Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

V DOMENICA DI PASQUA (GV 13,31-35)

Tommaso Stenico - Umanesimo Cristiano - Riflessione su: OmeliaAmatevi come  io ho amao voi

 

AMARSI CON L’AMORE DI GESÙ

            Il vangelo di Giovanni non nomina mai espressamente l’amore del prossimo o del nemico, così caratteristico dell’insegnamento di Gesù. Ciò non accade per dimenticanza, perché l’attenzione dell’evangelista è rivolto essenzialmente alla vita della comunità e parla pertanto dell’amore reciproco. Nella pericope evangelica odierna troviamo infatti quella che, secondo il quarto vangelo, è la finalità dell’amore del prossimo: esso tende a diventare comunione, vuole rivolgersi a un prossimo che è diventato fratello.

            «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri». Perché Gesù definisce “nuovo” il comandamento che deve caratterizzare la vita dei suoi discepoli? Vi è senz’altro un riferimento all’alleanza di YHWH con Israele, che ora riceve il suo compimento definitivo. Ma è “nuovo” per la fonte (Egli stesso) grazie alla quale può essere attuato; “nuovo” per la radicalità e l’universalità con cui deve essere testimoniato; “nuovo” perché è il segno per eccellenza nel quotidiano della presenza di Dio agente nella povera e complessa storia umana.

            Fanno notare alcuni commentatori che la traduzione abituale, «come io ho amato voi, così amatevi anche voi», è troppo debole perché rende l’idea che Gesù sia semplicemente un modello da imitare; conviene invece tradurre «amatevi con l’amore con cui vi ho amato». È infatti Cristo stesso, il suo amore di Figlio che si rende presente nell’amore vicendevole dei discepoli: è il suo amore che passa in loro, quando amano i fratelli e ne sono riamati.

Uno dei frutti pasquali è dunque l’amore di Cristo che passa in mezzo a noi e attraverso di noi; anzi, proprio quest’amore è il segno della sua presenza permanente tra di noi. Ognuno di noi deve assumersi la propria responsabilità e individuare in ogni momento come poter far sì, nel concreto della sua vita, che il dinamismo dell’amore trasformi tutti i suoi atti.

Sant’Agostino dà un ottimo suggerimento: «Amate tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono fratelli, ma perché lo diventino; e sempre siate accesi di amore fraterno, tanto verso il fratello già tale, quanto verso il nemico, affinché con l’amore diventi fratello» (Meditazioni sulla lettera dell’amore di San Giovanni, Città Nuova, Roma 81993, 247).

IV DOMENICA DI PASQUA (GV 10,27-30)

 

IV domenica di Pasqua - Gv 10,27-30 - Arcidiocesi di Vercelli

UNA COMUNIONE PROFONDA

Nei pochi e semplici versetti del vangelo odierno, l’immagine delle pecore del buon pastore, che “ascoltano” la sua voce e lo “seguono” per avere da lui la vita eterna e per non andare mai perdute, ci richiama alla mente diverse descrizioni dell’autentico credente. L’accenno alle pecore offre infatti a Gesù l’occasione per specificare, in modo simbolico, il rapporto che i credenti hanno con lui: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (v. 27).

Fra Gesù pastore e i suoi discepoli corre una profonda comunione: egli conosce i suoi discepoli come Dio conosce il suo popolo. I discepoli, da parte loro, ascoltano la sua voce, cioè non si limitano a eseguire le sue direttive, ma entrano in profonda sintonia con i valori che hanno ispirato la sua vita e che lo hanno portato a donarsi fino in fondo per loro. Si ricorderà come l’ascolto era una delle caratteristiche più importanti del rapporto tra Israele e il suo Dio (cf. Es 19,8; 24,7; Dt 6,4). Dall’ascolto deriva spontaneamente la sequela (cf. Dt 10,12), che consiste in una vita conforme a quella del Maestro. Gesù è infatti colui che le pecore seguono come loro legittimo e ben conosciuto pastore. Esse hanno dimestichezza con lui da lungo tempo, per cui lo riconoscono subito. Lo conoscono come coloro che sono “sua proprietà” ed hanno fiducia in colui che è venuto e che continuamente ritorna.

La conoscenza che Gesù ha delle sue pecore viene poi ulteriormente specificata: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano» (v. 28). L’espressione “dare la vita” indica l’amore che lo ha portato a morire sulla croce (cf. 15,13) e di riflesso la vita nuova che egli dà a chi crede in lui (cf. 6,47).

