Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Genitori e famiglie

Ri-partire sì, ma con moderazione!

Ri-partire sì, ma con moderazione!

Come guardare alla ri-partenza, alla riapertura delle attività e alla nuova quotidianità nel rispetto del nostro ben-essere

Lo avevamo tanto atteso: il caldo, l’estate, i vaccini, il calo dei contagi, la riapertura dei locali, la graduale ripartenza di tutte le varie attività… eppure…Nonostante lo stavamo tutti aspettando da mesi, ora che sembra che finalmente siamo arrivati al dunque, non tutti si sentono pronti.

E’ come se, avessero finalmente aperto la gabbia ad un passerotto e questi avesse perso il desiderio di volare.

Qualcuno potrà forse anche sorridere nel leggere questo esempio, magari per qualcun altro sembrerà quasi assurdo pensare che ci possa essere questa reticenza, ma le statistiche parlano chiaro: è come se ci fossimo in un certo qual modo abituati a stare a casa, ad essere limitati nel nostro agire, ad avere il coprifuoco serale.

Sebbene la ri-apertura segni per molti un ritorno alla normalità, per tanti altri questo riavvicinamento alla vita “pre-covid” risulta difficoltoso, a volte perfino fonte di stress e di ansia.

La "Sindrome della capanna"

In questo lungo arco di tempo ci si è talmente abituati a trascorrere le nostre giornate in casa in una posizione di comfort (per quanto possa essere stata difficile) che ora, tornare a dover organizzare la nostra settimana prevedendo uno spazio per lo sport, gli hobby, il tempo libero e la socializzazione, oltre al lavoro e alla famiglia… sembra difficile tanto da essere motivo di malessere.

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Secondo molti esperti, la situazione anomala che la popolazione ha subito durante il covid ha generato un atteggiamento che è stato definito “sindrome della capanna”. L’espressione non intende un vero e proprio disturbo psicologico, piuttosto una condizione che può sorgere in tutte quelle persone che hanno vissuto per un lungo periodo isolate.

Di recente stavo parlando con una signora, la quale mi riferiva il suo “benessere nello stare a casa, ora che ci si era abituata”. “Non sento perfino il desiderio di andare a fare la spesa ormai!” ha esclamato con naturalezza sorridendo.

La signora, dal suo punto di vista voleva manifestarmi come avesse accolto positivamente il periodo di chiusura forzata, ma ai miei occhi e soprattutto, per il mio sentire, il suo atteggiamento manifestava più tristemente il NON DESIDERIO di voler uscire alla luce del sole a fare una passeggiata, il non avvertire la mancanza di una vita sociale e libera da vincoli e costrizioni.

La sindrome della capanna, in inglese tradotta con “cabin fever” fu una problematica individuata negli Stati Uniti agli inizi del ‘900, quando i cercatori d’oro che vivevano per lunghi periodi in ambienti selvaggi e inospitali, tornati alla vita “normale”, in città, facevano fatica a riadattarsi.  

Se aggiungiamo la paura del contagio da Covid, nemico silenzioso e invisibile, è facile comprendere quanto oggi questa problematica possa esacerbarsi.

Impariamo a gestire le nostre emozioni

Come fare dunque ad affrontare questo delicato momento della nostra vita (o di chi ci è accanto) senza forzarsi o provare disagio e malessere?

Un buon inizio potrebbe essere quello di lavorare sulla gestione delle nostre emozioni. Se non siamo soliti a dare loro un nome possiamo iniziare con il prendere consapevolezza con il loro mondo e la loro eterogeneità. Non tutte le emozioni sono uguali! Quante volte pensiamo di essere tristi e invece ci accorgiamo solo dopo, magari in un secondo momento, che l’emozione primaria era magari un’altra? Magari la rabbia…

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Prestare attenzione agli stati d’animo, domandarsi cosa ci agita veramente, avere il coraggio di andare all’origine dei nostri disagi è un lavoro impegnativo da farsi da soli se non lo si è mai fatto, ma si può provare a chiedere aiuto ed iniziare. Quali paure avvertiamo? Cosa temiamo che possa realmente accadere se interrompiamo uno schema e diamo vita a qualcosa di nuovo?

Gestire l’emotività non è qualcosa che si impara in un giorno, ben inteso, ma ognuno di noi può scegliere di allenarsi a perseguirla. Le tecniche di rilassamento, la meditazione, lo yoga… possono aiutare… ma anche fermarsi di tanto in tanto e portare l’attenzione sulla respirazione è un modo semplice che può rivelarsi particolarmente utile a tutti.

