Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 16,19-31)

26ª domenica tempo ordinario Lc 16, 19-31 - Arcidiocesi di VercelliI POVERI, NOSTRI AVVOCATI

La parabola lucana di questa domenica presenta due personaggi di cui è definita la situazione sociale, l’aspetto fisico e il genere di vita: un ricco anonimo che gode dell’abbondanza e dei piaceri e un povero di nome Lazzaro (il cui significato è “Dio aiuta”) che è ammalato e non si può muovere. Malgrado contemporanei e vicini, durante la loro vita i due si ignorano e sembrano non sfiorarsi neppure.

Ma ecco che lì dove solitamente le storie finiscono, cioè nel momento della morte, qui invece la storia ha inizio e inverte i destini dei due uomini. Lazzaro, che giaceva tra la sporcizia della strada ed era in compagnia dei cani, viene portato nel seno di Abramo, mentre l’uomo ricco, che vestiva in modo fine e lussuoso, ora è tra i tormenti ed è circondato dal fuoco. In tale condizione il ricco - che intanto ha perduto un po’ della sua superbia - si rivolge ad Abramo perché siano alleviate le sue pene infernali e perché metta in guardia i suoi cinque fratelli in vita che rischiano la stessa sorte; entrambe le richieste vengono però rifiutate.

Si noti che il ricco non è condannato perché violento ed oppressore, ma semplicemente perché vive da ricco, ignorando il povero. Così come dovrebbero fare ora i suoi fratelli, anche lui avrebbe potuto ascoltare Mosè e i profeti, attraverso i quali Dio ha comunicato la sua volontà, dando delle norme per una vita giusta e retta che tenga conto della responsabilità sociale nei confronti dei poveri. Per il ricco il tempo è ormai scaduto perché ha trascurato la volontà di Dio; ma noi siamo ancora in tempo per renderci conto che la vita terrena non è tutto, che le situazioni attuali possono mutare e che occorre avere un cuore libero e aperto. Scrive infatti Gregorio Magno: «Voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa… Ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro» (Hom., 40, 3 s.10).

 

 

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 16,1-13)

La Parola del giorno dal Vangelo secondo Luca 16,1-8. - La Luce di Maria

SAGGIA SCALTREZZA

Il vangelo odierno - considerato uno dei brani di difficile interpretazione della bibbia che sviluppa il tema dell’uso cristiano della ricchezza - presenta una parabola nota per l’imbarazzo e il disagio che suscita. Come è possibile infatti lodare un amministratore disonesto (letteralmente un “amministratore d’ingiustizia”), che si appropria indebitamente dei beni altrui e si procura amici a spese del padrone?

Uno sguardo più attento permette però di osservare come non la sua ingiustizia viene approvata, bensì la sua astuzia e il suo pronto savoir-faire. Nel momento del bisogno, “parlando con se stesso”, l’amministratore comincia a pensare al proprio futuro considerando le diverse ipotesi possibili. Egli si rende conto della situazione e, senza esitare, agisce prontamente e con risolutezza garantendosi il futuro nel poco tempo rimasto a sua disposizione. Questa sua scaltrezza viene lodata, ma non viene lodato il mezzo ingiusto che egli adotta per assicurarsi il futuro.

Ora, i “figli della luce”, cioè i discepoli di Gesù, possono imparare molto dai figli di questo mondo riguardo ad un’analisi approfondita della situazione, a un’accorta riflessione e a un comportamento conseguente. Anch’essi devono agire con la stessa abilità dell’amministratore perché, senza tentennamenti e attraverso un atteggiamento previdente, abbiano il coraggio di prendere decisioni al momento opportuno e assicurarsi così nel tempo presente il regno di Dio.

Perché l’insegnamento parabolico non rimanga però vago, l’evangelista l’indirizza verso un caso concreto che gli sta particolarmente a cuore: l’uso della ricchezza e la necessità di amministrarla bene. È la scelta fondamentale di Dio, senza compromessi, che detta il comportamento da seguire nell’uso dei beni terreni. La fedeltà o meno nell’uso della ricchezza è in effetti un test efficace della fedeltà a Dio. Chi riconosce Dio come Signore, lo riconosce anche come Signore di tutti i beni materiali e sa di non poter essere egli stesso “padrone” assoluto di questi beni, bensì solo “amministratore”.

