Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 8,27-35)

Pietro rispose a Gesù: «Tu sei il Cristo» - il Portico

L’EQUIVOCO DI CESAREA

 

            Il brano evangelico di questa domenica rappresenta un punto di svolta nel vangelo di Marco: è collocato infatti quasi al centro della narrazione e pone l’importante questione dell’identità di Gesù.

            Il maestro si incammina per recarsi nei villaggi intorno a Cesarea di Filippo e in questo luogo rivolge le sue domande ai discepoli. Innanzitutto chiede: “La gente, chi dice che io sia?”; sembra però che non gli interessino particolarmente le opinioni degli altri e voglia in realtà solo preparare e provocare un contrasto.

            La seconda domanda, quella forse più importante che Gesù pone in tutto il vangelo, è propriamente rivolta ai discepoli, a coloro che hanno seguito e dunque conosciuto il maestro durante il suo ministero in Galilea: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro risponde anche a nome degli altri e per la prima volta dice chiaramente quello che i lettori sanno fin dall’inizio: “Tu sei il Cristo”, tu sei cioè il re che Dio dona al suo popolo, il re che si occupa come un pastore di questo popolo, conducendolo alla pienezza della vita. Pietro ha risposto davvero bene. Tuttavia è necessario che sia lui che gli altri comprendano veramente a quale tipo di messianicità il loro maestro si riferisce. Per questo Gesù sente subito il bisogno di precisare: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto…”. È la via della croce che completa il discorso, chiarificandolo. Non basta dire qualcosa di vero su Gesù per parlarne in modo appropriato. C’è sempre il rischio di fraintendere. Infatti Pietro diventa subito dopo un “satana”, cioè un ostacolo al cammino stesso di Gesù, perché pensa a un messia a misura sua, secondo una logica del tutto umana. Pietro è scioccato ed estremamente deluso. Non accetta questo destino-vocazione di Gesù e vuole stravolgere la logica del discepolato. Ha la pretesa di mettersi lui stesso davanti a Gesù, che è costretto ad ammonirlo: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu pensi secondo gli uomini”. La sottile tentazione di Satana è il tentativo di distogliere dalla via tracciata da Dio (la via della croce) per sostituirla con una via elaborata dalla saggezza degli uomini.

            In questo modo, grazie a Pietro, accogliamo l’insegnamento di Gesù sul nucleo profondo dell’identità del discepolo: chi vuole liberamente seguire Gesù deve smettere di porre se stesso come criterio di misura, fare la scelta personale di giocarsi tutto per appartenere a Cristo (la sua croce) e mettersi in relazione permanente con lui (seguirlo).

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 7,31-37)

Io voglio la tua guarigione, voglio la tua salvezza!” - Punto Famiglia

UNA NUOVA CREAZIONE

 

            La pagina evangelica di questa domenica ci presenta Gesù che lascia la zona di Tiro, città della Fenicia, dove aveva guarito la figlia della sirofenicia, passa per Sidone e si dirige verso il mare di Galilea, ma invece di fermarsi in questa regione, si reca nella zona orientale (Decapoli) abitata anch’essa da popolazioni non giudaiche. Qui gli conducono un uomo, che è sordo e sa solo balbettare, perché egli imponga le mani e invochi la benedizione divina su di lui. Tale richiesta mostra chiaramente la fiducia di queste persone nel suo potere, ma credo sia importante notare una serie di gesti attraverso i quali Gesù procede e che manifestano molti aspetti particolari. Più che le parole infatti in questo racconto contano i gesti con i quali Gesù si prende cura di questo malato.

            Gesù prende da parte l’uomo e lo allontana dalla folla. Tocca gli organi privi della loro funzione: orecchie e lingua. Guarda il cielo - ad indicare che questo è un segno che viene da Dio e non da un potere umano - manda un sospiro e dice la sua potente parola. Il sospiro di Gesù indica la sua interiore partecipazione allo stato compassionevole di questo malato e l’unica parola che viene detta da Gesù è in aramaico: “Effatà! Apriti!”. Il successo segue immediatamente: l’uomo si apre, può udire e parlare. A questo punto egli impone il silenzio, ma ottiene esattamente l’effetto contrario.