Finalmente hanno riaperto le diverse attività: bar, ristoranti, locali, centri commerciali, palestre… e come tutte le volte che avviene un cambiamento, molte sono le persone che avvertiranno un senso di disagio, una resistenza nel dover psicologicamente affrontare una nuova quotidianità. Piuttosto che ignorarla, sfidarla o assecondarla eccessivamente, proviamo ad accoglierla. Non lasciamo travolgerci dagli eventi, dagli amici più “spericolati” o dalle situazioni!

Qualche strategia per il nostro benessere

Riconosciamo le nostre emozioni, il nostro sentire e troviamo delle piccole mediazioni con noi stessi.

Programmiamo una piccola gradualità nella nostra personale riapertura. Non è importante (e forse neanche funzionale al nostro benessere) ricominciare a fare tutto quello che facevamo prima del lockdown. Guardarsi in dietro può esserci molto utile: proviamo a fare un bilancio delle attività che ci piaceva particolarmente fare, alle compagnie con cui ci sentivamo bene… e scegliamo come investire oggi il nostro tempo e le nostre energie.

Se avvertiamo una sensazione di sfiducia o diffidenza nei confronti del prossimo, pensiamo anche alle tante manifestazioni di generosità, resistenza e senso civico che hanno caratterizzato questo momento di difficoltà. Non è mai tutto di un colore, no?

Se la nostra vita era frenetica, caotica, stancante… diciamocelo: non siamo obbligati a ricominciare da dove eravamo rimasti!

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Pensiamo a cosa vogliamo fare oggi.

… e immaginiamoci le persone che vogliamo essere. Oggi e domani.

Facciamo progetti che ci iniettano ottimismo e non dimentichiamoci di portare l’attenzione su uno stile di vita sano: buona alimentazione, buon riposo, una buona attività fisica. Pianifichiamo almeno 3 passeggiate a settimana. Da soli o in compagnia, se possibile scegliamo dei luoghi che ci permettano di stare il più possibile a contatto con la natura.

Scegliamo al mattino un abbigliamento comodo che ci valorizzi quando usciamo e che ci faccia sentire a nostro agio.

…e soprattutto, non dimentichiamoci di sorridere. Anche con la mascherina, sorridere fa bene a noi, prima che agli altri.

E se dovessimo avvertire che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione, il disagio che stiamo avvertendo, chiediamo aiuto.

Con l'occasione si riporta l'iniziativa attiva il giovedì mattina: "Mi ascolto, Mi amo" che mira attraverso un percorso guidato, i partecipanti ad essere facilitati nell'acquisire una maggior consapevolezza del proprio corpo, dei propri sensi, del proprio sentire. Per informazioni contattare il numero 347-1692195

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

Quando il "Matrimonio" genera conflitto

Per indole sono sempre stata particolarmente attratta dall’organizzazione di feste, compleanni… Fin da piccola mi è sempre piaciuto fare in modo che le ricorrenze si trasformassero da “cene in famiglia” a occasioni di scambio e celebrazioni del “passaggio”. Studiavo i menù, l’apparecchiatura, il servizio…, l’accoglienza e la restituzione. Ogni ospite era per me un dono e ci tenevo che lui tornasse a casa, dopo quell’incontro, nutrito, non solo dal pasto.

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Diventata adulta, per lavoro mi ritrovai a seguire per alcuni anni, un gran numero di eventi. Maggiormente “matrimoni”. Il mio ruolo era quello di verificare che tutto andasse a buon fine. Da supervisore quale ero dovevo assistere ai festeggiamenti… e fare in modo gli sposi fossero soddisfatti della giornata. Spesso mi interfacciavo con loro anche prima del fatidico giorno e, ben presto, compresi che per essere all’altezza di un tale compito era necessario formarsi a dovere. Frequentai un corso da event planner presso l’Accademia degli Eventi a Roma e poi successivamente mi specializzai diventando Wedding Planner con Enzo Miccio. I percorsi didattici furono interessanti e ricchi di aspetti molto utili e pratici, ma, una cosa mi colpì particolarmente: pochissima attenzione era stata data all’aspetto simbolico, spirituale dell’Evento e pochissima attenzione era stata data alle problematiche relazionali ed emozionali che ci si trova a vivere durante l’organizzazione.

