Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 2,1-11)

 El agujero en la flauta: Giovanni 2, 1-11

L’INIZIO DEI SEGNI

           

            Con il termine “epifania” i cristiani, nel III secolo, non indicavano soltanto la manifestazione di Gesù ai magi, ma tutte le manifestazioni divine (miracoli, visioni, ecc.) di Gesù Cristo, e in particolare tre, come riporta il “Martirologio Romano”: «La triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria».

            Il segno di Cana, che la liturgia ci propone all’inizio del tempo ordinario, è infatti un segno messianico, attraverso il quale Gesù manifesta direttamente la sua potenza e la sua bontà, suscitando la fede dei suoi discepoli, come rileva la conclusione del brano: «Così Gesù diede inizio ai segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui». È un segno che mostra in modo impressionante la generosità di Gesù, la sua bontà piena di comprensione per i desideri del cuore umano. È un miracolo un po’ particolare, perché non indispensabile, ma utile per continuare la festa.

            Che cosa avranno capito i discepoli di questo primo miracolo? Hanno capito che Gesù era il Messia scelto da Dio e che stava inaugurando i tempi messianici. Quest’abbondanza di vino, questa gioia umana delle nozze facevano parte dell’attesa dei tempi messianici. Nell’Antico Testamento, in molti passi profetici, Dio deve privare il suo popolo della gioia delle nozze e dell’abbondanza del vino, perché è stato infedele all’alleanza; per questo le nozze non si possono celebrare.

            La gloria che i discepoli vedono è la gloria divina che segna l’opera di Gesù Messia. Evidentemente l’abbondanza materiale è soltanto un aspetto di quei tempi, e così la gioia delle nozze umane. Il Messia deve anche far scomparire il male, assicurare il regno della giustizia e propagare la pietà, dare il vino della sapienza.

            Grazie al Messia, le nozze di Dio con il suo popolo possono realizzarsi. In questo senso, Cana è soltanto un inizio. “È l’inizio dei segni”, dice Giovanni. Un inizio promettente. Quelli che aspettano sinceramente la redenzione d’Israele possono riconoscere in Gesù il Messia e rallegrarsi delle nozze annunziate. «Il segno di Cana - scrive I. de la Potterie - diventa così come un modello, un simbolo di tutta la vita di Gesù. Più che il primo dei segni, esso è “l'archetipo”, nel quale è prefigurata e già contenuta tutta la serie successiva».

BATTESIMO DEL SIGNORE (LC 3,15-16.21-22)