            Come si può notare, sullo sfondo del messaggio biblico la guarigione di questo sordomuto ha una forte valenza simbolica. Non per niente quelli che sentono annunciare tale fatto esclamano: «Ha fatto bene ogni cosa!». Chi ha un po’ di familiarità con la Bibbia si accorge subito che questa frase si ispira da una parte al racconto della creazione dove si sottolinea più volte la bontà delle cose fatte da Dio («... e vide che era cosa buona»), e in modo speciale dell’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza («vide che... era cosa molto buona»); d’altra parte queste parole alludono al testo della prima lettura in cui è già presente lo stile e il messaggio del Deuteroisaia: «...si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto»). Per l’evangelista Marco la guarigione del sordomuto, così come un giorno il ritorno dall’esilio, rappresenta una nuova creazione.

            Il cardinale Carlo Maria Martini nella lettera pastorale del 1990-1991, “Effatà, Apriti”, scrive che «in quest’uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale… Il comunicare autentico non è solo una necessità per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. È anche un dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è comunicazione».

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 7,1-8.14-15.21-23)

IL CULTO DELLE LABBRA E DEL CUORE

Gesù, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila nel deserto, presenta se stesso come quel vero nutrimento spirituale dono di Dio di cui l’uomo ha bisogno per la sua vita. Ma a Gesù che si presenta come pane risponde la cecità e la durezza di cuore non solo degli avversari ma anche degli stessi discepoli incapaci di riconoscere e accogliere il suo dono.

Il brano odierno, dallo stile profetico, presenta alla comunità cristiana una diatriba tra Gesù e gli scribi e farisei venuti da Gerusalemme. I farisei sono coloro che pongono tutte le loro energie a servizio dell’osservanza scrupolosa e inoppugnabile della legge. Gli scribi sono invece coloro che studiano la legge e la conoscono in ogni sua sfumatura. Chi più di loro può sentirsi autorizzato nel denunciare ciò che allontana dalla retta pratica della fede?

L’antitesi legge/vangelo, che accompagnerà anche la storia della comunità cristiana (cfr At 15,5ss), emerge nel nostro testo violentemente. Il motivo del conflitto è causato dal comportamento dei discepoli che «prendevano cibo con mani immonde» cioè “non lavate”. Il significato di questa norma non è solo e anzitutto questione igienica: per il pio israelita è soprattutto invito a riconoscere che quel cibo è dono di Dio, e quindi va consumato con il rispetto e la venerazione nei confronti del donatore. Il significato della norma era perciò aiutare a “fare memoria”, nel dono del “pane”, dell’alleanza con Dio. Ma ora il pane è Cristo stesso, ed è lui che discepoli, farisei e scribi sono chiamati a riconoscere come dono di Dio. Tutto il resto dovrebbe passare in secondo piano: anche la legge santa! Ma questo non accade, e il motivo è semplice: la cecità e la durezza del cuore di tutti.

Farisei e scribi, che hanno ben coscienza del peso della loro autorità in mezzo al popolo, si scandalizzano di Gesù. Non è egli chiamato rabbi? Perché non interviene, come suo dovere, a favore della legge? Se Gesù fosse realmente un rabbi rispettoso della legge non dovrebbe permettere questo.

