Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

II DOMENICA DI QUARESIMA (LC 9,28-36)

trasfigurazione - Pontificio Collegio Leoniano

MOSTRACI IL TUO VOLTO

Nel vangelo della trasfigurazione, che oggi ascoltiamo nella liturgia, è Dio stesso che si rivela attraverso l’umanità di Cristo. Gesù viene trasfigurato, il suo volto cambia d’aspetto e la sua veste diventa candida e sfolgorante; e questo avviene – dice l’evangelista Luca – mentre egli pregava.

Due uomini parlano con lui: Mosè ed Elia “apparsi nella gloria”. Mosè ed Elia hanno guidato il popolo nelle tappe precedenti e hanno preparato l’opera di Cristo; ora parlano con lui. L’Antico Testamento, si può dire, fa conversazione con il Nuovo Testamento. Per capire la rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, è necessario contemplare Cristo. Reciprocamente, per capire bene l’opera di Cristo, è utile riflettere sulle prime tappe della storia della salvezza. Pertanto Mosè sul Sinai, Elia sull’Oreb ci aiutano a comprendere il senso della trasfigurazione.

“Parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. La trasfigurazione è in relazione con la passione; è una luce necessaria per poter riconoscere Gesù anche in questa. La passione è un’altra rivelazione di Dio, che ha bisogno della trasfigurazione per non apparire terrificante. Pietro, impressionato, propone di fare tre tende. La sua proposta esprime, da un lato, il desiderio di mettersi al servizio di questa apparizione e, dall’altro, quello di farla durare. Se ci pensiamo bene, tale è la nostra reazione davanti a qualche grazia speciale: vorremmo farla durare, fissarla in qualche forma umana. Non è così nel progetto di Dio: la trasfigurazione è una grazia divina che ha una sua utilità e che deve essere accolta, senza però volerci fissare in essa in modo umano.

“E allora venne una nube”. Invece della tenda fabbricata dall’uomo, è la nube che manifesta la presenza divina; “e dalla nube uscì una voce, che diceva: Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. È la parola che completa la rivelazione. Dio si rivela nel suo Figlio, la rivelazione di Dio si fa sul volto di Cristo. Sul monte viene rivelata anche la legge di Cristo: una legge diversa, trasformata, contenuta in una sola parola: “ascoltatelo”. Invece delle due tavole di pietra del Sinai, come legge abbiamo una persona da ascoltare, una persona viva; e la visione ci aiuta ad aderire a questa persona. Chi ha riconosciuto il Figlio di Dio, lo ascolta, lo segue, è pronto a seguirlo fino alla risurrezione, attraverso la passione.

I DOMENICA DI QUARESIMA (LC 4,1-13)

Papa Francesco, il nemico n° 1 è Satana: lo ha citato più lui in 5 anni  che...

 

UNITI AL MISTERO DI GESÙ NEL DESERTO

La Quaresima che abbiamo iniziato ci ricorda innanzitutto il mistero di Cristo nel deserto. Scrive infatti il Catechismo della Chiesa cattolica: «La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima» (CCC 540). Ora, la parola “deserto”, nella continuità e discontinuità con l’Antico Testamento, è evocatrice di luogo privilegiato e d’un tempo provvidenziale, d’un evento biblico: l’esodo e la liberazione-salvezza per 40 anni, l’Assoluto di Dio nelle prove e le necessità vitali, la nascita del popolo e la presa di coscienza della sua vocazione, la pasqua, la Terra promessa, la fecondità…

Anche Gesù, per quaranta giorni nel deserto, vive un’esperienza di pienezza divina. E come Israele, anche lui è provato durante questo periodo. Il diavolo, da parte sua, come in un ultimo assalto, cerca di mettercela tutta e attraverso tre tentazioni (numero che indica enfasi ed intensità!) lo mette alla prova. Queste tre tentazioni sono dunque il “condensato” delle prove affrontate da Gesù; esse - si può legittimamente affermare - rappresentano allora “ogni genere di tentazione”. Vediamole in dettaglio.

