Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B (MC 13,24-32)

25/10 Lc 13,1-9 EQUIVOCI - Get up and Walk

LE MIE PAROLE NON PASSERANNO

           

            Il brano odierno, conosciuto come “discorso escatologico”, chiude nel vangelo secondo Marco il racconto della vita pubblica di Gesù. In esso tutto l’interesse si concentra sulla fase finale del mondo, descritta con un linguaggio fortemente apocalittico. È comprensibile dunque che la liturgia ce lo presenti quasi al termine dell’anno liturgico.

            Gesù esce dal tempio, e nel frattempo un discepolo gli fa notare quanto il tempio sia poderoso e bello, una meraviglia da guardare e da ammirare; Gesù risponde: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra, che non sia distrutta» (Mc 13,2). Quindi quell’edificio, che è l’orgoglio degli ebrei, per la sua bellezza e imponenza, in realtà è un edificio fragile, che dovrà conoscere e subire la distruzione. Dopo di che, Gesù con i suoi discepoli va sul monte degli Ulivi e i discepoli lo interrogano sul tempo in cui accadranno queste cose e sul segno che ciò per accadere.

            Gesù risponde e, tra le altre cose, annuncia che «il figlio dell’uomo verrà», e verrà con «con grande potenza e gloria»; quindi verrà con una forza irresistibile, e con la bellezza stessa di Dio, con la santità di Dio. Non solo verrà, ma «radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo», a dire che non ne rimarrà fuori neanche uno. Questo “raccogliere insieme” è infatti uno dei grandi simboli della salvezza, di quei simboli che si trovano nei profeti dell’Antico Testamento. In mezzo ci sono tribolazioni, guerre e angosce… ma - sembra suggerire Gesù - non lasciatevi spaventare! Non lasciate che queste cose vi tolgano la speranza, perché al contrario è data come sicurezza la “venuta del figlio dell’uomo”, la presenza di Cristo nella sua gloria, per rigenerare l’umanità e farla diventare una umanità nuova. La metafora del fico suggerisce poi che occorre leggere i “segni dei tempi”, riuscire cioè a trovare nella storia i segni di quel “mondo nuovo”, di quel frutto, di quella vita, che sarà il risultato e il contenuto della storia degli uomini.

            «Il cielo e la terra passeranno - conclude allora Gesù - ma le mie parole non passeranno». Pur nella fragilità e nell’incertezza di cui è fatta la nostra vita sulla terra, abbiamo un punto fermo, solido e permanente: la Parola del Signore. A questa Parola occorre aggrappare la nostra vita; certo, la sofferenza dell’incertezza rimane, ma non è una incertezza che ci schiaccia, perché anche nell’incertezza la speranza proclama la sua vittoria, sopravvive e si rigenera.

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 12,38-44)

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. Questa vedova, nella sua  povertà, ha dato tutto quello che aveva (Mc 12,38-44)

L’UOMO GUARDA L’APPARENZA,

IL SIGNORE GUARDA IL CUORE

           

            Nella sua terza giornata nella città santa Gesù, sulla spianata del tempio, prosegue il suo insegnamento autorevole, alla presenza della grande folla che lo ascoltava volentieri. Esorta il popolo a guardarsi dallo stile degli scribi, vanitosi e ambiziosi, che amano il prestigio e sfruttano l’ospitalità delle vedove. «Essi - dice - amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti». Amano cioè distinguersi dagli altri ed esigono di essere trattati con speciale deferenza. Vogliono essere tenuti in gran conto e salutati nei luoghi pubblici. Questo comportamento mostra che essi sono tutti concentrati sulla propria persona, e si servono del loro ruolo per avere riconoscimenti e privilegi.

            A questi atteggiamenti si unisce lo sfruttamento nei confronti delle vedove, che insieme agli orfani rappresentavano la categoria più debole e più esposta della società giudaica: essi si approfittano della loro posizione sociale e religiosa per impadronirsi (“divorare”) le loro case, che rappresentavano l’unica garanzia di una vita dignitosa. E quasi a nascondere o giustificare i soprusi commessi, si dedicano a lunghe preghiere. Essi quindi strumentalizzano la religione per fini immorali e faranno i conti con la ferma e decisa condanna da parte di Dio.

