Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

II DOMENICA DI AVVENTO A (MT 3,1-12)

Medaglione con san Giovanni battista, oro, argento, smalto in tecnica cloisonné, 1100 circa, Metropolitan Museum, New York.

 

UNA VOCE NEL DESERTO

            Se domenica scorsa la liturgia della Parola ha messo in evidenza l’atteggiamento di colui che veglia perché in attesa del ritorno dell’amato, in questa seconda domenica di Avvento l’accento cade sulla figura e sul messaggio di Giovanni Battista, il nuovo Elia (cf. Ml 3,23) venuto ad essere “voce” che prepara l’arrivo non di un altro profeta, ma di Dio stesso.

            «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,2): se le parole sono le stesse usate in seguito da Gesù (Mt 4,17), è diverso il luogo scelto dal Precursore per la predicazione, il deserto. Lì Dio ha concluso la sua alleanza con Israele ed è iniziato l’esodo dalla schiavitù verso la terra della libertà, per entrare nella quale, però, è stato necessario attraversare il fiume Giordano (cf. Gs 3). In quello stesso fiume Giovanni battezza quanti vengono per ritrovare la vicinanza con quel Dio che sta per venire, confessando i propri peccati.

            Questo battesimo, espressione di pentimento, resterebbe imperfetto se non portasse al momento positivo della conversione, inizio di una vita nuova. A portare a compimento tutto questo sarà lo stesso Figlio di Dio, che «battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11). Un cuore pentito, infatti, è il terreno più accogliente per il seme del Regno, cioè di quell’alleanza nuova (cf. Ger 31,31-34) che il Padre ha promesso al suo popolo: con lo Spirito Santo l’uomo riceverà nel suo intimo la forza e la vita di Dio stesso.

            Il fuoco con il quale battezzerà il Messia è, poi, espressione del giudizio che, prima della sua seconda venuta nella gloria, è affidato ad ognuno di noi. È nel nostro vivere quotidiano che veramente scegliamo tra la vita e la morte, tra la comunione con Dio e la separazione da lui. Quel giudizio definitivo che il Battista riteneva imminente (Mt 3,12), Gesù lo rimanda all’ultimo giorno, per mostrarsi ora come Messia magnanimo e tollerante. Per poterci ritenere al sicuro, però, non basta l’avere «Abramo per padre» o l’appartenere ad una istituzione religiosa, perché solo la fede e la continua conversione salvano tanto il giusto quanto il peccatore, tanto il pagano quanto il pio israelita. Dio può suscitare figli di Abramo dovunque!

I DOMENICA DI AVVENTO A (Mt 24,37-44)

Jesus and Noah - 3rdmillenniumproject

 

CUSTODIRE LA TENSIONE VERSO

IL SIGNORE CHE VIENE

Iniziamo con questa domenica un nuovo anno liturgico durante il quale sarà il vangelo secondo Matteo ad offrirci la Parola che guida il nostro cammino di fede. Una delle caratteristiche di tale vangelo è la presenza di cinque grandi discorsi in cui Matteo raccoglie detti di Gesù attorno a temi fondamentali per la vita della chiesa. Riprendendo l’idea del cardinale Martini, possiamo dire che questo vangelo è il vangelo del catechista, del professore. Chi deve insegnare, infatti, prende il vangelo di Matteo per la presenza di questi discorsi, che sono una sorta di manuale e insegnano cosa sia la vita cristiana. Non a caso era il vangelo più utilizzato dalla Chiesa primitiva per diffondere il messaggio cristiano. Era il più utile in quanto conteneva tutto l’essenziale della vita cristiana.

Il tempo di Avvento si apre come di consueto sulla prospettiva del ritorno del Figlio dell’uomo e dunque con un brano tratto dall’ultimo discorso proposto da Matteo, quello escatologico; esso ci offre tre piccole parabole attraverso cui l’evangelista vuole sottolineare l’imprevedibilità dell’ora della venuta del Figlio dell’uomo e la necessità di essere pronti, di vegliare.

