Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Dall’isolamento alla fraternità

fraternità

Articolo di SETTIMANANEWS

Ognuno sta solo sul cuor della terra,
trafitto da un raggio di sole;
ed è subito sera.

La lirica Ed è subito sera, di Salvatore Quasimodo (1901-1968), è un esempio di poesia ermetica: sono poche parole, penetranti come un graffito inciso su pietra, che concentrano l’esperienza profonda e drammatica dell’autore. Pubblicata nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, era già comparsa dodici anni prima come terzina finale di un componimento più ampio, dal significativo titolo Solitudini. Colpisce il ventaglio di evocazioni suscitate dal poeta siciliano in tre sole righe; evocazioni contrastanti, già a partire dalla prima parola: «ognuno».

«Ognuno sta solo sul cuor della terra»

Il pronome indefinito «ognuno» richiama sia il singolo che la comunità: indica ciascun essere umano preso a sé e nello stesso tempo si riferisce all’insieme degli esseri umani. La solitudine, paradossalmente, ci isola e ci unisce: tutti la avvertiamo, ciascuno a modo suo; ma proprio perché nessuno ne è immune, la condividiamo con gli altri.

Una certa dose di solitudine è connaturale all’essere umano, è una condizione esistenziale, che in misura e modi differenti tocca tutti. La solitudine si declina all’io e al noi, è muro e ponte insieme.

La tradizione culturale europea, del resto, riunisce le antiche antropologie biblica e greca, coniugando l’io con il noi, il muretto di protezione con il ponte di collegamento.

La Bibbia, nelle sue prime paradigmatiche pagine, già almeno sei secoli prima di Cristo attribuisce alla creatura umana una dignità tale da essere «immagine di Dio»: non semplicemente in quanto individuo singolo e isolato, ma in quanto essere in relazione: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1,27). E Aristotele, un paio di secoli dopo, definisce l’uomo sia «animale logico» sia «animale politico» (Politica, 1253a 9-10): per lui l’essere umano è individuo razionale e relazionale insieme.

«Nessun uomo è un’isola» scriveva, esattamente quattro secoli fa, il poeta John Donne (1572-1631). Eppure spesso ci sentiamo soli. Avvertiamo la fatica di comunicare: molte sensazioni, esperienze, emozioni e riflessioni non riusciamo a trasmetterle o non vogliamo farlo.

Alcuni muretti, certo, sono necessari attorno all’io: per custodire l’intimità personale, impedire di violarla a chi non ne ha diritto e coltivare le proprie attitudini. Esiste così una solitudine «buona» e cercata, presidio della dignità individuale, della profondità spirituale di ognuno, della peculiare storia di ciascuno.

Aveva però ragione John Donne: sebbene una dimensione del mio essere appaia come un’isola, per non annegare nell’alta marea dell’egoismo occorre che l’io getti dei ponti verso gli altri esseri umani. L’isolamento richiama il mito di Narciso, il giovane bellissimo che, insensibile all’amore per gli altri, fu condannato per sempre dagli déi ad innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in una pozza d’acqua, contemplandola fino a morirne angosciato.

Moltiplicare i ponti

Sarà dunque possibile per «ognuno» proteggere la propria individualità senza cadere nel narcisismo? Si potrà superare l’isolamento, mantenendo la solitudine «buona» e cercata e vincendo quella «cattiva» e subita, la quale ci porta a tagliare i contatti, a ripiegarci su noi stessi e rimanere chiusi entro la cornice del nostro piccolo specchio?

Sono tanti i segni dell’isolamento e del narcisismo. Gli indicatori sociali segnalano, in Italia, un aumento del disagio a diversi livelli. Molti anziani lamentano la solitudine: e se questo si può considerare un classico, stupisce invece che alcune spie dell’isolamento sociale riguardino i giovani. Crescono negli ultimi anni i suicidi degli adolescenti; si moltiplicano gli episodi di bullismo, le baby gang e gli abbandoni scolastici; aumentano anche tra i ragazzi le patologie psichiche, le forme di autolesionismo, i disturbi alimentari, le dipendenze da gioco d’azzardo, pornografia, droghe e alcol.

Non si può addossare comodamente tutta la colpa al Covid-19, per quanto non sia innocente. La pandemia ha sicuramente aggravato i disagi, ma spesso non ha fatto altro che svelare e accelerare dei processi già in atto. Queste solitudini, insieme a quelle causate dalle molte povertà di italiani e stranieri, sono sintomi da non sottovalutare.

Occorre perciò moltiplicare i ponti. Senza scomodare la stupenda città di Venezia, formata da 121 isole e 436 ponti, possiamo pensare alla nostra Modena, definita da alcuni «la Venezia della via Emilia», perché caratterizzata fino a poco più di un secolo fa da numerosi canali, ora sotterranei.

Ne restano tracce nella toponomastica stradale: Canalgrande, Canalchiaro, Canalino, Canaletto, Fonte d’Abisso, Naviglio… Alcune zone della città e dei dintorni erano piccole isole, unite da ponti gettati tra una riva e l’altra. Il problema di «ognuno», che «sta solo sul cuor della terra», è di utilizzare le pietre – le proprie risorse – non solo per costruire i muretti che custodiscono la solitudine «buona», ma anche per costruire i ponti che vincono la solitudine «cattiva». In questo modo, pur essendo isole, siamo collegati tra di noi e diventiamo città abitabili.

«Trafitto da un raggio di sole»

Il paradosso poetico continua. Il raggio di sole esprime vitalità, luce, calore; l’esistenza umana è percorsa da affetti, speranze, sogni, gioie, progetti. Questo raggio, però, non si limita a colpire o investire, ma «trafigge» come una lancia: la vita è attraversata anche da sofferenze, delusioni, tristezze, fallimenti.

Lo stesso raggio riscalda e trafigge, illumina e ferisce. La risorsa può diventare un’arma. Le parole del poeta sono talmente concentrate da lasciare spazio alle più diverse interpretazioni. A me piace pensare che questo raggio di sole sia l’amore, e che proprio l’amore riesca a cementare le pietre che tengono insieme i ponti da gettare tra noi.

Le pietre che formano un muro non necessitano di molto cemento, perché la forza di gravità ne favorisce la coesione e la saldezza. Le pietre che formano un ponte, invece, hanno bisogno di tanto cemento, perché altrimenti tendono a cadere. Per custodire la solitudine «buona» basta un po’ di amore per se stessi, un pizzico di autostima; per vincere la solitudine «cattiva» occorre invece un surplus di amore per gli altri, un continuo allenamento al dono di sé.

L’amore è dunque raggio di sole che dà energia ed è lancia che trafigge. È raggio di sole: se non vivessimo l’esperienza di essere amati e di amare, da quando spuntiamo nel grembo di nostra madre fino a quando emettiamo l’ultimo respiro, la vita diventerebbe fredda e buia, come quelle giornate tardo autunnali nelle quali un’umida nebbia avvolge ogni cosa e perfino i colori sembrano scomparsi.

L’amore accende e scalda, illumina e rinvigorisce. Quando una persona ama e si sente amata, vede il mondo a colori: sia il proprio mondo interiore, con le sue energie intellettuali, affettive e spirituali, sia il mondo esterno, dalla natura agli avvenimenti, dalle persone alle cose.

Ma quando una persona non ama e non si sente amata, l’intero mondo piomba nel grigiore: quello interiore si scompensa e intristisce, deprimendosi, e quello esterno diventa ostile e insopportabile, generando un senso di frustrazione e vittimismo.

Là dove si fa spazio l’amore, però, si crea anche uno spazio per il dolore. Colui che ama di amore autentico, sente i contraccolpi della situazione della persona amata: se l’amato soffre, il suo dolore si riflette su chi lo ama; e se la persona amata delude, la ricaduta su chi ama è forte. Genitori e figli, coppie, amici, educatori: tutti coloro che amano subiscono delle ripercussioni.

Questo processo è comunque sano e fisiologico, sintomo di buone relazioni. L’indifferenza, al contrario, è segno di rapporti inconsistenti e freddi. Chi decide di amare davvero, coinvolgendosi nell’esistenza di altri, si prepara dunque anche a soffrire di più: ma sa che ne vale la pena, perché sperimenta che solo nell’amore e nella condivisione la vita ha senso, è piena, esprime tutte le sue potenzialità. Chi al contrario decide di restare indifferente, evitare ogni coinvolgimento e pensare solo a se stesso, prova sul momento meno fastidi, ma si rende conto ben presto che questa solitudine lo impoverisce, lo rattrista e gli toglie vigore.

Siamo fatti per la relazione, siamo messi al mondo per amare. Il credente sa che siamo così perché ci ha creati un Dio che è amore (cf. Prima Lettera di Giovanni 4,8.16) e siamo fratelli di Cristo, che si è fatto uno di noi per amore. Ma tutti, credenti e non credenti, quando ascoltano l’intimo del loro cuore, sentono che la vita si svela e si ossigena amando, e che invece si inaridisce e si avvelena chiudendosi nel proprio guscio.

L’amore che si ammala

Non è però solo questo amore, sano e fisiologico, a trafiggere. Purtroppo qualche volta l’amore si ammala, diventa brama di possesso anziché proposta di dono, e quando non può vantare l’esclusiva sulla persona amata mira a distruggerla. Le tragiche violenze sulle donne, che giungono perfino all’assassinio, sono spesso le conseguenze di amori patologici.

Non credo si debba evocare tanto il patriarcato – ormai da tempo tramontato da noi – quanto il maschilismo, purtroppo presente, radicato e attivo; un atteggiamento innestato a sua volta nella perdita del senso del dono. Quanto più una civiltà si costruisce su grezzi rapporti di forza e freddi calcoli, tanto meno spazio pubblico resta alle donne; quanto più, all’inverso, una civiltà si edifica sulla cura delle relazioni, sulla finezza e profondità d’animo e di pensiero, tanto più emerge il protagonismo femminile.

Maschile e femminile si integrano, sia nelle singole persone sia nel tessuto sociale, ma un equilibrio effettivo è ancora lontano: pensiamo solo alla disparità di trattamento tra uomini e donne nel campo lavorativo e professionale. Il clima troppo spesso teso e violento della nostra società non favorisce la profondità e la raffinatezza e contribuisce ad emarginare e isolare le donne.

Una di loro, la geniale poetessa Alda Merini (1931-2009), che visse anche la terribile esperienza del manicomio, lasciò spesso risuonare la nota della solitudine, con delicatezza e profondità. Basta citare la lirica intitolata proprio Solitudine:

«S’anche ti lascerò per breve tempo, / solitudine mia, se mi trascina / l’amore, tornerò, stanne pur certa; / i sentimenti cedono, tu resti». Amore e solitudine per lei sono inscindibili: se si separano, è solo per breve tempo. Davvero è l’amore quel raggio di sole che trafigge.