A questa rigida presa di posizione degli avversari Gesù risponde con la citazione di Isaia 29,13. E citando i profeti, egli si colloca nella loro linea di severa accusa nei confronti di un culto ormai decaduto perché solo esteriore. L’antitesi posta dal testo di Isaia è tra culto delle labbra e del cuore, ovvero tra culto esteriore e interiore. Giungiamo al v. 8 al nucleo centrale della denuncia fatta da Gesù: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». L’uomo “religioso” (da intendersi come l’uomo non ancora evangelizzato) corre sempre il tremendo rischio di porre al primo posto la legge con la quale ricercare la propria giustificazione. Gesù porta quindi un esempio limite con il quale dimostra concretamente come la legge, e l’interpretazione che ne fa la tradizione “degli antichi”, diventa occasioni di subdola ipocrisia. È l’abile malizia del cuore indurito per cui la legge “santa” si trasforma in sottile strumento per eludere la verità e le esigenze autentiche della religione “del cuore”.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,60-69)

Vangelo Gv 6, 60-69:« È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a  nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita». - Io resto  con Gesù

«SIGNORE, DA CHI ANDREMO?»

«Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» (Gv 6,60). Il discorso nella sinagoga di cafarnao si conclude con questa reazione contrapposta di molti discepoli che abbandonano Gesù.

Gesù risponde invitandoli ad aprire il cuore ad una dimensione più grande. Se loro ragionano in termini terreni è evidente che non si può pensare che Gesù venga dall’alto: l’umanità di Gesù è povera come quella di tutti gli uomini e non può certamente salvarli. Devono aprire il cuore ad una rivelazione più grande; quanto? «Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?» (Gv 6,61-62).

Il cammino della vita di Gesù è orientato verso un compimento, verso quello che i Vangeli chiamano «la sua ora» (Gv 7,30). “La sua ora” è la sua morte, in quanto ritorno al Padre, passaggio da questo mondo al Padre, è il «salire là dove era prima». Se i discepoli riescono a cogliere il mistero della Pasqua di Gesù, allora anche la sua origine diventa comprensibile.

E come può «Gesù darci la sua carne da mangiare»? La risposta è questa: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho dette sono spirito e vita» (Gv 6,63). È per la potenza dello Spirito che la carne di Gesù è portatrice del Verbo; è stato concepito per opera dello Spirito Santo. È questo che i discepoli devono imparare a riconoscere. Se capiscono questo allora sanno riconoscere nella carne di Gesù la presenza del Verbo di Dio, dell’amore, della sapienza e della verità di Dio.

«Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,66). Dei suoi discepoli rimangono i Dodici. «Disse allora Gesù ai Dodici: Forse anche voi volete andarvene? Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,67-69). Questa è la più bella espressione di fede con cui il Vangelo di Giovanni chiude il ministero di Gesù in Galilea. Pietro probabilmente non ha capito tutto quello che Gesù stava dicendo. Queste parole sono comprensibili solo dopo la croce, solo dopo la risurrezione di Gesù; prima rimangono evidentemente enigmatiche, misteriose e oscure. Pietro però ha una fiducia profonda in Gesù, è legato a Lui da un legame di amicizia, di fiducia, di attesa, di speranza; ha legato la sua vita a quella del Signore e nel suo cuore Pietro ha questa sicurezza che Gesù ha recepito.

SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA ASSUNTA IN CIELO (LC 1,39-56)

Liturgia Assunzione della Beata Vergine Maria - www.maranatha.it

MARIA, L’INIZIO DELLA CHIESA

Per aiutarci a comprendere la festa di oggi, la solennità dell’Assunta, la liturgia ci fa ascoltare la prima Lettera di Paolo ai Corinzi, in quel capitolo 15 che tratta della risurrezione di Gesù Cristo e della risurrezione dei credenti insieme con lui. Scrive Paolo: «Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20). “Primizia” vuole dire che l’esperienza della risurrezione si compie prima di tutto in lui; ma non solo, perché, dopo di lui la salvezza nella risurrezione è aperta agli uomini. Scrive sempre Paolo: «Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1Cor 15,21-22).