Ci incuriosisce forse un po’ il fatto che il vangelo ci presenti la venuta del Figlio di Dio come se fosse un ladro che viene per scassinare la casa; figura questa non certamente gradevole. In secondo luogo non si capisce molto bene la logica: «se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa». E se non lo sa? Deve vegliare perché non sa quando viene. Come a dire, se voi sapete quando viene, state svegli! Se non lo sapete state svegli lo stesso perché viene! In ogni modo, nell’esperienza cristiana è essenziale il “vegliare”, cioè essere attenti e pronti per un futuro nel quale ci sarà il compimento della nostra esperienza, della nostra vita: viene il Signore e la nostra vita raggiunge la sua pienezza.

Occorre dunque rimanere svegli, perché – dobbiamo ammetterlo - una delle tentazioni più grandi, uno degli ostacoli alla vita di fede è quella che si chiama l’abitudine, la routine, la ripetizione di gesti (anche religiosi) senza il cuore, senza la responsabilità, senza l’impegno della libertà, quando la vita religiosa diventa una vita formalista e viene meno la persona, il coinvolgimento della persona. Lo dice bene la Didaché: «Vigilate sulla vostra vita: che le vostre lampade non si spengano e non si sciolgano le cinture dai vostri fianchi. State pronti, perché non sapete l’ora in cui nostro Signore verrà. Radunatevi frequentemente, per cercare insieme ciò che più conta per le vostre anime; a che cosa vi gioverà il tempo vissuto nella fede, se, all’ultimo momento, non sarete trovati fedeli?». Buon Avvento!

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO (LC 23,35-43)

CRISTO RE ANNO C Lc 23, ppt scaricare

 

LA CROCE COME VIA DI REGALITÀ

Nella scena del Calvario raccontata dal terzo evangelista colpisce molto il comportamento del buon ladrone. Ci sono due suoi interventi. Il primo è rivolto all’altro malfattore: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male»; parlando così egli mostra una straordinaria umiltà: riconosce di essere peccatore e accetta la punizione che sta subendo come giusta!

Il secondo intervento è rivolto a Gesù ed esprime una fede sorprendente: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno». Dunque, il buon ladrone capisce che Gesù sta entrando nel suo Regno! Ci vuole uno sguardo di fede per vedere questo; perché gli occhi di carne vedono solo un Gesù umiliato, schernito, agonizzante; vedono solo la privazione di ogni forza e potere. E invece il buon ladrone riconosce la dignità di Gesù, vede la croce come una via di regalità.

Probabilmente ciascuno di noi si chiede come egli sia giunto a questo. Il buon ladrone sa di Gesù alcune cose: anzitutto sa che Gesù non ha fatto nulla di male; in secondo luogo sa che, nel momento della passione, Gesù continua a benedire e perdonare. Poco dopo infatti Gesù dirà: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Gesù continua a fare del bene anche quando riceve del male; ha un potere così forte da non essere bloccato nemmeno dalla sofferenza e dal male.

E si consideri anche la risposta di Gesù al buon ladrone: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Dunque Gesù ha ancora del potere, e un potere immenso: può ancora aprire le porte del paradiso; può introdurre nel regno dei santi un malfattore; può, quindi, creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia e la santità.

Commenta Giovanni Crisostomo: «Vedi che gran cosa è questa proclamazione del ladro? Proclamò Cristo Signore e aprì il paradiso; e acquistò tanta fiducia, che da un podio di ladro osò chiedere un regno. Vedi di quali beni la croce è sorgente? Chiedi un regno? Ma che cosa vedi che te lo faccia pensare? In faccia hai una croce e dei chiodi, ma la croce, egli dice, è simbolo di regno. Invoco il Re, perché vedo il Crocifisso; è proprio del re morire per i suoi sudditi. Questo stesso disse: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecore” (Jn 10,11). Dunque, anche un buon re dà la vita per i sudditi. Poiché dunque diede la sua vita, lo chiamo Re. “Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”» (Hom. de cruce et latrone, 2 s.).