«Ed è subito sera»

Quasimodo sigilla la terzina con l’allusione alla morte. La «sera», con le immagini correlate del tramonto e del buio, è una delle metafore più efficaci della fine della vita umana. Dalla contemplazione della sera, Ugo Foscolo (1778-1827), in un sonetto del 1803, trae suggestioni memorabili: «Forse perché della fatal quïete / tu sei l’imago a me sì cara, vieni, / o Sera!» (vv. 1-3).

Pur non essendo credente – la morte è per lui il «nulla eterno» (v. 10) – il poeta, pensando ad essa, è colto da sentimenti lieti e non avverte timore o paura. A differenza di altri autori, Foscolo non esalta il suicidio e neppure disprezza la vita: semplicemente l’orizzonte della sera evoca in lui la «pace» e, di riflesso, provoca un benefico sonno che gli permette di affrontare più tranquillamente questo agitato «reo tempo» (v. 11): «Mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerrier ch’entro mi rugge» (vv. 13-14).

I cristiani guardano alla morte non come il «nulla eterno», ma come il passaggio verso la pienezza. Riprendendo le due immagini già emerse, nella prospettiva credente la morte è un ponte più che un muro. Non è cioè la rottura completa delle relazioni, come se la vita andasse a sbattere contro una parete che frantuma per sempre sogni, progetti, sacrifici, gioie… in una solitudine silenziosa che cancella tutto. Piuttosto, la morte è per ciascuno il compimento delle relazioni, attraverso un ponte stretto – e vertiginoso – che porta al cospetto di Dio, giudice misericordioso.

Davanti alla luce del suo volto sarà trasparente il bene da ciascuno compiuto, che andrà valorizzato, e il male commesso, che andrà purificato. Non dunque un muro che isola per sempre la persona, ma un ponte che la porta nel cuore della città. La vita eterna, per i cristiani, avrà la qualità dell’amore vissuto nella vita terrena e – poiché di amore si tratta e dunque di relazioni – sarà pienezza dei legami riusciti e riscatto dei legami feriti. Ritroveremo, trasfigurati, gli affetti e le persone care.

Se tuttavia anche un non credente, come Foscolo, può vedere nella morte un’alleata e non una nemica, è perché è possibile accoglierla come sigillo dell’esistenza, pur non avendo la fede, almeno quando si riflette a partire dalla propria singola condizione.

Così, meditando sulla «sera» della vita, «dorme» lo «spirto guerrier» del poeta, e l’inquietudine cede il passo alla calma. La morte, insomma, relativizza gli affanni e le agitazioni, i tormenti e le rabbie. Misurarsi con la fine della vita significa placare le passioni, ridimensionare battaglie che sul momento paiono decisive, abbassare rancore e odio, smorzare istinti bellicosi e distruttivi. Se tutti, credenti e non, adottassimo lo sguardo dei poeti sulla «sera», diminuirebbe il livello del conflitto sociale.

Iperconnessi ma isolati

Lo «spirto guerrier» del Foscolo fa venire in mente oggi, in epoca digitale, i cosiddetti keyboard warriors, letteralmente «i guerrieri da tastiera», che rappresentano uno dei simboli più eloquenti della solitudine rabbiosa. Sono chiamati così coloro che in rete usano i social per attaccare, offendere, screditare e minacciare altri. Il fenomeno è preoccupante e praticamente incontrollabile. Probabilmente lo schermo del computer o del cellulare contribuisce a creare in alcuni l’illusione di essere intangibili, immuni, senza dover rispondere delle proprie affermazioni.

Talvolta le persone fragili, che incamerano nel cuore rancori non altrimenti sfogati, trovano nel digitale un canale apparentemente libero, dove poter riversare le proprie frustrazioni. Nascono così le fake news, alle quali purtroppo tanti abboccano, rilanciandole e gettando pietre addosso alle vittime di turno; qualche suicidio è riconducibile ai loro vili attacchi.

In italiano non vengono detti «guerrieri», ma «leoni» da tastiera: però tanto leoni non sono, se si pensa che non avrebbero il coraggio di dire le stesse cose, con gli stessi toni, se si trovassero a parlare direttamente con le persone contro cui si avventano.

Questo triste fenomeno viene alimentato anche da alcuni social, che favoriscono le «bolle mediatiche» o «bolle di filtraggio». Quando navigo sul web, lascio in rete delle tracce, intercettate dagli algoritmi che colgono le mie preferenze e mi rimandano informazioni e proposte anche commerciali conformi; in tal modo irrobustiscono le mie convinzioni, riducendo gradualmente il confronto con opinioni e gusti differenti dai miei.

A questo si aggiunge il fatto che, entrando a far parte di qualsiasi social (FacebookInstagramTwitterTik TokWhatsApp e altri), partecipo a un «circolo» digitale dove incontro in realtà quelli che la pensano come me, pena l’esclusione dal gruppo. Si creano così, come notano alcuni studiosi, delle «camere dell’eco» (echo-chambers), nelle quali non ci si confronta di fatto con idee diverse dalle proprie, ma ciascuno ascolta l’eco delle sue opinioni e gradualmente finisce per rafforzarle.

Il paradosso è evidente: in un’epoca nella quale la comunicazione è istantanea e ciascuno può entrare in rete con miliardi di persone, si rischia un vero e proprio «isolamento sociale». Il pericolo della manipolazione e della polarizzazione è tutt’altro che teorico, e la dimensione civica ne risulta infragilita.

Chiunque oggi voglia sottrarsi a questo «spirto guerrier», a questo clima sociale teso e violento, rischia di provare quell’esperienza di isolamento dagli altri magistralmente descritta da Giacomo Leopardi (1798-1837) nella lirica Il passero solitario, che è lui stesso: «quasi fuggo lontano, quasi romito» (vv. 23-24).

Ma lo stesso poeta di Recanati, in una delle sue ultime liriche, La ginestra, o fiore del deserto, apre uno spiraglio nel cerchio della solitudine, con la possibilità di superare violenze, discordie e tensioni e formare tra gli esseri umani una «social catena» (v. 149), anche per arginare lo strapotere della natura. Arriva infatti a dire che la persona di «nobil natura» (v. 111) «tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor» (vv. 130-132).

Dalla poesia alla pratica della fraternità

San Geminiano è pienamente inserito nella sua città ed è nello stesso tempo aperto alle istanze provenienti dai confini estremi dell’impero, come dimostra il suo viaggio a Costantinopoli. La sua figura ci ricorda che non esiste quella contrapposizione, oggi spesso percorsa, tra identità e dialogo.

L’identità umana, come quella cristiana, si scopre e si rafforza nel dialogo. Ogni «bolla», mediatica o meno, è un falso consolidamento dell’identità e rischia in realtà di rinsaldare un’identità debole e incerta, incapace di lasciarsi mettere in discussione ed integrare. E ogni dialogo che non parta da un’identità matura rischia di tradursi in indifferenza e qualunquismo.

A scanso di equivoci: internet è utilissimo, prezioso e imprescindibile e quasi nessuno di noi potrebbe ormai farne a meno. Oltretutto, cosa sarebbe capitato se nei periodi più intensi della pandemia non avessimo avuto a disposizione il digitale? La solitudine sarebbe stata ancora più devastante. E cosa succederebbe se tante persone sole non potessero collegarsi, con i software di videoconferenza, ai loro cari e ai loro amici, o ricevere notizie di ciò che accade nel mondo? A tutti i livelli della vita sociale il digitale è un’opportunità incredibile, un dono inestimabile: come sempre, decisivo è saperlo padroneggiare e non diventarne schiavi.

La sfida per la città, e anche per la Chiesa che vi è vitalmente inserita, è di spegnere l’aggressività assumendo lo stile del buon samaritano, secondo le parole che papa Francesco rivolge al mondo, non solo ai cattolici e ai credenti, nell’Enciclica Fratelli tutti (cf. cap. II).

La «sera» dice quanto siamo fragili e passeggeri in questa vita: farci conquistare dallo «spirto guerrier», che produce in noi stessi e negli altri immensa solitudine, oppure, al contrario, approfittare del «raggio di sole» per amare il prossimo di oggi e di domani, vincendo l’isolamento con la fraternità? Questa è l’alternativa epocale, a cui sono appese le sorti dell’umanità.

Nella nota parabola del Vangelo di Luca (10,25-37) il Samaritano è Cristo, che si cala sulle ferite umane e le allevia. Ma proprio perché lui stesso, alla fine della parabola, invita ciascuno a «fare lo stesso», questa parabola tocca ciascuno di noi.

La parte migliore

L’uomo bastonato e lasciato mezzo morto dai briganti al ciglio della strada è la persona sola e scartata, provata e tramortita dalla vita e dagli egoismi degli altri. Il sacerdote e il levita, che guardano e tirano dritto senza soccorrere il ferito, sono gli indifferenti, che pensano solo ai loro tempi, ritmi e bisogni.

Lo straniero di Samaria che, provando compassione, si ferma e soccorre il malcapitato, è il «prossimo», che si lascia toccare dalle ferite altrui, si prende cura rimettendoci del proprio (tempo, energie, sostanze, denaro) e rischia, fermandosi, di essere a sua volta preso a bastonate dai briganti, forse ancora nascosti nei paraggi.

Questo straniero è la parte migliore di ciascuno di noi, quella che – se attivata – estrae dal nostro cuore le risorse più belle; quella che ci fa passare dal samaritano al «buon» samaritano. Lo straniero, a differenza dei due concittadini, si fa prossimo del ferito, perché supera i muri etnici e religiosi e getta un ponte di fraternità verso di lui.

In questa bella figura si concentrano tutti gli ingredienti della fraternità, che è la reazione più efficace contro la solitudine. Più si moltiplicano i buoni samaritani, più si riducono i feriti dall’arma della solitudine. Il samaritano rappresenta tutti coloro che operano per il bene dei fratelli e delle sorelle, e non sono affatto pochi.

Quelli che offendono, feriscono e distruggono, fanno rumore e destano impressione; chi soccorre, cura e costruisce, lo fa invece silenziosamente; questa disparità crea la sensazione che il mondo sia in balìa degli haters e dei violenti, mentre il mondo è preziosamente intessuto di gesti nascosti amorevoli e solidali.

Nella nostra città e diocesi sono tanti, anche tra i giovani, i buoni samaritani che contrastano l’isolamento con la pratica della fraternità. Sono tutti coloro che dentro le case e gli appartamenti, nei luoghi di incontro, di lavoro, di studio e di cura, nelle comunità civili e religiose, nei mondi digitali, negli spazi sociali ed ecclesiali, operano quotidianamente nella gratuità e nel volontariato, chinandosi sulle ferite altrui e versandovi l’olio dell’amore e il vino della speranza.