«Chi ama il denaro - dice Qoèlet - non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti» (5,9), mentre chi serve veramente Dio è libero da mammona, che è la ricchezza “disonesta”, l’accumulo esagerato e mai sazio. Solo il legame con Dio ci fa diventare amministratori fedeli e fidati.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 15,1-32)

La parabola della pecora perduta, della dracma perduta, del figlio  perduto…e ritrovati (Lc 15,1-32) | nuovozenith

UNA MISERICORDIA CHE URTA I GIUSTI

           

Il capitolo 15 di Luca, che oggi viene proclamato nella liturgia, è conosciuto come il capitolo delle parabole della misericordia. I primi due versetti costituiscono lo sfondo di comprensione di tutte e tre le parabole: una scena di simposio di Gesù con i peccatori. Questo maestro amico dei pubblicani e dei peccatori provoca critiche nell’ambiente dei “giusti”.

Si noti l’accento sull’uno-solo che attraversa le tre parabole: una pecora su cento, una moneta su dieci, un figlio su due. Tutto si concentra intorno a quell’“uno solo” che si perde! Il Dio di Luca è quello che si occupa dell’unico uomo o dell’unica donna che si perde in mezzo a una moltitudine. Forse per questo François Mauriac ha scritto: «Il Dio lucano ci ha insegnato che non dobbiamo irridere il pianto dei bambini!».

Tutto il racconto è coagulato poi attorno al motivo “perdere”/“trovare”: si tratta di una pecora perduta che il pastore cerca “finché non l’abbia ritrovata”, di una moneta perduta che una donna cerca e ritrova, di un figlio che “era perduto ed è stato ritrovato!”. Un altro motivo ricorrente è quello della gioia per il ritrovamento avvenuto; forse è meglio dire della condivisione della gioia. Al v. 6 la reazione del pastore sembra perfino poco realistica: invece di portare la pecora nel deserto dove aveva lasciato le altre 99 convoca amici e vicini (da dove vengono?) per festeggiare, dicendo: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». E così la gioia della donna che ritrova la moneta viene condivisa con le amiche e le vicine.

Ma ciò che più di ogni altro aspetto ci colpisce di questa pagina è il volto di Dio che emerge soprattutto nell’ultima parabola, composta da due scene antitetiche: quella riguardante il figlio minore e quella riguardante il figlio maggiore; il vero perno che unisce le due scene è proprio la figura del padre. Manca la madre in questa famiglia, ma i tratti di Dio sono più femminili che maschili: per descrivere la sua commozione viene utilizzato il verbo splanchizomai, un verbo che evoca le viscere materne, l’utero, la sede dei sentimenti e degli affetti nella mentalità ebraica. Questo padre non solo si commuove, ma pur anziano gli corre incontro, si getta al collo e lo bacia, quasi non lo lascia parlare e gli offre l’abito migliore, l’anello della dignità filiale ritrovata, i calzari dell’uomo libero… Diciamo la verità: un troppo che urterebbe chiunque o, comunque, che urta certamente chi misura gli atteggiamenti con il compasso di un minimo senso di giustizia. Ma proprio qui è il punto: il prodigo rappresenta l’uomo peccatore che non ha niente da offrire, nessuna prestazione da esibire… Il Padre in fondo ha una “giustizia” tutta propria. Questa giustizia si chiama “misericordia”, scandalosa per i “giusti” che di fronte a ciò diventano aggressivi: “questo tuo figlio”; e il padre risponde: “questo tuo fratello”.

