Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,41-51)

 

Domenica 8 agosto, commento di don Renato De Zan / Commento al Vangelo /  Rubriche / Home - Il Popolo

LA VITA ETERNA DONATA

DAL PANE DISCESO DAL CIELO

 

            Il vangelo di Giovanni, di cui ascoltiamo un’altra sezione del capitolo sesto, mostra come i Giudei rimangano prigionieri della loro incredulità proprio perché incapaci di riconoscere la rivelazione di Dio nella carne di Gesù. Il punto maggiormente controverso è senz’altro costituito dall’affermazione solenne di Gesù sulla sua origine.

I Giudei oppongono una constatazione di evidenza realistica e di carattere sensibile. Tutti loro conoscono il padre e la madre di Gesù, per cui, secondo la logica umana, la conclusione che ne deriva è che costui ha la stessa origine di tutti gli altri e non è affatto disceso dal cielo, come egli invece afferma. Con la sua risposta, però, Gesù mostra di non voler affatto discutere con loro. Tuttavia non spiega ancora la sua origine trascendente e il modo grazie al quale essa si è attuata attraverso il concepimento verginale di Maria. Egli esige da loro una fede del tutto incondizionata, capace di oltrepassare la logica della pura esperienza sensibile.

«Nessuno può venire a me, se il Padre che mi ha inviato non lo abbia attratto, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,44). Ci sono essenzialmente tre affermazioni di considerevole importanza contenute in questo versetto fondamentale.

In primo luogo l’espressione iniziale: «Nessuno può venire a me», in cui il verbo «venire» possiede un evidente carattere metaforico e significa nella fattispecie «credere». Ciò che Gesù sostiene è che nessun uomo è in grado di credere in lui basandosi solo ed esclusivamente sulle proprie forze. In secondo luogo va dedicata una particolare attenzione all’espressione: «Se il Padre che mi ha inviato non lo abbia attratto». Il Padre invia il Figlio nel mondo con un preciso piano di salvezza già elaborato e il contatto tra suo Figlio e gli uomini è contemplato proprio all'interno di questo progetto grandioso. Infine è utile soffermarsi sulle ultime parole: «E io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Esse introducono direttamente nel contesto della vita divina, iniziata con l’atto di fede in Gesù. Dunque, grazie alla cosiddetta “trazione” del Padre, gli uomini possono credere in Gesù, ottenendo in questa maniera la vita divina, il cui completamento finale sarà la risurrezione del corpo.

La vita eterna, divina, donata dal «pane disceso dal cielo» non può venir meno, pertanto chi mangerà di questo pane non dovrà temere in alcun modo la morte.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,24-35)

Il Vangelo di Domenica 5 agosto. A cura di Donato Calabrese -  Emozioninrete.com

“SIGNORE, DACCI SEMPRE QUESTO PANE” 

            L’uomo - come è ovvio - da sempre cerca il suo sostentamento, di cui il creatore stesso si fa garante: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gen 1,29). Lo sa bene il popolo di Israele, il quale per quarant’anni si è nutrito di un prodigioso alimento nel deserto, a dire il vero poco apprezzato dai beneficiari immediati: quello della manna. Un popolo che Dio ha nutrito e dissetato, un popolo che ha protetto con le nubi della gloria. In tutto questo tempo Dio si è preso cura di questo suo popolo, della sua vita materiale, ma soprattutto della sua vita di fede. Non va dimenticato che l’esperienza del deserto è stata una lunga scuola di fede durante la quale Israele è diventato il popolo di Dio, ha imparato ad obbedire, a fidarsi di lui, a vivere di provvidenza, a lasciarsi amare come Dio voleva amarlo, vivendo nella dipendenza radicale da lui, riconoscendo cioè la verità di Dio come Creatore e Signore. Non a caso l’evangelista Giovanni nella pericope odierna menziona l’evento prodigioso della manna, quando i Giudei dicono: «è stato un pane disceso dal cielo, quello che hanno mangiato i nostri padri». Ora, la manna è il pane “che Dio fa piovere dal cielo”; è un alimento che basta per soddisfare le necessità di ognuno ed evita di creare divisioni tra ricchi e poveri. È dono di Dio e gli uomini possono raccoglierne soltanto la propria razione quotidiana. “È – come dice il libro della Sapienza – il cibo degli angeli, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 15,20). Si comprende perciò come da sempre nella teologia la manna sia stata riconosciuta come un’anticipazione del pane eucaristico che è il corpo di Cristo. È questo infatti il vero pane in grado di saziare ogni fame del cuore dell’uomo: «chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

