Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Ti posso aiutare se mi aiuto per primo

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Come prendersi cura dei genitori anziani (senza ammalarsi)

Negli ultimi mesi mi è capitato davvero tanto spesso di trovarmi a parlare, sul setting o nella vita di tutti i giorni, con persone che mi portavano come problema o disagio, l’accudimento dei propri genitori. Seppur le situazioni fossero tra loro molto diverse, molti degli aspetti che raccontavano erano comuni e tante erano le emozioni che trapelavano dai loro racconti. Se da un lato era evidente la stanchezza, la sensazione di impotenza, il desiderio di essere alleggeriti da tanta responsabilità… dall’altro i sensi di colpa per non essere disponibili in ogni istante, la difficoltà nel chiedere aiuto, il doversi giustificare per voler stare una giornata in relax o con la propria famiglia… condizionavano a tal punto il quotidiano da non permettere, spesso, alcun tipo di attività al di fuori di quelle che riguardassero propri cari anziani.

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La vita si sa, è una ruota che gira e questo non è solamente un modo di dire, ma piuttosto è un dato di fatto. Si vive correndo e spesso non ci si accorge nemmeno degli anni che passano e che le persone che ci sono accanto invecchiano. E così in un attimo ci si ritrova con i genitori anziani che hanno bisogno di noi, delle nostre cure, delle nostre attenzioni e noi non eravamo pronti, anzi… piuttosto distratti, non ci avevamo nemmeno pensato a questa possibilità! Altre volte invece ci si è preparati a questa evenienza, ma comunque non ci si aspettava di vivere tante situazioni ed emozioni così contrastanti insieme.

Nella società di oggi, quando si hanno i nonni in piena salute, spesso è una grande fortuna: ci aiutano nel gestire i figli, la casa, gli animali domestici… ci supportano nei momenti di difficoltà, ci fanno la spesa se non abbiamo fatto in tempo, magari fanno perfino la fila alle poste o in banca al posto nostro!

…ma con il passare del tempo, le cose possono cambiare e così i ruoli, quasi improvvisamente, possono invertirsi.

Trovarsi ad essere genitori dei propri genitori, imparare a prendersi cura dei nostri papà e delle nostre mamme… non è scontato, anzi. Molte volte è doloroso, faticoso: emozionalmente e fisicamente assorbe incredibili energie vedere trasformata una relazione familiare in una relazione di aiuto.

Come fare dunque per affrontare al meglio questa situazione?

Iniziamo con il riconoscere ed accettare questo momento della vita come ad un passaggio. Accogliere la vecchiaia dei propri genitori implica tanti aspetti e tra questi: il dover accettare che non si è più “figli”, ma adulti che dall’essere accuditi devono accudire a loro volta, prendere delle decisioni, amministrare delle risorse, facilitare una relazione che improvvisamente si modifica. Se avvertite delle resistenze, delle difficoltà, non abbiate fretta. È naturale, ma non è scontato o facile. Siate indulgenti con voi stessi e con la persona che vi sta chiedendo aiuto. Un equilibrio si è rotto e questo richiede un tempo per potersi ristabilire in un’altra forma e con delle nuove regole.

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Se sentite di averne bisogno, chiedete aiuto. Non soltanto ad una o più figure che vi possano supportare con loro, ma ad una persona che professionalmente possa facilitare voi nel prendere consapevolezza delle emozioni che si stanno muovendo ed in quello che sta accadendo. Non sentitevi in difetto se pensate di non essere all’altezza, non crediate di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, non cercate di fare i supereroi. Si è in grado di aiutare gli altri solo quando si è sereni, quando si sta bene, quando ci si prende degli spazi per ricaricare le pile. Prendersi cura di qualcuno non significa annullarsi, ma fare in modo che all’altro giungano le nostre attenzioni in modo funzionale alle sue esigenze.

E con gli altri membri della famiglia? Quante volte l’accudimento di un genitore anziano scopre delle dinamiche tra fratelli e sorelle che erano rimaste sopite o che si evitava di guardare per non doverle affrontare? Doversi relazionare per prendere delle decisioni, gestire i momenti di convivialità, far fronte a delle emozioni forti… non sempre è facilitato quando si è in più persone. Occorre mediare, ma prima ancora ascoltare l’altro, entrare in empatia, far capire il proprio punto di vista.

Se da un lato l’accudimento implica il dover far fronte a tutta una serie di problematiche pratiche e logistiche da dover gestire a seconda della situazione, dall’altro c’è un mondo emozionale con il quale ci si deve confrontare.

Riconoscere i propri limiti è importante in una relazione di aiuto: sapere fino a dove siamo in grado di arrivare e quando è necessario fermarsi perché non si è più efficaci.

Si dice che gli anziani tornino un po’ bambini… ma anche che stanno andando in contro ad un passaggio che li spaventa. E allora perché ci stupiamo nel sentire tanta difficoltà nello stare loro accanto? Accogliamo la polarità che loro ci mostrano, le contraddizioni, il disagio con il quale ci troviamo a fare i conti, le relazioni con le quali ci dobbiamo confrontare in un’ottica di evoluzione e crescita per la nostra persona. Non siamo chiamati a rinunciare a tutto, anche se ci sembra che qualcuno ce lo chieda, ma a trovare un nuovo centro.

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

 

Come comunicare in modo efficace con i nostri bambini

Come comunicare in modo efficace con i nostri bambini

(e non solo con loro)

Nella giornata di ieri stavo navigando sui social, quando mi sono imbattuta in una immagine molto carina: su di una lavagna con il gesso vi era scritto:

5 cose da chiedere ai tuoi figli invece di “Com’è andata a scuola?”

Cosa ti ha fatto sorridere oggi?

Con chi ti sei seduto a pranzo?

Se potessi cambiare una cosa di oggi, quale sarebbe?

Qual è stata la regola più difficile da seguire oggi?

Dimmi qualcosa che sai oggi e che non sapevi ieri.