Prima tentazione: cambiare una pietra in pane, basterebbe una sola pietra diventata pane a saziare la fame. La risposta di Gesù è breve: “l’uomo non vivrà di solo pane”. Gesù vuole vivere la sua realtà filiale come uomo che accetta la sua esistenza da Dio, che non pretende di esistere da se stesso.

Seconda tentazione: il diavolo scimmiotta le parole che Dio rivolge al re (messianico) appena diventato figlio suo: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (cf. Sal 2). Il diavolo personifica l’irrefrenabile sete di potere insita nell’uomo, soprattutto nei “grandi” di questo mondo. Ma Gesù risponde recitando parte dello Shema’ (Dt 6,13), la preghiera che il giudeo recitava tre volte al giorno; e così il Messia solidarizza con coloro che riconoscono la loro dipendenza da Dio solo.

Terza tentazione: ambientata a Gerusalemme, la Città santa, rappresenta il culmine delle tentazioni. Non a caso, nell’ultimo assalto, il diavolo si serve di una parola della Scrittura (Sal 90) che proclami la fiducia dell’uomo giusto nella protezione divina. È una tentazione molto sottile, perché è in gioco il rapporto filiale di Gesù, la sua relazione personale con il Padre. La risposta di Gesù («È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”») mostra la sua piena fiducia filiale in Dio nell’obbedienza quotidiana, come uomo che non aspetta privilegi sociali e interventi straordinari, ma accetta la volontà di Dio fino in fondo.

La Quaresima si apre così davanti a noi come tempo privilegiato per sperimentare questa Signoria di Dio. La conversione che ci è richiesta non è compiere atti meritori, non è neanche migliorarsi, ma è accettare l’azione di Dio aderendo vitalmente alla buona notizia che è Gesù. Scrive Andrè Louf che questo è possibile «perché Gesù, attraversando le tentazioni, vi ha deposto un seme per noi, un seme della sua forza, un seme del suo no alle vie di morte mascherate con le lusinghe del mondo, un seme del suo al Padre, a un amore fino all’estremo...».

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,39-45)

La pagliuzza e la trave. Commento al vangelo della VIII domenica del T.O.  (Testo e video TV2000) – La parte buona

TUTTO SI GIOCA NEL CUORE

           

            È il tema della figliolanza che ritorna prepotentemente in questa pagina di vangelo, proprio attraverso le diverse immagini di cui essa si compone. L'intera parabola è totalmente dedicata alla filiazione e, in modo ancora più preciso, alla paternità del discepolo: deve infatti vedere chiaro per poter guidare i suoi figli, essere un buon albero per avere dei buoni frutti, essere l’architetto che costruisce sulla roccia l’assemblea dei discepoli.

            Si tratta, dunque, di una parabola che richiama ogni discepolo di Gesù alla personale responsabilità educativa di essere testimone credibile dell’insegnamento del Signore. Una responsabilità che, innanzitutto, il credente ha verso se stesso prima ancora che verso gli altri: infatti, solo vivendo gli stessi atteggiamenti e comportamenti del Maestro e, di conseguenza, sono nell’usare la misura della misericordia con tutti, egli potrà davvero divenire a sua volta un maestro “ben preparato” (6,40), dal momento che Gesù stesso rimane il modello di comportamento insuperabile al quale il discepolo cerca di avvicinarsi nel suo proprio agire.

            È certamente un appello alla coerenza e alla consapevolezza della propria fragilità contro ogni ipocrisia; un appello, cioè, alla necessità di una personale conversione che possa pian piano far riacquistare la vista e che, per questo, ha necessariamente come punto di partenza il cuore.

            Tutto si gioca nel cuore. Ciò che l’uomo pronuncia viene dal suo profondo, dietro la parola c’è l’essere umano responsabile di ciò che dice e il valore da accordare alle parole dipende soltanto dalla qualità del cuore. Un buon discepolo, una buona guida potrà, allora, sì riconoscersi dalle sue parole, ancor più dalle sue azioni ma, soprattutto, dal suo avere in Cristo, unico Maestro, il fondamento solido cui aggrapparsi nel momento della prova (cfr. 6,47-49).