Il Matrimonio come passaggio di vita

Tra le diverse ricorrenze, se prendiamo ad esempio il Matrimonio, uno dei momenti di passaggio più importanti per una coppia di persone, attraverso questo Rito che dà origine ad una nuova famiglia: davanti all’altare ci sono soltanto i due giovani fidanzatini, ma dietro le quinte, nell’organizzazione della giornata, ci sono in realtà le loro famiglie e un gran numero di altre persone. Ognuna con le sue idee e con le sue aspettative.

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Tante sono state le volte in cui mi sono imbattuta in veri e propri litigi tra i futuri coniugi intenti nello scegliere i dettagli del loro grande giorno o famiglie intere che discutevano su quanti primi piatti fossero più adatti per fare una bella figura con gli invitati! Per non parlare poi del giorno fatidico e delle frasi poco carine scambiate a proposito degli amici o dei familiari presenti…

Se da un lato il matrimonio rappresenta l’inizio di una nuova vita insieme, la condivisione della stessa casa, la progettualità di fare dei figli… dall’altro, è anche l’unione vera e propria di due realtà, ognuna con le sue peculiarità, il proprio vissuto, le proprie convinzioni, la propria scala di valori. Nonostante ci siano infiniti testi, corsi… che spiegano come organizzare correttamente una bella cerimonia e dei meravigliosi festeggiamenti… pochi si soffermano a trattare la tematica delle difficoltà relazionali, emozionali, pratiche che il matrimonio stesso racchiude!

Le insidie dell’organizzazione

Pensate a quanto sia difficile, già nel nostro quotidiano scegliere il locale adatto ai nostri amici del sabato sera ed immaginate quanto, in proporzione, possa essere difficoltoso soddisfare e accontentare tutte quelle persone che in un modo o nell’altro si sentono protagoniste e coinvolte a tal punto da voler partecipare nelle scelte e nelle decisioni. Per quanto ci si sforzi di sottolineare che a sposarsi siano “solo gli sposi”, in realtà la questione è molto più complessa e la scelta delle bomboniere può diventare una questione difficile da mediare tra la sposa, la madre e la futura suocera… per non parlare della gestione degli invitati e della realizzazione del tableau!

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La vera complessità del matrimonio diventa dunque proprio l’unione delle due differenti famiglie e di tutto ciò che questo porta con sé: cultura, tradizioni, usanze, amici... E se pensiamo poi, ai nuclei familiari di oggi, a quanto siano “allargati”, è facile rendersi conto di come sia, quasi inevitabile, che delle dinamiche disfunzionali possano affiorare e prendere il controllo generando conflitti.

L’importanza di un mediatore

I mesi che lo precedono, spesso non sono più vissuti come un tempo di preparazione al Rito, una celebrazione del cambiamento e del nuovo inizio… ma, un susseguirsi di appuntamenti, tensioni e stress che fanno perdere di vista il senso, l’essenza, la ragione profonda di quel passo.

Come fare dunque a far sì che tutto questo non accada? Come si può dunque arrivare alle nozze vivendo con intensità e totalità ogni singolo momento senza l’ansia, le preoccupazioni, la frenesia dei preparativi? Un’idea potrebbe essere quella di affiancare, nei mesi antecedenti le nozze uno spazio individuale e di coppia con un professionista, un Counselor che possa accompagnare i futuri sposi nelle varie tappe facilitandone le discussioni, mediando le controversie, riportando l’attenzione sulla consapevolezza e sulla responsabilità di ciascuno, trasformando i disagi in risorse, lasciando che la piramide dei valori e di ciò che è veramente importante: “il sentire” non si perda nel “fare”.

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Scegliere una figura che ci supporti nelle relazioni tra sé stessi e gli altri, imparando a utilizzare una comunicazione efficace e nello stesso tempo assertiva, che tenda ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità degli sposi, promuova atteggiamenti attivi e propositivi e stimoli le capacità decisionali, può diventare dunque un aspetto importante per vivere con maggior presenza, autenticità, serenità.

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Counselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor e Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

La bellezza dell’imperfezione

La bellezza dell’imperfezione

La paura di sbagliare, la difficoltà di non essere all’altezza… i continui messaggi multimediali che ci vogliono perfetti, prestativi, scattanti, speciali… a lungo andare logorano, feriscono, indeboliscono.

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Cosa ci può aiutare

In questi giorni spesso si sente parlare di resilienza, un termine particolarmente inflazionato al quale in molti fanno riferimento quando vogliono parlare della capacità di adattamento, del recupero delle forze dopo una delusione, dell’abilità di sapersi rialzare, reinventare.

Resilienza è un termine che, dal punto di vista etimologico deriva dal verbo latino resilire: rimbalzare, saltare in dietro e significa, nell’ambito della metallurgia: la capacità che alcuni metalli hanno di saper assorbire gli urti senza rompersi.

