Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

CORPUS DOMINI (MC 14,12-16.22-26)

L’EUCARISTIA, SCUOLA DI GRATITUDINE

Corpus Domini 2021 al tempo del Coronavirus: IMMAGINI, VIDEO, FRASI e  CITAZIONI da condividere su Facebook e WhatsApp | Stretto Web

 

            La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.

            Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.

Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

SS. TRINITÀ (MT 28,16-20)

UNO PER UNO FA SEMPRE UNO

 LA SANTA TRINITÀ E LA SUA LEGGE - CALABRIAPOST

            Per la solennità della SS. Trinità, spero di fare cosa gradita nel presentare un breve testo di don Tonino Bello, che ci permette di entrare con intelligenza nell’incommensurabile mistero della Trinità, un Dio Uno e Trino: «Carissimi fratelli, l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale. Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della

Diocesano Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e Luce e vita, Molfetta 1994, II, 336-338). Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

            Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci ha insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto. E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

            Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra. E sai come concludo? Dicendo che questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

            Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti. Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito. Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle. Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente (“Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità”, pubblicato nel volume “Antonio Bello, Omelie e scritti quaresimali. Scritti di mons. Antonio Bello, Edizioni Archivio

PENTECOSTE (GV 15,26-27; 16,12-15)

L’ERMENEUTICA DELLO SPIRITO

 Dalla Pasqua alla Pentecoste che è il mistero della Chiesa creata dallo  Spirito (Benedetto XVI) … che è anche uno dei temi forti portati avanti dal  movimento neocatecumenale – San Paolino's Voice

            Per la solennità della Pentecoste la liturgia ci propone alcuni versetti di Giovanni dove Gesù parla dell’attività e della realtà dello Spirito. Scrive l’evangelista “Quando verrà il Paraclito…”. Ma qual è il significato etimologico di questa parola greca (paracletos), che non sempre tutti comprendiamo? Il senso di “Paraclito” - tradotto di solito con “Consolatore” - indica l’idea di vicinanza benefica, edificante, ricreante. Letteralmente significa “colui che è chiamato-vicino”, dunque: una persona invocata perché stia vicina all’uomo per il bene dell’uomo.

            A questo riguardo, se prestiamo bene attenzione, notiamo che le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli segnalano due diverse modalità di azione del Paraclito: una modalità rivolta al mondo (15,26-27) ed una modalità rivolta alla comunità (16,12-15).

            Il Paraclito ha innanzitutto il compito di attualizzare l’evento storico di Gesù, accaduto in un tempo e in un luogo, rendendolo disponibile per ogni tempo e per ogni luogo. Lo Spirito è il protagonista che mantiene aperta la storia di Gesù rendendola perennemente attuale e salvifica. Senza lo Spirito, la storia di Gesù - compresa la sua risurrezione - sarebbe rimasta una storia chiusa nel passato, non un evento perennemente contemporaneo. Lo Spirito è la continuità fra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa.

In secondo luogo, lo Spirito della verità ha il compito di “guidare i discepoli a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annuncerà le cose future”. Lo Spirito da un lato attinge a qualcosa di già detto, che per noi credenti è la Parola incarnata nelle Scritture; dall’altro lavora su dati nuovi, che sono gli eventi che via via attraversano la vita delle comunità cristiane. Rispetto a questi eventi, sempre nuovi, lo Spirito dona alle comunità la capacità di discernere come la Parola di Gesù vada interpretata. Lo Spirito dunque mette in sinergia e in tensione Scritture e vita. La verità di cui qui si parla, dunque, non è statica, ma viva, dinamica, soggetta sempre a nuove letture, nuove interpretazioni, certamente non affidata soltanto a quanto detto da Gesù, ma anche agli accadimenti storici che reinterpretano ed accrescono continuamente le sue parole. Ecco perché Gregorio Magno amava dire: «divina eloquia cum legente crescunt – le parole divine crescono insieme con chi le legge» (Homilia in Ezechielem, 1, 7, 8). Lo Spirito santo è dunque l’ermeneuta del non-detto di Cristo che ispira ai discepoli nella storia una fedeltà creativa al vangelo.