Sono tutti coloro che spendono tempo, energie e risorse al servizio dei bastonati, rischiando di prendere a loro volta qualche colpo dai briganti sempre in agguato. Sono coloro che, non limitandosi al necessario soccorso immediato, accompagnano il ferito nella locanda, alleandosi con altri soccorritori e impegnandosi per il futuro: anche i responsabili delle istituzioni, funzionari, amministratori e politici trovano nel buon samaritano il modello del loro agire per il bene comune.

Il nostro grande Patrono San Geminiano, immagine fedele del Buon Samaritano, ottenga a tutti noi la grazia di vincere la solitudine e vivere la fraternità.

Modena, 31 gennaio 2024, Solennità di San Geminiano

+ Erio Castellucci,
Arcivescovo-Abate di Modena-Nonantola

 

Italia: non un paese per poveri

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La proposta di tassare le successioni ereditarie, avanzata dal segretario del Pd Enrico Letta, ha suscitato un coro di proteste, ricevendo anche un chiaro dissenso anche da parte del premier Draghi, che l’ha liquidata con un secco: «Questo non è il momento di prendere i soldi dai cittadini ma di darli».

Dall’interno della maggioranza di governo, è subito intervenuto anche Matteo Salvini: «Sono pienamente d’accordo con il presidente Draghi: l’ultima cosa di cui hanno bisogno gli italiani adesso sono nuove tasse». Aggiungendo anche una sua reazione: «Sono allucinato dal fatto che il segretario del partito democratico possa immaginare una nuova tassa».

Molto critica anche Italia Viva che, con il capogruppo al Senato Davide Faraone, definisce la proposta del Pd «fuori dal mondo».

Non parliamo dei quotidiani dell’area di destra… L’eventuale imposta viene definita un «prelievo sui piccoli patrimoni che si lasciano in eredità ai parenti dopo una vita di risparmi» («La Verità» 21 maggio 2021). Nella stessa data «Il Giornale» titola «Sanguisughe a sinistra» («Il Giornale»); «Il Tempo» definisce quella di Letta una proposta che «semina odio mettendo contro ricchi e poveri, giovani e vecchi». A prendere atto della sua impopolarità è un titolo, su questo tema, de «Il Resto del Carlino»: «I democratici si fanno male da soli».

L’insegnamento sociale della Chiesa

Ma ascoltiamo Letta: «La proposta è quella di una dote ai 18enni che possa aiutare i giovani a prendere una casa, trovare un lavoro, pagarsi gli studi senza dover subire il divario con i coetanei che vengono da famiglie che possono pagare per loro. Per essere seri va finanziata non a debito (lo ripagherebbero loro), ma chiedendo all’1% più ricco del Paese di pagarla con la tassa di successione».

In concreto, il segretario del Pd ha parlato di tassare le successioni superiori a un milione di euro (due miliardi di vecchie lire…). Una cifra che non corrisponde esattamente all’idea del «piccolo patrimonio» accumulato a forza di risparmi.

Ricordo ai miei lettori che non sono certo un fan del Pd. In quasi tutti i miei chiaroscuri non manco di denunziarne la politica e, più a monte, l’impostazione ideologica. Ma qui siamo davanti a una proposta che corrisponde, nella mia ottica, all’insegnamento sociale della Chiesa e che credo doveroso, anche a costo dell’impopolarità, difendere.

Il Paese europeo che tutela di più i patrimoni

Forse è bene ricordare che l’Italia è probabilmente il Paese europeo in cui i grandi patrimoni sono più tutelati. Lo confermano i dati relativi alle imposte di successione secondo il rapporto dell’Ocse, pubblicato pochi giorni fa. La tassa di successione italiana è infatti la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%, con l’esenzione fio a un milione di euro. In Germania la tassa di successione oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra 5% al 60%, in Gran Bretagna è del 40%.

Ciò comporta, evidentemente, un contributo assai scarso degli italiani più benestanti alle finanze dello Stato: nel 2018, 820 milioni ovvero lo 0,05% del Pil In Francia, per esempio, sempre nel 2018 il gettito dell’imposta su successioni e donazioni è risultato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61% del Pil: in altre parole, quasi tredici volte quello italiano.

A quota 0,20-0,25% del Pil troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi al cambio del 2018) e la Spagna (2,7 miliardi), tutti Paesi che riescono a incassare quasi cinque volte l’Italia e che quindi hanno la possibilità di redistribuire la ricchezza attraverso politiche sociali adeguate (senza indebitarsi).

In concreto, se si considera l’ipotesi di una eredità del valore netto di un milione di euro, lasciata da un genitore al proprio figlio, in Italia la franchigia di un milione è sufficiente a evitare completamente l’imposizione, mentre in Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335mila euro, in Francia a 270mila, nel Regno Unito a 245mila e in Germania a 115mila.

Tutto ciò si verifica in un contesto in cui il 10% più ricco della popolazione italiana (in termini patrimoniali) possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Confrontando il vertice della piramide della ricchezza con i decili più poveri, il risultato è ancora più sconfortante. Il patrimonio del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero.

La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 22% della ricchezza nazionale) vale 17 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana («Sole24ore», 20 gennaio 2020). «Tre miliardari», si legge nel titolo dell’articolo, «sono più ricchi di sei milioni di poveri».

Gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno calcolato che negli ultimi 20 anni i 5.000 italiani più ricchi (pari allo 0,01% della popolazione) hanno visto «triplicare» la propria quota di patrimoni complessivi, mentre il 50% più povero ha accusato «una riduzione dell’80% della ricchezza netta». E proprio i passaggi ereditari vengono identificati come «il principale motivo di concentrazione della ricchezza».

Né va meglio se dal patrimonio si passa al reddito. L’Italia risulta, tra gli Stati europei più popolosi, quello in cui il divario di reddito tra i ricchi e i poveri è più accentuato: nel nostro Paese il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate più di sei volte superiori a quelle di coloro che rientrano nel 20% più povero. Una forbice che nell’ultimo decennio si è allargata: la differenza era di 5,21 volte nel 2008, è diventata appunto di 6,09 volte nel 2018.

I figli dei ricchi e i figli dei poveri

Le ricadute sulle nuove generazioni sono inevitabili e devastanti. Il nuovo dossier di Oxfam informa che in Italia l’“ascensore sociale” è fermo: un terzo dei figli di genitori più poveri è destinato a rimanere bloccato al piano più basso dell’edificio sociale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco è in grado di raggiungere posizioni di vertice.

Gli sforzi individuali, la dedizione, il talento sono sempre meno determinanti per il miglioramento della propria posizione economica e sociale rispetto alla famiglia d’origine. E si capisce. Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano oggi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando quelle che già esistevano tra i rispettivi genitori. Come ha commentato Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia: «Viviamo in un’epoca e in un paese in cui ricchi sono soprattutto i figli dei ricchi e poveri i figli dei poveri».

Forse a questo punto si capisce che la proposta di Letta, di aiutare i diciottenni per far sì che anche i più disagiati possano aspirare a un futuro diverso, col (piccolo) contributo economico delle fasce privilegiate, non è così «allucinante» e «fuori dal mondo» come la sia è accusata di essere.

Si continua a parlare di una particolare attenzione da dedicare alle nuove generazioni, particolarmente penalizzate dalla pandemia. Si evita però accuratamente di precisare che le conseguenze non sono state uguali per chi apparteneva a una famiglia di ampie risorse economiche e logistiche e i figli dei poveri.

Non è «odio», come ci si vuol far credere, ricordare questa fondamentale differenza e tenerne conto nell’impostare un politica volta a costruire il futuro del nostro Paese. O vogliamo che l’Italia che verrà sia ancora quella delle stridenti disuguaglianze che oggi la lacerano e – quelle sì – spingono i più diseredati, se non all’odio, alla disaffezione verso uno Stato che fa finta di non vederli?

  • Dal blog dell’autore pubblicato su Tuttavia.

 

Lettera ai vescovi italiani

(dal sito: SETTIMANANEWS)

 

Cari pastori,

da semplice laico cristiano oso rivolgermi a voi. Che la casa bruci ce lo dicono i bollettini quotidiani dei morti e dei contagi, le famiglie che non ce la fanno, i ragazzi privati della scuola, la conclamata impotenza della politica culminata in una irresponsabile crisi di governo che ha costretto il presidente della Repubblica a chiamare in servizio l’italiano più autorevole. Con parole gravi che hanno dato il senso della portata drammatica della congiuntura.

In questo tornante così speciale della nostra storia civile, penso sia utile e attesa una vostra parola.

Processo per un Sinodo italiano

Papa Francesco, la figura che, più di ogni altra nel mondo, con gesti e parole, si è mostrata all’altezza della crisi epocale che ci ha investito, ha dato una scossa alla nostra Chiesa italiana. Lo ha fatto in occasione del suo incontro con l’Ufficio catechistico della CEI. Con quel linguaggio franco e diretto che gli è proprio, ma che, ne sono sicuro, rivela l’amore speciale che, in quanto vescovo di Roma e primate d’Italia, egli porta alla nostra Chiesa. Cui ha chiesto di riprendere il suo appello a un percorso sinodale, appello levato in occasione del convegno ecclesiale del 2015 a Firenze.

Francesco propone un Sinodo e, più ancora, lo stile sinodale come modo di essere e di vivere della nostra Chiesa. Con questo spirito e in forza dell'”indole secolare” che il Concilio attribuisce a noi fedeli laici, mi permetto di fare cenno ad alcuni segni (problematici) di questo nostro tempo che ci interpellano e che esigono una parola, un giudizio, un nostro concreto impegno. Con una premessa.

Abbiamo alle spalle una stagione – mi esprimo con franchezza – nella quale non tanto la Chiesa quanto i vertici della CEI non hanno lesinato un interventismo politico sui vertici della politica: partiti, parlamento, governo. In nome di “principi non negoziabili” evocati un po’ astrattamente. Cioè non mediati culturalmente e politicamente dentro la nostra società democratica ed eticamente pluralista. Al prezzo di una doppia mortificazione: della collegialità dei pastori e dell’autonomia responsabile dei laici politicamente impegnati. Forse anche a causa di questo retaggio oggi scontiamo inerzia e mutismo.

La stagione difficile

Questo tempo nuovo e difficile ci chiama in causa. Non – sul punto Francesco è chiarissimo – secondo il modulo dell’ingerenza nella politica intesa come contesa tra le parti. Ma, questo sì, come cura per la Politica con la maiuscola. Sul registro della radicalità evangelica e della profezia, che giudica, incalza, sferza la politica. Senza fare calcoli di convenienza e sfidando il facile consenso.