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C (LC 21,5-19) X

 

XXXIII Domenica anno C - Matteo Farina

PERSEVERANTI

  Il tempio di Gerusalemme doveva presentarsi agli occhi dei pellegrini come un edificio grandioso e imponente. Ma di questo tempio Gesù dice: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta», come a ricordare che tutto passa! Di qui la domanda: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Nasce cioè l’ansia di prevedere il futuro, di voler sapere quello che accadrà. Ma non è questo l’atteggiamento giusto: «Badate di non lasciarvi ingannare». L’uomo è portato a cogliere nella storia alcuni segni che preannunciano la fine; e spesso queste esperienze infondono timore, perché rivelano la condizione effimera del mondo. Ma Gesù non vuole terrorizzare nessuno: «prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Bisogna prendere sul serio il tempo presente, viverne le sfide, orientarne i progetti. L’esistenza cristiana non cancella il tempo: vuole piuttosto trasfigurarlo rendendolo portatore della speranza.

Ma non basta: il tempo presente è anche tempo di persecuzione per il credente. I discepoli saranno perseguitati a «causa del nome» di Gesù. Soffriranno, alcuni saranno anche uccisi, non per delle idee o una dottrina, ma per il loro attaccamento e la loro fedeltà alla persona di Gesù; una persona per la quale sono pronti a sacrificare tutto il resto, la loro libertà, anche i legami più cari dell’amicizia e della parentela e perfino la loro stessa vita. L’ottica nella quale essi dovranno porsi è quella del rendere testimonianza.

In situazioni come queste i discepoli devono mantenere la fiducia: «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Non sembra che sia garantita, con queste parole, l’integrità fisica perché occorre pur fare i conti con la possibilità concreta del martirio. Ma anche questo non sarà per loro una sconfitta, un fallimento. Al contrario «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Era qui che l’evangelista voleva condurci: alla perseveranza, intesa come capacità di rimanere fedeli alla parola di Dio attraverso il tempo che passa.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 20,27-38)

Alla Risurrezione Di Chi Sarà Moglie Dio Non è Dei Morti Ma Dei Viventi;  Perché Tutti Vivono Per Lui. | un messaggio per te

 

FIGLI DELLA RISURREZIONE

            Composto soprattutto da ricche famiglie sacerdotali e di nobili laici, il partito dei sadducei – di scena nel vangelo odierno – concentrava la sua attività nel tempio e nella politica. Rispetto ai farisei, essi erano molto più conservatori e interpretavano diversamente la bibbia, riconoscendo letteralmente solo il Pentateuco, nei cui libri trovavano tutti gli elementi del culto dei quali avevano bisogno. Ora, dal momento che in questi primi cinque libri non si parla mai di risurrezione, di salvezza e di vita eterna, la conseguenza che essi ne traevano era che la vita e la relazione con Dio del credente terminassero con la morte.

            Con loro Gesù affronta una discussione in merito ad una signora che aveva avuto sette mariti. Per un ordine di Mosè, infatti, se un uomo moriva senza figli, il fratello ne avrebbe sposato la vedova dando al fratello una discendenza (cf. Dt 25,5-6). A tale riguardo i sadducei rivolgono a Gesù una domanda che presuppone però una visione piuttosto materiale dell’aldilà: avendo avuto sette mariti, questa donna nella risurrezione di chi sarebbe stata moglie?

            Rispondendo, Gesù contesta l’idea che le condizioni nelle quali gli uomini vivono nel mondo attuale siano le uniche che Dio ha previsto e dice che la condizione d’esistenza nella vita futura è radicalmente diversa: sarà una vita immortale presso Dio. I risorti, di conseguenza, non hanno più bisogno dell’attività sessuale in vista della procreazione. L’immortalità è dunque la caratteristica dell’essere come gli angeli.