Ricevuto il battesimo il cielo si aprì e discese lo Spirito Santo - il  Portico

LA MANIFESTAZIONE DEL SIGNORE AL GIORDANO

La festa del Battesimo del Signore, nella prima domenica dopo la solennità dell’Epifania,
chiude il tempo natalizio con la manifestazione del Signore al Giordano. Secondo il racconto dell’evangelista Luca presentato dalla liturgia odierna, il popolo era “in attesa”, ma non si dice quale fosse l’oggetto di questa attesa. Esso appare dal fatto che tutti si chiedevano in cuor loro se per caso proprio il Battista non fosse il Messia. Ma è Giovanni stesso a chiarire e rispondere: «viene uno che è più forte di me». Ora, l’aggettivo “forte” nell’Antico Testamento veniva applicato al re-Messia, “forte, potente come Dio” (Is 9,5), e costituiva uno degli attributi gloriosi del Creatore, sovrano dell’universo e della storia. Il battesimo, che questo personaggio annunziato da Giovanni compirà, è fondato su due elementi decisivi: lo Spirito Santo e il fuoco. Lo Spirito di Dio è il principio creatore e rigeneratore dell’intero essere; il fuoco è invece un simbolo divino: riscalda e incendia, dà vita e distrugge, è fonte di calore e di morte. Sono così annunciati il tempo della chiesa, il dono dello Spirito agli apostoli a Pentecoste e l’incorporazione dei credenti nella comunità di salvezza mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. Ciò che Giovanni annuncia è Buona Notizia. Colui che viene porterà il dono più prezioso possibile, lo Spirito santo, la vita divina, e avrà una dignità divina. Il fatto che egli si faccia battezzare da Giovanni con acqua insieme al popolo può sorprendere e creare confusione. Ma Luca riferisce questo solo per inciso, come le circostanze che accompagnano l’evento principale, la triplice rivelazione: il cielo si apre, lo Spirito santo scende su Gesù, la voce dal cielo designa Gesù come il Figlio amato. L’apertura del cielo mostra che Gesù non è separato da Dio; lo Spirito santo, la vita e la forza di Dio, scende su di lui e con questa forza egli compirà la sua missione; per mezzo della voce dal cielo si manifesta in definitiva il rapporto di Gesù con Dio. Questa triplice rivelazione sottolinea come ora Dio e l’uomo stanno incontrandosi e il punto in cui avviene questo intreccio è proprio in Gesù. Se, infatti, il Battista aveva esaltato la messianicità, ora Dio definisce Gesù come suo Figlio “prediletto”, cioè unico. Il battesimo di Gesù è allora la sua solenne presentazione al mondo. In Gesù l’azione di Dio diventerà particolarmente chiara e visibile al suo popolo e a tutta l’umanità. È questo dunque un giorno di contemplazione e di adorazione del Cristo perché, come scriveva sant’Agostino, “in quel volto noi riusciamo a intravedere anche i nostri lineamenti, quelli del figlio adottivo che il nostro battesimo rivela”.

II DOMENICA DOPO NATALE (GV 1,1-18)

Il pensiero del giorno: Gv 1,1-18 - Alleanza CattolicaCHIAMATI A DIVENTARE FIGLI DI DIO

NELL’OTTICA DELLA FEDE

Nel tempo di Natale la liturgia torna sul famoso prologo di Giovanni. Il Figlio unigenito – ci ricorda il quarto evangelista - ha rivelato Dio. Nessuno ha mai visto Dio. Non è possibile vedere Dio e vivere, come ricorda l’esperienza di Mosè nel libro dell’Esodo. «Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46). Ciò suppone che l’uomo abbia il desiderio di vedere Dio, perché l’uomo ha bisogno di lui e di entrare in questa relazione di intimità con lui.

Il vedere Dio è mediato dal Figlio unigenito che è nel seno del Padre. Ha aperto una possibilità di vedere Dio. Lui è nel seno del Padre. Il Padre è un dinamismo di dono che si esprime nel dono al Figlio e il Figlio vive tutto ciò che riceve dal Padre in comunione e obbedienza a Lui. È uno scambio di vita. Nel Signore risorto, il mistero di Dio è svelato perché tra il Padre e il Figlio c’è uno scambio reciproco di amore. La vita intera di Gesù è rivelazione che porta a compimento la rivelazione del primo Testamento.

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La traduzione letterale dalla lingua antica sarebbe: “ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (come anche leggiamo nella prima lettura); una espressione molto incisiva e significativa per l’ambiente ebraico ed il suo modo di vita del tempo. La Parola di Dio ha preso un’esistenza umana. La parola “carne” dice la debolezza della condizione dell’uomo, ma è questo ciò che sorprende della rivelazione di Gesù perché nella carne si rivela la Parola di Dio. L’uomo nella sua debolezza è come l’erba: è bello come il fiore del campo, ma è effimero, dura poco. Così è la carne. Secca il fiore, ma la Parola dura per sempre, è eterna. La Parola eterna si è fatta carne, debolezza. Bisognava che accadesse questo, perché solo la carne può essere la mediazione della nostra esperienza. Occorre che la Parola di Dio prenda una forma mondana, umana, perché possa essere vista, udita, contemplata. È un richiamo al tabernacolo, alla tenda che ha accompagnato Israele nel suo viaggio. È il tempio di Gerusalemme come tenda fissa. Il Primo Testamento è un’esperienza d’incarnazione della Parola di Dio. Adesso questa presenza di Dio si compie in una esperienza umana, concreta.