            La folla sembra intuire il valore di questo pane, tanto da chiedere: «Signore, dacci sempre questo pane», una domanda molto simile alla formula contenuta nel Padre nostro: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Si noti come all’improvviso essi chiamano “Signore” colui che poco tempo prima avevano contestato. Forse i presenti sono impressionati solo superficialmente dal dono promesso dal loro interlocutore e quello che chiedono è perciò un pane materiale, solo corruttibile. A tale domanda Gesù però non si sottrae, perché sa che essa nasce da un desiderio e un anelito profondo insito da sempre nel cuore dell’uomo: quello di mangiare non più un pane qualsiasi, ma il pane vero, il pane eterno, il pane della pienezza che è lui stesso. E la folla percepisce che quest’uomo è capace di assicurare loro il pane di cui vogliono vivere, in maniera che esso non venga mai a mancare nel corso della loro esistenza.

XVII DOMENICADEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,1-15)

 

XVII domenica tempo ordinario Gv 6,1-15 - Arcidiocesi di Vercelli

IL PANE SUL MONTE

 

            Per le prossime cinque domeniche il ciclo B sospende la lectio cursiva del vangelo di Marco e presenta il famoso capitolo 6 sul “pane di vita” del vangelo di Giovanni. Lo sfondo antropologico dei primi versetti di questo capitolo è certamente quello della realtà umana della fame e del mangiare: Gesù, pastore come Mosè, offre un vero e proprio banchetto (cf. il miracolo del profeta Eliseo raccontato nella prima lettura).

            Attorno a questo “Pane” sul monte - specifica il narratore - si raduna in prossimità della Pasqua una folla numerosa e affamata che Gesù vede venire verso di lui (cf. Gv 6,5). «Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (Gv 6,11). Si noti che il miracolo della divisione dei pani e dei pesci non viene descritto nei particolari: significa che è segno ed insegnamento indirizzato ai discepoli perché condividano la sua preoccupazione per le folle. Gesù raduna e sfama le pecore perdute delle dodici tribù di Israele; i discepoli raccolgono dodici ceste, molto di più di quanto hanno dato (sono servitori del Regno ognuno con il proprio cesto pieno!).

            Il pane è dunque metafora della buona notizia, di tutto il progetto di liberazione dell’uomo portato avanti da Gesù: serve a far ragionare con la categoria della condivisione e non con quella dello scambio (Filippo ragiona in termini di denaro). La comunità viene educata a questo progetto caratterizzato dal donarsi/spezzarsi e dal servire nella logica della gratuità.

            I gesti compiuti da Gesù sono gli stessi del pasto ebraico e saranno quelli che egli ripeterà anche nell’ultima cena. «Dal deserto - commenta un esegeta - si è come inavvertitamente condotti nel Cenacolo. Da maestro di sapienza e messia taumaturgico Gesù diventa il sommo sacerdote della nuova alleanza. Sembra che l’evangelista abbia dimenticato le operazioni e i gesti compiuti in occasione del miracolo del pane e li abbia sostituiti con quelli compiuti nel corso dell’ultima cena». Moltiplicando i pani Gesù sazia le moltitudini e dona la vita mediante il pane abbondante. È il “segno” di quanto egli, pane di vita eucaristico, farà per la vita del mondo. C’è dunque un pane di cui l’uomo vive, senza il quale le persone muoiono; ma si tratta di un pane - ed è qui la novità - che dipende dal Figlio dell’uomo perché soltanto lui lo provvede.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,30-34)

UNO SGUARDO ATTENTO E PREMUROSO

 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Gesù e gli apostoli - Il  Corriere Apuano

            I “discepoli” che erano andati in missione ritornano come “apostoli” da Gesù e gli rendono conto del loro operato. Gli raccontano, probabilmente pieni di gioia, i prodigi che hanno potuto compiere per suo incarico, e quello che hanno insegnato. Gesù allora li invita a recarsi con lui in un “luogo solitario”, in modo da restare “per proprio conto”, perché la folla era talmente numerosa da impedire loro persino di mangiare. Con questo suo invito Gesù riconosce la fatica e lo sforzo sostenuto dai Dodici. Anche lui infatti si reca spesso in luoghi solitari per pregare e desidera che chi è con lui faccia lo stesso, procurandosi un tempo di pace e di riposo. Come dire, c’è il momento della missione e dell’impegno e c’è il momento del riposo, c’è il momento dell’accoglienza e c’è il momento della solitudine. Un riposo però che si mantiene aperto ad una fondamentale disponibilità.