            Dopo aver confutato la premessa dei sadducei, Gesù, richiamandosi all’autorità di Mosè, cita un passo del libro dell'Esodo (3,6) quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente. Questa citazione, facendo parte del Pentateuco, era riconosciuta come sacra dai sadducei, i quali a questo punto non possono più controbattere. Dicendo di essere il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ed usando il tempo presente, benché questi fossero morti da molto tempo, egli lascia intendere che in un qualche modo essi siano ancora vivi, e quindi siano risorti in Dio.

            La chiave del racconto potrebbe dunque essere questa: chi prende il nome da Dio non muore più. La vita che Dio dona con la risurrezione a coloro che ne ritiene degni non è una semplice continuazione della vita terrena, e neppure un tempo vuoto che si deve riempire con qualche attività, ma è la partecipazione alla vita divina. Ne è profondamente convinto Efrem il Siro il quale scrive: «Folle chi vede che il sonno finisce la mattina, e crede che la morte sia un sonno che dovrà durare in eterno! Se la speranza ravviva i nostri occhi, vedremo ciò che è nascosto: il sonno della morte finirà un mattino. Svanirà il meraviglioso profumo del tesoro della vita nel corpo, nella dimora dell’anima, donde era uscito. Bellissimo sarà il corpo, diletto tempio dello Spirito, rinnovato si muterà nella casa della beata pace. Allora squillerà la tromba sulle sorde arpe: “Svegliatevi, cantate gloria davanti allo Sposo!”» (Carmen Nisib., 70).

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 19,1-10)

Riflessione Vangelo Lc 19,1-10

“ZACCHEO SUL SICOMORO,

NUOVO FRUTTO DELLA NUOVA STAGIONE”

Gesù si trova a Gerico e qui «un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vederlo». Zaccheo è un uomo ricco; ma in quanto esattore delle tasse, appartiene alla categoria di coloro che, secondo la prassi giudaica, sono socialmente disprezzati. Aveva sentito parlare del maestro, ma non lo conosceva veramente. Egli, sottolinea il narratore, cercava di vedere. Con questo semplice accenno Luca ci permette di entrare dentro il cuore di quest’uomo ricco, in cerca del Salvatore. “Cercare”, infatti, è un verbo importante per l’evangelista e può indicare la ricerca della verità, della salute, di un senso nella vita o della salvezza. Zaccheo ha in sé un desiderio fortissimo e, anche se è immerso nella folla ed è piccolo di statura, si mette in movimento e prende l’iniziativa di arrampicarsi su un albero per poter vedere. Uomo della vista, così come della parola, l’evangelista considera il verbo “vedere” una metafora della conoscenza, dell’amore o della fede.

Il desiderio del pubblicano si compie oltre ogni aspettativa: Gesù passa veramente di là, ma non si limita a passare. Alza gli occhi e vede, così come anche Zaccheo aveva sperato di vedere. Si noti: era lui che voleva vedere, ma inaspettatamente si trova ad essere visto. Gesù penetra col suo sguardo all’interno del cuore di quest’uomo e lo conosce nel momento stesso in cui si lascia conoscere. E così Zaccheo - di cui Gesù nella sua onniscienza sovrumana conosce il nome - dovette affrettarsi a scendere. Infatti, «oggi - gli dice Gesù - bisogna che io dimori in casa tua». Il maestro interrompe il suo viaggio verso Gerusalemme per “restare”, per “dimorare” a casa di Zaccheo. E l’“oggi” a cui fa riferimento, è certamente l’oggi del calendario, ma è anche un oggi senza tramonto. Zaccheo prima ancora di aprire la porta della sua casa, non esita ad aprire la porta del suo cuore all’ospite inaspettato. Accoglie il maestro con gioia - dice il testo - perché lì dove arriva il Signore, insieme con lui arriva la vita, insieme con lui arriva la gioia. E così la casa di uomo disprezzato dalla gente diventa la casa della salvezza.