Questa mutua conoscenza di Gesù e dei discepoli si fonda sull’intimo rapporto di reciprocità fra Gesù e il Padre. Ciò significa che la comunione di Gesù con il Padre è il fondamento della comunione dei discepoli con Gesù, e Gesù è il buon pastore perché dà la vita per i suoi in conformità con il volere del Padre.

Vi è dunque una reciproca comunione di conoscenza e d’amore. «Dio ama ciascuno come fosse l’unico», dice sant’Agostino. Per questo Dio chiama ogni singolo individuo ad essere “figlio nel Figlio”, a entrare in quel giro singolarissimo di rapporti che intercorrono tra il Padre e il Figlio Unigenito in seno alla Trinità.

 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,13-35)

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore'', Gesù non chiede un  riconoscimento ma di essere amato - il Dolomiti

LA PRESENZA DEL RISORTO

NELLA VITA QUOTIDIANA

           

In questi giorni in cui la liturgia ci fa ascoltare i racconti della risurrezione, possiamo notare come le apparizioni di Cristo avrebbero potuto essere apparizioni gloriose, impressionanti, come quelle della trasfigurazione: una luce abbagliante, una manifestazione di potenza divina… Invece notiamo come Cristo non si è manifestato in questo modo, bensì in una maniera mite e discreta. Nella pagina evangelica odierna Gesù si presenta come uno sconosciuto che sta passando in riva al lago, dando così ai suoi discepoli la consapevolezza della sua presenza continua nella loro vita. Così facendo, Gesù ha insegnato loro a riconoscerlo presente nella vita di tutti i giorni.

Egli saluta come un passante che si trova presso il lago, s’inserisce nell’esistenza dei discepoli in una maniera del tutto naturale, familiare: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Qualsiasi persona avrebbe potuto parlare così. Il suo intervento ha però un’efficacia inaspettata: gettarono la rete e «non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci». I cuori attenti possono riconoscere il Signore da questa generosità che lo manifesta. Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore». E tutti riconoscono che è lui. La sua presenza ha qualcosa di inafferrabile; essi non osano interrogarlo. Devono imparare a vivere nella fede.

Gesù si fa presente con gesti delicati: è stata preparata un po’ di brace con sopra del pesce e del pane. Gesù ha preparato la colazione, e questo cibo offerto dal Signore risorto richiama il dono che egli fa di se stesso. Vuole però che sia un pasto di vera comunione, di vero incontro. Perciò, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani, chiede ai discepoli di portare anch’essi qualcosa: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Questo pesce è un dono che lui ha fatto ad essi, ma ora è anche un dono che essi fanno a lui. Si realizza così la promessa dell’Apocalisse: «Se uno mi ascolta, cenerò con lui e lui con me».

L’Eucaristia è questo pasto di comunione che ha la sua origine nella passione e risurrezione di Gesù. È il dono che egli ci dà. Ma ogni giorno ci chiede, o meglio ci fa la grazia, di poter portare anche noi qualche cosa: ci chiede la nostra vita di tutti i giorni, perché ci vuole associare veramente al suo amore.

II DOMENICA DI PASQUA (GV 20,19-31)

II domenica di Pasqua Gv 20,19-31 - Arcidiocesi di Vercelli

LA GIOIA E LA FEDE, DONI DEL RISORTO

         Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

            Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell’amore. Questa gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

            A Tommaso, che nel frattempo si era allontanato dal gruppo, i discepoli che hanno incontrato il Risorto diranno: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione - fa notare il card. Martini- è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell’esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l’intensità del primo incontro, l’attesa e l’aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell’amore, che l’esperienza Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

            Possa ciascuno di noi farsi interprete di questa esperienza dell’incontro con Gesù risorto durante questo tempo pasquale.

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA (LC 24,1-12)

RISUSCITATI DAL RISUSCITATO

           

Il racconto della risurrezione secondo Luca – proclamato dalla liturgia durante la Veglia pasquale nella notte santa – è soffuso di gaudio, di gioia, così come era soffuso di gioia il vangelo dell’infanzia; una gioia, però, che non esclude momenti di dramma, anche angoscioso, vissuto dai protagonisti.

Nel nostro brano, per esempio, si può osservare il dramma delle tre donne che insieme con altre, dice il testo, avevano preparato tutti gli aromi, col pensiero fisso su Gesù fino all’alba del terzo giorno da quando era stato sottratto al loro sguardo. Ma ora, arrivate alla tomba, non lo trovano e provano un’angoscia enorme.