ASCENSIONE DEL SIGNORE (MC 16,15-20)

 

“PREDICATE IL VANGELO”

 

           Festa dell'Ascensione di Gesù al Celo - METROPOLIA ORTODOSSA DI AQUILEIA

            Nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Ascensione, troviamo nella pericope evangelica l’invito di Gesù ai suoi discepoli a predicare il Vangelo ad ogni creatura, o a tutta la creazione, come dovremmo tradurre esattamente. Così come nel primo versetto del vangelo di Marco, ritorna in quest’ultima pagina (considerata però una “finale canonica” di Marco, cioè un’aggiunta) il termine euanghélion, la bella notizia che è Gesù Cristo. Chi crederà a questa buona notizia e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Ci viene posto così davanti il giudice degli ultimi tempi. Lui che è il principio, la pietra angolare, a questo punto diventa anche la pietra di confronto. Chi lo accetta, e quindi si pone sulla strada indicata da lui, capirà che è la strada della vita; chi non lo accetta e nel confronto con lui sceglie per un’altra direzione, ha davanti a sé un’altra soluzione. Gesù si pone, nella parola del redattore, sulla stessa linea della Torah per Israele. Dietro, ovviamente, c’è un desiderio enorme, un grido enorme: scegli la vita. Da qui in poi la Torah, la Legge, è lui; seguire lui significa seguire la vita; rinunziare a lui significa allontanarsi dalla vita; in questo senso qui c’è già una condanna in atto.

            C’è poi l’aggiunta che fa spazio a tutti quei segni, miracoli e prodigi che accompagnano abitualmente il diffondersi di un entusiasmo religioso e che qui l’autore cerca di ricondurre continuamente alla potenza operativa e salvatrice di Gesù. Quella stessa forza che durante la vita terrena aveva permesso agli indemoniati di essere liberati, ai malati di essere guariti, ai morti di essere risuscitati, quella stessa energia è adesso dentro la comunità dei discepoli. È un modo simbolico di sottolineare questa costante presenza del risuscitato nella comunità dei suoi amici.

            Questa è la garanzia, ma è una garanzia che non è più tangibile con gli occhi della carne, come era durante la vita terrena di Gesù, che ora siede alla destra del Padre e vive in un tempo qualitativamente diverso dal nostro tempo, che non significa però estraneità da questo tempo e da questo mondo. C’è una assenza presente e una presenza assente del resuscitato nella vita della sua comunità; ed è ciò che dà l’energia, la forza straordinaria ai suoi discepoli di predicarlo in tutto il mondo.

 

VI DOMENICA DI PASQUA (GV 15,9-17)

AMICI E NON SERVI

           

            Il brano evangelico che la liturgia oggi ci propone è, in qualche misura, una spiegazione e un approfondimento dell’allegoria della vite e dei tralci che abbiamo trovato nel vangelo di domenica scorsa. La medesima linfa scorre dalla vite ai tralci, unendoli; la realtà che unisce Gesù e i suoi discepoli altro non è che l’amore eterno del Padre per il Figlio, che quest’ultimo ha dato ai suoi e che vuol vedere circolare fra di loro.

            Il testo, insistendo infatti sui termini “amore”, “amare”, “amici”, mette in evidenza il tema fondamentale dell’amore fraterno, che ha per modello l’esempio dato da Gesù con il dono della propria vita. Uno dei versetti però che colpisce maggiormente il lettore è il seguente: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamati amici” (Gv 15,15). Qui viene espresso concretamente il punto di arrivo della disciplina spirituale a cui il Quarto evangelista sottopone il discepolo: il Verbo è ricevuto tra noi nell’intimità misteriosa dell’amicizia.