Dal punto di vista psicologico, la resilienza è la capacità che un individuo ha nel rispondere ai cambiamenti, ai traumi che vive, rimodulando la propria esistenza e, al bisogno, sapendo ricostruire uno o più aspetti della propria vita senza lasciarsi scalfire dagli eventi o perdere la propria identità.

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Come spiegare questo concetto

Dal punto di vista concettuale tutto può sembrare essere chiaro, ma… nella pratica, come ci si può allenare? In che modo ci si può preparare ad essere resilienti e, come possiamo trasmettere in modo efficace ai nostri figli il significato di quanto abbiamo appena letto?

Per rendere più concreto e dunque più comprensibile ai nostri occhi e non solo, ci può venire in aiuto una tecnica giapponese dalle origini molto antiche: il kintsugi.

La tecnica

La parola “kintsugi” si scrive coi kanji 金継ぎ, che rispettivamente significano “oro” (金) e “aggiustare” (継ぎ). Letteralmente possiamo tradurlo con “aggiustare con l’oro” o anche “toppa dorata”. A volte vi potrebbe accadere di incontrare anche la parola Kintsukuroi, scritto coi kanji 金繕い che significano rispettivamente “oro” e “riparatore” (繕い), quindi “riparatore che usa l’oro”.

L’origine di questa pratica pare risalga ad un periodo che va dal 10.000a.C. al 400 a.C. e una leggenda racconta di uno Shogun (un’alta carica militare) che, bevendo il suo tè, ruppe la tazza e commissionò un artigiano affinchè potesse ripararla rendendola nuovamente efficiente e all’altezza della sua carica.

Dopo diverse ore di lavoro, l’artigiano tornò con la tazza riparata: un capolavoro artistico dove ogni frammento di ceramica che si era creato con la rottura era legato al suo vicino attraverso una linea di lacca e polvere d’oro.

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Rendere preziose le ferite

Era nata l’arte del kintsugi, una nuova forma di artigianato che, partendo da delle ceramiche danneggiate, le riportava a nuova vita attraverso un sapiente uso di materiali preziosi quali l’oro, l’argento o la lacca mista a polvere d’oro.

Da un punto di vista artistico questa tecnica si arricchì di tre diverse forme di applicazione:

  • Hibi (ひび) ovvero “crepa”, dove si riparano le semplici crepe;
  • Kake no Kintsugi Rei (欠けの金継ぎ例), ovvero “esempio di riparazione dorata (del pezzo) mancante”, in cui si crea il pezzo mancante su misura, realizzato interamente in lacca e oro;
  • Yobitsugi (呼び継ぎ) ovvero “invito ad aggiustare/unirsi”, dove si utilizza un pezzo proveniente da un’altra porcellana molto simile ma comunque non quello originale

...e dal punto di vista psicologico potremmo dire che ogni sua sfumatura arricchisce noi tutti di un esempio pratico su come potremmo approcciare il nostro quotidiano, le nostre piccole o grandi ferite della vita da un altro punto di vista.

L'importanza delle crepe

E se l’arte del kintsugi deve la bellezza del suo risultato al numero di crepe, rotture o pezzi mancanti e danneggiati… perché non incominciare con il guardare alle nostre ferite e cicatrici con occhi diversi?

Un vasellame integro non potrebbe mai essere prezioso quanto una ceramica che è stata danneggiata e riparata con meticolosa attenzione. E così siamo noi. Non potremmo essere ugualmente importanti, unici e preziosi se non avessimo incontrato delle difficoltà che ci hanno resi imperfetti.

L’arte di abbracciare il danno

L’arte del kintsugi è anche denominata come “l’arte di abbracciare il danno” intesa come capacità di saper accogliere le cicatrici che le rotture possono lasciarci.