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Subito mi è venuto in mente di condividere il post, e poi ho iniziato a pensare su quanto spesso nella nostra vita ci venga spontaneo fare delle domande automatiche alle quali ci vengono, il più delle volte, date delle risposte altrettanto automatiche.

“Com’è andata a scuola?”

“Bene”

“Hai mangiato?”

“Si”

“Ti sei divertito in classe?”

“Si”

Questo tipo di “conversazione” che in apparenza ci può sembrare del tutto normale, in realtà è una non comunicazione, uno scambio di frasi piuttosto asettiche che non esprimono un contenuto, delle emozioni… non creano una connessione, un’intimità tra le parti, ma piuttosto, alla lunga, una lontananza, un distacco.

Ma cosa si intende realmente con la parola “comunicare”?

I bambini fin da piccoli iniziano a comunicare con il mondo che li circonda. In modo graduale, dapprima per esprimere i loro bisogni e poi per scambiare informazioni: attraverso lo sguardo, il pianto, il sorriso, i vocalizzi, la lallazione, le prime parole, fino ad esprimere dei concetti veri e propri… i bambini si relazionano con gli altri (adulti e coetanei) ed è importante facilitarli ed accompagnarli in questo processo perché pone loro le basi per imparare ad esternare le proprie esperienze, le proprie emozioni, le proprie richieste in modo efficace.

Comunicare con efficacia significa infatti sapersi esprimere in modo chiaro e coerente con il proprio stato d’animo, in ogni situazione e con qualunque interlocutore si ha davanti.

Una cosa semplice, no?

Quando ognuno di noi emette un messaggio lo fa servendosi di due forme di comunicazione: una verbale: la parola ed una non verbale: le espressioni del volto, la voce, la postura… Comunicare in modo efficace implica che questi due “livelli” siano tra loro congrui ed allineati. Saper gestire la propria comunicazione affinché non ci siano dei contrasti, non solo ci assicura in massima parte, man mano che cresciamo, di inviare ai nostri interlocutori dei messaggi coerenti con il nostro sentire, ma anche e soprattutto, di limitare fraintendimenti e disagi nelle relazioni.

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“La comunicazione parte non dalla bocca che parla ma dall’orecchio che ascolta.”

(Anonimo)

Uno degli aspetti più importanti per imparare una sana comunicazione è l’ascolto. Saper ascoltare chi abbiamo di fronte, saper stare in silenzio di fronte a qualcuno che ci sta parlando è la prima abilità che ognuno di noi dovrebbe apprendere e poi insegnare al proprio bambino. In “comunicazione” fare tutto ciò con presenza in modo totale, in un atteggiamento di accoglienza e non giudizio viene chiamato “ascolto attivo”.

Quante volte, fermandoci a pensare al nostro quotidiano, ci troviamo in delle situazioni dove ognuno parla, racconta il suo vissuto, afferma il suo punto di vista, ma non ascolta noi o quello che gli viene risposto? Quante volte nelle nostre relazioni ci troviamo nella condizione di poter veramente e autenticamente esprimere ciò che sentiamo?

Sia che si tratti di una conversazione in ambito personale che in ambito professionale, saper prestare realmente attenzione a quello che gli altri ci stanno dicendo è forse la prima abilità che nelle nostre relazioni può fare la differenza.

E nella pratica? Come possiamo fare per imparare o potenziare la nostra capacità di “ascolto attivo”? Innanzitutto possiamo iniziare a fare attenzione nelle nostre conversazioni a non accavallare la nostra voce a quella dell’interlocutore. Con i nostri bambini, abituiamoci per esempio a fare delle domande “aperte” che richiedano delle risposte più articolate dei semplici “si e no” (l’immaginetta che ho condiviso sul mio profilo Facebook ne offre diverse come spunto)… e poi alleniamoci ad aspettare che il nostro giovane interlocutore finisca di parlare. Lasciamo che si esprima, senza interromperlo… mantenendo il contatto visivo, magari assecondando il suo racconto con dei sorrisi, delle parole accoglienti che gli facciano comprendere che “ci siamo”, lo stiamo ascoltando, siamo attenti e presenti a ciò che ci sta dicendo. Solo una volta che avrà finito di parlare faremo un’altra domanda che lo inviti ad approfondire alcuni aspetti o piuttosto il suo vissuto emotivo. Non preoccupiamoci di dover necessariamente commentare quanto ci è stato riferito! Non scivoliamo sulla buccetta di banana di farci prendere dall’ansia di dover dare delle risposte. Spesso il solo fatto di sentirci accolti, non giudicati, ascoltati… di fronte magari ad un disagio o ad una situazione che ci ha messo in una posizione scomoda, ci aiuta a stare meglio, a vedere l’accaduto da un’altra prospettiva, a trovare una risorsa o un aspetto che non avevamo visto prima. Questo vale per noi adulti, ma anche per i nostri bambini!

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La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare.
(Carl Rogers)

Allenarsi ad una comunicazione empatica che presta realmente attenzione all’altro, al suo mondo, al suo sentire è un’abilità che spesso viene tralasciata. Imparare ad accogliere il vissuto dell’altro nella sua interezza, senza giudicarlo come “giusto sbagliato”, specie del nostro bambino, non soltanto ci permetterà di costruire nel tempo una relazione più intima dove ci si sentirà liberi di esprimersi e di condividere quanto accade e quali emozioni si muovono, ma anche di rafforzare l’autostima, la crescita.

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E' tempo di tornare a scuola...

Come gestire le emozioni della prima campanella 

Ormai è già da qualche settimana che non si sente parlare d’altro: il ritorno tra i banchi. Il suono della campanella è sempre stato un evento che muoveva emozioni e creava agitazioni, ma oggi più che mai questo argomento è sotto la luce dei riflettori. Le questioni: “vaccino”, “tamponi”, misure “anti-covid”, DAD… creano ansie e generano dinamiche all’interno delle famiglie, a volte difficili da gestire.

E se da un lato c’è la gioia nell’aspettare questo inizio di anno scolastico, dall’altro c’è preoccupazione e incertezza.