Con questo spirito e profittando della consultazione delle realtà sociali cui si è impegnato il governo – uscente ed entrante – ai fini della predisposizione del Next Generation EU, la CEI, formazione sociale sui generis, potrebbe anche segnalare pubblicamente e in trasparenza a parlamento e governo talune priorità a lei care.

Chi è avanti negli anni ricorda qualche caso di un tempo lontano nel quale la Chiesa italiana si mostrò capace di operare un discernimento puntuale e di levare una voce che ebbe eco nel paese: il convegno ecclesiale del 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”, il documento del 1981 su La Chiesa italiana e le prospettive del paese e quello del 1991 titolato Educare alla legalità. Come accennato, la singolarissima criticità del momento meriterebbe una parola mirata sulle questioni che più urgono.

La prima: la gestione della pandemia. Sono manifestamente in gioco questioni di natura etica. La difesa della vita, la dignità e l’uguaglianza delle persone non sono prive di implicazioni pratiche.

Penso al doveroso rispetto delle misure di sicurezza e al principio di precauzione. Primari rispetto alle pur legittime esigenze dell’economia. Vanno condannate le posizioni che occhieggiano al negazionismo.

Penso al netto ripudio della teoria secondo la quale la tutela della vita e della salute delle persone anziane o malate possa essere sacrificata.

Penso al concreto assetto del nostro sistema sanitario. Un bene prezioso nel suo carattere universalistico, ma afflitto da problemi: i tagli operati negli ultimi dieci anni, il depauperamento della medicina di base, l’ingerenza indebita della politica, una regionalizzazione che ha rivelato i suoi limiti.

Coesione sociale e demografia

Seconda: l’acutissima questione sociale. Qui si richiederebbe il coraggio profetico di una posizione controcorrente. Si profilano disoccupazione, precarietà, povertà di dimensioni senza precedenti dal dopoguerra. La politica discute di come dosare sussidi/ristori (per definizione a termine) e investimenti. Ma quasi nessuno ha il coraggio di porre, nei termini adeguati al bisogno, la questione fiscale. La patrimoniale è parola tabù per i politici.

Ma conta la sostanza, non la parola. I più audaci timidamente balbettano di un limitato contributo attinto dai grandi patrimoni. Troppo poco: si ricaverebbero modeste risorse. Ben altro è necessario. Tutti i contribuenti – lavoratori e pensionati – dovrebbero concorrere per la propria parte, secondo un criterio progressivo. Perché non studiare e proporre, a viso aperto, una tassa di scopo di uno o due anni dichiaratamente finalizzata alla fuoriuscita dal dramma sociale prodotto dalla pandemia?

Si richiede di reimpostare un vero e proprio patto sociale e fiscale. Aiutare chi non ce la fa non è anch’esso un principio non negoziabile per un buon cristiano? Ci si può contentare del soccorso volontaristico dei più generosi e solleciti o non si devono attivare le leve della “carità politica” e dei suoi strumenti universali quale appunto il fisco? Chi lo può proporre se non la Chiesa, per missione tenuta a proclamare verità e giustizia costi quel che costi?

Terza questione: l’inverno demografico. A riguardo l’Italia vanta un triste primato. È forse il più eloquente indicatore di un deficit di fiducia nel futuro. Un indizio della decadenza della nostra civiltà. Un serio problema umano e sociale, ma anche economico, che nuoce alla stessa crescita. È noto che a produrlo operano ragioni di natura culturale. Ma vi sono anche responsabilità in capo a politiche pubbliche inadeguate o omissive. La disoccupazione e la precarietà del lavoro giovanile che inibiscono progetti di vita, il deficit di sostegni, monetari e non, alle famiglie, la difficile conciliazione tra tempi di vita e di lavoro (cruciale soprattutto per le donne lavoratrici, in Italia particolarmente penalizzate e mai come oggi sospinte fuori dal mercato del lavoro), l’insufficienza di asili nido, la concreta impossibilità per i giovani di acquistare casa.

I cittadini di domani

Quarta priorità: la giustizia tra le generazioni. Sarebbe bello che, nella messa a punto del Recovery plan, significativamente titolato Next Generation EU, la Chiesa italiana si impegnasse a dare un suo contributo. Di riflessione, di proposta, di vigilanza critica. Affinché davvero quel piano, destinato a disegnare un nuovo volto del nostro paese, sia interamente orientato a quell’obiettivo.

Esemplifico. A parole, tutti ne fanno cenno, ma non si fa nulla per porre un argine all’impennata del debito pubblico che peserà su più generazioni. Anche qui si discute di debito buono e di debito cattivo, di assistenza e investimenti. Ma a fare problema è il debito come tale e la sua proiezione temporale. La politica, ossessionata dal consenso a breve, non se ne cura per davvero. Sotto la voce giustizia tra le generazioni vanno inscritti la povertà educativa, l’analfabetismo funzionale, l’abbandono scolastico in vaste aree del paese.

Sono solo esempi. Altri se ne possono aggiungere. L’importante è il principio e cioè l’idea che, in questa congiuntura critica, la Chiesa italiana, con e attraverso la vostra voce, non faccia mancare la sua parola, la sua testimonianza, il suo schietto giudizio sui problemi che affliggono la società in una prospettiva evangelica. Con intelligenza, libertà e coraggio. A valle di una riflessione e di un confronto partecipato dentro la comunità. Che, già di per sé, sarebbe un attestato utilmente controcorrente rispetto al tenore leggero e sloganistico che contrassegna il dibattito pubblico affidato ai social media e ai talk show tv.

Un pensare e un camminare insieme – appunto sinodale e storicamente situato – da parte di una Chiesa estroversa che si fa compagna di strada delle persone e delle comunità che sono in Italia.

Il nocciolo e la scorza…

di: Giordano Cavallari (a cura)

dal Sito SETTIMANA NEWS

Antonietta Potente è teologa, docente e scrittrice. In occasione della presentazione del volume “Il nocciolo e la scorza…” (Paoline editoriale libri) è stata intervistata da Giordano Cavallari per SettimanaNews.

  • Antonietta, in quale contesto hai scritto questo ultimo tuo libro?

Nella serie di piccoli libri che sto scrivendo per le Paoline mi sto proponendo di leggere la realtà dal di dentro. Quest’ultimo libretto è stato scritto verso la fine del periodo di isolamento: ciò mi ha dato idee sulla fatica che la realtà sempre comporta insieme alla speranza in cui la fatica si risolve per la vita. Mi ha fatto pensare, in particolare, la fatica di respirare determinata dalla malattia: il dramma di non poter respirare coi polmoni è figura di una difficoltà che stavamo già vivendo nell’anima. Siamo in una società che non respira bene. Ho intuito quanto sia vitale il respiro di cui andiamo alla ricerca: un respiro profondo.

Questa mia ricerca vorrebbe portare a un senso nascosto che, per una persona credente, è la sua vita di fede, se non si tratta di una fede istituzionale o di carattere culturale, bensì di un’esperienza. In tal modo auspico che queste mie riflessioni possano spingere a loro volta i lettori a una ricerca più intensa, ciò che purtroppo avviene normalmente sempre meno, perché si ha paura e facilmente si aspetta che altri dicano chi siamo e che cosa dobbiamo fare. Mentre penso che la cosa più bella sia continuare a cercare e a darci nuove possibilità.

  • Come interpretare il titolo?

È un’idea che mi è venuta leggendo testi sufi. Esprime in breve un modo di vedere la vita. Il nocciolo possiamo dire che sia l’anima della realtà, cioè quel respiro o soffio invisibile dal quale siamo caratterizzati ma anche stupiti. Dico, dunque, che il nocciolo nascosto è simile al respiro della vita umana e di tutto l’ecosistema. Riconoscere questo nocciolo è molto importante perché significa entrare in relazione con la realtà in modo profondo. Solo nell’intensità e nella profondità noi umani possiamo scoprire la nostra vera identità e, insieme, scoprire le persone che abbiamo dinnanzi.

La quotidianità e la fede

La scorza è pure importante perché è l’unico accesso al nocciolo, ovvero l’unico modo per arrivare dalla realtà al respiro, al senso profondo della stessa realtà. Dobbiamo necessariamente passare attraverso la scorza. La quotidianità è infatti l’unica superficie porosa attraverso la quale possiamo giungere all’incontro più profondo con la vita.

Non si può dare dualismo: non possiamo togliere e buttare via la scorza per tenere solo il nocciolo. Non è possibile e neppure auspicabile. Va mantenuta l’unicità e la completezza. Vero è che, in una società come la nostra, ci fermiamo spesso sulla scorza. Nei miei scritti vorrei dire che c’è molto di più.

  • Hai scritto che il passaggio dalla scorza al nocciolo non è per tutti: in che senso? 

Questo lo dicono alcuni grandi maestri di sapienza, ma non è assolutamente da intendere nel verso dell’esclusione: l’accesso non è escluso a molti e riservato solo ad alcuni eletti. L’accesso di cui tratto è semplicemente la porta stretta del vangelo: bisogna essere fatti in un certo modo per riuscire a passare. Magari per la porta stretta ci passiamo tutti – io naturalmente lo spero –, ma è chiaro che passano tutti quelli che vogliono passare e che vogliono passare insieme ad altri.

Ci vuole allenamento per passare e per allenarsi servono delle pratiche di vita. Ovvero, ci vuole oggi un atteggiamento contemplativo che certamente la nostra società non favorisce. Dovremmo aiutarci allora gli uni gli altri perché questo atteggiamento sia di tutti. La Chiesa stessa non aiuta molto. Nella sua lunga storia di secoli di catechesi, non ha aiutato molto i fedeli a diventare persone contemplative: li ha riempiti di cose da sapere e da fare. È semmai questa l’esclusione.

  • Il libro procede più per accostamenti che per sviluppo: è il tuo metodo di scrittura? 

È la mia metodologia di ragionamento – poco ragionato – che porta quindi alla mia scrittura. Viene dalla considerazione che noi umani ci avviciniamo alla realtà per intuizioni, soprattutto perché altri ci svelano di continuo qualcosa di nuovo. Citare altri autori, anche al di fuori dello specifico teologico, non può servire, per me, a confermare il proprio pensiero, bensì a scoprire altra sapienza. Chiunque fa esperienze ed è eloquente può diventare maestro o maestra.

Le faglie della ragione

Secondo me, questa è la via: nella nostra testa, nella nostra fredda ratio, noi ragioniamo molto geometricamente, ma la vita reale assomiglia molto più alla geometria frattale che non a quella euclidea.