            Al contrario la vedova povera vive una fede umile e nascosta: la sua offerta nel tempio (dinanzi al muro del cortile delle donne c’erano tredici ceste a forma di imbuto in cui si gettavano le offerte) è tutto il suo sostentamento, non il superfluo. Letteralmente al v. 44 si legge infatti: «vi ha messo tutto quello che aveva per vivere, tutta la sua vita». Gesù lascia da parte ogni aspetto quantitativo, vede e giudica la persona di questa vedova povera nella situazione e secondo le sue possibilità. Esemplari in lei sono la libertà nei confronti dei bisogni della vita terrena e il totale affidarsi a Dio.

            Commenta san Leone Magno: «Grande è quel che Egli trarrà dal poco disponibile, poiché sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni, bensì il peso dei cuori. La vedova del Vangelo depositò nel tesoro del tempio due spiccioli e superò i doni di tutti i ricchi. Nessun gesto di bontà è privo di senso davanti a Dio, nessuna misericordia resta senza frutto. Diverse sono senza dubbio le possibilità da lui date agli uomini, ma non differenti i sentimenti che egli reclama da loro. Valutino tutti con diligenza l’entità delle proprie risorse e coloro che hanno ricevuto di più diano di più» (Sermo de jejunio dec. mens., 90,3).

 

 

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 12,28-34)

Amerai il tuo prossimo come te stesso

IL COMANDAMENTO DELL’AMORE

           

            L’arrivo di Gesù a Gerusalemme segna l’inizio, secondo Marco, di un periodo, durato alcuni giorni, nel quale Gesù svolge un intenso ministero nella città santa: per lo più si tratta di controversie con i rappresentanti dei diversi gruppi che componevano il giudaismo del suo tempo, i quali gli pongono domande sui temi che stanno loro più a cuore. Una di queste domande, posta da uno scriba, è quella che riguarda il comandamento più grande della legge. I farisei infatti, con la loro interpretazione, avevano circondato con una specie di siepe protettiva la legge di Mosè, aggiungendovi continuamente nuovi precetti e proibizioni. Quando più tardi se ne fece il conto, risultarono ben 613 comandamenti di cui 365 erano divieti (quanti i giorni dell’anno) e 248 precetti positivi (quante si credeva fossero le membra del corpo) distinguendo fra precetti grandi e piccoli, difficili e facili. Ci si chiedeva quindi come riassumere in una breve formula tutta la Torah.

            La domanda dello scriba: «Qual è il più grande comandamento?» era stata dunque posta con serietà e senza sottintesi. Gesù risponde con uguale serietà, ma anche con sovrana sicurezza. La sua risposta unisce insieme due frasi della Bibbia che, nel Pentateuco, si trovano separate in due scritti diversi. La prima è l’inizio dello Shemà contenuto in Dt 6,4: in questo testo, recitato da ogni pio giudeo nella preghiera quotidiana, viene messa in luce l’unicità di JHWH, come salvatore del suo popolo, e l’obbligo di amarlo, cioè di aderire a lui e di praticare i suoi comandamenti non per opportunismo o interesse, bensì con un impegno che scaturisce dal profondo del cuore. La seconda è invece la citazione di Lv 19,18 dove si prescrive l’amore del prossimo. Nell’Antico Testamento il concetto di “prossimo” era però limitato espressamente ai propri connazionali e ai forestieri residenti. L’amore era quindi negato nei confronti degli empi e dei gentili; nel giudaismo non mancavano voci che addirittura suggerivano l’odio non solo verso costoro, ma anche verso quelli che non appartenevano al proprio gruppo.

            I due comandamenti indicati da Gesù, sebbene non siano uniti espressamente nella Bibbia ebraica, coprono in realtà lo stesso campo in quanto ciascuno riassume, sotto angolature diverse, tutta la volontà di Dio rivelata nell’esodo e nell’alleanza. Affermando che non vi è comandamento più importante di questi due, Gesù “relativizza” implicitamente i singoli precetti della legge, la cui osservanza è gradita a Dio solo se e nella misura in cui è richiesta dall’amore e ispirata da esso. L’attuazione dell’amore di Dio in quello del prossimo rappresenta dunque il punto centrale e la sostanza della posizione di Gesù.