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Benvenute dunque “delusioni”, benvenute “ferite”... non vi stavo aspettando, ma vi accolgo. Sarete voi il frutto della mia esperienza, la conseguenza di aver agito e sarete proprio voi il motivo della mia bellezza di domani. Grazie al nostro incontro mi sarò rafforzata, avrò imparato cose che prima non conoscevo, mi sarò confrontata con situazioni che ignoravo e, qualora qualcosa mi avesse danneggiata, vuol dire che mi avrà dato l’opportunità di fare un lavoro su me stessa, sui diversi pezzi della mia vita, della mia persona, del mio carattere.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195

Diversità = libertà (e viceversa)

Diversità = libertà (e viceversa)

Inizi a sentirti libero quando smetti di guardare gli altri per sentirti bello

Stavo scrivendo un post su Instagram questa mattina quando mi son trovata a fare questa riflessione: 

 

Inizi a sentirti libero quando smetti di guardare gli altri per sentirti bello

 

Oggi, 25 aprile, stavo pensando alla libertà e al significato che questa parola oggi ha per me. Ho richiamato alla memoria la giornata di ieri, la distribuzione delle tute ai ragazzi diversamente abili dell’Associazione Orizzonte ODV con cui collaboro… e... ho ricordato la sensazione di benessere che avverto ogni volta che sono in mezzo a loro.

Il diverso

Spesso, il "diverso" ci destabilizza mettendo in dubbio le nostre certezze. Nell’insicurezza che la diversità ci fa avvertire, fin da bambini iniziamo a lavorare su noi stessi per omologarci alle persone che ci circondano. (Una fatica immane spesso!!!)

 

Provate un momento a fare mente locale. Quante energie ogni giorno investite per avvicinarvi ai modelli che vi circondano: estetici, professionali, sportivi… In ogni contesto, se vi fermate a riflettere, vi accorgerete che esiste uno stile al quale tutti tendono ad uniformarsi.

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Da elemento di disturbo...

Immaginate di entrare all’interno di una sala riunioni e di essere gli unici ad indossare un vestito chiaro. Intorno a voi, solo abiti scuri. E’ primavera magari, ma, chissà perchè, soltanto Voi avete scelto di usare un completo panna, tutti gli altri indossano tailleur neri. Come vi sentireste?

Forse in un primo momento vi potrebbe anche venire in mente l’idea di tornare a casa a cambiarvi.

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...a risorsa

Quando ero piccola facevo nuoto agonistico. Mi allenavo 6 giorni a settimana ed il cloro in pochissimo tempo consumava i costumi, così era necessario acquistarne sempre di nuovi. Tutte nella squadra indossavamo “Arena”, la marca che andava di moda in quegli anni e nessuna di noi aveva mai provato a cercare un’alternativa (magari più economica). Un bel giorno mia madre, entrando in un nuovo negozio di articoli sportivi, trovò un brand sconosciuto che costava un terzo e decise di farmi un regalo. Ricordo come se fosse ieri la vergogna che mi assalì quando indossai un costume “diverso” da quello delle mie compagne. Mi sentivo osservata, giudicata, isolata… eppure, dopo pochi mesi, anche le altre amichette si “omologarono” a me. 

 

Se in un primo momento il mio costume era stato un elemento di disturbo, una voce fuori dal coro… poi si era rivelato, per l’intero gruppo: una risorsa, una rottura di schemi, un rompere un’abitudine non funzionale.

 

Essere uguali agli altri ci dà l’illusione di essere più forti, più giusti, migliori.

...eppure, se investiamo tutte le nostre energie per essere come gli altri ed abbattere dunque quella distanza fisiologica, biologica, naturale, chiamata diversità, come possiamo dare spazio alla nostra creatività, apertura, individualità?

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Come affrontare la diversità

La diversità non va temuta, ma, al contrario: difesa, nutrita, allenata, enfatizzata, accudita. Anche se a volte ci fa sentire soli e sbagliati!!! 

Iniziamo da noi stessi e poi con i bambini che ci sono accanto, fin da quando sono piccoli. 

Come si fa a spiegare a un ragazzino che viene bullizzato per il suo aspetto, la sua stravaganza, la sua fragilità che è il più fico di tutti?!! Insegnandogli a usare il suo “essere speciale” come un superpotere contro i prepotenti. 

...e dando l’esempio nel nostro quotidiano che non essere come gli altri non vuol dire essere peggiore o migliore. 

Diversità = libertà

Ecco che allora la diversità può essere intesa come pluralità di facce, di colori, di lingue, di credo, di culture. Diversità anche come intuizione, fantasia, complessità individuale, capacità di vedere la realtà secondo altri punti di vista e nuove prospettive... Diversità come capacità di  uscire dai soliti schemi, di cambiare direzione: magari andando nel verso opposto a quello degli altri seguendo la voce del cuore e dell’intuizione.

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Diversità come libertà dunque, di essere veramente ed autenticamente ciò che siamo. Se io mi accetto per quello che sono, con le mie caratteristiche, i miei difetti... allora sì che mi sentirò finalmente libero di potermi esprimere senza la paura del giudizio (mio e degli altri)!!!

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.  
Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. 
Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195

 

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