Come aiutare il proprio bambino nell’affrontare al meglio questo momento di passaggio?

Nonostante siano passati degli anni, personalmente, ricordo distintamente le emozioni che ogni anno avvertivo all’inizio del nuovo anno scolastico: l’adrenalina, la curiosità, la paura per le novità… Con la mia famiglia c’era l’usanza di andare insieme ad acquistare il diario e le penne con le quali avrei avviato “le attività di studio” … e questo piccolo rito era per me fonte di tanta serenità.

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Un inizio è sempre fonte di interrogativi e stati d’animo contrastanti, ma nel momento che stiamo attraversando, alle normali questioni si aggiungono i tanti quesiti legati al Covid: tornerà la DAD? Mio figlio sarà in grado di portare la mascherina? Saranno rispettate le norme per la sicurezza? La mancanza di contatto fisico, il distanziamento sociale…porteranno delle conseguenze? E se sì, come gestirle? Cosa posso fare io?

Proviamo dunque a vedere insieme qualche piccola riflessione che può aiutarci ad affrontare al meglio questo momento…

Iniziamo con il precisare che l’ansia non è un virus, ma si trasmette ugualmente. Se sei un genitore è importante che tu impari a sentire e riconoscere le tue emozioni così da gestirle ed insegnare ai tuoi figli come elaborare a loro volta i diversi stati d’animo. Se sei sempre di corsa, indaffarato, preso da mille attività… concediti una pausa, un momento solo per te e cerca di sintonizzarti su quali sono le sensazioni che avverti, i pensieri che affiorano, le preoccupazioni che emergono. Avere chiaro ciò che ci agita e quali sono gli aspetti che avvertiamo essere per noi fonte di agitazione ci permette di poterli analizzare, razionalizzare e magari discuterne con altri adulti. Se sei iscritto a delle chat di gruppo, può essere utile chiedere a degli altri genitori un confronto su come stanno gestendo il momento. Parlare e condividere ciò che stiamo attraversando con altre persone che si trovano nella nostra stessa situazione spesso è fonte di soluzioni, idee, alternative, rassicurazioni, risorse.

Se sei agitato da come la scuola affronterà il Covid e i rischi ad esso connessi, pensa che è nell’interesse di tutti salvaguardare la sicurezza e ridurre la possibilità di eventuali contagi. Richiedi i protocolli che sono stati stilati, chiedi spiegazioni in merito alle procedure che verranno adottate e discutine in casa insieme a tuo figlio. Parlare con serenità, senza allarmismi, di quello che sarà necessario fare nelle prossime settimane permetterà a tutti di acquisire maggior consapevolezza e senso di responsabilità.

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Preparati a dover affrontare eventuali chiusure improvvise, magari parlando preventivamente con dei familiari o una baby sitter che possono aiutarti nel caso tuo figlio non dovesse andare a scuola. Organizzati anche con qualche altro genitore: se lo stare a casa non è motivato da una quarantena, si potrebbe fare a turni per supportare la DAD e ridurre le problematicità.

Informati su quanto sia importante per tuo figlio socializzare, stare con i coetanei e associare allo studio anche il gioco e tutte le altre attività. Essere consapevole di quanto la scuola sia fondamentale nel processo educativo e di crescita di una persona ti aiuterà a bilanciare le paure e le preoccupazioni legate a questo rientro con gli aspetti di risorsa.

Il Covid è ormai nelle nostre vite da diverso tempo… non lasciare che la sua presenza offuschi i momenti più belli del quotidiano tuo e della tua famiglia. L’ingresso a scuola è un momento importante, onoralo. Nel rispetto del tuo sentire, delle normative, dei protocolli… fai comunque in modo che sia un passaggio vissuto responsabilmente, ma con serenità. Coinvolgi tuo figlio nell’acquisto del materiale scolastico: andate insieme a scegliere lo zaino, i quaderni, il diario…; condividete l’ordinazione dei libri di testo… e perché no, magari concordate l’abbigliamento e tutto quello che sarà necessario. Per il primo giorno di scuola organizza un pranzo o una cena speciali. Se riesci, fai in modo che quella data resti impressa nella mente e nel cuore di tutti come una “bella giornata” e… e poi… respira. Ci sono cose che non possiamo controllare né noi, né coloro che ci stanno accanto, quindi è importante che ci sia una buona dose di fiducia nell’intraprendere ciò che la vita ci pone davanti.

Tanta buona energia per questo nuovo anno scolastico!

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Me lo posso concedere!

Vademecum per tutti quei genitori che hanno dimenticato di essere anche delle persone

Se sei genitore lo sai bene… se invece non lo sei ancora diventato è un concetto che ti è stato sicuramente ripetuto nell’arco della tua vita almeno quel centinaio di volte… soprattutto quando si stavano attraversando dei momenti di criticità, di passaggio: non c’è lavoro più intenso e ricco di sfumature come quello di “fare il genitore”.

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La natura, non sempre in modo intenzionalmente da noi “programmato” ci rende genitori, ma l’esserlo non vuol dire che noi lo faremo. Sebbene la sfumatura sia sottile, decidere di voler fare il genitore è qualcosa che va oltre… e che rivoluziona a tal punto la vita di una persona “prima” e di una “coppia” poi, da richiedere spesso dei momenti di riflessione, delle messe in discussione.

Ieri leggevo un libro molto interessante a proposito dell’autismo. Scritto da Fabiana Sonnino con la prefazione di Michele Zappella psichiatra e neuropsichiatra infantile, riportava ad un certo punto una serie di suggerimenti per la famiglia che mi hanno colpita e che desidero condividere in questo spazio.

Spesso allo sportello di Consulenza Genitoriale, mi trovo a parlare con dei genitori che sono così tanto coinvolti dal lavoro di educare, sostenere, crescere, accudire, spronare… i loro figli, che faticano a ricaricare le loro pile, a trovare un momento per sé, per i propri interessi, un tempo da poter dedicare alla cura della “coppia”, non solo genitoriale… E così nel percorso insieme, spesso, ci si trova ad affrontare, prima ancora dei disagi o delle problematiche specifiche che li vede arrivare nello studio, la necessità di riportare al centro la persona nella sua interezza.

