Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 10,38-42)

Monastero di Bose - 29 luglio

L’UNUM NECESSARIUM

       Dopo il dialogo tra Gesù e il dottore della Legge, all’interno del quale v’era la parabola del buon Samaritano, Luca racconta l’episodio dell’accoglienza ospitale di Gesù nella casa di Marta e Maria. Le due sorelle riconoscono certamente a Gesù una certa autorità: Marta lo accoglie come un ospite e, pur esprimendo la propria critica, gli chiede un intervento presso la sorella; Maria, invece, lo ascolta come un maestro. Di Marta sappiamo che cosa fa e che cosa dice; essa passa dall’accoglienza di Gesù all’essere tutta occupata e distratta dal suo servizio chiedendo a sua sorella di fare altrettanto. Di Maria invece viene sottolineato quell’essere seduta ai piedi di Gesù, senza pronunciare neppure una parola. Marta accoglie l’ospite e si comporta secondo le regole sociali del tempo. Maria invece quelle stesse regole le infrange, sicché viene a crearsi una situazione straniante che provoca la reazione di Marta e il suo intervento presso Gesù.

Gesù – che nel testo viene chiamato con il solenne titolo cristologico “il Signore” – risponde in modo affettuoso a Marta: “Marta, Marta, ti preoccupi e sei agitata per molte cose”. Tali parole capovolgono la prospettiva di Marta, perché il suo servizio si è trasformato in preoccupazione ed agitazione. L’accento del rimprovero di Gesù non è sul servizio alla mensa ma sull’atteggiamento di dispersione, inquietudine e preoccupazione che caratterizza Marta in tutto il suo fare. Colei che aveva tentato di piegare l’ospite al proprio punto di vista, chiedendo un intervento autoritario nei confronti della sorella, non solo non ottiene ciò che vuole, ma scopre di essere lei stessa oggetto di un giudizio che ne caratterizza l’operato secondo un criterio ben differente.

Gesù dichiara allora che “di una cosa sola c’è necessità” ritornando su quanto Maria ha fatto. Marta parlava a Gesù di sua sorella, interpretandone il comportamento. Gesù, parlando a Marta, reinterpreta quanto ha fatto Maria per chiarire e spiegare qual è la sola cosa necessaria: vivere la priorità dell’ascolto, senza ansia o protagonismi. Ecco perché Luca aveva precisato che Maria “ascoltava la sua parola” (v. 39) invece di dire, con maggiore naturalezza, che “Maria lo ascoltava”. Tale sottile ma sostanziale differenza ci invita a riconoscere che la medesima esperienza di Maria è possibile anche per noi lettori di oggi nella vicenda di fede. Se l’ascolto diretto di Gesù ci è negato, in quanto esperienza legata alla presenza storica del Nazareno, non ci è invece sottratto l’ascolto della sua parola per mezzo della mediazione del testo composto dai quei testimoni divenuti ministri di quella medesima parola. «Questo ascolto della fede – scrive papa Francesco nella sua prima enciclica Lumen fidei – avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore; un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che “sentendolo parlare così seguirono Gesù” (Gv 1,37)» (n. 30).

 

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 10,25-37)

Lc 10,25-37 Il dottore della legge e il Samaritano | Cronache da Eliopolis

A CHI TI FAI PROSSIMO?

           

Sembra che il dottore della legge – di cui si parla all’inizio del vangelo - sia mascherato da discepolo ai piedi di Gesù (“si alzò…”): lo “tenta” sulla sua ortodossia, sapendo interpretare la Legge nel suo centro, che è amare Dio in quattro dimensioni (col cuore indiviso, con tutto lo spirito vitale, con le forze fisiche e materiali disponibili e con l’intelligenza, cf. Dt 6,4ss) e amare il prossimo “come si ama se stessi” (cf. Lv 19,18). Ma il suo problema è: «Chi è il mio prossimo? Chi fa parte della cerchia di persone che io devo amare come me stesso?». Non è chiaro quale sia la sua idea riguardo a questa cerchia di persone. In ogni caso egli sembra convinto che qui ci debbano essere dei limiti. Per gli ebrei, solo il connazionale era considerato come il prossimo che si è obbligati ad amare e aiutare.