Abbiamo un legame naturale e profondo con Adamo e questo è quello che fa di noi delle persone mortali, sottomesse al tempo che passa e che distrugge prima o poi ogni vivente; siamo sottomessi alla morte. Ma la solidarietà che Cristo ha stabilito insieme con noi ci pone in una nuova speranza, perché il Cristo ha conosciuto la morte, ma ha vinto la morte nella risurrezione e nella glorificazione: «e così tutti i credenti riceveranno la vita in Cristo».

Ebbene, secondo san Paolo, quello che è avvenuto in Gesù Cristo deve avvenire nella Chiesa; la Chiesa è chiamata a fare la stessa esperienza. Se noi oggi celebriamo la solennità di Maria assunta, vogliamo dire che una parte della Chiesa, Maria, ha veramente accompagnato Gesù nel cammino della sua vita, morte, resurrezione e glorificazione. Maria partecipa della gloria di Cristo, del Cristo risorto, del Cristo salito alla destra del Padre.

Maria è l’inizio della Chiesa, di un mondo rinnovato, rigenerato, vivo, santo e bello della bellezza di Dio. Questo è il motivo grande di stupore: che la bellezza di Dio possa stamparsi su un volto umano, su una creatura umana, fragile e debole come sono tutte le creature umane; ma lì il volto e la bellezza di Dio si manifestano. La fede della Chiesa vede Maria così, come una donna glorificata, quindi trasfigurata dall’amore di Dio.

 

 

 

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,41-51)

 

Domenica 8 agosto, commento di don Renato De Zan / Commento al Vangelo /  Rubriche / Home - Il Popolo

LA VITA ETERNA DONATA

DAL PANE DISCESO DAL CIELO

 

            Il vangelo di Giovanni, di cui ascoltiamo un’altra sezione del capitolo sesto, mostra come i Giudei rimangano prigionieri della loro incredulità proprio perché incapaci di riconoscere la rivelazione di Dio nella carne di Gesù. Il punto maggiormente controverso è senz’altro costituito dall’affermazione solenne di Gesù sulla sua origine.

I Giudei oppongono una constatazione di evidenza realistica e di carattere sensibile. Tutti loro conoscono il padre e la madre di Gesù, per cui, secondo la logica umana, la conclusione che ne deriva è che costui ha la stessa origine di tutti gli altri e non è affatto disceso dal cielo, come egli invece afferma. Con la sua risposta, però, Gesù mostra di non voler affatto discutere con loro. Tuttavia non spiega ancora la sua origine trascendente e il modo grazie al quale essa si è attuata attraverso il concepimento verginale di Maria. Egli esige da loro una fede del tutto incondizionata, capace di oltrepassare la logica della pura esperienza sensibile.

«Nessuno può venire a me, se il Padre che mi ha inviato non lo abbia attratto, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,44). Ci sono essenzialmente tre affermazioni di considerevole importanza contenute in questo versetto fondamentale.

In primo luogo l’espressione iniziale: «Nessuno può venire a me», in cui il verbo «venire» possiede un evidente carattere metaforico e significa nella fattispecie «credere». Ciò che Gesù sostiene è che nessun uomo è in grado di credere in lui basandosi solo ed esclusivamente sulle proprie forze. In secondo luogo va dedicata una particolare attenzione all’espressione: «Se il Padre che mi ha inviato non lo abbia attratto». Il Padre invia il Figlio nel mondo con un preciso piano di salvezza già elaborato e il contatto tra suo Figlio e gli uomini è contemplato proprio all'interno di questo progetto grandioso. Infine è utile soffermarsi sulle ultime parole: «E io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Esse introducono direttamente nel contesto della vita divina, iniziata con l’atto di fede in Gesù. Dunque, grazie alla cosiddetta “trazione” del Padre, gli uomini possono credere in Gesù, ottenendo in questa maniera la vita divina, il cui completamento finale sarà la risurrezione del corpo.