Non si è solo genitori.

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Si è sempre prima di tutto uomini, donne, mariti, mogli, amici, amiche… e poi papà e mamme. Ricordare a sé stessi che si è tanti ruoli e non uno solo, ritagliarsi del tempo per fare qualcosa che appaga sé stessi e non soltanto la famiglia… non soltanto amplia le possibilità, gli strumenti, le prospettive, arricchisce i dialoghi, le condivisioni… ma soprattutto permette ai figli stessi di poter crescere in un ambiente sereno, pieno di stimoli, di esempi, con persone soddisfatte e gratificate.

Leggere in un testo rivolto a famiglie che hanno un figlio speciale alcuni concetti credo che sia una carezza per molti, una coccola, un’autorizzazione, un modo per poter finalmente dire: me lo posso concedere.

“Di seguito vorrei riportare un prontuario di semplici, ma buoni suggerimenti per una qualità della vita migliore, che vale la pena tenere sempre a mente:

1 Dedicare del buon tempo per sé: ovvero, dedicare del tempo piacevole ogni giorno per la propria persona! Fare sport o alimentare i propri hobby o attività di relax. Tale tempo prezioso fornirà la carica necessaria per affrontare con successo le sfide quotidiane che la vita vi pone e creare nuove soluzioni di problem solving.

2 Dedicare tempo per la coppia genitoriale. La coppia dovrebbe essere abbastanza affiatata da collaborare, senza entrare in competizione ma sostenendosi a vicenda. Semplici accorgimenti potranno rivelarsi preziosi: non delegittimare mai l’altro anche in caso di errore, ritagliatevi momenti di scambio e confronto senza la presenza dei bambini, anche per mettere a punto nuove strategie educative comuni. Periodicamente organizzate delle uscite solo tra di voi, prevenite possibili momenti di chiusura e rigidità, evitate di colpevolizzarvi a vicenda: (se) state affrontando un grave stress, avete bisogno di alleati per poter vincere la battaglia del cambiamento!

love couple 6053570 19203 Dedicare del tempo esclusivo per ogni figlio. … Un ottimo suggerimento è quello di dedicare del buon tempo a ciascuno, anche 30 minuti qualitativamente significativi possono essere sufficienti. Comunicate prima la vostra intenzione: create l’atmosfera di un appuntamento speciale.

4 Curare l’alimentazione del bambino.

Regolarizzate il ritmo sonno/veglia per il benessere di tutta la famiglia.

5 Prestare attenzione alla cura e all’igiene. …creare un rituale di pulizia e vestizione la mattina e la sera, scomponendo le varie attività in piccoli passi da perseguire facendo in modo che molti passaggi diventino dei momenti di gioco tra genitori e bambino.

6 L’educazione alle regole sociali

7 La sensibilizzazione e l’informazione

8 Rispettare la personalità di vostro figlio

(“Se fosse autismo” di Fabiana Sonnino con la prefazione di Michele Zappella)

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Come cambiare prospettiva e migliorare la propria qualità di vita

Come cambiare prospettiva e migliorare la propria qualità di vita

Qualche mese fa iniziai a soffrire ripetutamente di maldischiena e problemi alla cervicale. Mi consultai così con uno specialista che mi suggerì una serie di esercizi e tra i vari, uno mi colpì particolarmente: sdraiata su di un tappetino dovevo alzare le gambe al cielo e tenerle appoggiate dritte contro una parete per dieci minuti.

L’effetto fin da subito mi stupì per le sue diverse sfumature: quella posizione non soltanto faceva sì che il mio corpo si sentisse più leggero e rilassato ma, il fissare il soffitto o stare con gli occhi chiusi in quella inusuale posizione, mi dava la possibilità di stare e guardare i miei pensieri da un’altra prospettiva.

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Provate ora ad immaginare di essere come questo ragazzino nella foto e di osservare ciò che vi circonda dalla sua posizione. Cosa accadrebbe?

Se cambiamo prospettiva cambia anche quello che stiamo osservando e considerando che: lo stesso evento, lo stesso oggetto, la stessa persona… hanno infiniti punti di osservazione, attraverso la nostra scelta del punto di vista che vogliamo prendere in considerazione, determiniamo la qualità dell’immagine che ci ritorna.

Se la realtà che noi percepiamo è dunque influenzata dal soggetto e da noi stessi, cioè dal modo in cui noi scegliamo di guardare (e dunque poi di interpretare…) potremo fare dunque una distinzione tra: una realtà soggettiva che condiziona la nostra vita e il nostro quotidiano e una realtà oggettiva che non ha alcuna valenza o qualità assoluta. Semplicemente, potremmo dire… è.

Attraverso questa premessa, è facile dunque giungere alla conclusione che, ciascun evento può, in potenza, essere l’origine, la causa… di un’infinità di conseguenze, di emozioni, di pensieri, di riflessioni. Sta a noi e alla nostra responsabilità, intesa come capacità di saper rispondere alla vita e alle situazioni che ci accadono, la scelta del punto di vista che vogliamo adottare.

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Le reazioni agli eventi esterni capita che non siano controllate ma vengano gestite inconsciamente. Nella vita di tutti i giorni, spesso ci accade di vivere delle situazioni dove, è come se, avessimo impostato il pilota automatico. La fretta, le  tante cose da fare… (il caldo di questi giorni, la stanchezza…) molto frequentemente ci portano ad affrontare nervosismi, malumori, emozioni negative… e non sempre riusciamo con prontezza a fornire al contesto la risposta adeguata. E quando parlo di adeguata, non intendo “educata”, ma rispettosa di noi stessi prima di tutto, e degli altri. A volte accade di dover smorzare delle tensioni, passare sopra delle situazioni… altre volte, al contrario è necessaria la nostra autorevolezza, fermezza.