            Al suo arrivo nel luogo prescelto - precisa l’evangelista - Gesù “vide” una grande folla e ne “ha compassione” perché erano come pecore che non hanno pastore, e immediatamente si mette a insegnare loro molte cose. Gesù si rende conto della condizione dei molti uomini che con un simile zelo si sono precipitati ad aspettarli sulla riva. Vede in loro pecore che non hanno pastore: un popolo che nessuno guida, del quale nessuno ha cura, che corre il pericolo di smarrirsi e di andare in perdizione. Questa miserevole condizione del popolo desta la compassione di Gesù e lo induce a comportarsi come un nuovo Mosè.

            Gesù ha compassione dell’uomo perché lo vede vagare senza direzione, affamato e assetato. Gesù ha fame di persone libere e felici. Egli ci chiama in disparte per chiederci: e voi, quale fame avete? Ci invita a riposarci senza avere la presunzione di sentirci indispensabili: per coloro che restano in piedi con i loro ragionamenti non c’è né pane né pesce. Il tempo estivo può essere dunque una buona occasione per vivere un po’ di questo riposo. «Quando entriamo nel raccoglimento - diceva infatti Romano Guardini - lo spazio interiore si apre e la divina Presenza può annunciarsi in noi».

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,7-13)

Lectio divina quotidiana e continua sul Vangelo di Marco – Carmelitane DCJ

LO STILE DEL DISCEPOLO

 

            Gesù, dopo aver fatto toccare con mano come la sua buona notizia crei scandalo, davanti al rifiuto di Nazaret manda i discepoli a tutto Israele. Gesù li invia per ampliare il raggio della sua azione, per contrastare i demoni e per far prendere coscienza ai discepoli che la sua azione non è quella di un navigatore solitario: vengono inviati infatti a due a due, per mostrare a loro e ai loro ascoltatori che non vengono a nome proprio, bensì sono testimoni del messaggio che hanno ricevuto da Gesù

            Si noti poi come la logistica e la strategia missionarie sono estremamente esigenti: i discepoli non devono preoccuparsi di portare con sé nulla, se non un bastone, sandali e una veste. Dev’essere chiaro ai discepoli e ai loro uditori che essi non hanno niente e che non possono portare niente, tranne il loro messaggio e il loro potere. Proprio in corrispondenza con questo corre alla mente quello che Pietro dirà allo storpio, alla porta “Bella” del tempio: «Argento e oro non ho. Ma ti do quello che ho: In nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6). Se essi vengono accolti, non devono avere pretese, ma essere contenti di quello che capita. Se vengono rifiutati, non devono semplicemente andarsene, ma far capire le conseguenze di un tale comportamento.

            Come si vede, il testo più che insistere sul contenuto dell’annuncio si sofferma molto sullo stile di colui che viene inviato. Lo stile che deve avere il discepolo di Gesù è all’insegna di un atteggiamento interiore di grande libertà. In questo modo egli suggerisce, con molta concretezza, come sciogliersi dalle catene dei bisogni. Se si pensa quanti bisogni oggi sono indotti da interessi economici dentro la nostra società, si coglie a fondo quale lieto messaggio di libertà vi sia nella Parola di quest’oggi.

            Lo aveva ben compreso la grande mistica francese Madeleine Delbrêl che scriveva: «Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messo è per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato».

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,1-6)

 

incammino – #InCammino

LA CONOSCENZA DI GESÙ

 

            Dopo la formazione dei discepoli tra le due sponde del mare di Tiberiade, nella pericope odierna Marco presenta la missione personale di Gesù a Nazaret e nei villaggi vicini. Gesù se ne va spontaneamente, assieme ai suoi discepoli, nella sua patria, lì dove ci sono quelli che lo conoscono da tempo. Evidentemente a Gesù sta a cuore parlare alla sua gente.