            Il concetto di amicizia veniva già utilizzato nell’Antico Testamento per indicare il rapporto con Dio a proposito di Abramo (cf. Gen 18,17), di Mosè (cf. Es 33,11) e di coloro che abitano con la Sapienza (cf. Sap 7,27-28). Se accostiamo il Nuovo Testamento, lo sguardo è subito attratto da due icone dell’amicizia: quella che Gesù aveva intessuto con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria (cf. Gv 11) e quella che lo legava in maniera privilegiata all’apostolo Giovanni (cf. Gv 13,23). Nel Nuovo Testamento, però, il dato antropologico dell’amicizia è ripensato e vissuto in un’ottica di fede, e non più semplicemente come un’esperienza umana tra le altre. Per questo Giovanni designa con il termine “philos”, “philein” il rapporto con Cristo. Dalla pura e semplice obbedienza i discepoli vengono portati nella confidenza, nella conoscenza, nella rivelazione del cuore di Cristo. Per Gesù l’amico è come un altro se stesso, al quale può svelare tutto il suo cuore. Gesù rivela ai suoi amici discepoli tutto il suo mistero nel quale è racchiuso il mistero del Padre e dello Spirito Santo. La conoscenza del cuore non è del servo. Il servo ascolta solo la voce del suo Signore. Il servo non conosce il cuore del suo Padrone.

            Ciascuno di noi è dunque spinto verso l’acquisizione di un’intimità col Signore davvero nuova, un’intimità, un rapporto che dev’essere coltivato, ma che in verità ci è preparato come dono da Dio stesso.

V DOMENICA DI PASQUA (GV 15,1-8)

 

“SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”

            Il passo evangelico della quinta domenica di Pasqua, il cui contesto è il grande discorso di addio che Gesù rivolge ai discepoli durante l’ultima cena, ci presenta un altro simbolo giovanneo molto noto: quello della vite. La vite suggerisce il concetto di unione vitale. Come in una pianta vivente la stessa vita, che scorre nel tronco, si diffonde anche nei rami e si traduce in frutto, così anche nell’unione tra Cristo e i discepoli.

            Per ben sette volte, quasi come un ritornello, nel brano ricorre il verbo “rimanere” insieme con la preposizione “in”: “Rimanete in me e io in voi…”, “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto…”, “Chi non rimane in me viene gettato via…”. Il senso, come si può ben immaginare, equivale ad “aderire fedelmente”. “Rimanere in Gesù” esige cioè da parte del discepolo una fedeltà che domina lo scorrere del tempo, e lo sguardo si porta al di là, verso il frutto da produrre, di cui l’unione con il Figlio è la condizione. “Rimanere” diventa così un appello per ogni discepolo di Gesù.

            Mi piace a questo proposito sottolineare la seguente formula: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Sembra che l’immagine vegetale venga forzata: non si sono mai visti infatti tralci liberi di rimanere o no nella vite; tuttavia in questo modo si fa evidente la necessità per i discepoli di restare in Gesù, per poter portare frutto. I tralci sono nella vite, esistono solo per la vite che li porta. Allo stesso modo il discepolo è trasfigurato dall’interno: il suo nuovo essere è quello del Figlio. D’altra parte, poiché l’amore richiede l’esistenza di due, non c’è mai fusione né confusione tra Dio e uomo. Così la rivelazione sulla vite implica, in secondo luogo, un’esigenza radicale: divenuto, grazie alla Parola, tralcio dell’unica vite, il discepolo rimane tale solo per la sua fedeltà, sempre rinnovata. Dipendente da un Altro, la sua vita nuova esige da lui un consenso personale, mai compiuto una volta per tutte.

            Il v. 5 sfocia poi in una frase lapidaria: “Senza di me non potete far nulla”, che ricorda il v. 3 del Prologo: “Fuori di lui nulla fu”. Essa deve essere compresa non come se negasse all’uomo ogni capacità, ma secondo la prospettiva del frutto, che regge il contesto. Se i credenti sono esortati a rimanere in Cristo, non è solo per metterli in guardia contro l’infedeltà che li insidia e per ricordare loro la condizione sine qua non per il frutto: è anche per manifestare sino a che punto è reale la loro appartenenza, la loro identificazione con Gesù; senza di essi Gesù non potrebbe essere concretamente presente alle “altre pecore” che bisogna condurre a lui, a coloro che si interrogano sul senso dell’esistenza umana o che disperano della sincerità dell’amore.

“Rimanete in me”. Scrive Elisabetta della Trinità: «È il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma “dimorate” in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate e agite in me. Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa».