            I rabbini hanno espresso questo principio con un insegnamento importante che risponde in qualche modo alla domanda “Com’è possibile amare Dio?”. La risposta che danno alcuni maestri è questa: «fare in modo che Dio o, letteralmente, il Nome del Cielo, sia amato per mezzo tuo».

 

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,46-52)

Va', la tua fede ti ha salvato ffl MC 10, 46-52

DALLE TENEBRE ALLA LUCE

           

            Nella pericope evangelica odierna notiamo che l’evangelista presenta Bartimeo, il personaggio centrale del testo, con accuratezza di particolari: cieco, seduto, mendicante, figlio di Timeo. Bartimeo è uno che sta ai margini della strada: è un emarginato. È seduto ai bordi della strada e chiede l’elemosina; si potrebbe dire che è un rassegnato che vive della bontà altrui. Inoltre ha un mantello che copre la sua vergognosa condizione.

            Bartimeo sente Gesù che passa: ha la notizia del Signore, ma non ancora la fede in lui. Grida al Signore chiamandolo “Figlio di David”; elabora cioè la notizia in un qualcosa che può cambiare la sua vita radicalmente indicando il Cristo come il messia. Invoca la pietà del Figlio di David, perché riconosce che ha bisogno di quell’uomo. Gesù, che nel vangelo non si ferma mai, si ferma e ordina di chiamarlo e di condurlo a lui. Anzi, indica che proprio coloro che lo sgridano devono accoglierlo. I discepoli - sembra suggerire - devono accogliere e non emarginare. Bartimeo allora getta via il mantello, butta via tutte le piccole sicurezze che ha per aderire ad una sicurezza più grande: il Signore. Gesù non opera nulla ma dice solo: «Va’, la tua fede ti ha salvato!»: infatti è la fede di Bartimeo che fa tutto quanto e che lo rende un uomo che ha tutte le condizioni per seguire Gesù.

            Il vangelo di Marco è un progressivo passaggio dalla cecità alla vista e il racconto della guarigione di Bartimeo ne è un esempio lampante. Più che un semplice racconto di miracolo, ci troviamo di fronte a un racconto di vocazione, di vocazione però mediata. Infatti Gesù non chiama Bartimeo direttamente, ma lo fa condurre a sé dai discepoli. Il Signore chiama Bartimeo a guarire attraverso la Chiesa. La storia di questo cieco è infatti la nostra storia di chiamati a conversione attraverso la mediazione della Chiesa. Sappiamo inoltre come ancora oggi un altro elemento che appartiene alla Chiesa è la persecuzione, che nel brano letto viene indicata dal momento in cui gli altri vogliono ammutolire Bartimeo. Il mondo - lo sappiamo bene - vuole rendere muta la Chiesa. Ma il grido di Bartimeo è un grido che sale da tutta quella gente che vuole credere nel Figlio di Dio.

            Per chi è nelle tenebre non è difficile scorgere anche un piccolo lume. «Se in qualche modo avete elevato il vostro intimo per vedere il Verbo - scriveva sant’Agostino - e, abbagliati dalla sua luce, siete ripiombati nei comuni pensieri mortali, pregate il medico che vi dia un collirio efficace, e cioè i precetti della giustizia».

 

 

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,35-45)

Alla destra e alla sinistra" – Introduzione alla Lectio Divina su Mc 10,  35-45 – Tuttavia

SERVIRE È REGNARE

           

            Lungo la strada verso Gerusalemme Gesù cammina davanti ai suoi discepoli e, in disparte, parla ai Dodici di ciò che gli sarebbe presto accaduto. Come già Pietro aveva reagito di fronte al primo annuncio della passione, così ora Giacomo e Giovanni reagiscono al terzo annuncio. Anch’essi aspirano a un primato, desiderando occupare i posti d’onore alla destra e alla sinistra di Gesù, una volta seduto sul trono della sua sovranità. E di nuovo scoppia una contesa fra i discepoli ed è comprensibile che gli altri dieci se la prendano con l’arrivismo dei due figli di un pescatore.