            L’inizio del racconto è assai simile a quello di Cafarnao: Gesù insegna di sabato nella sinagoga, e i suoi ascoltatori sono profondamente colpiti (cf. 1,21-22). Altrettanto sorprendenti sono le differenze successive. Anche in Cafarnao ci si chiedeva: «Che è mai questo?». Ma poi si chiamava l’azione di Gesù «un insegnamento fatto con autorità», e si riconosceva il suo potere sui demoni. I compaesani di Gesù pongono solo domande e si scandalizzano di lui, chiudendosi alla sua persona e alla sua missione.

            All’inizio dicono: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?». E proseguono: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Le prime domande sull’origine e sulla natura delle due principali forme in cui Gesù opera – insegnamento e azioni di potenza – sono di una importanza decisiva. Le altre sono chiaramente retoriche. L’evangelista constata infatti che la gente del suo villaggio “sa” già chi egli è. Conoscere Gesù “alla maniera umana”, per riprendere un’espressione di Paolo (2Cor 5,16: “secondo la carne”), significa sicuramente rimanere scandalizzati. Se Gesù è proprio colui che essi conoscono, allora nulla di ciò che possono vedere o sentire da lui riuscirà a convincerli di qualcos’altro rispetto a ciò che già sanno. Si rammenti qui la frase di Lutero: “È molto meglio per te che Cristo venga attraverso l’evangelo. Se entrasse ora dalla porta si troverebbe in casa tua e tu non lo riconosceresti”.

            Questa accoglienza negativa da parte della gente del suo paese è l’occasione scelta da Marco per riportare la celebre dichiarazione di Gesù: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Di solito si presta attenzione solo alla prima parte della frase, dimenticando che Gesù aggiunge: «tra i suoi parenti e in casa sua». Così facendo Marco sostiene che anche la famiglia di Gesù ha impiegato del tempo prima di riconoscere il profeta di Dio.

            L’episodio si conclude con un’annotazione un po’ disincantata da parte dell’evangelista: «E lì non poteva compiere nessun prodigio». Commenta a questo proposito Origene: «Queste parole ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti, poiché “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza” (Mt 25,29), mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo. Fa’ attenzione, infatti, a queste parole: “Non poté compiere alcun miracolo”; difatti, non ha detto: “Non volle”... bensì: “Non poté”... (Mc 6,5), perché si sovrappone al miracolo che sta per compiersi una collaborazione efficace proveniente dalla fede di colui su cui agisce il miracolo, e che l’incredulità impedisca tale azione» (Origene, Comment. in Matth., 10, 17-19).

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 5,21-43)

image5 - Il Popolo Veneto

LA FEDE CHE SALVA

E DONA LA PACE

 

            Finita la “giornata delle parabole”, Gesù, sempre nella stessa barca, traversa due volte il lago di Tiberiade. Egli continua il programma di formazione dei discepoli, questa volta con atti concreti, facendo loro sperimentare diversi tipi di liberazione con altrettanti gesti di potenza. Nel brano che la liturgia ci offre quest’oggi, li mette a contatto in particolare con la malattia incurabile di una donna e con la morte prematura di una giovinetta.

            Il clima emotivo che domina le due scene evidenzia chiaramente la verifica della fede. Alla donna emorroissa Gesù dice: «Figlia la tua fede ti ha salvata»; al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». Si noti poi come Gesù è mostrato dall’evangelista nella sua profonda umanità; accetta di toccare l’impurità di due donne senza futuro: un’adulta che perde sangue da dodici anni (impura secondo la legge ebraica; dissanguata anche economicamente per spese mediche!) e una giovane di dodici anni che sta morendo. Gesù identifica la prima in mezzo alla folla per rivelare che, entrando in comunione con la nostra umanità, ha preso su di sé il peso della malattia. Di seguito, pur deriso dalla gente in lutto, solleva la seconda dal sonno della morte (il verbo usato è quello della risurrezione), alla presenza dei genitori e di tre discepoli.