Gesù racconta allora la celebre parabola del buon samaritano, parabola sapienziale, per coinvolgere l’interlocutore. La domanda «chi è il mio prossimo?» è trasformata da Gesù in: a chi ti fai prossimo? Lo scriba è costretto così a immedesimarsi con l’aggredito dei briganti, un giudeo probabilmente, e a confrontarsi con il samaritano, lontano dalla Legge, figura opposta agli uomini del culto (sacerdote e levita, giudei per eccellenza). Dopo la mancata relazione di aiuto dei connazionali (vedono ma passano oltre), solo lo straniero e nemico considera “prossimo” quel giudeo in mezzo alla strada. “Ne ebbe compassione”, dice il testo. E questa compassione si traduce in gesti concreti, sottolineati da verbi che indicano “cura”: fasciare ferite, versare olio e vino, caricare il corpo, spendere per assistere…

Gesù invita a non amare in modo ideologico, poiché il moribondo ha bisogno del samaritano: unica speranza è il pronto soccorso. Per Gesù, amare significa responsabilizzarsi sulle proprie scelte, accettando l’altro nella sua alterità, nel suo limite e nelle sue ferite. Non occorre chiedersi dunque chi è il prossimo, ma farsi prossimo a tutti, abbattendo barriere dentro e fuori. Lo diceva don Andrea Santoro, martire della fede in Turchia: «Accanto alla gioia con cui mi sveglio ogni mattina pensandomi amato dal Signore nel luogo dove lui mi vuole, faccio anch’io i conti con le trafitture quotidiane, quelle che mi vengono da fuori e quelle che mi vengono da dentro… L’impegno è a rimanere “finestra” aperta anche quando ti sembra di incontrare muri o porte sbarrate».

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 10,1-12; 17-20)

UNA MISSIONE IN DEBOLEZZA E IN SOBRIETÀ

           

Nel brano evangelico di questa domenica si parla dell’invio da parte di Gesù dei 70 o 72 discepoli. Solo Luca, tra gli evangelisti, riferisce di questa seconda missione. Egli lega in questo modo alla vita di Gesù sia la missione ad Israele che quella ai pagani. Perché 70 o 72 discepoli? Una delle spiegazioni vi trova un riferimento a Gen 10 dove la discendenza dei figli di Noè forma 72/70 popoli e simboleggia dunque i popoli del mondo pagano. L’altra spiegazione fa riferimento a Nm 11,24-30 dove lo spirito profetico viene dato a 70 anziani scelti da Mosè, ma anche a due uomini che non erano scelti (somma: 72). In ogni caso, l’invio dei 70 (o 72) discepoli giustifica la missione universale della chiesa portata avanti non solo dagli apostoli, ma anche da altri missionari.

È chiaro dunque che l’annuncio del Regno è un compito di tutti ed è rivolto a tutti, nessuno escluso: la messe è infatti abbondante, ma i lavoratori sono pochi. E non basta che questi discepoli si diano tanto da fare, ma che soprattutto preghino il padrone della messe perché mandi altri operai, a ricordare che essi sono sempre servi e che i risultati non dipendono da loro. Ma se Dio è la sorgente della missione, i destinatari saranno gli uomini e dunque il compito di questi evangelizzatori non sarà semplice o privo di pericoli: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Essi dovranno uscire dalla loro tranquillità per andare nella debolezza e dovranno avere molta fede nella Parola che annunciano. Inoltre la missione non fa affidamento su ricchezza e potenza, ma sull’essenzialità e sull’urgenza (evitando bisaccia, sandali, saluti). Il loro stesso equipaggiamento rende visibile il loro programma e il loro abbandono alla Provvidenza del Padre. La missione in debolezza e in sobrietà, caratteristiche divine, è condizione di efficacia della buona notizia.

I 72 avevano un compito nuovo e difficile. Essi tornarono però da Gesù pieni di gioia per quanto avevano compiuto nel suo nome.  «Anche noi - scriveva Paolo VI nel 1975 a conclusione della Evangelii Nuntiandi - conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi… uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell'angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo» (n. 134).

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 9,51-62)

LECTIO DIVINA – XIII domenica del tempo Ordinario anno C

LE ESIGENZE DELLA SEQUELA

           

Gesù decide con fermezza di andare a Gerusalemme consapevole di cosa lo aspetta. Vede avvicinarsi il destino di sofferenza, morte e risurrezione. Non a caso l’evangelista utilizza l’espressione semitica «rese duro il suo volto», che intende esprimere proprio la risolutezza nell’affrontare una decisione molto impegnativa. In essa è implicita l’idea di una grande difficoltà da superare.