            Si potrebbe, a questo punto, quasi azzardare l’idea di un itinerario «obbligato» per il credente che, liberamente, decide di mettersi alla sequela di Gesù: un itinerario in cui l’«ascoltare», passando prima per il cuore, luogo della conversione, si lega al «fare», in un cammino che vede queste due azioni o, meglio, questi due atteggiamenti, strettamente uniti senza possibilità di scissione l’uno dall’altro.

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,27-38)

A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici"

RISPONDERE AL MALE CON IL BENE

           

Il comandamento dell’amore è un comandamento classico in tutta la scrittura, a cominciare da «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18) e naturalmente nel Vangelo.

Quando si arriva all’amore dei nemici il comandamento dell’amore è dilatato all’estremo, è dilatato fino al paradosso, oltre quello che si possa immaginare, perché di fatto la saggezza vera – dice tutta la tradizione sapienziale greca – è fare del bene agli amici e combattere i nemici; fare del bene ai nemici è semplicemente stupido!

Da dove viene allora l’invito ad amare i nemici? Dall’esempio di Gesù! Egli ha fatto così! L’esortazione «pregate per coloro che vi trattano male» si ritrova realizzata nella preghiera di Gesù per i crocifissori nel racconto della passione: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Ma dietro al comportamento di Gesù e quindi all’esortazione c’è la logica di Dio, perché Dio opera il bene nei confronti di tutta la creazione: l’amore di Dio è un amore creativo, non suppone la bontà della creatura, ma la ma la crea, la produce. Dio gode nel comunicare la sua bontà e, dove c’è una realtà creaturale priva della sua bontà, egli gode nel trasmettergliela.

L’immagine di chi pone l’altra guancia è così strana che può facilmente essere messa in ridicolo. In realtà ciò che il vangelo ci chiede è di essere autenticamente umani e cioè di non reagire ai comportamenti che subiamo in modo meccanico ed istintivo.

Secondo una legge della meccanica “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, tra l’azione e la reazione non c’è spazio: appena l’azione è compiuta la reazione scatta. Ma questo non è ciò che è tipico dell’uomo! Tra l’azione ricevuta e la risposta c’è nell’uomo uno stacco, c’è il momento della presa di coscienza, della riflessione, in cui l’uomo prende in mano sé stesso e decide che tipo di risposta vuole dare. La risposta non è semplicemente speculare, ma dipende dai valori della persona, da quello che la persona ritiene che sia importante e primario nel suo comportamento.

Nel nostro caso questa risposta è attenta a non rispondere alla violenza con la violenza; nasce quindi dalla consapevolezza che la violenza non produce in ogni modo del bene; nasce da una scelta di essere benefico, nel senso di creatore di bene, produttore di bene: uno che riceve il male e risponde con il bene è un creatore, non ha semplicemente lasciato passare il male che ha ricevuto, ha prodotto del bene dove non c’era, ha cambiato la qualità dell’esperienza.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,17.20-26)

Vangelo Archives - Arcidiocesi di VercelliRICCHI DELLA FELICITA’ DI DIO

      Nel vangelo di Luca le beatitudini hanno un tono diverso rispetto a Matteo, in primo luogo perché sono quattro anziché otto e poi perché sono accompagnate da quattro guai che hanno una funzione ammonitoria. È come un ultimo appello che viene lanciato perché l’ascoltatore riesca a modificare la sua condizione che viene presentata come pericolosa.