S. Ambrogio esprime tutto ciò con un un’immagine molto bella: «per l’elevatezza della sua fede Zaccheo emerge tra i frutti delle nuove opere, come dall’alto di un albero fecondo... Zaccheo sul sicomoro è il nuovo frutto della nuova stagione» (In Luc., 8, 90).

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 18,9-14)

Il Signore è il mio Pastore non manco di nulla - VANGELO DEL GIORNO 13  MARZO 2021 + Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14 Il pubblicano tornò a casa  giustificato, a differenza

L’UMILTÀ CHE OTTIENE IL PERDONO

 

         «Due uomini salirono al tempio per pregare…». Inizia così la celebre parabola lucana che la liturgia ci offre in questa domenica. Si tratta di un fariseo, di uno cioè che è pratico della legge e che è esperto di Scritture, e di un esattore, meglio conosciuto come pubblicano, che nulla sa di leggi e che non conosce i modi con cui rivolgersi a Dio.

            L’evangelista quasi si diverte a descrivere con tratti caricaturali l’atteggiamento del primo: «stando in piedi e parlando a se stesso, pregava così: “O Dio, io ti ringrazio per il fatto che non sono come il resto degli uomini…”». Si noti l’onnipresenza della prima persona, la messa in primo piano di opere che vanno oltre il dovere e il disprezzo generale per il resto dell’umanità, compreso l’esattore. Certamente il fariseo dice il vero e delle cose da lui dette non si deve dubitare poiché compie regolarmente delle ottime azioni. Ma la sua valutazione di esse lo fa cadere in un’ondata di orgoglio spirituale e di ipocrisia: in realtà, così facendo, egli mostra quanto sia compiaciuto di se stesso e dice anche a Dio come debba esserlo di lui.

            Del secondo invece si dice che «tenendosi a distanza, non voleva nemmeno alzare gli occhi al cielo». Nella tradizione biblica, conservare una distanza è preservare la possibilità di un incontro o di un dialogo. Il pubblicano preferisce persino mantenere il suo sguardo abbassato, mentre il tempio è il luogo in cui normalmente, per tradizione, gli occhi sono rivolti in alto per contemplare la gloria di Dio. Non ha vergogna di provare vergogna. L’invocazione, «o Dio», è identica a quella del fariseo, ma il contenuto e l’intensità della preghiera divergono completamente. Le sue parole sono letteralmente: «O Dio, lasciati riconciliare con me peccatore». In questo modo egli riconosce la sua colpa con sincerità, mostra di cercare un grande desiderio di pace con Dio ed è fiducioso nella sua bontà.

            L’epilogo è chiaro: l’unico modo giusto di mettersi dinanzi a Dio è evitare ogni presunzione e arroganza e sentirsi costantemente bisognosi del suo perdono e del suo amore. Non a caso, ha scritto B. Pascal, «la grandezza dell’uomo sta in questo: che egli ha coscienza della propria miseria».

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,11-19)

La guarigione dei dieci lebbrosi nell'arte (Lc 17,11-19): un commento di  Micaela Soranzo – La parte buona

LA VERA FEDE CHE DÀ LA SALVEZZA

 

            Gesù sta andando verso la città santa. Attraversa la Galilea e la Samaria ed entra in un villaggio dove gli vengono incontro dieci lebbrosi che si fermano alla distanza che i sani hanno loro imposto. Nella loro emarginazione e impotenza gli chiedono: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Ed egli, pur con uno sguardo improntato a compassione, inaspettatamente li manda lontano da sé. Li invia dai sacerdoti, senza aver fatto nulla - almeno a prima vista - per la loro guarigione. Secondo la legge infatti i sacerdoti erano gli unici a poter dichiarare puro un lebbroso e a reintegrarlo nella sua famiglia. Ora, dice il testo, «accadde che durante il loro cammino furono guariti», in termini biblici “purificati”.