Il rimprovero che le donne ricevono dai due uomini può apparire molto duro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». È la prima volta che Luca utilizza questo termine: “il vivente”. E così i due uomini riportano alla memoria delle donne le parole di lui: «Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea». Il vivente ha parlato e dunque anche la sua parola è viva. È una parola che agisce ancora, è una parola che non può essere relegata nel passato. La parola di Dio opera continuamente, è continuamente creativa, è continuamente portatrice di vita. Ecco perché è la parola che vince l’angoscia, vince il dubbio, vince la morte, non escludendoli, ma portandoli alla soluzione. Il tradimento e la crocifissione sono solo gradini verso la risurrezione. La memoria della parola viva del Signore, della parola creatrice di vita, trasforma interiormente le donne, le quali sono ormai orientate verso la missione: «tornate dal sepolcro - scrive l’evangelista - annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri».

È stato dunque risuscitato Gesù, come dicono i due uomini, ma è stata risuscitata anche la memoria delle parole di Gesù. Non solo, ma sono state risuscitate anche le donne, così come saranno risuscitati i due discepoli di Emmaus. C’è una sorta di contaminazione benefica: la risurrezione di Gesù porta alla risurrezione della memoria, e la risurrezione della memoria porta alla risurrezione delle donne e dei discepoli. Tutto questo però non elimina le obiezioni possibili. Le donne possono testimoniare, possono annunziare con gioia ciò che hanno visto, ma la loro esperienza resta una proposta. L’annunzio della bella notizia non è mai cogente: «non credettero loro». È amaro. Ma è ciò che succede.

A meno che non venga fuori ciò che è venuto fuori in Pietro che, dopo aver tradito, si è sentito perdonato dallo sguardo fugace di Gesù, e che, proprio per questo, non riusciva più a contenersi, a stare nei suoi panni, e smaniava di incontrarlo per guardarlo in faccia, e leggergli negli occhi che lo aveva perdonato davvero. «Pietro tuttavia si alzò (ma si potrebbe tradurre anche “risuscitò”) e corse al sepolcro… E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto». Il dramma personale di Pietro ci indica la strada che ogni credente, ogni uomo, ogni donna, dovrebbero percorrere di fronte alla proposta, alla testimonianza della vitalità della sua parola. Buona Pasqua!

 

 

DOMENICA DELLE PALME (LC 22,14-23,56)

Il pensiero del giorno

DIETRO LA CROCE DI GESÙ

           

            Il racconto della passione secondo Luca - che la liturgia ci fa ascoltare nella domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa -, tra le altre cose, sembra disegnare una strada che il discepolo deve seguire dietro i passi del suo Signore. Apparentemente sembra che si voglia parlare solo dell’ascesa di Gesù verso il luogo del supplizio; in realtà il terzo evangelista ci sta ponendo di fronte a una vera e propria condivisione di questa ascesa, che non riguarda soltanto Simone di Cirene, in cui si può vedere simbolizzato il discepolo (“gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù”), ma anche il popolo e tutti gli abitanti, la folla di Gerusalemme, compresi i capi e i malfattori che, insieme con lui, salgono carichi di sofferenze verso il luogo del supplizio. Ognuno di questi sale verso il luogo della crocifissione portando se stesso, le proprie scelte interiori, così che a mano a mano che si procede verso il luogo della crocifissione si svelano gradualmente i segreti di tutti i cuori.

            C’è poi la menzione del popolo. Quello stesso popolo che, sobillato dai nemici di Gesù, aveva gridato: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”, una volta che il tradimento è stato compiuto, comincia a battersi il petto e a fare lamenti sopra di lui. Quel popolo che era stato manipolato dalle autorità, si salva grazie alla sua semplicità di cuore.

            Fra coloro che sono chiamati alla sequela di Gesù sembra che Luca voglia evidenziare in modo particolare la presenza delle donne. Sono le donne che hanno accompagnato Gesù nei suoi viaggi di predicatore del regno di Dio, accudendolo, standogli vicino, mettendo a disposizione anche tutto ciò che avevano oltre tutto ciò che erano. Sono le donne “figlie di Gerusalemme”, simbolo di tutta la città, simbolo di tutto il popolo di Dio, simbolo di tutti i discepoli che si porranno, anche nelle generazioni successive fino alla fine dei tempi, dietro la croce di Gesù.