Torna alla mente il famoso monologo di Marmeladov in “Delitto e castigo” di Dostoevskij: «E allora Cristo ci dirà: “Venite anche voi, tutti voi, voi beoni, voi fiacchi, voi dissoluti…”. Allora i giusti protesteranno e i prudenti resteranno perplessi: “Ma, Signore, accetti anche loro?”. E il Cristo dirà: “Se li accetto, signori giusti, se li accetto, signori prudenti, lo faccio perché nessuno di loro se ne è mai giudicato degno”. E ci stenderà le mani, ci aprirà le braccia e noi cadremo ai suoi piedi e capiremo tutto. Sì, allora capiremo tutto…».

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 14,25-33)

Archivio meditazioni - Discepole del Vangelo

CALCOLARE, RIFLETTERE E SCEGLIERE

           

Il brano del vangelo odierno termina con delle parole sorprendenti, che probabilmente qualcuno di noi vorrebbe tanto addolcire: «chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Gesù spiega questa affermazione, questa richiesta radicale, con le due parabole che vengono prima e che sono un invito alla riflessione. Con esse egli invita gli uditori a soppesare bene le proprie forze, prima di mettersi alla sua sequela, che rappresenta un ideale molto alto, ma pieno di rischi e di difficoltà. In entrambe le parabole si consiglia, prima di iniziare un’impresa, di verificare attentamente se si hanno i mezzi per portarla a termine, per evitare di doverla lasciare a metà. E così Gesù sembra dirci che la sequela non è fatta per i superficiali, per gli avventati, per coloro che sono forse solo infatuati dalla sua parola. Prima di accingersi a seguirlo occorre “calcolare e riflettere bene”, occorre cioè rinunciare a qualcosa e fare scelte consapevoli. Fino a che uno non rinuncia a niente, non ha ancora scelto; scegliere vuole dire eliminare delle possibilità, prendere una strada e lasciare le altre. 

E a chi desidera seguirlo, il Signore propone di rinunciare praticamente a tutto; bisogna rinunciare al possesso, cioè al diritto di usare e di abusare dei propri averi; e occorre soprattutto accettare la logica della croce!

Ma come se non bastasse, c’è poi nel Vangelo un’altra frase ancora più impegnativa e più dura: «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Questa espressione non toglie il rispetto e l’obbedienza e l’onore verso i genitori. Vuole dire anzitutto che il rapporto con i genitori o con i figli o con chiunque altro, viene subordinato al rapporto con il Signore. Il criterio ultimo delle scelte diventa dunque Gesù Cristo; Gesù Cristo deve essere messo al di sopra di qualunque altra cosa, al di sopra dei nostri guadagni, ma anche al di sopra di ogni altro impegno, di ogni altro legame. L’affetto per i genitori o figli o amici non può essere il criterio ultimo di scelta; non deve prevalere, in caso di conflitto, sulla volontà del Signore.

Impariamo dunque a dare al Signore tutto noi stessi. E tutto quello che diamo al Signore, il Signore ce lo ridà in cambio, ma trasfigurato, trasformato con la ricchezza dell’amore e dello spirito della fede.

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 14,1.7-14)

XXII Domenica del Tempo Ordinario (C) Commento – Comboni2000 – Spiritualità  e MissioneLEZIONI DI UMILTA’ E CARITA’

           

Nel brano di Luca di oggi Gesù dà lezioni di umiltà e di carità.

Luca è l’unico evangelista a raccontare che Gesù ha accettato gli inviti a pranzo dei farisei. Ma invitare Gesù significa esporsi, perché non è un maestro simile agli altri, prevedibile ed eventualmente manipolabile, del quale già si conoscono il pensiero e il comportamento, è uno che oggi si potrebbe definire “una mina vagante”. Gesù accetta facilmente inviti a pranzo in giorno di sabato presso i farisei perché da tale invito si ripromette un insegnamento. Egli approfitta infatti dell’occasione per rivolgere ai suoi ospiti i rimproveri che stima opportuni, senza però venire meno alle regole della cortesia e della buona educazione.

Gli invitati sono persone convinte di avere diritto ai posti d’onore e Gesù non intende illustrare una semplice regola di buona educazione e di modestia e, tanto meno, suggerire una tecnica raffinata per essere poi invitati a salire più in alto. Anche questa parabola parla del Regno di Dio e la critica di Luca è dura nei confronti di chi cerca per sé i primi posti.