L’incarnazione ha per fine ultimo la possibilità di offrire all’uomo di divenire figlio di Dio. La figliazione che è propria di Gesù è sorgente, origine, di un’identità filiale per gli uomini, non semplicemente nella loro condizione mondana, ma nella loro condizione di credenti del Figlio di Dio. Siamo figli di Dio, ma in realtà siamo chiamati a diventarlo nell’ottica della fede, che trasfigura i pensieri e i desideri dell’uomo.

 

SANTA FAMIGLIA, GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2, 41-52)

13) Lc 2,41-52 – Lectio Divina a San Nicola

LA RADICE DELLA GIOIA

E’ ESSERE CON IL PADRE

Maria e Giuseppe salgono a Gerusalemme. Gerusalemme simboleggia il luogo dell’incontro con Dio, il luogo in cui il Signore si rivela, in cui il suo piano si manifesta. Significativo è il verbo salire che ci sollecita ad andare più in alto, a guardare la vita dall’alto, dall’alto di come la guarda Dio. Essi erano credenti fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Il pellegrinaggio era quindi una tradizione da custodire.

Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwà, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Tuttavia nel viaggio di ritorno accade l’angoscia. Eppure erano stati benedetti. Questo vuole dire che l’essere saliti non mette al riparo da problemi, da ansie e da angosce.

Gesù non è un ragazzo che si è smarrito, ma un ragazzo che decide di essere altrove. «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Gesù deve adempiere a quella radice profonda della sua vocazione. L’identità di Gesù è qui: essere con il Padre. Il Padre è il segreto vocazionale di Gesù, da qui deriva tutta la sua missione per gli uomini. Questo essere con il Padre è ciò che lo accompagna sempre, ovunque vada. È un modo di esistere, è l’identità di Gesù ed è la scelta vocazionale a cui noi siamo chiamati. Questo essere con il Padre è sicuramente radice della gioia e quindi determina in Gesù uno stato di gioia continua pur nelle difficoltà.

Proviamo a pensare alla nostra vita: come stiamo nelle cose del Padre, con il Battesimo siamo diventati Figli: come viviamo questa identità che vale anche per noi?

«Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Cosa custodiva Maria nel cuore? Da una parte l’angoscia di aver perso un figlio, dall’altra la gioia di averlo ritrovato pur sapendo che prima o poi li avrebbe lasciati. Allora ci immaginiamo Maria che rientrando a Nazareth con Gesù fa proprio il proposito di godere della presenza di questo figlio per quanto potrà, di non perder un attimo nello stargli vicino. Maria custodisce e gioisce.

 

NATALE – MESSA DELLA NOTTE (LC 2,1-11)

Icona bizantina Natività 20x15 cm dipinta su legno Romania 1È NATO UN SALVATORE, CRISTO SIGNORE

 

            “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Sono le parole dell’angelo ai pastori nella notte dell’Incarnazione, nella notte in cui Gesù, il Figlio di Dio, è nato dal grembo di una donna. Sono rivolte ai pastori, a coloro che vegliavano facendo buona guardia al loro gregge. Colui che è nato - dice l’angelo - è Salvatore, Cristo e Signore. Tre termini che già sintetizzano ciò che lo stesso evangelista Luca indicherà come il kerigma essenziale di tutta la predicazione apostolica negli Atti degli Apostoli.

            L’uomo, nato nella città di Davide, è definito Salvatore perché il nome stesso che assumerà questo bambino sarà identificato con la “salvezza” (“gli fu messo nome Gesù”, si dirà infatti al v. 21). È il Cristo, perché è colui di cui hanno parlato la legge e i profeti, il consacrato del Signore in continuità con tutto l’Antico Testamento. È lui infine che, unico, può essere definito Kyrios, Signore, al punto da sostituire quel signore-padrone che tutti erano stati costretti a riconoscere in Cesare Augusto, imperatore romano. Kyrios, Signore e imperatore, è colui che è stato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Colui, cioè, che “depone i potenti dai troni ed esalta gli umili”, Gesù, Cristo, Signore.