            Non fanno certamente una bella figura questi discepoli che dovranno compiere ancora molta strada per capire il cuore del mistero. La comunità sembra sgretolarsi: più Gesù interpreta il suo cammino come offerta della vita, più i suoi litigano e rompono l’unità. Con la sua risposta Gesù smaschera la mentalità troppo umana dei due discepoli: non hanno capito che, seguendo Gesù, era stata loro additata la via che conduce alla passione ed alla morte prima di giungere con lui “nella gloria”.

            Ai due figli di Zebedeo, che chiedono un’attenzione privilegiata (“sedere nella gloria”), egli può offrire solo “un calice” e “un battesimo”, segni di una sofferenza a costo di una vita. La gloria è dono del Padre; il “calice” dell’amarezza non si conquista: si beve nella fede. Il potere deve rimanere nelle mani del Padre (sulla croce, a destra e a sinistra, ci saranno in realtà due malfattori, mentre i discepoli fuggiranno!).

            Agli altri dieci discepoli, che si indignano (non perché rifiutano la logica del potere, ma perché vorrebbero loro i posti e si sentono scavalcati!), Gesù dice che non devono auto-ingannarsi sul regno di Dio: esso è uno spazio in cui non si fa carriera, ma in cui si impara a morire a se stessi trasformando il desiderio di dominio in servizio.

“Servire è regnare”, diceva Ireneo di Lione. Principio di base della carta costituzionale della Chiesa è infatti che ciascuno è il servo di tutti gli altri: chi ha autorità nella comunità non è padrone, ma servo. Lo aveva ben capito Silvano del monte Athos che scrive: “Quando ho cominciato a conoscere il Signore, per mezzo dello Spirito, allora ho cominciato a considerare tutta la gloria del mondo come fumo che il vento disperde”.

 

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,17-30)

Il Vangelo della Domenica | TusciaTimes.eu (.it)A DIO TUTTO È POSSIBILE

            Nella odierna pagina evangelica si possono distinguere sostanzialmente due parti: la parte dell’incontro dell’uomo ricco con Gesù e la parte della riflessione di Gesù, integrata dall’interrogativo di Pietro. L’evangelista racconta che un tale, pieno di entusiasmo e di generosità, corre incontro a Gesù e si butta ai suoi piedi interrogandolo: “che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù prima di rispondergli, cerca di renderlo consapevole delle implicazioni esistenti all’interno del suo atteggiamento e delle sue parole e gli ricorda i comandamenti della seconda tavola della legge. Il tizio gli fa notare di aver custodito questi comandamenti fin dalla sua giovinezza. A questo punto Gesù considera la situazione dell’uomo che ha davanti a sé una situazione ottimale ad accogliere la chiamata da parte di Dio. Marco annota infatti che Gesù lo “guardò dentro” e lo amò rimanendo meravigliato per l’onestà, il candore, la sincerità di quell’uomo. Allo stesso tempo gli comunica che è chiamato a qualcosa di più dell’osservanza dei comandamenti: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo”. Il modo cioè concreto con cui quest’uomo può ottenere il tesoro è la sequela di Gesù, spogliandosi di tutto quello che ha. L’amore di Gesù non è sufficiente a strappare quel ricco dal suo attaccamento alle ricchezze-sicurezze: egli alla fine manifesta il volto del discepolo mancato e triste. La risposta negativa rattrista anche Gesù, il quale però contrappone in qualche modo al rifiuto del ricco l’accoglienza generosa di coloro che ha davanti a sé. Intorno a sé Gesù ha il cerchio dei suoi discepoli più immediati, il cerchio dei discepoli che sono seduti ai suoi piedi. Gesù li richiama all’esperienza di gratuità che hanno fatto nel momento stesso in cui sono stati guardati e chiamati a lui e li porta alla constatazione: “vedete, impossibile agli uomini, ma non impossibile a Dio. Infatti tutto è possibile a Dio”. Così Gesù orienta verso Dio lo sguardo dell’uomo, che nella sua impotenza può solo disperare. Egli deve prendere profondamente coscienza della propria inadeguatezza; ma insieme gli viene aperto anche l’orizzonte: l’uomo può e deve sapere della potenza di Dio.