            Gesù annunzia il Regno di Dio e viene dunque instaurato un potere che ha coordinate diverse da quelli mondani. Il potere mondano è definito secondo forza: militare, economica, culturale, di comunicazione, ecc… Fino a che governano i poteri mondani, l’ottica è quella dei giochi degli equilibri politici e dei vantaggi economici. Ma se Dio viene a governare, la prospettiva è diversa. Il criterio di valore nel Regno di Dio non è l’avere molti soldi o esercitare un grande potere. Quello che conta sono invece: giustizia, amore, pace, valori cioè che corrispondono alla logica della Rivelazione di Dio, specie quella che Gesù Cristo ci ha dato. Se nella prospettiva del mondo essere miti o essere misericordiosi e puri di cuore sembra valere poco, anzi in certi momenti può essere deriso, in realtà, nel Regno di Dio, sono i valori che valgono.

            I cosiddetti “guai” non sono maledizioni, ma delle dichiarazioni di sventura. Gesù dichiara una felicità e dichiara una sventura. Nel momento in cui Dio entra effettivamente nella storia, nella vita degli uomini, avviene un capovolgimento. Succede che quelli che erano, dal punto di vista mondano, poveri si trovano arricchiti dal Signore e quelli che, dal punto di vista mondano, erano ricchi, si trovano a dovere fare i conti con una condizione di povertà, di sventura. Il povero è povero della felicità che il mondo può dare, ma diventa ricco della felicità di Dio perché Dio viene esattamente come salvatore, come colui che colma il vuoto e la carenza dell’uomo.

            Questo capovolgimento sembra un tema costante in san Luca, a cominciare dall’inizio, quando Maria esprime la sua lode nel canto del Magnificat. Nella seconda parte annuncia una rivoluzione che più evidente non potrebbe essere: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53) Questa ricchezza appartiene, insieme con lei, ai poveri di Israele, appartiene a tutti quelli che fanno parte dell’Israele autentico.

            Ebbene le beatitudini non sono uno sguardo di generica compassione, ma uno sguardo che va a rivendicare una dignità. Che hanno loro, proprio loro, i dimenticati!

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 5,1-11)

Grupos de Jesús – 5 Tempo ordinario – C (Lc 5,1-11) - Grupos de Jesús -

L’ACCOGLIENZA DI UNA PAROLA CHE CHIEDE ABBANDONO

           

L’inizio del capitolo 5, che oggi la liturgia ci presenta, ci porta ad una novità importante del cammino di Gesù. Finora egli si è incontrato con le folle, e continuerà a farlo. Ma inizia qui la memoria di una relazione più diretta e specifica con le persone. Un loro coinvolgimento, una chiamata, e quindi il formarsi di un gruppo. Tali persone si qualificheranno come “discepoli”, e alcuni di loro come “apostoli”. Sono gli inizi di quella comunità che verrà chiamata “chiesa”. Gesù e Simon Pietro si erano già conosciuti. Gesù era entrato infatti nella sua casa dove si era incontrato con la suocera malata (Lc 4,38-39). Ora lo prega di scostarsi un poco da terra per consentirgli di insegnare alle folle dalla barca.

Ora, ancora di più, Gesù entra nella vita e nella vicenda di quest’uomo, invitandolo a prendere il largo e a gettare le reti. E non a caso Pietro a questo punto fa una dichiarazione molto importante: “…sulla tua parola getterò le reti”. Aderisce alla richiesta di Gesù sottolineando l’infruttuosità di una notte faticosa e senza pesci. La fede - è il caso di sottolinearlo bene - parte sempre dalla storia concreta delle persone con l’accoglienza di una parola che chiede pienezza di abbandono contro tutta l’esperienza che di quella storia si è fatta.

Il contrasto tra il nulla precedente e la sovrabbondanza della pesca fatta gettando le reti sulla parola di Gesù, provoca la bellissima reazione di Simon Pietro: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Possiamo cogliere in questa reazione di Simone il dato profondo dell’evento della fede. La nostra condizione di poveri peccatori non si manifesta per un’evidenza razionale e per un confronto con una norma, ma per l’incontro con la luce del Signore che “rivela” la povertà della nostra condizione umana. È la “crisi” salutare che apre la strada della salvezza e della vita nuova.