Saper stare con quello che c’è e fornire una risposta ecologica è un’abilità per niente scontata: non facile, ma neanche difficile. Imparare a guardare le cose da altri punti di vista è un inizio e lo si può fare allenandosi tutti i giorni.

…quando sei in fila davanti alle poste e una persona ti passa avanti, prova, prima di re-agire come avresti fatto sempre, a fermarti un attimo. Conta fino a 10 (come ci avevano insegnato da bambini) …e chiediti quali sono le emozioni prevalenti. Rabbia? Frustrazione? Come puoi rispondere nel rispetto tuo e del contesto?

A volte sono proprio le situazioni più banali del nostro quotidiano che ci offrono le opportunità più grandi per lavorare sui nostri automatismi e “disinnescarli”. Imparare a stare nelle situazioni gestendo le emozioni che arrivano, spostando il nostro punto di vista e scegliendo come re-agire a ciò che ci accade… in principio ci sembrerà difficoltoso, ma piano piano, con pazienza e perseveranza, ci regalerà tante soddisfazioni ed una maggior serenità.

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…e se il cambiamento di prospettiva vorrai portelo come tuo personale obiettivo prossimamente, per tornare all’inizio di questo articolo ed allenarti quotidianamente, ti suggerirei (se non hai particolari problemi di schiena o prescrizioni) di introdurre nella tua routine quotidiana, alla sera, 15 minuti con le gambe alzate verso il muro. Oltre a rilassare il corpo e la mente, sarà un ottimo promemoria per ripercorrere la giornata appena conclusasi ed individuare, da un’altra posizione, gli aspetti di disagio e soprattutto di risorsa che hai incontrato.

“Cambia il modo di guardare le cose e le cose cambieranno”

Wayne Dyer

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Il valore della noia

Estate inoltrata. Tempo di vacanze. Le città si spopolano. Le famiglie partono. Non tutte. Alcune restano per motivi di lavoro. E così ci si organizza, ci si prova… a trovare la miglior soluzione possibile per far sì che anche i più piccoli abbiano un loro contesto in cui stare e ricaricare le pile dopo l’anno scolastico e l’impegno (anche emotivo) di questo inverno.

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Ma non sempre ci si riesce. A volte accade che ci si debba affidare, fidare e…arrangiare. Non siamo perfetti. Nessuno lo è di noi. (E’ importante ricordarselo sempre, aiuta a sentirsi più leggeri ?) …e così, nonostante gli sforzi, le accortezze… senza la solita frenetica routine di sempre, per qualcuno, nonostante l’impegno ad organizzare delle situazioni familiari divertenti e piacevoli per tutti (specie se si è in vacanza), la giornata si arricchisce di momenti privi di attività, di cose da fare… della noia.

Inizia così la folle ricerca di “come impegnare il tempo”, “degli hobby”, delle attività sportive mai fatte (o abbandonate anni fa…) e il dover stare senza fare niente si trasforma rapidamente in una condanna, piuttosto che in un privilegio. Anche per i bambini.

Ma se invece di affrettarci a trovare “come riempire l’improvviso vuoto che si è creato”, ci fermassimo e provassimo a dare spazio al nostro corpo e alla nostra mente per stare, rallentare, godere in modo diverso delle sfumature delle giornate, della attività quotidiane… potremmo apprezzare i colori dei paesaggi che ci circondano, dedicarci con maggior lentezza alle piccole cose del quotidiano, scoprire il piacere di avere del tempo davanti a noi non programmato… e potremmo insegnare tutto questo anche ai nostri bambini.

 

Tutti noi (ma i più piccoli in modo particolare), per poter dare spazio alla creatività, fantasia, immaginazione… abbiamo bisogno di interrompere le nostre abitudini e dedicarci del tempo. La mente, l’ispirazione… vogliono poter vagare senza meta prima di offrirci una risposta, un’alternativa, un nuovo input. E quale migliore occasione della pausa estiva?

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Lasciare per un po’ il bisogno di controllare sempre tutto, di avere le giornate perfettamente organizzate non soltanto ci permetterà come adulti di rilassarci, ma soprattutto offrirà ai nostri bimbi un’occasione importantissima per sperimentarsi, ingegnarsi in attività diverse dal solito, farsi delle domande. Conoscersi.

Lasciamo che siano anche loro parte attiva di come trascorrere il tempo libero dagli impegni e diamo loro fiducia. Se continueremo ad essere noi i registi delle giornate, non saranno mai stimolati nel fare qualcosa in prima persona… e nemmeno nel prendersi la responsabilità di come investire le proprie energie (anche temporali). Cogliamo questo momento per fare ciò che ci concediamo raramente (come il non controllare) e che facciamo fatica solitamente a fare perché siamo presi da tante preoccupazioni che non riusciremmo a gestirne delle altre (come il lasciare spazio ai figli).

Godiamo dell’estate nella sua totalità e nelle sue caratteristiche. Portatrice di svaghi, di colori, di leggerezza… è la stagione che ci invita, allo stesso tempo, a stare con quello che c’è, con il silenzio pomeridiano dopo aver pranzato, con alcune notti insonni per il troppo caldo, con la lontananza dalle proprie certezze e comodità, con l’assenza dagli impegni… e con l’opportunità di darsi modo (e concederlo ai nostri figli) di prepararsi al nuovo anno.

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È proprio quando ci si ferma e ci si concede una pausa da tutto ciò che ci circonda normalmente che iniziamo ad accorgerci di ciò che è veramente importante, delle nostre priorità, di come vorremmo essere, di cosa ci piacerebbe realmente fare.

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- Leggi anche: Come gestire il fascino dei videogiochi sui più piccoli

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

 

 

Come gestire il fascino dei videogiochi sui più piccoli

...e ottimizzare le risorse di uno strumento sempre più demonizzato

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Qualche anno fa durante un viaggio di lavoro mi trovai ad assistere ad una scena piuttosto insolita: una mamma era immersa a scrivere qualcosa con il suo cellulare mentre il suo bimbo di pochissimi anni guardava un cartone animato da un altro cellulare saldamente ancorato al suo passeggino. In un negozio di giocattoli.

