scissione l’uno dall’altro.

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,27-38)

A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici"

RISPONDERE AL MALE CON IL BENE

           

Il comandamento dell’amore è un comandamento classico in tutta la scrittura, a cominciare da «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18) e naturalmente nel Vangelo.

Quando si arriva all’amore dei nemici il comandamento dell’amore è dilatato all’estremo, è dilatato fino al paradosso, oltre quello che si possa immaginare, perché di fatto la saggezza vera – dice tutta la tradizione sapienziale greca – è fare del bene agli amici e combattere i nemici; fare del bene ai nemici è semplicemente stupido!

Da dove viene allora l’invito ad amare i nemici? Dall’esempio di Gesù! Egli ha fatto così! L’esortazione «pregate per coloro che vi trattano male» si ritrova realizzata nella preghiera di Gesù per i crocifissori nel racconto della passione: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Ma dietro al comportamento di Gesù e quindi all’esortazione c’è la logica di Dio, perché Dio opera il bene nei confronti di tutta la creazione: l’amore di Dio è un amore creativo, non suppone la bontà della creatura, ma la ma la crea, la produce. Dio gode nel comunicare la sua bontà e, dove c’è una realtà creaturale priva della sua bontà, egli gode nel trasmettergliela.

L’immagine di chi pone l’altra guancia è così strana che può facilmente essere messa in ridicolo. In realtà ciò che il vangelo ci chiede è di essere autenticamente umani e cioè di non reagire ai comportamenti che subiamo in modo meccanico ed istintivo.

Secondo una legge della meccanica “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, tra l’azione e la reazione non c’è spazio: appena l’azione è compiuta la reazione scatta. Ma questo non è ciò che è tipico dell’uomo! Tra l’azione ricevuta e la risposta c’è nell’uomo uno stacco, c’è il momento della presa di coscienza, della riflessione, in cui l’uomo prende in mano sé stesso e decide che tipo di risposta vuole dare. La risposta non è semplicemente speculare, ma dipende dai valori della persona, da quello che la persona ritiene che sia importante e primario nel suo comportamento.

Nel nostro caso questa risposta è attenta a non rispondere alla violenza con la violenza; nasce quindi dalla consapevolezza che la violenza non produce in ogni modo del bene; nasce da una scelta di essere benefico, nel senso di creatore di bene, produttore di bene: uno che riceve il male e risponde con il bene è un creatore, non ha semplicemente lasciato passare il male che ha ricevuto, ha prodotto del bene dove non c’era, ha cambiato la qualità dell’esperienza.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,17.20-26)

Vangelo Archives - Arcidiocesi di VercelliRICCHI DELLA FELICITA’ DI DIO

      Nel vangelo di Luca le beatitudini hanno un tono diverso rispetto a Matteo, in primo luogo perché sono quattro anziché otto e poi perché sono accompagnate da quattro guai che hanno una funzione ammonitoria. È come un ultimo appello che viene lanciato perché l’ascoltatore riesca a modificare la sua condizione che viene presentata come pericolosa.

            Gesù annunzia il Regno di Dio e viene dunque instaurato un potere che ha coordinate diverse da quelli mondani. Il potere mondano è definito secondo forza: militare, economica, culturale, di comunicazione, ecc… Fino a che governano i poteri mondani, l’ottica è quella dei giochi degli equilibri politici e dei vantaggi economici. Ma se Dio viene a governare, la prospettiva è diversa. Il criterio di valore nel Regno di Dio non è l’avere molti soldi o esercitare un grande potere. Quello che conta sono invece: giustizia, amore, pace, valori cioè che corrispondono alla logica della Rivelazione di Dio, specie quella che Gesù Cristo ci ha dato. Se nella prospettiva del mondo essere miti o essere misericordiosi e puri di cuore sembra valere poco, anzi in certi momenti può essere deriso, in realtà, nel Regno di Dio, sono i valori che valgono.

            I cosiddetti “guai” non sono maledizioni, ma delle dichiarazioni di sventura. Gesù dichiara una felicità e dichiara una sventura. Nel momento in cui Dio entra effettivamente nella storia, nella vita degli uomini, avviene un capovolgimento. Succede che quelli che erano, dal punto di vista mondano, poveri si trovano arricchiti dal Signore e quelli che, dal punto di vista mondano, erano ricchi, si trovano a dovere fare i conti con una condizione di povertà, di sventura. Il povero è povero della felicità che il mondo può dare, ma diventa ricco della felicità di Dio perché Dio viene esattamente come salvatore, come colui che colma il vuoto e la carenza dell’uomo.

            Questo capovolgimento sembra un tema costante in san Luca, a cominciare dall’inizio, quando Maria esprime la sua lode nel canto del Magnificat. Nella seconda parte annuncia una rivoluzione che più evidente non potrebbe essere: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53) Questa ricchezza appartiene, insieme con lei, ai poveri di Israele, appartiene a tutti quelli che fanno parte dell’Israele autentico.

            Ebbene le beatitudini non sono uno sguardo di generica compassione, ma uno sguardo che va a rivendicare una dignità. Che hanno loro, proprio loro, i dimenticati!

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.