La vita eterna, divina, donata dal «pane disceso dal cielo» non può venir meno, pertanto chi mangerà di questo pane non dovrà temere in alcun modo la morte.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,24-35)

Il Vangelo di Domenica 5 agosto. A cura di Donato Calabrese -  Emozioninrete.com

“SIGNORE, DACCI SEMPRE QUESTO PANE” 

            L’uomo - come è ovvio - da sempre cerca il suo sostentamento, di cui il creatore stesso si fa garante: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gen 1,29). Lo sa bene il popolo di Israele, il quale per quarant’anni si è nutrito di un prodigioso alimento nel deserto, a dire il vero poco apprezzato dai beneficiari immediati: quello della manna. Un popolo che Dio ha nutrito e dissetato, un popolo che ha protetto con le nubi della gloria. In tutto questo tempo Dio si è preso cura di questo suo popolo, della sua vita materiale, ma soprattutto della sua vita di fede. Non va dimenticato che l’esperienza del deserto è stata una lunga scuola di fede durante la quale Israele è diventato il popolo di Dio, ha imparato ad obbedire, a fidarsi di lui, a vivere di provvidenza, a lasciarsi amare come Dio voleva amarlo, vivendo nella dipendenza radicale da lui, riconoscendo cioè la verità di Dio come Creatore e Signore. Non a caso l’evangelista Giovanni nella pericope odierna menziona l’evento prodigioso della manna, quando i Giudei dicono: «è stato un pane disceso dal cielo, quello che hanno mangiato i nostri padri». Ora, la manna è il pane “che Dio fa piovere dal cielo”; è un alimento che basta per soddisfare le necessità di ognuno ed evita di creare divisioni tra ricchi e poveri. È dono di Dio e gli uomini possono raccoglierne soltanto la propria razione quotidiana. “È – come dice il libro della Sapienza – il cibo degli angeli, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 15,20). Si comprende perciò come da sempre nella teologia la manna sia stata riconosciuta come un’anticipazione del pane eucaristico che è il corpo di Cristo. È questo infatti il vero pane in grado di saziare ogni fame del cuore dell’uomo: «chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

            La folla sembra intuire il valore di questo pane, tanto da chiedere: «Signore, dacci sempre questo pane», una domanda molto simile alla formula contenuta nel Padre nostro: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Si noti come all’improvviso essi chiamano “Signore” colui che poco tempo prima avevano contestato. Forse i presenti sono impressionati solo superficialmente dal dono promesso dal loro interlocutore e quello che chiedono è perciò un pane materiale, solo corruttibile. A tale domanda Gesù però non si sottrae, perché sa che essa nasce da un desiderio e un anelito profondo insito da sempre nel cuore dell’uomo: quello di mangiare non più un pane qualsiasi, ma il pane vero, il pane eterno, il pane della pienezza che è lui stesso. E la folla percepisce che quest’uomo è capace di assicurare loro il pane di cui vogliono vivere, in maniera che esso non venga mai a mancare nel corso della loro esistenza.

XVII DOMENICADEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,1-15)

 

XVII domenica tempo ordinario Gv 6,1-15 - Arcidiocesi di Vercelli

IL PANE SUL MONTE

 

            Per le prossime cinque domeniche il ciclo B sospende la lectio cursiva del vangelo di Marco e presenta il famoso capitolo 6 sul “pane di vita” del vangelo di Giovanni. Lo sfondo antropologico dei primi versetti di questo capitolo è certamente quello della realtà umana della fame e del mangiare: Gesù, pastore come Mosè, offre un vero e proprio banchetto (cf. il miracolo del profeta Eliseo raccontato nella prima lettura).

            Attorno a questo “Pane” sul monte - specifica il narratore - si raduna in prossimità della Pasqua una folla numerosa e affamata che Gesù vede venire verso di lui (cf. Gv 6,5). «Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (Gv 6,11). Si noti che il miracolo della divisione dei pani e dei pesci non viene descritto nei particolari: significa che è segno ed insegnamento indirizzato ai discepoli perché condividano la sua preoccupazione per le folle. Gesù raduna e sfama le pecore perdute delle dodici tribù di Israele; i discepoli raccolgono dodici ceste, molto di più di quanto hanno dato (sono servitori del Regno ognuno con il proprio cesto pieno!).