Questa scena mi è rimasta fortemente impressa. Ricordo la mia emozione nello stare in uno spazio così pieno di colori e di stimoli che, assistere alla loro non curanza, tanto erano immersi nei loro mondi, mi fece riflettere a lungo.

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I bambini si sa, fin da quando sono piccolissimi amano giocare. Il gioco per loro, non solo un’attività divertente, ma è anche un mezzo per scoprire il mondo, accrescere le loro conoscenze, interagire con gli altri, sviluppare le loro capacità relazionali e comunicative.

Man mano che i bambini crescono e i giochi via via diventano più complessi, queste abilità si sviluppano e i giochi, da senso-motori, piano piano, gradualmente diventano simbolici, di ruolo… fino a prevedere regole ben precise, specifiche abilità e una maggior consapevolezza di sé.

Negli ultimi anni però, è ormai sotto gli occhi di tutti, un ruolo importantissimo lo stanno svolgendo i videogiochi, (cellulari e tablet inclusi). Ma quali effetti questi dispositivi hanno sui bambini? In quale misura possono essere dannosi o funzionali al processo di crescita?

Come tutte le cose, la giusta misura è nel mezzo. Demonizzare in modo categorico la tecnologia che in questo momento accompagna la crescita dei bambini che ci circondano sarebbe un’esagerazione, un porsi in modo eccessivamente polare rispetto a qualcosa che indubbiamente offre delle risorse.

Facendo infatti una riflessione il più possibile oggettiva, grazie anche ai numerosi studi che sono stati fatti recentemente, i videogiochi (cellulari e tablet inclusi) facilitano l’approccio al pensiero tecnologico, stimolano alcuni processi mentali di memoria e pensiero induttivo, le capacità logiche e la formulazione di strategie, la coordinazione oculo-motoria… ma, se non gestiti dalle figure di riferimento (genitori ed insegnanti) tendono ad avere degli effetti negativi, a volte anche piuttosto gravi: estraniamento dalla realtà, mancanza di empatia, sedentarietà, sovrappeso, eccessivo senso di potere e di controllo, disturbi della vista, cattive relazioni sociali.

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Molto importante, di certo da non trascurare, è la scelta poi dei contenuti dei videogiochi! Se ci soffermiamo infatti a considerare quelli dai contenuti violenti, è ormai assodato come questi desensibilizzino il cervello da certe immagini e provochino, a lungo andare, l’insorgere di comportamenti aggressivi.

Proviamo dunque a trovare una mediazione con i nostri bambini, fin dal principio. Scegliamo insieme a loro i giochi che desiderano acquistare, documentiamoci in anticipo sull’argomento e l’ambientazione e stabiliamo delle fasce orarie in cui permettere loro di usare i dispositivi tecnologici.

Uno dei problemi più grandi è infatti l’abuso da videogiochi, il trascorrere ore e ore davanti ad uno schermo rischiando, con il tempo, di non avere più la perfetta consapevolezza da ciò che è finzione e da ciò che non lo è, da ciò che è lecito e da ciò che non lo è.
Uno dei rischi più grandi quando si passa troppo tempo videogiocando è quello connesso all’insorgenza di una vera e propria dipendenza. Inoltre, quando si sta per un tempo eccessivamente lungo di fronte ai videogiochi, spesso si può incorrere in un sovraccarico di informazioni che rende i bambini incapaci gestire, elaborare ed interpretare, la mole di dati cui si trovano esposti.

Ricapitolando, potremmo concludere dicendo che:

*È importante che un adulto supervisioni i contenuti e il tempo trascorso dai bambini sui videogiochi e che questa attività non diventi prevalente nell’arco della giornata (due ore sarebbe il tempo massimo consigliato da più esperti);

*Inserire delle pause durante l’utilizzo del videogioco così da permettere il riposo del bambino, sia dal punto di vista del sistema cognitivo che di quello visivo, ma anche e soprattutto per fargli riprendere in modo costante contatto con la realtà che lo circonda;

*Incentivare sfide con amici o fratelli così da rendere il videogioco un pretesto per socializzare e stare in compagnia, piuttosto che per isolarsi.

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Nella società in cui viviamo è difficile pensare che un bambino possa essere tenuto lontano dalla tecnologia e dai rischi ad essa connessi. Quello che premia, anche in questo caso è il buon senso, l’investimento energetico nei momenti di scambio, di dialogo, di condivisione… e di supervisione.

È importante che gli adulti osservino quello che fanno i più piccoli intervenendo all’occorrenza; perché grandi si diventa poco a poco, superando i propri limiti, nella sicurezza di avere qualcuno accanto che crede in noi, ci permette di sbagliare, ma è pronto ad intervenire qualora ce ne fosse bisogno.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

Il valore della gentilezza

Il valore della gentilezza

“Se puoi scegliere tra l’avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile” Wayne W. Dyer

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…se non altro avrai l’opportunità di poter intessere un dialogo, spiegare il tuo punto di vista, trovare una mediazione.

Perché è importante la gentilezza?

Quante volte vi siete trovati in fila davanti alle poste, soprattutto ora che non ci si può entrare, ma occorre prendere appuntamenti, aspettare fuori la porta… e avete discusso con qualcuno o assistito a delle sceneggiate su chi dovesse entrare per primo?

Di fronte ai valori e agli standard proposti dalla società in cui viviamo in questa parte del mondo, vivere è diventato sempre più un fatto competitivo: una gara a coloro che arrivano prima, impiegano minor tempo, investono meno energie, guadagnano di più… L’ascolto dell’altro, la cura del prossimo… sono diventati sempre più rari, più difficili da incontrare. Impegnati nel raggiungimento dei nostri obiettivi, nel portare a termine i nostri compiti, nel rispettare le nostre routine, spesso ci dimentichiamo che, per essere felici e sereni con noi stessi è importante che ci sia anche il benessere degli altri.