È quello che Gesù annuncia a Pietro con una frase misteriosa – “d’ora in poi sarai pescatore di uomini” – ed è l’inizio di un nuovo volto della vita, che si lascia alle spalle tutto quello che era e che si aveva prima.

 

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 4,21-30)

Nessun Profeta è bene accettato nella sua patria - Caritas diocesana

GESÙ, EVANGELIZZATORE MANCATO

           

Dopo che Gesù nella sua città ha letto ai suoi concittadini il brano di Is 61,1-2 e ha spiegato che essi in questo momento hanno sperimentato il compimento di questa parola di Dio, troviamo da parte degli abitanti di Nazaret una duplice e contrastante reazione, prima di meraviglia e poi di indignazione. In un primo tempo la reazione della gente è molto favorevole: “essi - dice il testo - erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Poi molti si chiedono: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, riconoscendo in Gesù uno di loro e prendendo un atteggiamento possessivo.

Gesù lo intuisce: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Ciò che ha fatto a Cafarnao, la gente vuole che lo faccia adesso nella sua patria. Gesù non può accettare questo atteggiamento. Non accetta un amore possessivo, ma invita gli abitanti di Nazaret ad avere il cuore aperto, a pensare agli altri, non a se stessi. Perciò dice: “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. E porta due esempi: quello di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e la siccità provocò una carestia tremenda. C’erano in quel tempo molte vedove in Israele – il paese di Elia -, ma a nessuna di essa fu mandato il profeta, se non a una vedova straniera. Secondo esempio: quello di Naaman, il siro; tra molti lebbrosi in Israele fu purificato uno straniero, non un israelita. Ecco il modo di comportarsi di Dio. Questo messaggio non è accettato dai compaesani, anzi provoca un’amara delusione. L’amore possessivo si trasforma alla fine in odio, perché deluso.

Quest’episodio, come si può immaginare, è un anticipo della reazione del popolo giudaico: perché i discepoli di Cristo hanno propagato la buona notizia, cioè hanno proposto il messaggio di liberazione ai pagani, la maggioranza dei Giudei si sono rivoltati contro di loro.

Certo, per Gesù sembra non essere un bell’inizio del suo ministero. Commenta a tal proposito il card. Martini: «Non finisco di stupirmi perché Luca cominci la presentazione dell’attività pubblica di Gesù con un episodio che si potrebbe intitolare: “Gesù evangelizzatore mancato”. Gesù non è riuscito, non si è fatto capire, non si sono intesi e ha dovuto partire in tutta fretta… Perché questo modo strano di presentarsi di Gesù secondo il Vangelo?...» (L’Evangelizzatore in san Luca, 24-25).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 1,1-4; 4,14-21)

Commento al Vangelo del giorno – 24 Gennaio – Oggi si è compiuta questa  Scrittura!

LUCA, UN VANGELO PER DIVENIRE SALDI NELLA FEDE

           

Iniziamo con questa domenica la lectio cursiva del terzo vangelo che ci accompagnerà durante tutto l’anno. La liturgia ci offre tre brani introduttivi: il prologo del vangelo (1,1-4); i versetti redazionali che introducono la sezione del ministero in Galilea (4,14-15) e il discorso nella sinagoga di Nazareth (4,16-21; il resto del racconto lo leggeremo domenica prossima con i vv. 22-30).

Nel prologo Luca rivela di non essere il primo a scrivere un Vangelo, quando rende noto a Teofilo, il suo destinatario, che altri hanno già compiuto l’impresa che egli si accinge a fare. Ci tiene inoltre a precisare che la sua opera è il frutto di ricerche accurate, basate sulla testimonianza oculare, che si è formata a partire dall’esordio del ministero di Gesù e del suo ingresso nella storia degli uomini. Teofilo, “l’amante di Dio”, modello del lettore di ogni tempo, non è un destinatario passivo, bensì è invitato in prima persona a “rendersi conto della solidità degli insegnamenti che ha ricevuto”. In altre parole, con il suo racconto Luca non intende rendere più erudita la fede di Teofilo, ma anche e soprattutto di renderla più forte nella testimonianza.