            La seconda parte del racconto dimostrerà che se la loro fede nella parola di Gesù li ha “purificati”, non è stata sufficiente però per “salvarli”. Infatti solo le orecchie del lebbroso samaritano udranno la bella espressione di Gesù: «La tua fede ti ha salvato». Il contrasto è palesemente chiaro: in dieci avevano supplicato e ottenuto soddisfacimento, uno solo tra loro è stato capace di lodare Dio. Si potrebbe dire che, rispetto agli altri nove, solo il samaritano, cioè uno straniero, vede realmente la sua guarigione: il suo vedere, vale a dire, non solo constata la salute fisica ritrovata, ma implica l’apertura della fede. L’aver visto bene non gli fa capire solo che è guarito, ma che ha incontrato la salvezza di Dio. Senza esitare e senza recarsi dai sacerdoti, egli torna (con un’accezione maggiore rispetto al semplice “tornare indietro”) da Gesù, ma, prima di ringraziarlo, loda Dio dal momento che riconosce nella guarigione operata da lui l’agire di Dio. Ciò che i nove fanno davanti al tempio, il samaritano lo fa davanti a Gesù, a ricordare che d’ora in poi la sola via per ringraziare Dio è di andare a Gesù.

            Le domande finali, lungi dal rivolgersi al samaritano per felicitarsi con lui, sono dirette a ciascuno di noi dando vita ad una nuova diagnosi: non più quella della lebbra ma quella della fede stagnante: che cosa ha più valore per noi, il dono o il donatore? Il dono, così il come miracolo, può essere un grande aiuto, ma non basta. La fede invece, quella vera, è sempre accompagnata dalla riconoscenza.

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,5-10)

27ª domenica tempo ordinario Lc 17,5-10 - Arcidiocesi di VercelliPOVERI SERVI DI DIO IN CERCA DI FEDE

Coscienti che le loro risorse sono ben poca cosa di fronte all’ampiezza del compito che hanno ricevuto, gli apostoli, nella pericope evangelica odierna, chiedono al Signore: «Aumentaci la fede!». Riconoscono cioè la loro debolezza e chiedono una rinnovata dose di fiducia in Dio. Occorre notare che essi non si tirano indietro né vengono meno ai loro doveri, ma fanno l’unica cosa giusta: dinanzi alla mancanza delle loro forze umane invocano un’unione più profonda con Dio.

Gesù, da parte sua, anziché soddisfare il loro desiderio sembra invece accrescerlo usando un’espressione paradossale: «Se aveste fede quanto un granello di senape…». In altre parole, con l’immagine della senape - seme minuscolo - egli afferma che non ci vuole molto per ottenere meraviglie. Proprio necessario, ai suoi occhi, non è un di più di fede quanto una fede viva e autentica, un briciolo di fede che permette però di realizzare ciò che secondo i criteri umani sarebbe impossibile.

Dopo l’insegnamento sulla forza della fede, Gesù presenta agli apostoli un altro aspetto essenziale del loro rapporto con Dio attraverso la parabola del servo, che si riferisce alla vita quotidiana di un modesto contadino e del suo schiavo, la cui giornata di lavoro non termina nei campi, ma in casa dove ancora deve preparare e servire la cena. La parabola non descrive il comportamento di Dio nei confronti di noi uomini, ma indica in quale posizione l’uomo si trova di fronte a lui: non di pretesa o presunzione ma di piena disponibilità e di sincera gratitudine. È Dio che da senso alla nostra vita e quando viviamo secondo la sua legge non abbiamo alcun motivo di gloriarci.

L’insegnamento della parabola è dunque questo: chi ha fatto bene il suo dovere, non pretenda di accampare particolari diritti al cospetto di Dio; eviti di vantarsi e non faccia confronti con gli altri. Riconosca solamente di aver fatto quanto doveva fare. Ma non dica: «sono un servo inutile», come generalmente si traduce. Ogni lavoro ben fatto infatti è prezioso e utile agli occhi di Dio. Dica piuttosto: «sono un povero servo», o meglio ancora, «sono semplicemente servo».

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