            L’evangelista vuole che prendiamo parte anche noi a questo corteo dietro a Gesù. E mentre camminiamo lungo questo crinale della montagna può paradossalmente farsi spazio una gioia particolarissima: quella di essere stati scelti per seguire lui, per portare la croce insieme con lui. È la gioia di chi quotidianamente accoglie la croce di lui, che è anche la sua, e si avvia con lui verso il luogo del supplizio, che sarà, per colui che crede, anche il luogo del passaggio dalla morte alla vita.

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 8,1-11)

 

Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» - Omelie su Gv 8, 1-11 - p. G. Paparone o.p. | Abbà - Comunità Cattolica per  l'evangelizzazione

LA PROFONDITÀ DEL CUORE DI CRISTO

           

            Il volto di Dio, che la parabola del padre e dei due figli ci ha rivelato domenica scorsa nell’abbraccio accogliente del padre misericordioso, si riflette oggi nello sguardo e nella parola che Gesù rivolge a una donna adultera in procinto di essere condannata alla lapidazione dagli scribi e dai farisei, secondo i dettami della legge mosaica.

            Sorpresa in flagrante adulterio – almeno così sostengono i suoi accusatori – essa è condotta da Gesù perché sia da lui giudicata. Gli scribi e i farisei si aspettano che il maestro rompa il silenzio iniziando la sua risposta con quella parola che spesso hanno udito: «Mosè vi ha detto... ma io vi dico...». Ciò che Gesù fa, invece, è sorprendente e mette costoro con le spalle al muro.

In due successivi momenti, ritmati dal silenzio e dalla parola, Gesù riesce a creare il vuoto attorno a questi uomini e, quasi sospendendoli su di esso come su di un abisso, li obbliga a spostare lo sguardo sul loro cuore, sul loro comportamento, sul loro modo di giudicare, sul loro modo di rapportarsi a Dio. E tutto avviene attraverso un gesto e una parola. Un gesto misterioso ripetuto due volte, un gesto che ha suscitato molte interpretazioni: «Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra... e chinatosi di nuovo, scriveva per terra» (vv. 6.8). È un gesto profetico, simbolicamente carico della forza del giudizio di Dio su ogni uomo, un gesto che potrebbe tradurre questa parola di Geremia: «coloro che si allontanano da me, saranno scritti per terra» (Ger 17,13). Gesù non pronuncia alcun giudizio contro questi uomini così sicuri della loro giustizia; li rimanda al tribunale della loro coscienza perché in esso facciano la verità. E la parola che finalmente Gesù pronuncia, rompendo quel silenzio carico di attesa, è come una spada che penetra nel cuore di questi uomini: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7).

            Alla donna, rimasta da sola nel mezzo, Gesù riserva una parola che è come un balsamo che le ridà la forza per camminare nuovamente verso la vita: «neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Qualche commentatore osserva che di fronte a una donna adultera «ci aspetteremmo un discorso sul peccato, sulla sua gravità e sulla conversione. L’invito alla conversione c’è: “Non peccare più”. Ma si riduce a una sola parola, e viene dopo il perdono: “va”». Gesù dunque non nega il peccato della donna, ma non la condanna, la perdona e la invita a una esistenza nuova.

Si legge nei detti dei Padri: «Un brigante del deserto venne un giorno a morire davanti alle porte del monastero di Scete. Dio mi perdonerà - disse al fratello che era subito accorso. Perché ne sei sicuro? – chiese questi. Perché è il suo mestiere» (R. Kern, Arguzie e facezie dei Padri del deserto, Torino, 21987, 87).

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA (LC 15,1-3.11-32)

LA PARABOLA DEL FIGLIO PRODIGO - GLI INSEGNAMENTI DI GESU'

LA RIVELAZIONE DEL PADRE

           

            Ascoltiamo oggi nella liturgia la celebre parabola del padre e dei due figli, che è una delle pagine più belle di tutto il Nuovo Testamento e che è stata definita “un vangelo nel vangelo”. 

            Tra le altre cose, è evidente come l’evangelista faccia cadere l’accento soprattutto sul padre e sul suo affetto specialissimo. Se all’inizio egli è menzionato solo per il gesto di dare soddisfazione alla richiesta del figlio minore, in un secondo momento, al ritorno del figlio, di lui conosciamo sentimenti interiori, azioni e parole.

            Il primo atteggiamento del padre è la commozione al rivedere il figlio minore (“provò una compassione viscerale”). Tanta è la gioia che “egli correndo gli si gettò al collo e lo coprì di baci”. Fa notare qualche commentatore che per un pater familias correre era un atto sconveniente e per nulla consono alla sua autorità ed età, al punto che un simile gesto lo avrebbe reso ridicolo in ordine alla propria dignità personale e sociale.