Se provate un attimo a chiudere i vostri occhi… come vi sentireste in una stanza con altre persone tutte arrabbiate?

Sebbene la gentilezza sembri quasi una qualità fuori moda o addirittura data per scontata, la sua presenza nel nostro quotidiano è qualcosa di più di un “grazie”, “prego”, “per favore”! …è un approccio al mondo, agli altri, alle persone che ci sono vicine. È un modo di vivere le relazioni, di portare avanti una conversazione, di coltivare un ambiente lavorativo… e se trasmessa ai nostri figli attraverso l’educazione può fare la differenza nella qualità delle loro (e nostre) vite.

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“Una parola delicata, uno sguardo gentile, un sorriso bonario possono plasmare meraviglie e compiere miracoli”
William Hazlitt

Cosa significa educare alla gentilezza?

Spesso si confonde l’educazione tradizionale trasmessa attraverso le buone maniere con l’educazione alla gentilezza: un processo complesso e costante che ha inizio quando siamo bambini e prosegue fin quasi alla fase adulta.

All’interno dei nuclei familiari e poi tra i banchi di scuola, i bambini crescono apprendendo dalle persone che li circondano il modo di rispondere a quanto accade loro nel quotidiano. Educare alla gentilezza significa mostrare a questi piccolini che non occorre essere prepotenti, violenti… per farsi valere ed essere “considerati”, ma al contrario: gentili, attenti, premurosi, rispettosi di sé stessi e degli altri.

Essere gentili ci rende aperti al dialogo con le persone che ci circondano, disposti ad un confronto autentico con chi abbiamo davanti… e se qualcuno ha provato in più di una circostanza ad affermare che “essere gentili” equivale ad essere deboli o fragili, vuol dire che non si è mai soffermato a pensare di quanto la gentilezza sia in realtà una caratteristica delle persone forti e sagge, di coloro che sanno ascoltare, di tutte quelle persone che hanno una buona autostima e che non hanno bisogno di prevaricare sugli altri.

Educare alla gentilezza: come fare?

Iniziamo con l’essere gentili verso noi stessi.  Impegniamoci nel trattare noi stessi come se avessimo a che fare con il nostro migliore amico. Ovunque noi siamo, in qualsiasi situazione ci troviamo, niente è più incisivo del nostro esempio per trasmettere l’importanza di essere gentili. Portare l’attenzione su quanto il nostro comportamento sia determinante nel processo educativo e formativo dei nostri bambini, non soltanto ci aiuterà nel sentirci meglio, ad innalzare le nostre stesse vibrazioni… ma farà in modo che “gli adulti di domani” apprendano sul campo gli effetti di un approccio alla vita dai toni più delicati ed equilibrati nei volumi.

Sentirci degli “esempi” ci fa sentire scomodi e un pochino ansiosi?

Niente paura! …essere dei modelli da seguire non vuol dire che dobbiamo essere perfetti! Anzi, tutt’altro! Avere la consapevolezza che il nostro ruolo ci pone in una posizione tale per cui, i bambini che ci vedono, i nostri figli, i nipotini, gli alunni… possono, attraverso la nostra immagine, apprendere dei valori, dei comportamenti… ci deve solo far riflettere su quanto sia importante essere autentici e onesti. Se avvertiamo di aver sbagliato, di non essere stati garbati in una situazione, di aver alzato eccessivamente i volumi, impariamo a parlarne. Coltiviamo una sana comunicazione, un dialogo costante che miri a spiegare le situazioni che la vita ci pone davanti e la qualità delle nostre risposte.

Essere gentili non è infatti un aggettivo che una volta “acquisito” non può venire meno. È importante riconoscere le infinite sfumature dei nostri stati d’animo, delle circostanze che affrontiamo… ed è altrettanto importante mostrare ai nostri bambini che talvolta anche gli adulti sbagliano. E ne sanno parlare.

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Dall’educazione alla gentilezza all’educazione emotiva

Imparare a dialogare con i nostri piccoli dei nostri errori, dei diversi stati d’animo… portare l’attenzione su quelle situazioni che ci fanno perdere il controllo per vedere insieme le possibili alternative, le diverse prospettive ed opportunità… non soltanto coltiva una relazione, un’intimità con l’altro… ma introduce anche un’altra tematica importante: il riconoscimento e la gestione delle emozioni. Se io sono arrabbiato, ho tutto il diritto di essere arrabbiato, ma non per questo sono legittimato a rispondere male alle persone che mi circondano.

Saper dare un nome alle emozioni che provo nei diversi momenti della mia giornata e allenarmi per far sì che ognuna di esse abbia un suo ruolo, una sua dignità, ma non il sopravvento… è anche questa una competenza importante nella vita di ognuno di noi. Allenarla fin da bambini è fondamentale.

Per la qualità della vita del nucleo familiare di oggi e delle persone adulte di domani.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

 

Ri-partire sì, ma con moderazione!

Ri-partire sì, ma con moderazione!

Come guardare alla ri-partenza, alla riapertura delle attività e alla nuova quotidianità nel rispetto del nostro ben-essere

Lo avevamo tanto atteso: il caldo, l’estate, i vaccini, il calo dei contagi, la riapertura dei locali, la graduale ripartenza di tutte le varie attività… eppure…Nonostante lo stavamo tutti aspettando da mesi, ora che sembra che finalmente siamo arrivati al dunque, non tutti si sentono pronti.

E’ come se, avessero finalmente aperto la gabbia ad un passerotto e questi avesse perso il desiderio di volare.

Qualcuno potrà forse anche sorridere nel leggere questo esempio, magari per qualcun altro sembrerà quasi assurdo pensare che ci possa essere questa reticenza, ma le statistiche parlano chiaro: è come se ci fossimo in un certo qual modo abituati a stare a casa, ad essere limitati nel nostro agire, ad avere il coprifuoco serale.

Sebbene la ri-apertura segni per molti un ritorno alla normalità, per tanti altri questo riavvicinamento alla vita “pre-covid” risulta difficoltoso, a volte perfino fonte di stress e di ansia.