 

 

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,1-16)

IL LIETO ANNUNCIO DI UN AMORE PERENNE

 

Liturgia quotidiana, Il Vangelo del giorno con il commento Mese di Ottobre  2021 - Vangelo di oggi, - Commento al Vangelo di Ogni Giorno - Commento al  Vangelo, Commento al Vangelo di         

            Per la prima volta Gesù entra nel territorio della Giudea, oltre il Giordano: la sua strada porta verso la passione a Gerusalemme. Lungo la via alcuni farisei gli chiedono, volendo chiaramente tendergli una trappola, se sia lecito a un marito ripudiare la moglie. Essi hanno in mente la legge di Mosè a riguardo (cf. Dt 24,1) che intendono come un permesso di divorzio; Gesù invece chiarisce che si tratta di una prescrizione per regolare un caso sorto per la loro durezza di cuore. I farisei parlano di “permesso”, nella logica di chi cerca le maggiori concessioni possibili e un motivo per auto-giustificare il desiderio di sciogliersi dai legami coniugali con libertà. Gesù si concentra invece sul progetto iniziale: a lui interessa la volontà di Dio, che si trova a un livello più profondo, dove emerge ciò che permette a un uomo e una donna di diventare una cosa sola (“all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina”).

            In disparte, a casa, i discepoli tornano sul problema e lo interrogano. Nella sua risposta notiamo che Gesù pone uomo e donna sullo stesso piano. Nel cammino del dono di sé che egli stesso sta proponendo non c’è supremazia dell’uomo sulla donna: entrambi sono responsabili dell’amore reciproco. Uomo e donna sono immagine di Dio: ognuno deve prendersi cura dell’altro. Due esseri umani sono capaci di amarsi per sempre: questa è la buona notizia! Il cuore va liberato dalla legge del possesso per vivere con fiducia la relazione di coppia. Il matrimonio alla sequela di Cristo è dono di sé e della propria vita. Gesù offre il lieto annuncio che l’amore pieno è possibile, perché in Gesù Cristo si realizza la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo.

            Dopo questa discussione sul divorzio, il vangelo riferisce che a Gesù vengono portati dei bambini. Il fatto che i suoi discepoli sembrano essere infastiditi da tale gesto provoca un forte sdegno nel maestro. Allo scopo chiarisce con la sua parola e il suo gesto quanto consideri preziosi i bambini e quanto egli sia diverso dai suoi discepoli. Solo coloro che si riconoscono bambini, cioè incapaci e incompetenti - secondo la mentalità dell’epoca -, sono in grado di accogliere e di entrare nel regno di Dio, perché l’unico atteggiamento possibile è quello della fiducia totale in lui.

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 9,38-43.45.47-48)

E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via - il Dolomiti

LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE

            Nella pericope odierna l’evangelista menziona un colloquio privato tra Gesù e i suoi discepoli. Il racconto è infatti ambientato in casa. Giovanni, che è uno dei tre più vicini a Gesù, racconta un’esperienza che essi hanno avuto: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Come si vede, l’impedimento al compiere l’esorcismo è dato dal fatto che questo tizio non era membro del gruppo dei discepoli.

            Gesù dà altri criteri di valutazione e corregge i suoi discepoli: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». Dicendo questo egli riconosce che anche altri, al di fuori della sua cerchia più stretta, possano perseguire le stesse finalità da lui proposte ai suoi discepoli. Il fatto che essi facciano uso del suo nome indica la loro sintonia con il suo messaggio. Nei loro confronti egli richiede la massima apertura e disponibilità, perché l’impegno per il regno di Dio si manifesta anzitutto nella capacità di lottare contro il potere del male in stretta collaborazione con tutti coloro che perseguono le stesse finalità. La stessa apertura viene raccomandata ai discepoli nei confronti di quanti, chiunque essi siano, danno da bere anche solo un bicchiere d’acqua ai discepoli nel nome di Gesù e proprio per la loro qualifica di discepoli.