 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,35-48)

I SEGNI DELLA FEDE

 

            Prima dell’ascensione di Gesù al cielo (24,50-53), Luca racconta un’apparizione “ufficiale” di Gesù agli Undici, in stretta connessione con l’episodio precedente dei discepoli di Emmaus. «Gesù in persona - scrive - stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”». Di fronte al dubbio e all’incredulità dei suoi discepoli egli saluta, domanda e rimprovera, mostra le sue mani e i suoi piedi e infine siede a mensa con loro. Se nell’episodio di Emmaus l’evangelista aveva presentato Gesù sotto forma di un viandante qualsiasi, che non si fa riconoscere, qui evidenzia l’altro aspetto: Gesù non è un fantasma, ma una persona reale: “Sono proprio io!”.

            Viene rilevata l’oggettiva difficoltà di descrivere in modo credibile la presenza verificabile di Gesù risorto, ma allo stesso tempo l’evangelista con questa scena ricorda ai suoi lettori il modo in cui il maestro sarà presente d’ora in poi nella comunità.

            Si noti che Luca non dice che i discepoli si precipitano a toccarlo. Tutt’altro. Descrive i discepoli impietriti nella loro incredulità, ma la loro è una strana incredulità. È l’incredulità propria di chi è messo di fronte a una cosa troppo desiderata, troppo voluta, troppo bella per essere creduta. È lo stesso sentimento che aveva sperimentato Pietro di fronte al sepolcro vuoto, dove aveva trovato soltanto delle bende ed era rimasto senza parole. La risposta allo stupore che genera silenzio è il segno della convivialità: “mangiò davanti a loro”. Luca insegna così alla comunità che, da qui in avanti, la presenza di Gesù in mezzo a loro si farà sentire in occasione di questi pasti familiari, nei quali essi spezzano il pane come Gesù aveva insegnato, leggono le Scritture che parlano di lui e ricordano le sue parole. C’è infatti una circolarità nei due approcci che conducono al riconoscimento dell’identità di Gesù di Nazaret: si riconosce la sua identità quando i nostri occhi lo vedono come colui che spezza il pane; ma si riconosce l’identità di Gesù anche quando ci si lascia ammaestrare dalle Scritture e si scopre che proprio di lui parlavano la Legge, i Profeti e i Salmi.

            “E aprì loro la mente alla comprensione delle Scritture”. Questo è l’obiettivo che il credente deve raggiungere nel suo itinerario di fede. Perciò, dicevano i padri antichi, “finché leggendo le Scritture non riesci a capire che esse parlano di Gesù e si compiono in Gesù, ancora non hai compreso le Scritture”. E d’altra parte gli stessi padri aggiungono: “se vuoi conoscere il mistero che si nasconde in Gesù di Nazaret, lasciati illuminare dalle Scritture”.

 

II DOMENICA DI PASQUA (GV 3,14-21)

 

LA GIOIA, DONO DEL CRISTO RISORTO

            In questa domenica, ottava di Pasqua, la liturgia ci consegna delle splendide letture. Di esse possiamo considerare due aspetti: l’incontro con Gesù risorto e la gioia come dono pasquale.

Innanzitutto l’incontro con Gesù risorto. Nel vangelo, dopo aver incontrato il Signore Risorto, i discepoli diranno a Tommaso che nel frattempo si era allontanato dal gruppo: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell'esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l'intensità del primo incontro, l'attesa e l'aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell'amore, che l’esperienza di Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

Mi piace, infine, sottolineare un altro aspetto che prendo dal vangelo e dalla seconda lettura. Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell'amore. Questa gioia non sta nell'assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

Tutti indistintamente abbiamo un grande desiderio di felicità. Se tutti amiamo la gioia è perché, in qualche modo misterioso, l’abbiamo conosciuta; se infatti non l’avessimo conosciuta - se non fossimo fatta per essa - non l’ameremmo.

Il Signore ci renda “nostalgici” della gioia. Essa non si descrive, si vive, come tutto ciò che è vero. Non si racconta, si regala. Nulla è più contagioso della gioia. Il possesso, il successo, il potere non possono darla. Essa nasce altrove; è, come abbiamo detto, dono di Cristo risorto.

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