A differenza degli altri sinottici, il terzo evangelista sceglie di iniziare il racconto della predicazione pubblica di Gesù con questo episodio nella sinagoga di Nazareth. Quanto avvenne a Nazareth non è dunque solo la prima uscita pubblica di Gesù, ma il programma della sua vita, il manifesto della sua missione e della sua identità. Questo episodio infatti rivela chi è Gesù, cosa farà e come lo farà, e mette in luce la reazione dei suoi contemporanei, prefigurando anche la fine tragica della sua vita, con il rifiuto e la morte causata da coloro che invece avrebbero dovuto accoglierlo.

Gesù a Nazareth, quel giorno, leggendo le Scritture, e precisamente il profeta Isaia, vede nelle parole del profeta descritto quello che era accaduto a lui, e riconosce nella missione del profeta quella che doveva essere anche la sua missione. E la sua missione sarà essenzialmente quella di “portare il lieto annuncio ai poveri”, coloro cioè che sono beati e ai quali appartiene il Regno di Dio (cf. Lc 6,20), coloro che vivono in situazione di disponibilità a ricevere, come chi ha bisogno di tutto per vivere, e che hanno anche la disponibilità a dare, come la povera vedova.

Nella persona e nell’opera di Gesù tutto è determinato da Dio. Dio stesso si volge al suo popolo per mezzo di Gesù. Perciò la presenza di Gesù, oggi, è un momento di grazia particolare.

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 2,1-11)

 El agujero en la flauta: Giovanni 2, 1-11

L’INIZIO DEI SEGNI

           

            Con il termine “epifania” i cristiani, nel III secolo, non indicavano soltanto la manifestazione di Gesù ai magi, ma tutte le manifestazioni divine (miracoli, visioni, ecc.) di Gesù Cristo, e in particolare tre, come riporta il “Martirologio Romano”: «La triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria».

            Il segno di Cana, che la liturgia ci propone all’inizio del tempo ordinario, è infatti un segno messianico, attraverso il quale Gesù manifesta direttamente la sua potenza e la sua bontà, suscitando la fede dei suoi discepoli, come rileva la conclusione del brano: «Così Gesù diede inizio ai segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui». È un segno che mostra in modo impressionante la generosità di Gesù, la sua bontà piena di comprensione per i desideri del cuore umano. È un miracolo un po’ particolare, perché non indispensabile, ma utile per continuare la festa.

            Che cosa avranno capito i discepoli di questo primo miracolo? Hanno capito che Gesù era il Messia scelto da Dio e che stava inaugurando i tempi messianici. Quest’abbondanza di vino, questa gioia umana delle nozze facevano parte dell’attesa dei tempi messianici. Nell’Antico Testamento, in molti passi profetici, Dio deve privare il suo popolo della gioia delle nozze e dell’abbondanza del vino, perché è stato infedele all’alleanza; per questo le nozze non si possono celebrare.

            La gloria che i discepoli vedono è la gloria divina che segna l’opera di Gesù Messia. Evidentemente l’abbondanza materiale è soltanto un aspetto di quei tempi, e così la gioia delle nozze umane. Il Messia deve anche far scomparire il male, assicurare il regno della giustizia e propagare la pietà, dare il vino della sapienza.

            Grazie al Messia, le nozze di Dio con il suo popolo possono realizzarsi. In questo senso, Cana è soltanto un inizio. “È l’inizio dei segni”, dice Giovanni. Un inizio promettente. Quelli che aspettano sinceramente la redenzione d’Israele possono riconoscere in Gesù il Messia e rallegrarsi delle nozze annunziate. «Il segno di Cana - scrive I. de la Potterie - diventa così come un modello, un simbolo di tutta la vita di Gesù. Più che il primo dei segni, esso è “l'archetipo”, nel quale è prefigurata e già contenuta tutta la serie successiva».

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