Se osserviamo attentamente, ad esempio, le foglie di una stessa pianta, scopriamo che non c’è una foglia che sia uguale all’altra. Perciò, prima di organizzare il pensiero e di cominciare a scrivere, io penso che si debba passare molto tempo ad osservare questa realtà così complessa, tanto da insegnare sempre qualcosa di diverso con le sue cangianti tonalità.

Questa, peraltro, non è soltanto una via metodologica del pensiero e della scrittura: naturalmente è il modo per stare in una vita che è ricchissima di differenze e a cui dovremmo prestare molta più rispettosa attenzione. Il mio lavoro non è dunque quello di dividere o di separare per chiarezza logica, bensì quello di congiungere e di ricucire anche parti della realtà che appaiono opposte – quali concetti e cosmo-visioni teologiche o atteggiamenti religiosi molto diversi tra loro – scoprendo che c’è un filo che comunque congiunge il tutto. Anche le cose sbagliate e negative ci dicono qualcosa al riguardo: anche l’errore e l’avversario diventano in qualche modo rispettivamente motivo e maestro di sapienza.

  • Un’altra caratteristica mi sembra quella dello sguardo d’insieme. È così? 

La verità affiora in miriadi di contesti diversi. Diversi, infatti, sono i contesti dei popoli in cui sono coltivati pensieri teologici e teosofici. C’è poi il contributo che alla teologia possono dare innumerevoli altre discipline.

Certamente i teologi non possono diventare tutti fisici, chimici, biologi o matematici, ma penso che debbano necessariamente dialogare con altri che leggono la realtà con criteri diversi, oggi di fondamentale importanza. Dobbiamo lasciare che siano altri ad insegnare qualcosa.

Viviamo in un mondo che scambia sempre più merci e denari, ma che ancora non sa scambiare adeguatamente la sapienza. La mia vita e il mio lavoro hanno conosciuto via via una trasformazione nell’ascolto e nell’interlocuzione con altri. Mi sembra che tutta la teologia dovrebbe farlo e con urgenza.

Quale teologia?

  • Stai indicando una strada per la teologia?

Io ho sempre sognato un diverso modo di fare teologia, senza peraltro inventare nulla: se guardo alle università del Medioevo, vediamo certamente che la teologia è stata posta su trono, ma in mezzo ad una vivace e ampia discussione tra i banchi. Se si vanno a leggere le vite e le opere dei grandi maestri medievali, si scopre come questi sapessero di biologia, di alchimia, di anatomia e di medicina. Pensiamo ai monasteri.

Mi sembra che la teologia si sia, via via, svilita, sino al punto di giungere alla teologia dei seminari, in cui gli “altri” non entrano; è una teologia pensata per il solo ruolo presbiterale. A tal punto, è divenuta una disciplina per pochi specialisti e che non serve ai più, mentre una sapienza che sia tale dovrebbe servire e aiutare tutti.

Non sto dicendo che la teologia debba perdere la sua specificità, ma dico che la teologia (o teosofia) è il tentativo di parlare di un grande mistero e perciò non può mai risultare esclusiva e tanto meno arrogante: è molto arrogante, infatti, ritenere di poter dire qualcosa di sicuro su Dio. L’attuale teologia serve, forse, a formare persone di Chiesa, non uomini teologi e donne teologhe che vivono nel mondo più grande.

  • Come parlare di Dio?

Forse, più che parlare di Dio dovremmo lasciar parlare Dio. Io penso che la scoperta della profondità della realtà sia molto importante, anche senza parlare di Dio. Senza nominarlo, potremmo riuscire ad aiutare tante persone a rendersi conto che la vita ha radici profondissime. Ci sono ormai altre discipline che aiutano a guardarsi dentro.

A me colpisce il fatto che tante persone che conosco – anche giovani – seguano le religioni orientali in certe pratiche senza peraltro approfondirne la filosofia. Le ascolto: mi parlano di meditazione. Per loro la meditazione è una posizione, è avvertire il proprio corpo e il proprio respiro, sintonizzarsi con l’ambiente.

Penso che, nella tradizione cristiana, questo pure c’è – ad esempio, nell’ascolto della Parola, nella ruminatio e nella meditatio –, ma ciò non è stato insegnato e trasmesso.

Queste pratiche non sono puramente ecclesiali: possono aiutare tutti a vivere l’umano vero, un umano che si riconosce una piccola parte di questo grande universo e, quindi, una piccola parte di un grande mistero.

  • Che cosa dire di Gesù Cristo?

Mi è caro definire Gesù il “Poeta increato” (sottotitolo del mio precedente libretto), Achiropoieta: sta là dove stanno i giusti, dove sta la verità, dove c’è l’amore per la bellezza, dove c’è la cura per tutto l’umano.

Non penso che si possa subito parlare di Cristo. Penso piuttosto che ci sia da dire a chi e a cosa assomiglia Gesù Cristo nella nostra realtà, perché certamente assomiglia a tutte le persone che hanno una grande passione per la vita, che la rispettano e che hanno il senso del limite.

Il rimando costante della figura di Cristo è all’arché, cioè al principio di ogni creatura e di ogni esistente, ossia a Dio: questo principio che nessuno ha mai visto e che – come dice il vangelo Giovanni – solo la manifestazione della sublime umanità di Cristo lascia intravvedere. Noi possiamo vedere, infatti, attraverso questa umanità ciò che non si lascia esaurire nello strato superficiale della realtà, ma che sempre rimanda, rimanda e va sempre oltre, in profondità.

Come presentare Cristo? Penso che, innanzi tutto, ci sia da cogliere la altrimenti inspiegabile sete di umanità di Cristo che c’è naturalmente nelle persone, mostrare quindi che neppure Cristo ha dato completa soddisfazione a tutta la sete che c’è nell’umano, ma che ha indicato “semplicemente” la via della soddisfazione della sete. Se continuiamo ad annunciare Cristo in modo immediato, come se fosse il contenuto di un libro, penso sia normale non incontrare un riscontro favorevole.

Penso, inoltre, che si debba parlare in totale verità, non per fare proseliti. I giovani hanno sete di verità autentica, non di un sapere che vuole inglobarli.

L’habitat umano

I tempi cambiano e, se cambiano, c’è motivo pure per cambiare quel che diciamo. Questo non vuol dire che quel che è stato detto prima fosse sbagliato. Questo è il tempo di andare in profondità, alle radici, al nocciolo, attraversando tutte le strutture esteriori che, nel frattempo, mi sembrano aver ricoperto le profondità, quelle profondità che ancora sono in grado di dare senso alla vita.

  • Hai usato l’immagine della grotta in un intero capitolo: perché proprio la grotta? 

Quella della grotta non è un’immagine solo biblica. Ricorre in molte ricerche degli esseri umani. È immagine di un’esperienza di interiorità, forse perché il nostro habitat originario è come una grotta: indica una cavità e una profondità; è un’immagine importante per la penetrazione nella realtà, per rintracciare il respiro che anima il tutto, per arrivare al nocciolo.

Per me la grotta va vissuta in un certo modo: stando, cioè, sulla soglia, ossia nel passaggio. Noi viviamo, in fondo, sulla soglia di una grotta, sapendo di non essere ancora giunti alla profondità della stessa, pur percependo chiaramente che c’è tanta profondità.

La soglia della grotta rappresenta per me anche il limite in cui saper sostare con discrezione: ad esempio, di fronte alla libertà e al segreto che le altre persone portano in sé e di cui non possono o non vogliono dire sino in fondo. Questa immagine dovrebbe suggerirci maggiore rispetto degli altri.

Viviamo in tempi violenti, in cui si vuol sempre sapere e spiegare tutto dell’umano e degli umani, ma non può essere così. Meglio restare rispettosamente sulla soglia del mistero per mille anni – come dice il salmo – piuttosto di abitare da violenti nelle tende degli empi. Nelle culture andine, ad esempio, il segreto è dire davvero tutta la verità senza tuttavia svelarla: penso che dovremmo ricevere questa idea ed essere grati.

  • Un altro capitolo è dedicato a ciò che è insignificante, perché?

Può apparire un gioco di parole: ciò che spesso si ritiene insignificante cela il senso vero delle cose e dell’esistenza. Il nocciolo è dentro realtà che non riusciamo più a guardare, che giudichiamo male o che disprezziamo. Io cerco perciò di elevare l’ode dell’insignificanza. Viviamo in un tempo che continua a calpestare persone e dignità culturali di popoli. È un dramma – quello che sta accadendo – mosso dall’orgoglio e dalla paura. È perciò tempo di trovare strade politiche alternative, di riconoscimento della saggezza altrui, ovunque si possa trovare.

Mi avvalgo dell’idea di uno dei canti del servo di Isaia, uno dei testi che più chiaramente esprime la difficoltà umana di riconoscere l’altro, specie quando questi è sfigurato dal dolore che gli è stato ingiustamente prodotto.

L’esperienza della fede

La vita degli altri resta insignificante – nel senso negativo del termine – sinché non diviene la porta per un passaggio alternativo che senz’altro reca a riconoscere il significato nascosto della vita stessa. È un passaggio però molto delicato e rischioso: sinché l’insignificante è oggetto di un certo modo di intendere la carità e l’amore, si corre il rischio di banalizzare il bene e la stessa carità.

Spesso ci basta beneficare gli insignificanti –rimetterli un poco in sesto nella loro insignificanza – restando sulla superficie dell’umano. Mentre nella loro profondità queste persone – ritenute insignificanti – hanno qualcosa da dire per cambiare le cose e per cambiare noi stessi: ogni essere vivente è maestro o maestra.

Nella Chiesa – e non solo – sono chiaramente presenti moti di carità per le classi sociali più deboli, ma non ancora o non sempre perché diventino interlocutori autentici nella ricerca di un mondo alternativo. Ormai non possiamo più presumere di pensare solo noi (occidentali) questo nuovo mondo. La mia ode dell’insignificanza ha dunque questo significato: non possiamo continuare a voltare la faccia da un’altra parte.

  • C’è una profezia in quel che scrivi? 

La profezia chiama alla conversione. Abbiamo un gran bisogno di “rivoltarci” e di farlo ascoltando gli altri. La verità è immensa ed ha bisogno di tutti per manifestarsi. Vorrei perciò la profezia di una Chiesa meno preoccupata di sacramentalizzare la vita e più interessata a riscoprire i sacramenti della vita, ossia come la vita stessa, nelle sue infinite espressioni, sia rivelatrice.

Vorrei vedere un forte desiderio di cogliere la bellezza negli altri, nella diversità: non per diventare tutti uguali ma per scoprire che, nella diversa bellezza, c’è qualcosa di comune. Per esperienza, noto che le cose cattive e brutte sono brutte per tutti e le cose più buone e belle sono belle per tutti.