La "Sindrome della capanna"

In questo lungo arco di tempo ci si è talmente abituati a trascorrere le nostre giornate in casa in una posizione di comfort (per quanto possa essere stata difficile) che ora, tornare a dover organizzare la nostra settimana prevedendo uno spazio per lo sport, gli hobby, il tempo libero e la socializzazione, oltre al lavoro e alla famiglia… sembra difficile tanto da essere motivo di malessere.

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Secondo molti esperti, la situazione anomala che la popolazione ha subito durante il covid ha generato un atteggiamento che è stato definito “sindrome della capanna”. L’espressione non intende un vero e proprio disturbo psicologico, piuttosto una condizione che può sorgere in tutte quelle persone che hanno vissuto per un lungo periodo isolate.

Di recente stavo parlando con una signora, la quale mi riferiva il suo “benessere nello stare a casa, ora che ci si era abituata”. “Non sento perfino il desiderio di andare a fare la spesa ormai!” ha esclamato con naturalezza sorridendo.

La signora, dal suo punto di vista voleva manifestarmi come avesse accolto positivamente il periodo di chiusura forzata, ma ai miei occhi e soprattutto, per il mio sentire, il suo atteggiamento manifestava più tristemente il NON DESIDERIO di voler uscire alla luce del sole a fare una passeggiata, il non avvertire la mancanza di una vita sociale e libera da vincoli e costrizioni.

La sindrome della capanna, in inglese tradotta con “cabin fever” fu una problematica individuata negli Stati Uniti agli inizi del ‘900, quando i cercatori d’oro che vivevano per lunghi periodi in ambienti selvaggi e inospitali, tornati alla vita “normale”, in città, facevano fatica a riadattarsi.  

Se aggiungiamo la paura del contagio da Covid, nemico silenzioso e invisibile, è facile comprendere quanto oggi questa problematica possa esacerbarsi.

Impariamo a gestire le nostre emozioni

Come fare dunque ad affrontare questo delicato momento della nostra vita (o di chi ci è accanto) senza forzarsi o provare disagio e malessere?

Un buon inizio potrebbe essere quello di lavorare sulla gestione delle nostre emozioni. Se non siamo soliti a dare loro un nome possiamo iniziare con il prendere consapevolezza con il loro mondo e la loro eterogeneità. Non tutte le emozioni sono uguali! Quante volte pensiamo di essere tristi e invece ci accorgiamo solo dopo, magari in un secondo momento, che l’emozione primaria era magari un’altra? Magari la rabbia…

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Prestare attenzione agli stati d’animo, domandarsi cosa ci agita veramente, avere il coraggio di andare all’origine dei nostri disagi è un lavoro impegnativo da farsi da soli se non lo si è mai fatto, ma si può provare a chiedere aiuto ed iniziare. Quali paure avvertiamo? Cosa temiamo che possa realmente accadere se interrompiamo uno schema e diamo vita a qualcosa di nuovo?

Gestire l’emotività non è qualcosa che si impara in un giorno, ben inteso, ma ognuno di noi può scegliere di allenarsi a perseguirla. Le tecniche di rilassamento, la meditazione, lo yoga… possono aiutare… ma anche fermarsi di tanto in tanto e portare l’attenzione sulla respirazione è un modo semplice che può rivelarsi particolarmente utile a tutti.

Finalmente hanno riaperto le diverse attività: bar, ristoranti, locali, centri commerciali, palestre… e come tutte le volte che avviene un cambiamento, molte sono le persone che avvertiranno un senso di disagio, una resistenza nel dover psicologicamente affrontare una nuova quotidianità. Piuttosto che ignorarla, sfidarla o assecondarla eccessivamente, proviamo ad accoglierla. Non lasciamo travolgerci dagli eventi, dagli amici più “spericolati” o dalle situazioni!

Qualche strategia per il nostro benessere

Riconosciamo le nostre emozioni, il nostro sentire e troviamo delle piccole mediazioni con noi stessi.

Programmiamo una piccola gradualità nella nostra personale riapertura. Non è importante (e forse neanche funzionale al nostro benessere) ricominciare a fare tutto quello che facevamo prima del lockdown. Guardarsi in dietro può esserci molto utile: proviamo a fare un bilancio delle attività che ci piaceva particolarmente fare, alle compagnie con cui ci sentivamo bene… e scegliamo come investire oggi il nostro tempo e le nostre energie.

Se avvertiamo una sensazione di sfiducia o diffidenza nei confronti del prossimo, pensiamo anche alle tante manifestazioni di generosità, resistenza e senso civico che hanno caratterizzato questo momento di difficoltà. Non è mai tutto di un colore, no?

Se la nostra vita era frenetica, caotica, stancante… diciamocelo: non siamo obbligati a ricominciare da dove eravamo rimasti!

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Pensiamo a cosa vogliamo fare oggi.

… e immaginiamoci le persone che vogliamo essere. Oggi e domani.

Facciamo progetti che ci iniettano ottimismo e non dimentichiamoci di portare l’attenzione su uno stile di vita sano: buona alimentazione, buon riposo, una buona attività fisica. Pianifichiamo almeno 3 passeggiate a settimana. Da soli o in compagnia, se possibile scegliamo dei luoghi che ci permettano di stare il più possibile a contatto con la natura.

Scegliamo al mattino un abbigliamento comodo che ci valorizzi quando usciamo e che ci faccia sentire a nostro agio.

…e soprattutto, non dimentichiamoci di sorridere. Anche con la mascherina, sorridere fa bene a noi, prima che agli altri.

E se dovessimo avvertire che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione, il disagio che stiamo avvertendo, chiediamo aiuto.

Con l'occasione si riporta l'iniziativa attiva il giovedì mattina: "Mi ascolto, Mi amo" che mira attraverso un percorso guidato, i partecipanti ad essere facilitati nell'acquisire una maggior consapevolezza del proprio corpo, dei propri sensi, del proprio sentire. Per informazioni contattare il numero 347-1692195

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

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