            Si realizzano così le parabole del Regno, anticipate dalla buona notizia iniziale: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (1,15). La vita nuova si manifesta incontrando e toccando Gesù, segno della misericordia di Dio verso l’umanità. Egli inaugura il tempo in cui ristabilire la piena dignità delle persone, a partire dalle più fragili e discriminate: desidera infatti reintegrare le nostre relazioni affinché possiamo diventare testimoni dell’incontro personale con lui.

            Negli incontri descritti, Gesù conferma che la vera pace, la vera guarigione e la vera vita per l’uomo dipendono dalla profondità della fiducia che si ha verso di lui: quando si fa l’esperienza di toccare la persona di Cristo vivente e la forza della sua risurrezione, è allora che si è guariti dalle nostre paure, dalle nostre malattie e si è salvati dalla morte. Forse per questo André Louf, monaco trappista e autore spirituale tra i più noti anche in Italia, ha scritto: «Posso benissimo sapere molto a proposito della fede, e anche condividere molto questa conoscenza con altri, senza mai compiere il passo decisivo della fede, che implica sempre un abbandono esistenziale a Gesù».

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 4,35-41)

Nella tempesta, fidarsi di Gesù - Punto Famiglia

 

LA PICCOLA BARCA IN BALIA DELLE ONDE

Il racconto della tempesta sedata manifesta Gesù come liberatore. L’esercizio di un potere sul mare è, nel Primo Testamento, una delle immagini principali associate al «Dio liberatore». Il rapporto è evidente. L’episodio della tempesta sedata è un miracolo della manifestazione del mistero di Dio che è presente in Gesù. Attraverso Gesù, Dio opera la liberazione, e la opera come liberazione potente.

I diversi elementi del brano hanno un valore simbolico: il viaggio in barca è uno dei grandi simboli della vita; il mare è figurativo degli ostacoli: attraversandolo, l’uomo s’imbatte nell’impedimento per antonomasia. Nella mitologia babilonese, non a caso, il mare è rappresentato come mostro. Nei salmi è spesso presente, invece, l’immagine di Dio che ne tiene a bada la forza, che ne custodisce le acque affinché non superino il limite che è stato loro fissato; la piccola barca che si muove in mezzo alle onde, e le onde che la riempiono fino quasi a riempirla, richiamano con immediatezza espressiva la condizione del limite umano di fronte alla grandezza delle forze del mondo.

Il mondo è evidentemente più grande di noi: c’era da prima della nostra esistenza e probabilmente continuerà dopo di noi. I suoi elementi sfuggono al nostro controllo, non si lasciano dominare alle nostre attese. È, appunto, l’immagine evocata da quella piccola barca che appare in balia delle onde: è l’unico luogo di sicurezza nell’insicurezza costitutiva rappresentata dal mare, secondo la tradizione biblica.

Mentre la burrasca imperversa, Gesù è a bordo della barca, a poppa, e dorme. Appare ai presenti (e ai lettori) inspiegabilmente impassibile. È questo contrasto che mette in movimento la dinamica del brano e che stimola quella della nostra fede. È una tensione nota, per esperienza, ad ognuno di noi: il silenzio di Dio esattamente quando avremmo bisogno che parlasse ed intervenisse, che si facesse vedere e sentire. «Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?», recita in apertura il Salmo 10. Il brano è costruito su questo movimento tra paura e fede: la paura del mare – la tempesta, le onde, la morte – e la fiducia in quella presenza che c’è, ma appare non operante.

È proprio la fede, in questo movimento, a rivelarsi oltre la paura di ciò che non tocchiamo con mano: si rivela come forza più grande di ciò che non possiamo controllare. Ed è l’interrogativo impegnato che il brano ci suscita: riusciamo ad avere fede nell’aiuto del Signore anche se sta “dormendo”, se del suo intervento non vediamo immediatamente gli effetti? Nei momenti critici della vita, davanti a bisogni e preoccupazioni, alla minaccia che ci sovrasta, sino alla realtà della morte incombente, riuscire a custodire la fede è segno del nostro rispondere con verità alla sfida del credere.

CORPUS DOMINI (MC 14,12-16.22-26)

L’EUCARISTIA, SCUOLA DI GRATITUDINE

Corpus Domini 2021 al tempo del Coronavirus: IMMAGINI, VIDEO, FRASI e  CITAZIONI da condividere su Facebook e WhatsApp | Stretto Web

 

            La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.

            Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.

Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

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