“Fratelli tutti”, in arrivo la prima edizione commentata con l’introduzione del vescovo Bruno Forte

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(dal Sito SETTIMANA NEWS)

In libreria il 12 ottobre. Commenti di Piero Stefani, Massimo Giuliani, Massimo Campanini, Roberto Rusconi, Chiara Frugoni, Fulvio De Giorgi, Salvatore Natoli, Mauro Ceruti, Pier Cesare Rivoltella, Arnoldo Mosca Mondadori

 

ROMA. Sarà in libreria a partire dal 12 ottobre la prima edizione commentata della nuova enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale”. Il volume, per i tipi di Scholé, marchio della Morcelliana (pp. 240, euro 12), è introdotto dal vescovo teologo Bruno Forte che sottolinea come in questo testo il Pontefice riproponga quanto a lui sta più a cuore: «Da una parte riprendendo la centralità del tema della fede e della vita teologale, dall’altra ribadendo il valore di un’etica e di una spiritualità ecologiche, ma soprattutto concentrandosi su quel cuore del Vangelo di Gesù Cristo che è la fraternità». 

Dopo il testo integrale di “Fratelli tutti”, dove il Papa avverte che «prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi» e ripete che il Covid 19 ci ha ricordato che «nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme», seguono gli interventi di noti studiosi. Ovvero il biblista Piero Stefani (“Fratello, tra Antico e Nuovo Testamento”); l’ebraista Massimo Giuliani (“Fratellanza e amicizia sociale in prospettiva ebraica”); l’islamologo Massimo Campanini (“Fratellanza umana e appartenenza religiosa nel Corano”); lo storico del cristianesimo Roberto Rusconi (“Il santo chiamava fratelli cristiani i lebbrosi”); la medievista Chiara Frugoni (“Comprendere e non giudicare. Un aspetto della fratellanza di san Francesco”); lo storico dell’educazione Fulvio De Giorgi (“Una pedagogia dell’amore politico”); il filosofo Salvatore Natoli (“Cristianesimo come etica universale?”); l’epistemologo Mauro Ceruti (“La rotta della fraternità, nel tempo della complessità”); il pedagogista Pier Cesare Rivoltella (“Fratellanza come saggezza digitale”); il poeta e scrittore Arnoldo Mosca Mondadori (“Lo sguardo di Cristo sul mondo)”. 

Le loro sono analisi e interpretazioni a tutto campo, realizzate da diverse angolazioni, utili a penetrare l’enciclica e a dar conto delle radici bibliche, della teologia e della spiritualità, della storia, del rapporto con ebraismo e islamismo, e di altro ancora mai estraneo alle domande religiose, ma anche sociali e filosofiche di questo documento rivoluzionario. Un testo che riposiziona quello che è forse il tema cristiano per eccellenza, la fratellanza/sorellanza, al centro del mondo contemporaneo, declinato con estrema attenzione insieme in riferimento alle altre religioni, alla pace, al lavoro, ai diritti (compreso quello della proprietà), ma anche al perdono, alla memoria, alla solidarietà. Senza dimenticare l’attuale ruolo della politica, della cultura, della comunicazione. 

Una pluralità di punti di vista che mette in luce la ricchezza della terza enciclica di Papa Francesco, quella maggiormente densa e personale, firmata ad Assisi, la città del Santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti, Francesco, che «si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». Un messaggio inviato al mondo aprendo «al dialogo con tutte le persone di buona volontà», mettendo alla base del pensiero e di ogni azione «l’idea che tutto è connesso», come spiega qui l’epistemologo Ceruti. 

In un tempo ancora segnato dalle paure e dalle difficoltà legate all’«inattesa pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze», e in una fase cruciale del suo pontificato tale da far scrivere in queste pagine al filosofo Natoli: «Se questo – mi permetto di osare – fosse l’ultimo Papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso?».

 

Fratelli tutti: una sfida all’American Way of Lif

 
 

Papa Francesco dedica il secondo capitolo della sua nuova enciclica sociale, Fratelli tutti, a una meditazione sulla parabola del buon samaritano. In tal modo, offre una lente teologica e morale convincente per comprendere il nostro mondo, esaminare la nostra coscienza e trovare un percorso verso la fraternità universale e l’amicizia sociale.

Descrive i vari personaggi della parabola: ladri che picchiano e lasciano un uomo a soffrire per strada, sacerdoti e tipi religiosi che si allontanano dall’altra parte in modo da non dovergli passare accanto. Poi arriva lo straniero, uno straniero totale, che dà la sua tenerezza, il denaro e il tempo per prendersi cura della persona ferita.

Il papa chiede: “Con quale di questi personaggi ti identifichi? Questa domanda, per quanto schietta, è diretta e incisiva. Quale di questi personaggi ti assomiglia?”.

L’enciclica e gli Stati Uniti

Se gli Stati Uniti dovessero rispondere onestamente alla domanda, la risposta sarebbe piena di contrizione.

Il papa scrive: “Il vero valore dei diversi paesi del nostro mondo si misura dalla loro capacità di pensare non semplicemente come un paese, ma anche come parte della più grande famiglia umana”. Come si collocano quindi gli Stati Uniti?

Chi sono le persone picchiate in strada oggi? Sembra impossibile elencare ogni ingiustizia sociale che affligge la nostra società, ma Francesco ci arriva vicino. L’elenco dei mali che affliggono il nostro mondo spezzato e diviso comprende: guerra, cambiamento climatico, pena di morte, povertà, aborto, disuguaglianza, capitalismo sfrenato, razzismo, nazionalismo e disoccupazione.

E Francesco ci ricorda chi sono sempre le persone che soffrono di queste ingiustizie: i poveri, i disabili, le donne, le minoranze razziali, i migranti, i rifugiati, gli anziani, i prigionieri, i nascituri, i soli.

Gli eventi del 2020 e il fallimento dei nostri leader di essere all’altezza del momento hanno messo in luce ed esacerbato l’ingiustizia sociale profondamente radicata.

Il razzismo, il peccato originale della nostra nazione, si è dimostrato “un virus che muta rapidamente”; la pandemia di Covid-19 ha colpito tutte le comunità, ma le persone di colore e gli anziani hanno sofferto in modo sproporzionato; la devastazione economica che ne è seguita ha costretto milioni di lavoratori a basso reddito sull’orlo della disperazione, mentre allo stesso tempo la ricchezza dei miliardari è cresciuta di oltre il 25 per cento.

Quando l’altro non è dei nostri

Papa Francesco dedica una notevole attenzione alla situazione dei migranti e dei rifugiati. Nel 2019, secondo le Nazioni Unite, si contavano oltre 272 milioni di migranti in tutto il mondo. “Possiamo quindi dire che ogni paese appartiene anche allo straniero, pertanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa proveniente da altrove”, scrive il papa.

L’amministrazione Trump ha sempre cercato di frenare l’immigrazione, legale e illegale, mettendo ostacoli per i richiedenti asilo in fuga dalla violenza, tentando di porre fine al programma Deferred Action for Childhood Arrivals e rendendo più difficile per i titolari di carta verde mantenere la residenza legale negli Stati Uniti.

La fine della politica

Il papa identifica la piaga della polarizzazione politica e il crollo di un autentico discorso pubblico come motivo principale per la nostra incapacità di rispondere al momento. Francesco avverte che “cose che fino a qualche anno fa non potevano essere pronunciate senza rischiare la perdita del rispetto universale si possono ora dire impunemente, e nel più crudo dei modi, anche da alcune figure politiche”.

Fratelli tutti, quindi, al di là di un eccellente resoconto sull’insegnamento sociale cattolico, ricorda a tutte le persone la buona volontà che il lavoro contro le strutture del peccato sociale va di pari passo con la crescita personale e individuale della virtù. Questo papa ha costantemente incoraggiato i credenti a seguire Cristo nelle periferie della società, e ci ricorda in questa enciclica che “alcune periferie ci sono vicine, nei centri cittadini o all’interno delle nostre famiglie (…). Ha a che fare con i nostri sforzi quotidiani per espandere la nostra cerchia di amici, per raggiungere coloro che, anche se mi sono vicini, non considero naturalmente una parte della mia cerchia di relazioni”.

Sfiducia reciproca

Mentre la maggior parte degli americani sono d’accordo che la nostra politica nazionale sia in declino, purtroppo passa troppo spesso inosservato che anche la nostra vicinanza sociale è in declino. Come David Brooks ha detto di recente in un saggio per The Atlantic, “la fiducia interpersonale è in declino catastrofico.” Solo il 30 per cento degli americani ritiene che “la maggior parte delle persone può essere attendibile.”

Siamo ad alto rischio di non sapere cosa affligge anche la persona accanto a noi. La maggior parte degli americani conosce solo relativamente pochi dei loro vicini, e quasi nessuno li conosce tutti. È un problema anche il fatto che gli americani hanno perso la fiducia nelle istituzioni. Questo paese sarà ingovernabile e invivibile se tutti noi perdessimo la fiducia l’uno nell’altro.

In una pandemia che ha dimostrato quanto sia limitata la protezione offerta dai confini nazionali, le parole del papa colpiscono al cuore. Ma le sue opinioni potrebbero anche rivelarsi preveggenti. Il nazionalismo aumenta; il mondo è minacciato da armi da guerra nelle mani di leader roboanti i cui falsi populismi prosperano sul conflitto e sulla divisione. Francesco avverte: “spesso possiamo ritrovarci a soccombere alla mentalità dei violenti, degli ambiziosi ciechi, di coloro che diffondono sfiducia e menzogne”.

Ma, come Gesù, che non era estraneo alle lotte politiche e alla violenza, Francesco è risolutamente fiducioso: “altri possono continuare a vedere la politica o l’economia come un’arena per i propri giochi di potere. Da parte nostra, promuoviamo ciò che è buono e mettiamoci al suo servizio”.

Sicuramente, gli Stati Uniti hanno fatto molto di buono nel mondo. Ma tutto questo è vano senza una presa di coscienza nazionale sulla crisi politica e spirituale in cui siamo precipitati.

Cattolici negli Stati Uniti

Fratelli tutti, letta durante un anno elettorale, ricorda che l’insegnamento sociale cattolico offre una profonda sfida alla coscienza nazionale, ma contiene anche i semi di una conversione nazionale.

Durante la candidatura presidenziale di John F. Kennedy, gli elettori si preoccuparono che Roma si sarebbe infiltrata nei massimi livelli del nostro governo. Ora, un candidato presidenziale propaganda con orgoglio la sua fede cattolica abbracciando politiche che ignorano alcuni insegnamenti morali cattolici fondamentali; l’altro si proclama un paladino dei valori cattolici, ma probabilmente respingerebbe la maggior parte dell’enciclica del papa.