            Inoltre il padre, senza far dire nemmeno una parola al prodigo, dà una serie di ordini ai suoi servi: “portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa…”. La stola è l’abito regale, così come l’anello è segno di regalità, mentre i sandali sono distintivi del nobile, del principe, dell’erede al trono. Come se questo non bastasse, c’è poi l’invito ai servitori a portare il vitello, quello ingrassato. L’amore lo ha reso profeta: ha infatti preparato il vitello, l’ha ingrassato…

            Anche nei confronti del figlio maggiore, nonostante le dure dichiarazioni, il padre mostra attenzione e affetto: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. La sua logica è ben diversa dalla teoria della retribuzione, ben differente dal do ut des; tutto quanto il padre ha lo condivide, senza alcuna gelosia.

            Chi legge con attenzione questa pagina non può non cogliere il senso delle reazioni del padre e non stupirsi di questo suo modo di agire. I suoi comportamenti appaiono infatti come stravaganti rispetto alle norme tradizionali di comportamento.

            Attraverso questo brano Luca fa emergere dunque questa figura paterna, la quale dispiega tutta la sua grandezza sia nelle scelte che compie a favore dei figli sia nelle parole che indirizza loro. Se la relazione dei figli col padre era ridotta a criteri economici e retributivi, la relazione del padre coi figli ha tutt’altro sapore. Essa si manifesta nel pieno rispetto della libertà, nella vigile attenzione verso di loro, nel ristabilimento della dignità perduta, nella condivisione dei propri beni e nell’invito alla gioia.

Di questo Padre, S. Agostino ha scritto: “Te voglio, giustizia e innocenza, bella ed ornata di luci pure e d’insaziabile sazietà. Accanto a te la quiete profonda e la vita imperturbabile. Chi entra in te, entra nella gioia del suo Signore; non avrà timore e si troverà benissimo nel sommo bene. Mi dispersi lontano da te ed errai, mio Dio, nel tempo della mia adolescenza per vie troppo lontane dalla tua stabilità. Così divenni io stesso un paese in miseria” (Agostino, Confessiones, 2,10,18).

III DOMENICA DI QUARESIMA (LC 13,1-9)

25/10 Lc 13,1-9 EQUIVOCI - Get up and Walk

SCRUTARE I SEGNI DEI TEMPI

           Nel brano evangelico di questa terza domenica di quaresima troviamo un invito alla conversione (vv. 1-5) e la parabola del fico sterile (vv. 6-9).

L’evangelista presenta innanzitutto due esempi presi dalla cronaca. Uno è di cronaca politica e l’altro di cronaca nera. Nel primo si narra che Pilato aveva mescolato il sangue di alcuni galilei con quello dei loro sacrifici, con l’aggiunta di un interrogativo aperto al mistero: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?». Per quanto si possa parlare di colpa, sia di Pilato sia di coloro che si sono ribellati, resta senza risposta il perché proprio quei galilei e non altri hanno subìto la morte. Implicito è il suggerimento a non perdersi nel labirinto delle spiegazioni più o meno logiche, economiche o altre, perché il modo più appropriato di leggere gli eventi è quello di lasciarsi interpellare dagli eventi stessi.

            Anche dopo il secondo esempio la risposta è la stessa: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Occorre imparare a leggere i segni dei tempi nascosti nel quotidiano, in cui possono succedersi episodi quasi senza valore ed episodi tragici accompagnati da morte violenta. In questi eventi - sembra suggerirci Gesù - è presente sempre un richiamo esplicito a cambiare vita.

            La parabola del fico poi richiama certamente l’incapacità di ciascuno di noi di portare il frutto atteso dal Signore: «sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo». I tre anni sono un riferimento simbolico (per esempio i tre anni della predicazione di Gesù…). C’è però una particolarità: qualcuno è intervenuto in nostro favore per garantirci in vita durante questi tre anni. L’agricoltore che intercede ha buoni rapporti con il padrone ma, nello stesso tempo, è molto affezionato a questo albero. La sua è dunque una grandissima parola di speranza, nonostante la minaccia in quel “se no, lo taglierai”: un’evenienza che l’agricoltore è sicuro di poter escludere, perché sarà lui stesso a fare tutto il possibile affinché questo non avvenga.

            Le parole di Gesù sono dunque un invito a vivere una vita fatta di successive e progressive conversioni. Lo sapeva bene il cardinal Newman, il quale diceva: “per l’uomo vivere è cambiare, ed essere perfetti è aver cambiato spesso”.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.