Alla luce degli altri brani di Luca si comprende che la parabola intende colpire non una vanità di superficie, che farebbe soltanto sorridere, ma una presunzione di fondo, convinta, concreta, tale da snaturare il rapporto con Dio e, al tempo stesso, il rapporto con gli uomini. È sempre la solita pretesa di ritenersi giusti, più meritevoli degli altri: un atteggiamento che genera, inevitabilmente, arroganza e differenziazioni; è l’arroganza di presentare a Dio dei bilanci in pareggio e in credito.

Se Gesù colpisce con tanta forza la vanità di chi vuole primeggiare è perché sa che Dio non si comporta in quel modo. Un punto fermo del vangelo è che Dio si manifesta attraverso il “farsi servo”, non il “farsi primo”. Qui va cercato il fondamento che sorregge la parabola trasformandola in una “lieta notizia”: il rapporto che Dio instaura con l’uomo è la chiave di lettura di ogni parabola; è un rapporto di dono, offerta, servizio.

Queste parole di Gesù vanno lette anzitutto alla luce del discorso della montagna al quale certo fanno riferimento: “se amate coloro che vi amano, quale merito ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso”. L’indicazione del vangelo non è quella di proibire le festa tra amici, ma è ancora la sottolineatura dell’intenzione: per che cosa dare una festa? Se è per avere il contraccambio non dare la festa; l’intenzione deve essere quella della gioia, non dell’interesse e allora, forse, si riscopre la gioia dell’incontro, dello stare assieme, della comunione.

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,49-57)

XX DOMENICA TEM. ORDINARIO A. C | un messaggio per te

DIO VUOLE LA VERITA’ DELLA NOSTRA VITA

           

            Il vangelo di questa domenica descrive l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua passione. Gesù è teso verso il compimento della sua opera; si sente immerso in un abisso di sofferenza che lo porterà a compiere la sua missione: portare il fuoco, cioè lo Spirito, con la sua forza purificatrice ed innovatrice.

Gesù vorrebbe che questa situazione, questo suo doloroso cammino in purificazione dell’umanità, che percorre per sua libera volontà attraverso la croce, fosse già avvenuto, già passato. Ma anche qui la sua volontà resta sempre subordinata a quella del Padre: “sia fatta la tua, non la mia volontà”.

La sua opera non porta la pace ma la divisione. Con lui ogni uomo dovrà scegliere: gli uni si terranno stretti alle antiche osservanze, fedeli alle prescrizioni della legge, gli altri accoglieranno il rinnovamento nella fedeltà al Cristo. Tali scelte divideranno l’umanità e persino le famiglie e lacereranno ogni coscienza. Il discorso di Gesù è molto duro, prevede una divisione molto radicale tra giusti e ingiusti, santi e peccatori. Un discorso duro ma di grande speranza, una speranza che si può realizzare solo con la radicalità del proprio comportamento di fede.

Il fuoco è un’immagine che riporta all’esperienza dell’Esodo, del roveto ardente che brucia ma non consuma. È questo il fatto eccezionale che attira l’attenzione di Mosè. Il profeta e grande condottiero ha infatti capito che il Signore corregge, non punisce, non distrugge. Quello che vede Mosè non è il Dio di Giovanni con la scure pronta a colpire la radice dell’albero, ma è un Dio che brucia e non consuma, un Dio che purifica ma non castiga. Certo è una purificazione dolorosa perché fatta con il fuoco, ma non distruttiva.

L’incontro con Cristo è un cammino di purificazione. Dio vuole la verità dalla nostra vita e i suoi comandi non sono superbe limitazioni alla nostra libertà, ma guide per la felicità dell’uomo. Non dobbiamo aver paura della fatica della strada stretta, Dio ci aiuta, è il Dio della vita, sempre al nostro fianco, è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, non dei morti.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,32-48)

La Buona Notizia - L'Osservatore Romano

RICCHI PER DIO

Nel brano del vangelo c’è l’esortazione a staccarsi dai beni e donarli effettivamente a coloro che ne hanno bisogno. Ciò renderà più pronti all’incontro con il Signore. Ignorando il tempo della venuta del Signore il discepolo deve mantenersi sempre, vigile, attento e pronto “con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”.