            Questo Salvatore, Cristo, Signore è nient’altro che un bambino – viene specificato più volte nel brano – “avvolto in fasce”. Sono le fasce candide che, secondo molti, richiamano certamente quelle della risurrezione, quelle che ancora avvolgeranno il corpo di Gesù deposto nella tomba, giacente nella tomba. Le fasce del bambino di Betlemme sono le stesse fasce del sepolcro del Signore e il corpo del bambino di Betlemme, adagiato nella mangiatoia, è lo stesso corpo di Cristo crocifisso, che ha dato se stesso per la vita del mondo.

            Dunque, il contenuto della bella notizia che i pastori portano è, di fatto, questa unità indissolubile tra il bambino nato a Betlemme e l’uomo crocifisso sul Golgota e risuscitato. Può essere paradossale per noi, ma nella notte di Natale si ha, in realtà, il grande annunzio della notte di Pasqua. «Il Natale - ha ricordato giustamente Benedetto XVI  - è già la primizia del “sacramentum-mysterium paschale”, è cioè l’inizio del mistero centrale della salvezza che culmina nella passione, morte e risurrezione, perché Gesù comincia l’offerta di se stesso per amore fin dal primo istante della sua esistenza umana nel grembo della Vergine Maria».

            Auguro a ciascuno di voi di riscoprire sempre presente nella vostra vita questo mistero di Dio che con amore si volge verso di noi. Buon Natale!

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,39-45)

Signore Gesù, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi - Il Corriere  Apuano

LA PROFEZIA di ELISABETTA

           

            La quarta domenica di Avvento offre alla nostra meditazione un brano di singolare bellezza, in cui l’evangelista Luca racconta l’incontro e, in particolare, il dialogo tra Maria ed Elisabetta. Dopo aver brevemente descritto il viaggio della Vergine senza dare, tuttavia, nessun accenno alle motivazioni che l’hanno spinta a partire, il racconto concentra la nostra attenzione sul momento in cui la ragazza di Nazaret saluta l’anziana moglie di Zaccaria. Il saluto di Maria è ricordato da Luca ben tre volte (vv. 40,41,44), perché è proprio allora che il gesto si dimostra ben più di un semplice atto di cortesia o di carità. Si tratta, in realtà, di una teofania, cioè di una manifestazione di Gesù attaverso Maria. Quello stesso Spirito che ha reso la Vergine madre del Figlio di Dio, ora rende Elisabetta capace di profezia. Le parole, infatti, che quest’ultima rivolge a Maria non sono un augurio o un’intuizione personale, come potrebbe sembrare, ma un’interpretazione autentica di quanto Dio sta compiendo in Maria. Non è Elisabetta che benedice Maria, ma è Dio stesso che, attraverso la Vergine, sta benedicendo il suo popolo, dandogli il Salvatore!

            La Madre, da parte sua, partecipa pienamente di questa benedizione per aver creduto che le promesse dell’Altissimo avrebbero raggiunto il loro compimento. E la dimostrazione autentica di tutto questo è il fatto che Maria fa della sua risposta ad Elisabetta un cantico di lode alla gratuità e alla fedeltà dell’azione benevola di Dio nei suoi confronti. Così la Vergine accoglie in pienezza l’invito alla gioia che l’angelo le aveva rivolto all’Annunciazione. Sì, di fronte a quanto Dio sta facendo, Maria si dimostra non indifferente, ma capace di esultare perché l’Altissimo ha scelto la sua bassezza ed insignificanza sociale (questa è l’umiltà di Maria, non innanzitutto una qualità morale) per capovolgere le logiche degli uomini e portare salvezza all’umanità. Dio non ha affatto bisogno della nostra lode: siamo noi che abbiamo bisogno di occhi per vedere la sua salvezza e per saperne gioire, sia a livello personale che comunitario, come vediamo nel Magnificat. Solo chi gioisce dell’azione salvifica di Dio dimostra di averne accolto davvero la grazia perché, come ricorda la liturgia, anche la nostra lode è un dono dell’amore di Dio (prefazio comune IV).