Eppure, gli americani, compresi i cattolici americani, non sembrano preoccupati che l’influenza del cattolicesimo sconvolgerà il loro modo di fare le cose. In Fratelli tutti, il papa ha inviato un monito: forse dovremmo esserlo tutti.

  • Editoriale della rivista dei gesuiti statunitensi America.

MAFALDA, CURACI TU!

(dal sito SETTIMANA NEWS)
 
Lo scorso 30 settembre, infatti, all’età di 88 anni, se n’è andato Joaquìn Salvador Lavado, universalmente noto come Quino.

Per fortuna ci è rimasta Mafalda! Della quale abbiamo ancora bisogno, tanto più in epoca di pandemia. È Mafalda-Quino infatti a ricordarci – con l’arma umile ma planetaria del fumetto – che dobbiamo prenderci cura del mondo. La bambina ribelle creata dalla matita magica di un artista come Quino si mostra infatti costantemente quanto mai inquieta sulla sorte della salute del nostro pianeta. Fin dai suoi esordi, infatti, andando a dormire, dedica una speciale buona notte al mondo, con la promessa di rivedersi la mattina, salvo, dopo breve pausa, avvisare preoccupata il mondo stesso: «Ma sta attento! Molti irresponsabili restano svegli, sai!».

Così preoccupata che, in un’altra striscia, mentre sta pensando quale sia la direzione giusta, arriva a concludere tutta sola: «Da che parte bisogna cominciare a spingere per mandare avanti questo mondo?».

Il mondo è malato (quante volte papa Francesco ci ha ricordato che non si può essere sani in un mondo infermo!), e con esso le relazioni tra le persone e con la terra. Per questo dobbiamo prendercene cura. Sono, infatti, i piccoli compagni di Mafalda, quasi ad anticipare i movimenti di protesta giovanili guidati da Greta contro il cambiamento climatico, che ci avvertono che il mondo è malato e depresso.

Dalla penna magica di Quino esce, tra le tante, anche questa storia. Siamo a scuola e la maestra sta interrogando Manuelito, che risponde bene alla prima domanda che è: «La terra ha la forma di uno…?» «sferoide» dice Manuelito. La maestra incalza: «Giusto! E il nostro pianeta presenta una leggera ammaccatura. Dov’è?». Risposta indecisa, ma sincera dell’alunno: «Nell’anima?». Cosa con cui concorda Mafalda qualche storia dopo, quando, avendo sentito dire dalla radio: «Abbiamo trasmesso le ultime notizie internazionali», volgendosi al suo amico mappamondo, conclude perplessa: «Con tanti dispiaceri non fa che dimagrire».

Sì, Mafalda-Quino è molto preoccupata per il destino del mondo! La vediamo, ad esempio, a casa, seduta ad altezza mappamondo, guardarlo e riguardarlo fino a quando non conclude con la domanda: «L’avrà brevettata Dio questa idea del manicomio rotondo?».

Dal suo punto di osservazione e da quello dei suoi piccoli amici, per rimediare alle sofferenze e alle ingiustizie diffuse, la ricetta è semplice. È quanto sostiene la piccola Libertà (perché la libertà. ai tempi della dittatura in Argentina, quando disegna Quino, è ancora piccola) che in un dialogo con Mafalda osserva: «Per me quello che non va è che pochi abbiano molto, molti abbiano poco e alcuni non abbiano niente».

Questo il problema che – sempre secondo la bambina – può essere risolto, parole sue, «se questi alcuni che non hanno niente avessero qualcosa del poco che hanno i molti che hanno poco… e se i molti che hanno poco avessero un poco del molto che hanno i pochi che hanno molto, ci sarebbero meno pasticci». E, dopo la complicata analisi del problema, a concludere: «Ma nessuno fa molto, per non dire niente, per migliorare un poco una cosa così semplice…». Sic!

In definitiva, l’attualità della creatura di Quino, se ancora ne dubitassimo, ci è data da questi “giorni cattivi”, quando una catastrofe globale può diventare lezione di vita solo se – direbbe Mafalda – scegliamo di prenderci cura del mondo, degli altri e così anche di noi stessi.

Gracias Quino! E gracias Mafalda!

RAGAZZI BAMBOCCIONI O ADULTI COLPEVOLMENTE DISTRATTI?

(dal sito politicainsieme.com )

 

La CGIA di Mestre ha valutato che in Italia sono 5.800.000 gli occupati sovra-istruiti rispetto alle mansioni loro richieste: un numero enorme e in continua crescita: di fatto un “demansionamento” intellettuale. Sempre la CGIA, giustamente, ha messo in evidenza la gravità del fenomeno perché ha ricadute molto negative anche sulla produttività aziendale, come tutti i demansionamenti.

Sappiamo da anni che la popolazione italiana è la popolazione europea  con  la percentuale più bassa con un titolo di studio equivalente almeno alla scuola secondaria di secondo grado; per contro sappiamo che molti nostri laureati sono costretti ad andare all’estero per avere una occupazione sufficientemente in linea con le loro competenze acquisite. Alcuni arguiranno che in un mondo globale non è nemmeno una notizia: peccato che il “mondo globale” sia  “ostinatamente” nazionale o addirittura locale per tante  questioni che riguardano la nostra vita quotidiana

Rimane alto l’abbandono scolastico (13,5% dei giovani), mentre le aziende faticano comunque a reperire personale per le loro necessità: in media oltre il 30% – secondo Unioncamere – nell’ultimo periodo post-Covid. Quali le mansioni ricercate? Meccanici qualificati, riparatori e manutentori di macchine, operai specializzati nelle rifiniture delle costruzioni, autisti di mezzi pesanti. Sono dati che devono interrogare profondamente chi fa o vuole fare politica.

“Bamboccioni”  è stata la infelice battuta di un noto e importante economista di qualche anno fa, riferita ai giovani “senza lavoro” o che faticano a trovare una occupazione: sbagliata non tanto e non solo nell’epiteto, ma perché espressione di una analisi superficiale, approssimata, incapace di comprendere la complessità del fenomeno e di conseguenza di suggerire possibili soluzioni Probabilmente  la maggior parte degli economisti italiani continua a pensarla allo stesso modo, pur all’interno  di in linguaggio  diverso,  reiterando una analisi insufficiente e approssimata: non è un caso che le cose peggiorano di anno in anno.

I più apparentemente attenti, colpevolizzano la scuola, a loro dire  incapace di far innamorare i giovani italiani alle “materie scientifiche” così che le scelte dei nostri giovani finiscono per essere “sbagliate”, le aziende non hanno le professionalità che cercano,  abbiamo una elevata disoccupazione giovanile, un disallineamento tra titolo di studio e impiego, elevata dispersione scolastica e mancanza di mano d’opera.

Un primo elemento da considerare nella  analisi è il sostanziale e diffuso “disprezzo”, spessissimo inconfessato e inconfessabile, presente nelle viscere profonde della società italiana verso il lavoro manuale, fenomeno che ha molteplici e complesse origini. Alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 era diffuso il desiderio nelle famiglie italiane – quelle che avevano fatto la ricostruzione – di consentire ai propri  figli  una vita meno disagevole, legata a professioni meno faticose di quelle svolte dai loro padri: contadini, artigiani, operai in fabbriche che non erano certo quelle di adesso…., che sembrava dovesse passare attraverso la acquisizione di un titolo di studio.

Contemporaneamente, la fusione  della cultura della “sinistra operaia”, popolare si direbbe adesso, con quella della borghesia radical chic che si è progressivamente strutturata  a partire  dagli anni 80, partendo da temi quali la modernizzazione sia in campo lavorativo che sociale e etico, ha introdotto –probabilmente involontariamente – un sostanziale disprezzo verso tutto ciò che fosse o potesse sembrare “umile”, legato alla “terra”, ossia alla fatica del lavoro quotidiano e alla tradizione etica e culturale degli anni precedenti: il sogno – ingenuamente post-sessantottino visto che in quel periodo stava occupando il potere proprio quella generazione – era quello di avere una unica classe radical-borghese maggioritaria, mediamente colta e aperta agli stimoli di un mondo in rapida evoluzione, dedita al recupero e alla reinterpretazione della cultura italiana, svecchiata dalle incrostazioni tardo-cattoliche e vetero comuniste, imperniata sulla idea di un progresso continuo, reso possibile dalla scolarizzazione di massa e dal ridimensionamento del potere della vecchia borghesia liberale e “padronale” (concetto scippato alla “vecchia classe operaia”), attraverso un predominio culturale di natura intellettuale, fondato sullo scientismo, all’interno del quale i vecchi concetti solidaristici – sia di derivazione cattolica che comunista – venivano man mano sostituiti dal primato dell’individualismo, a tratti ecologista, a tratti pseudo-solidale, a tratti semplicemente edonista.

Per quanto riguarda la scuola, la spinta è stata verso una rapida diffusione dei percorsi di laurea: tutti dovevano poter accedere alla università (giustamente), la scuola superiore  è stata progressivamente “liceizzata” e l’università, incapace di ripensarsi nel suo nuovo ruolo, ha finito per diventare, salvo eccezioni, una sorta di “liceo avanzato”: nonostante tutto, il livello qualitativo della maggior parte dei ragazzi laureati continua a rimanere elevato, come è dimostrato anche dagli apprezzamenti che vengono ottenuti quando i nostri giovani emigrano all’estero. All’interno di questa evoluzione culturale, governata da questa nuova classe borghese e radical chic, tutti – o almeno la maggior parte degli italiani – sarebbero stati liberati dalla oppressione del lavoro manuale, umiliante e faticoso perché espressione di un capitalismo opprimente e ingiusto: non a caso si teorizzava che “arte – cultura e ambiente” – ossia il terziario avanzato – avrebbero definitivamente sostituito il comparto manifatturiero come fondamento economico del paese: e “cultura” veniva poi declinato a livello popolare con “lavoro intellettuale”.

Essere “piccoli imprenditori” dagli anni ’90 in poi non era più il  segno di un riscatto da una dura condizione precedente, ma quasi una vergogna, specie se fondato sul lavoro manuale o manifatturiero: l’ accanimento, anche fiscale, verso artigiani e piccoli imprenditori forse ha trovato origine anche in questo schema di pensiero.