Questa immagine è tipica di quel tempo perché il viandante orientale, per camminare più speditamente, cingeva bene ai fianchi la tunica sollevandola alquanto, accendeva la lucerna e camminava nella notte per evitare i calori del giorno.

Ricco per il mondo è colui che nuota nella sua ricchezza, il pagano che mira ad assicurare la sua realtà negli averi (beni e denaro). Ricco per Dio è colui che è aperto alla fiducia che conduce al regno e divide i suoi beni con gli altri: è la condizione dei poveri in spirito. Ricco è chi libero dai vincoli dell’avere, del possedere. I credenti della Chiesa sono già beati perché amano, perché hanno nel centro della loro vita la fiducia, sentono al loro fianco la presenza di Dio, perché sperano, perché lo stesso Dio già adesso si presenta loro come “Padre”. Questo è il tesoro sul quale si fonda e si arricchisce la loro esistenza.

Mostrando all’uomo la sua vera ricchezza, Gesù lo ha trasformato in un essere inquieto. Non può più riposare finché sospira quella fortuna, né può dormire finché attende il Signore di ora in ora. Non importa che il padrone non arrivi in un’ora prefissata, quello che conta è vivere nella tensione del suo arrivo.

Le tre parabole appena accennate sono legate da un’idea fondamentale: l’incertezza sull’ora della venuta del Signore e il conseguente dovere della vigilanza. È solo vegliando che si può entrare in comunione con la gioia del Cristo. L’errore fondamentale del cristiano è quello di pensare: “il padrone tarda a venire”. Vigilare indica un modo di essere (onesti, svegli, pronti) e di vivere (curare saggiamente e fedelmente i propri compiti).

Il tratto più significativo è, però, un altro: la splendida immagine del Signore che serve i suoi discepoli seduti a mensa. Nella sua seconda venuta il Signore ripeterà i gesti che ha compiuto nella prima: è infatti il medesimo Signore e il tratto che lo identifica è sempre lo stesso: “colui che serve”; cambiano i modi della presenza (umile o gloriosa), ma non il suo volto.

 

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,13-21)

 

Domenica 31 luglio | AgenSIR

CIASCUNO È CIÒ CHE AMA

           

Il brano di questa domenica ci presenta una scena classica: due fratelli litigano per una eredità e uno di loro si rivolge a Gesù per chiedere il suo arbitrato ma riceve un rifiuto e un’esortazione ad evitare la cupidigia. L’episodio si capisce facilmente: anzitutto le liti per l’eredità sono fatali e antiche quanto è l’uomo, e nemmeno il legame di parentela che unisce i fratelli è una garanzia per evitarlo, anzi sembra che questo renda le liti ancora più aspre, spesso senza possibilità di accordo. Da parte sua, Gesù rifiuta decisamente ogni arbitrato, perché non è questa la missione che ha ricevuto dal Padre; egli è venuto per annunciare il Regno di Dio, per sottomettere alla sovranità di Dio la vita delle persone; le decisioni giuridiche sui beni materiali non lo interessano.

Però da quest’episodio Gesù ricava una lezione precisa: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Per vivere sono necessarie molte cose, anche il denaro attraverso cui le cose possono essere acquistate; ma bisogna guardarsi bene dal confondere il senso della vita con i beni necessari per sostenerla. Gesù spiega tutto questo con la parabola di un uomo in gamba e fortunato: il raccolto è tanto abbondante che i granai non riescono a contenerlo; nulla di male in tutto questo, perché non si dice che quell’uomo sia stato disonesto o che abbia accumulato il suo capitale sfruttando gli operai. Si dice solo che il risultato del suo lavoro è stato molto buono.