 

III DOMENICA DI AVVENTO (LC 3,10-18)

 

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. E noi che cosa dobbiamo fare? (Lc  3,10-18)

“CHE COSA DOBBIAMO FARE?”

            Nel brano odierno Giovanni Battista accoglie gente ben disposta, e svolge la funzione di catecheta rivolgendosi a varie categorie sociali: le folle, gli esattori delle tasse, i soldati. L’interrogativo ripetuto, «che cosa dobbiamo fare?», è proprio dell’uomo che ha iniziato a convertirsi e lo udremo di nuovo ripetuto dalle folle dopo la Pentecoste (At 2,37). La risposta del Battista è in tutti e tre i casi centrata sulla necessità di una giustizia che è anche condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha…», «non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato» e «non maltrattate e non estorcete niente a nessuno…». Sono risposte che si possono riassumere nell’esigenza di amare. Egli non chiede dure penitenze, pratiche ascetiche speciali, non fa discriminazioni di mestiere. Il profeta vuole un’esistenza autenticamente umana; e per questo è il cuore dell’uomo che deve cambiare: non deve pensare di aver concluso il suo cammino di conversione ricevendo il battesimo. Al contrario egli deve continuamente concretizzarlo in un comportamento caritatevole verso i fratelli, soprattutto in un impegno operoso verso i più bisognosi, con la condivisione dei beni e con una condotta retta e onesta nell’esercizio del proprio lavoro

            Dalla predicazione morale, Giovanni passa poi all’annunzio che la fonda: la venuta del Signore («viene uno più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere il legaccio dei suoi sandali»). Quest’ultimo, in definitiva, è il vero centro della predicazione del Battista e ogni atto di conversione è in realtà un cammino fatto incontro al Signore che viene. Per l’evangelista, il “più forte” è senza dubbio Gesù: egli dà un battesimo che sarà inaugurato il giorno di Pentecoste con l’effusione dello Spirito e l’apparizione delle lingue di fuoco. Gesù ha il potere di comunicare la realtà più alta e più preziosa: lo Spirito, l’eterna potenza vitale di Dio, il contrario di ogni impotenza, debolezza e caducità.

            Luca riferisce inoltre che «con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella». Giovanni non era un predicatore di sventura, ma «annunziava la buona novella»: il lettore deve vedere quindi nel compito di colui che Giovanni preannunzia non l’esecutore del giudizio punitivo di Dio, ma il portatore della salvezza promessa dai profeti.

II DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C (LC 3,1-6)

Pin su Nicola Damiano

LO SPIRITO E LA POTENZA DI GIOVANNI

           

            Quattro sono i grandi personaggi dell’Avvento che attendono, preparano e annunciano che Dio viene, che il Signore si avvicina. Il primo di essi è il profeta Isaia. Il Nuovo Testamento annovera la vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e Giovanni il Battista, autentico prototipo dell’Avvento, ultimo profeta della venuta del Signore. È di quest’ultimo che ci parla il vangelo di questa seconda domenica di Avvento.

            La pagina lucana ha un inizio solenne. Attraverso l’ampia cornice storica Luca inserisce infatti l’annunzio del vangelo nell’alveo della storia universale, mettendo così in risalto come il tempo della salvezza, in cui Dio dà compimento alle sue promesse, si attua non in un ambito separato, ma nella trama complessa delle vicende umane. Ciò che accade in un luogo oscuro della Giudea dà un senso alla storia di tutta l’umanità in quanto proprio allora sta per iniziare l’epoca escatologica, nella quale la salvezza è accordata a tutta la terra.