            Allo stesso tempo il Maestro insegna concretamente ai discepoli come considerare il rapporto con chi non è dei loro e come agire in questo ambito: mette in guardia dallo scandalizzare, ossia dall’indurre in errore, soprattutto i piccoli, cioè le persone comuni e semplici. E quanto questo modo di agire sia cattivo, Gesù lo spiega in modo drastico (attraverso un discorso cosiddetto iperbolico) a chi se ne rende colpevole. Chiaramente Gesù non esige dai suoi che siano perfetti, ma piuttosto che sappiano ritornare sempre a ciò che costituisce il fulcro del suo messaggio, senza scendere né in teoria né in pratica a compromessi con la mentalità di questo mondo. In gioco c’è la fine del cammino, il destino definitivo dell’uomo: o egli entrerà nella vita, nel Regno di Dio, oppure la sua meta è il fuoco inestinguibile.

            Commenta così queste parole di Gesù il card. Martini: «Apre le porte a Cristo chi si mette nella sua posizione, chi impara ad amarlo e ad amare con Lui e in Lui ogni altro uomo, ogni altro gruppo, razza e popolo. Le porte chiuse a Cristo sono quelle del razzismo, delle diffidenze, delle chiusure mentali, l’entrare nella ruota dannata delle contrapposizioni, per cui io non posso definirmi se non contro qualcuno».

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 9,30-37)

Io e un po' di briciole di Vangelo: (Mc 9,30-37) Il Figlio dell'uomo viene  consegnato. Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.

"CON UN CUORE DA “PICCOLO”

 

            Dopo la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Gesù inizia ad insegnare ai suoi discepoli cosa significa andargli dietro sulla strada verso Gerusalemme. Egli attraversa in incognito la Galilea e, per la seconda volta, annuncia la passione-morte-risurrezione del Figlio dell’uomo; a Cafarnao, in casa, chiede conto di una discussione tra i discepoli lungo la strada e, con un bambino in braccio, offre nuovi insegnamenti sulle modalità della sequela.

            È curioso notare come questi pochi versetti menzionano i tre spazi principali del vangelo di Marco: “Cafarnao”, luogo degli inizi, la città in cui Gesù svolge il suo ministero; la “casa”, luogo in cui avvengono le conversazioni intime e istruttive, luogo della catechesi comunitaria; la “via”, luogo in cui i discepoli imparano a seguire Gesù verso Gerusalemme.

            In questo contesto Gesù chiede ai discepoli di che cosa avevano discusso «lungo la via». La domanda di Gesù è accolta da un silenzio imbarazzato: «Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande». I discepoli sanno di aver affrontato un tema non certo gradito a Gesù, quello cioè di chi tra loro dovesse essere considerato come primo. Sotto sotto sperano sempre di poter ricavare privilegi e gloria dal loro coinvolgimento nel gruppo di Gesù.

            «Allora, sedutosi - dice il v. 35 - chiamò i Dodici e disse loro: Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Sedendosi, Gesù assume l’atteggiamento tipico del maestro, e si rivolge espressamente ai Dodici, che hanno condiviso con lui la missione e che in seguito avranno un ruolo direttivo nella comunità: anche qui il suo insegnamento è rivolto alla chiesa di tutti i tempi, e in modo speciale ai suoi capi. Smaschera la logica del migliore a favore di quella del primo che si fa servo di tutti. Ed esprime questo attraverso un gesto molto simbolico: mette in mezzo al gruppo un bambino che sta a significare che discepolo e servo è colui che sa accogliere i deboli. Il bambino è qui infatti colui che è in condizioni di dipendenza, esattamente come uno schiavo.

            Un piccolo in braccio guarisce dalla voglia di concorrenza per arrivare primi, e ci fa assumere quello stile che porta a prendersi cura di chi non conta. Un piccolo in mezzo educa a moderare la voglia di conquistare o possedere gli altri. Un piccolo al centro premunisce dalla logica di ferire coloro che sono più deboli nell’affrontare la vita.

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