“Stolto”, dice Dio: questa è la parola che cambia tutto e che deve risuonare con forza contrastando i nostri giudizi, le attese e le valutazioni. “Stolto” non dice disonesto, significa poco intelligente e poco furbo. Perché? La parabola dà due indicazioni per capire.

La prima motivazione la troviamo in questa frase: «questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Il valore di una persona non dipende da quello che ha, ma da quello che è. Una verifica di questa realtà è proprio la morte. Di fronte alla morte, tutto quello che l’uomo possiede è inutile, perché passa a qualcun altro, agli eredi, non rimane al proprietario. Oltre alla morte, rimane solo quello che l’uomo è: la sua bontà o cattiveria, la sua saggezza o stoltezza, la sua mitezza o prepotenza.

Il secondo motivo per cui l’uomo viene definito stolto è questo: «così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». L’uomo della parabola aveva raggiunto la meta che si era prefisso, ma non aveva risposto alle attese di Dio, non aveva compiuto quello che era prezioso davanti a Dio. Ciò che rimane – suggerisce Gesù – è solo quello che è prezioso davanti a Dio.

Diceva S. Agostino: «Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: “voi siete dèi, e figli tutti dell’Altissimo” (Sal 81,6)» (In Io. Ep. tr. 2,14). Se, dunque, vogliamo essere figli dell'Altissimo, non amiamo il mondo, né le cose che sono nel mondo.

 

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 11,1-13)

Signore, insegnaci a pregare”. Commento al Vangelo della XVII domenica del  T.O., a cura di Giulio Michelini (testo e video TV2000) – La parte buona

INSEGNACI A PREGARE!

           

Sentiamo la sorpresa e lo stupore per le parole che i discepoli rivolgono a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Viene spontanea una domanda: Si può insegnare la preghiera? Non è forse la preghiera un’effusione spontanea del cuore, per cui nella preghiera lasciamo uscire i nostri sentimenti, i desideri più intimi, personali, profondi? Nell’insegnare la preghiera non c’è il rischio di renderla rigida, di farla crescere secondo delle regole? Meccanica, impersonale, non spontanea e sincera? Eppure i discepoli dicono: «Signore, insegnaci a pregare». Perché? Perché la preghiera, secondo la S. Scrittura, è anzitutto dialogo, è incontro e comunione. Per questo la preghiera presuppone la conoscenza di Dio, così come presuppone la coscienza di quello che noi siamo davanti a Dio. Non è solo un dire a noi stessi, ma è un dialogare con il Signore, che è un altro, è il tu della nostra vita. Ed è importante, se vogliamo che il dialogo funzioni, che abbiamo l’immagine corretta del Dio al quale ci rivolgiamo.

Allora chiedere: “Insegnaci a pregare”, è lo stesso che chiedere: insegnaci a comprendere chi è Dio: a conoscere il suo volto e il suo cuore; insegnaci a capire quello che noi siamo davanti a Dio: la nostra identità di creature.

“Insegnaci a pregare”, rivolto a Gesù, vuole indicare questo: i discepoli sono convinti che Gesù sappia qualche cosa del mistero di Dio; qualche cosa che gli altri non conoscono, che lui solo è in grado di insegnare. È come quella domanda che Filippo rivolge a Gesù, durante l’ultima cena: “Mostraci il Padre” (Gv 14,8); facci vedere cioè la sua faccia, il suo volto; vogliamo comprendere quali sono i suoi sentimenti, i suoi atteggiamenti nei nostri confronti.

Ed è significativo che i discepoli abbiano fatto questa domanda, mentre Gesù: «si trovava in un luogo a pregare...». Sembra cioè che i discepoli abbiano visto la preghiera di Gesù e abbiano incominciato a desiderarla. Una preghiera apparsa così bella, così desiderabile, da volerci entrare dentro, da volerne essere partecipi. La risposta del Signore è quella preghiera che noi abbiamo imparato a recitare da bambini, che ci è stata consegnata al momento del Battesimo e che, in qualche modo, è il distintivo della fede cristiana: il “Padre nostro”.

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