La risposta sociale che coerentemente e conseguentemente si è progressivamente affermata è stata quella di una diffusa spinta a cercare nel “lavoro intellettuale” o al più nella tecnologia digitale la strada per una emancipazione dei figli, dando per scontato che il progresso economico e quindi il benessere personale e famigliare sarebbe continuato senza sosta secondo una progressione lineare: i mafiosi e i politici – ladri o inetti erano i colpevoli dei  problemi che man mano  si evidenziavano. La stagione del berlusconismo, che pure ha ancora più radicalizzato l’”intellighenzia” radical – chic  ossessionata da questo rigurgito di “incultura” che riaffiorava, non è stata in realtà una cesura con buona parte dei pensieri culturali succintamente sopra richiamati, ma un tentativo di temperare alcune estremizzazioni culturali che una parte della nuova borghesia radicaleggiante, forse senza approvarle sino in fondo, aveva lasciato che si affermassero: una sorta di regolamento di conti interno al pensiero culturale dominante

Un altro fenomeno, questa volta di importazione, a partire soprattutto dagli anni novanta si è prepotentemente sovrapposto al travaglio italiano: la finanziarizzazione della economia, che si è rapidamente imposta con il pudico nome di “globalizzazione” (fenomeno complesso e per certi versi ineludibile, ma che non sarebbe mai  esploso con tanta rapidità se non fosse stato funzionale  alla finanziarizzazione della economia).

Non più l’imprenditore – piccolo o grande che sia, artigiano o contadino – su cui poggiare sviluppo e equilibri sociali, ma i grandi gruppi finanziari, di cui il “trader” era l’icona più facile da rappresentare a livello popolare ( “the wolf of wall street” ha offerto anni dopo uno spaccato di quella realtà): la Borsa è diventata l’indicatore che dettava i tempi e i  ritmi del vivere: non c’era TG che non si aprisse con i dati giornalieri di Borsa, come se tutti avessimo “azioni” da controllare….. Il vivere e il suo significato nelle mani di una oscillazione percentuale di valori a ben vedere “astratti”, fondati su transazioni intra-die derivanti da giudizi volatili  e da algoritmi matematici.

La Borsa è velocità, è immediatezza, è calcolo, è opportunità, è astuzia, è cattiveria, è abilità e competenza: l’indicatore è la rapidità del guadagno, profitti che si devono materializzare subito, in pochissimi mesi, anzi in pochi giorni o settimane.

Non più quindi “lavoro intellettuale”, ma guadagno rapido e immediato, sempre più distante dal lavoro manuale e cioè “umile”, riservato ai perdenti,  agli incolti, agli immigrati,  a chi non era capace di scuotersi di dosso il vecchiume del passato: e sul piano sociale questa velocizzazione  ben si sposava con un benessere sempre più ostentato, internazionalizzato, scintillante di mode e novità, di solito durevoli lo spazio di un mattino,  semplici bit all’interno di una rete globale velocissima e interconnessa, con il week-end assunto definitivamente a icona della qualità della vita, accanto alla movida festaiola e modaiola, di cui non si può fare a meno nemmeno in tempi di Covid.

Questo è lo scenario in cui siamo immersi: nemmeno la crisi del 2009 ha scosso le nostre certezze, semmai ha radicalizzato la ricerca di capri espiatori per giustificare intoppi o “situazioni impreviste”: non più solo corrotti, mafiosi e politici, specie se in combutta, ma la caccia al malfattore si è estesa a larghi settori della popolazione, dall’evasore fiscale, al furbetto del cartellino, alle combine sistematiche in tutti gli atti di governo e in tutte le attività produttive, fino al punto da idolatrare la “trasparenza meritocratica” costruita su algoritmi di calcolo, meglio se in mano alla onnipotente volontà della “rete”.  Non che non ci fossero e non ci siano elementi di disonestà e malaffare, ma mai si è impostata una riflessione un po’ più approfondita di fronte a risultati non allineati alle  aspettative.

Se questo è lo scenario, c’è forse da stupirsi che l’idea di lavoro, della fatica del lavoro, sia diventata estranea alla nostra cultura? Lavorare quel poco che basta per avere il tenore di vita adeguato, possibilmente in attività assimilabili a quelle di tipo intellettuale (lavori non manuali), meglio se garantite a vita: dopo la pizza e la pasta, questo è diventato il pensiero che unisce tutti gli italiani, senza distinzione di latitudine, specie tra i più giovani.

Sappiamo bene che la realtà non è così: ma il “sentiment” diffuso, o almeno il desiderio, è quello.

Perché mai solo “i bamboccioni” o i “choosy” nella versione del ministro Fornero, dovrebbero avere una idea e un progetto di vita differente? Scegliere lavori manuali, rinunciare ad attività di poco impegno, non pretendere rapidi guadagni da spendere in interminabili “movide festaiole”?

E infatti, i nostri giovani, sono l’esatta espressione del nostro attuale pensiero sociale collettivo: non l’hanno creato loro, si sono adeguati! A loro nessuno pensa con “amore” (“amare” vuol dire presentare le cose per quelle che sono, senza isterismi o drammatizzazioni, ma anche secondo un rigoroso principio di verità, alla luce delle conoscenze acquisite): la materializzazione perpetua dei “vantaggi” della finanziarizzazione dell’economia possono sussistere solo saccheggiando il pianeta e creando masse enormi di “scartati”, di cui una parte sempre più numerosa abiterà anche le nostre città.e Solo il pensiero radical – chic, colluso con chi ha voluto questa trasformazione finanziaria usando “sovranismi e populismi” che stanno spazzando via ogni idea di società solidale e trasnazionale  per consegnare  ricchezza e potere in pochissime mani, continua a far credere che solo la corruzione, le mafie e il malaffare determinano lo sfruttamento e la marginalizzazione: mi auguro che chi così pensa, lo creda davvero:  almeno sarebbe solo “cieco”.

Riportare il lavoro al centro, per rendere più fisiologica anche  la funzione della scuola, togliendole quel cappio che molti benpensanti continuano a metterle addosso e che la vuole destinata solo a “forgiare”  la nuova forza lavoro che serve non tanto alle aziende, ma al capitale finanziario,  disponibile a spostarsi dove sia più conveniente per favorire  rapidi e lucrosi guadagni di pochi.

Fenomeni sociali così complessi non si modificano certo in pochi anni: serve un duro lavoro, politico si sarebbe detto in passato, fatto di tanta condivisione sociale  e di azioni decise, poche ma  coerenti tra loro per modificare, lentamente, ma con tenace costanza, la direzione del “transatlantico” su cui siamo imbarcati .

“Riportare il lavoro al centro” non deve essere uno slogan, ma deve guidare la adozione di atti concreti.

Un tema fondamentale a questo riguardo è il rapporto che deve sussistere tra lavoratore e datore di lavoro:  qualunque sia  la attività da svolgere o le persone coinvolte è di fondamentale importanza il rispetto reciproco che si sostanzia nel rispetto della dignità di chi lavora – e questo riguarda un tema enorme come la sicurezza sul luogo di lavoro e le condizioni ambientali in cui si è chiamati a lavorare che vengono  ancora prima della questione economica o salariale.

Perché però queste questioni siano affrontate e fatte evolvere positivamente davvero, non sono necessari complessi atti burocratici e  formalistici che difficilmente – per quanto estesi – potranno individuare tutte le possibili situazioni da risolvere: va costruita una relazione simmetrica di compartecipazione alla soluzione del problema che – pur nelle differenti e legittime responsabilità decisionali – va aiutata da scelte politiche e normative. Un esempio: in ogni realtà produttiva andrebbe prevista la partecipazione agli organismi decisionali della azienda da parte di rappresentanti dei lavoratori e su decisioni  che impattano direttamente su questioni come sicurezza e dignità del lavoro, sarebbe buona cosa che le persone che lavorano (persone prima  che dipendenti) siano consultate direttamente: coinvolgere, spiegare, ascoltare non vuol dire  che poi chi ha la facoltà e la responsabilità  di decidere non lo debba fare, anche contro il parere raccolto

Se abbiamo imparato che “non ci si salva da soli”, il principio va applicato nelle diverse situazioni, con coraggio.

Se questa è la bussola, è necessario ammettere che legislazioni nate per tutelare principi  sacrosanti (ad esempio la legge 81) si è trasformata in un complesso coacervo interpretativo, e ha ancor più resa asimmetrica la relazione tra datore di lavoro e lavoratore, per giunta deresponsabilizzando tutte le parti coinvolte come se dignità e sicurezza si raggiungessero  attraverso formalismi o meccanismi proceduralizzati che riescono a definire tutte le possibili  variabili di sicurezza: dietro questo modello apparentemente neutro, si cela una visione meccanicistica e post-umana del funzionamento della mente e della società  degli uomini, che nega sostanzialmente libero arbitrio e conseguente capacità decisionale.

Per contrastare le aberrazioni di  un modello di determinismo meccanicista,  che poi porta Elon Musk a investire per  creare chip da inserire nel cervello, non solo e non tanto per curare, ma  per prenderne il definitivo possesso, si deve partire anche da  cose apparentemente lontanissime, ma che hanno il medesimo fondamento concettuale.

Se al centro  c’è il lavoro, la sua sicurezza e la sua dignità, vanno  coinvolti i dipendenti anche nelle questioni economiche aziendali: modi e tempi si vedranno, ma il principio è ineludibile.

Se l’azienda è solo un formalismo contabile  – e non una realtà viva di competenze, passioni umane e risorse,  tecniche e economiche -,  affinché  i capitali finanziari- spesso così vasti da essere anonimi – possano accrescere il loro valore nel continuo turbinio di contrattazioni, molto meglio che nessuno sappia o conosca, e anche i lavoratori sono solo ingranaggi insignificanti, la cui sicurezza e dignità conta nella misura in cui fa risparmiare in fastidiosi contenziosi…, Il futuro purtroppo  sarà presto quello descritto dai sequel di “stars war”, magari con finali meno ottimistici…

Che straordinaria rivoluzione se proprio le strutture  di proprietà religiosa, per prime, o di imprenditori che si rifanno alla Dottrina sociale della chiesa, con coraggio profetico, promuovessero un nuovo modo di coinvolgere nel governo delle proprie attività anche i rappresentanti di chi lavora (rappresentanza vera, e partecipazione diretta di tutti i lavoratori nelle scelte più complesse)! Ogni coinvolgimento, anche quando genera opinioni differenti o anche dibattiti e contrasti accesi, è piccolo segno di quella comunità di persone di  cui si vagheggia molto, ma di cui , , non ci sono grandi segni o esempi concreti

Tutto è coerentemente concatenato: e riprendendo la locuzione di Edward Lorenz  a proposito della teoria del Caos, “il battito di ali di una farfalla condiziona lo sviluppo di un tornado in un altro  continente, a distanza anche di giorni…”. Nel bene e nel male.

Massimo Molteni

 
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