            Il pane è dunque metafora della buona notizia, di tutto il progetto di liberazione dell’uomo portato avanti da Gesù: serve a far ragionare con la categoria della condivisione e non con quella dello scambio (Filippo ragiona in termini di denaro). La comunità viene educata a questo progetto caratterizzato dal donarsi/spezzarsi e dal servire nella logica della gratuità.

            I gesti compiuti da Gesù sono gli stessi del pasto ebraico e saranno quelli che egli ripeterà anche nell’ultima cena. «Dal deserto - commenta un esegeta - si è come inavvertitamente condotti nel Cenacolo. Da maestro di sapienza e messia taumaturgico Gesù diventa il sommo sacerdote della nuova alleanza. Sembra che l’evangelista abbia dimenticato le operazioni e i gesti compiuti in occasione del miracolo del pane e li abbia sostituiti con quelli compiuti nel corso dell’ultima cena». Moltiplicando i pani Gesù sazia le moltitudini e dona la vita mediante il pane abbondante. È il “segno” di quanto egli, pane di vita eucaristico, farà per la vita del mondo. C’è dunque un pane di cui l’uomo vive, senza il quale le persone muoiono; ma si tratta di un pane - ed è qui la novità - che dipende dal Figlio dell’uomo perché soltanto lui lo provvede.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,30-34)

UNO SGUARDO ATTENTO E PREMUROSO

 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Gesù e gli apostoli - Il  Corriere Apuano

            I “discepoli” che erano andati in missione ritornano come “apostoli” da Gesù e gli rendono conto del loro operato. Gli raccontano, probabilmente pieni di gioia, i prodigi che hanno potuto compiere per suo incarico, e quello che hanno insegnato. Gesù allora li invita a recarsi con lui in un “luogo solitario”, in modo da restare “per proprio conto”, perché la folla era talmente numerosa da impedire loro persino di mangiare. Con questo suo invito Gesù riconosce la fatica e lo sforzo sostenuto dai Dodici. Anche lui infatti si reca spesso in luoghi solitari per pregare e desidera che chi è con lui faccia lo stesso, procurandosi un tempo di pace e di riposo. Come dire, c’è il momento della missione e dell’impegno e c’è il momento del riposo, c’è il momento dell’accoglienza e c’è il momento della solitudine. Un riposo però che si mantiene aperto ad una fondamentale disponibilità.

            Al suo arrivo nel luogo prescelto - precisa l’evangelista - Gesù “vide” una grande folla e ne “ha compassione” perché erano come pecore che non hanno pastore, e immediatamente si mette a insegnare loro molte cose. Gesù si rende conto della condizione dei molti uomini che con un simile zelo si sono precipitati ad aspettarli sulla riva. Vede in loro pecore che non hanno pastore: un popolo che nessuno guida, del quale nessuno ha cura, che corre il pericolo di smarrirsi e di andare in perdizione. Questa miserevole condizione del popolo desta la compassione di Gesù e lo induce a comportarsi come un nuovo Mosè.

            Gesù ha compassione dell’uomo perché lo vede vagare senza direzione, affamato e assetato. Gesù ha fame di persone libere e felici. Egli ci chiama in disparte per chiederci: e voi, quale fame avete? Ci invita a riposarci senza avere la presunzione di sentirci indispensabili: per coloro che restano in piedi con i loro ragionamenti non c’è né pane né pesce. Il tempo estivo può essere dunque una buona occasione per vivere un po’ di questo riposo. «Quando entriamo nel raccoglimento - diceva infatti Romano Guardini - lo spazio interiore si apre e la divina Presenza può annunciarsi in noi».

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