            La missione di Giovanni viene introdotta come la vocazione di un profeta dell’Antico Testamento: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto» (cf. Ger 1,1). Così l’azione di Dio si insinua nello scorrere del tempo attraverso la sua parola, di cui l’uomo Giovanni è ora mediatore. La parola di Dio suscita una storia di salvezza quando alcuni esseri umani si lasciano prendere da essa, ascoltano, amano, obbediscono.

            Vengono poi menzionati il “deserto” e il “Giordano”. Il deserto è il luogo della vocazione del precursore, il luogo dell’intimità con Dio nella quale Giovanni è cresciuto. Dal deserto, in veste di profeta, viene nella regione del Giordano dove svolge la sua predicazione. Egli predica «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». La conversione - parola che significa cambiamento di rotta - è l’atteggiamento che l’uomo deve assumere nei confronti della Parola di Dio che lo raggiunge, si tratti della predicazione del Battista, o della predicazione di Gesù o della predicazione della Chiesa. La conversione è volgersi a Dio, essere disposti ad accoglierlo. Giovanni prepara, e questa preparazione è necessaria.

            Scrive Origene: «Credo che il ministero di Giovanni sia attivo ancor oggi nel mondo: se qualcuno comincia a credere in Cristo Gesù, lo spirito e la potenza di Giovanni vengono nella sua anima e preparano un popolo perfetto per il Signore, nei luoghi accidentati del cuore le vie saranno rese agevoli e i sentieri saranno raddrizzati».

I DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C (LC 21,25-28.34-36)

Liturgia I Domenica di Avvento Anno B - www.maranatha.it

VIGILANTI NELL’ATTESA

           

            Adventus: il termine latino da cui prende nome il tempo che apre il nuovo anno liturgico esprime un intreccio di presente e di futuro, di possesso e di attesa. L’incarnazione nel tempo del Figlio di Dio, di cui faremo memoria nel Natale, troverà il suo compimento definitivo come evento salvifico alla fine dei tempi, quando verrà il Signore nello splendore della sua gloria e ci chiamerà “accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli” (colletta della I domenica). La liturgia della Parola di questa domenica ci fa volgere l’attenzione proprio al compimento della storia dell’umanità: è lì il fine della nostra vita, in base al quale siamo chiamati ad impostare anche il presente, perché l’incontro con il Signore avvenga senza paura.

            Il Vangelo, tratto dal discorso escatologico di Gesù in Luca, mette sotto i nostri occhi la transitorietà di quanto (sole, luna, stelle, mare), pur essendo creato da Dio, è percepito dall’uomo come definitivo ma adesso, con lo sconvolgimento degli ultimi tempi, diventa segno della nuova creazione. Così Gesù annuncia la sua ultima e definitiva rivelazione, che concluderà e coronerà la storia della salvezza.

            Di fronte a tutto questo, l’umanità è assalita dalla paura e dalla confusione. Eppure, assicura il Maestro, questa è l’ora della liberazione: ora i discepoli possono partecipare alla luce della vita del Figlio dell’uomo, che si è rivelato con la potenza e la gloria del Padre. È necessario prepararsi, sollevando il proprio cuore verso Dio, tenendolo lontano da preoccupazioni e ubriachezze della vita terrena. È la vita stessa, semplicemente, che può appesantire il cuore, se non si rimane vigilanti, in preghiera. Il verbo “vigilare” non sta qui ad indicare innanzitutto un’azione, un fare qualcosa, ma una vera e propria modalità d’essere. «Vigilare non fissa il momento del passaggio dal sonno alla veglia, ma piuttosto la condizione che ne segue: l’essere desto» (Bruno Maggioni).

            La nostra liberazione è vicina non perché temporalmente imminente, ma perché prossima ad ogni generazione. In questa prospettiva è il nostro presente ad essere decisivo! Siano l’attesa e il desiderio del ritorno del Signore a muovere i nostri passi di ogni giorno, per non essere nel numero di quei cristiani che, secondo Ignazio Silone, “attendono Cristo con lo stesso entusiasmo con cui si attende l’autobus alla fermata”.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.