Finisce così la formazione dell’ascolto e inizia quella della visione. Gesù è il Figlio che, nella storia del popolo ebraico, porta a compimento le promesse di salvezza del Padre. E anche le ostilità che sperimenta lungo la via non lo amareggiano: chiede di essere accolto, ma lascia agli uomini la libertà di accoglierlo, e non vuole forzare questa accoglienza. La sua decisione non può esprimersi con misure drastiche, senza riguardo per gli altri.

Su questa via verso Gerusalemme egli ricorda quali sono le esigenze per poterlo seguire. Vengono presentate infatti tre persone anonime in cammino, che si presentano a lui spontaneamente e gli dicono che vorrebbero seguirlo. Il primo discepolo prende l’iniziativa e riceve l’annuncio dell’insicurezza futura, come è per Gesù bisognoso di accoglienza (nasce in una mangiatoia e muore sulla croce). Il secondo discepolo è chiamato, ma chiede una proroga; deve “prima” rispettare i suoi affetti: Gesù invece ha la priorità di fare la volontà del Padre. Il terzo discepolo prende l’iniziativa e pone la sua priorità (“prima” deve congedarsi dai suoi legami): Gesù invece ha l’urgenza del Regno che viene. In questo modo assistiamo alla riproposizione delle tre tentazioni del deserto, sotto forma di crescita personale: il distacco salutare da bisogni e sicurezze, da affetti e doveri, da storie personali.

Le parole di Gesù sono certamente molto esigenti. Chi vuole seguirlo, deve decidersi totalmente per lui e legarsi a lui; non porre nessuna condizione. Solo con questa fermezza e decisione è in grado di andare con lui e di mettersi con lui al servizio dell’annuncio del regno di Dio. Ha scritto Helder Camara: «Accetta le sorprese che sconvolgono i tuoi progetti, disperdono i tuoi sogni, danno una dimensione totalmente diversa alla tua giornata e, forse, alla tua vita. Non è per caso. Dà libertà al Padre, perché lui stesso costruisca la trama dei tuoi giorni».

CORPUS DOMINI (LC 9,11-17)

 

Grupos de Jesús – Corpus Domini – C (Lc 9,11-17) - Grupos de Jesús -

QUEL PANE SPEZZATO CHE RIVELA CRISTO

           

            La solennità del Corpo e del Sangue di Cristo ci richiama a rinnovare lo stupore, la gioia e il rendimento di grazie per il dono che il Signore ci ha fatto di se stesso nell’Eucaristia; per questo dono che accompagna tutta la storia della Chiesa e la rende e la tiene in un legame vitale con il mistero della Pasqua del Signore, in modo che tutta la storia della Chiesa sia animata e generata dallo Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Cristo.

            La pagina evangelica ci narra la moltiplicazione dei pani secondo il racconto che ne fa Luca. Il ben noto miracolo che Gesù compie ha come sottofondo alcuni testi del Primo Testamento: il dono della manna (cf. Nm 11,21) e il miracolo compiuto dal profeta Eliseo (cf. 2Re 4,42-44); come un tempo Dio ha saziato il suo popolo, così ora Gesù sazia gli uomini in maniera nuova. E così come avverrà nell’ultima cena, il pane è benedetto, spezzato e consegnato perché sia distribuito alla gente. Per far questo Gesù chiede la collaborazione dei discepoli, i quali devono preoccuparsi del fatto che gli uomini non rimangano una grande massa, ma si raccolgano in gruppi di cinquanta, disposti come per un banchetto. Essi ricevono i pezzi di pane e devono distribuirli a tutti i presenti; dice loro: “date loro voi stessi da mangiare”. Ciò che opera l’agire dei discepoli per incarico di Gesù appare dal risultato: non soltanto tutti i presenti sono saziati, ma rimangono anche dodici ceste di pezzi di pane. Gesù si è preoccupato del bisogno fondamentale di cibo, dandolo in sovrabbondanza, e di questa moltitudine di persone ha fatto una grande, amichevole e gioiosa comunità.

Si comprende come l’agire di Gesù è un segno. Egli non ha il compito di offrire continuamente agli uomini pane per la vita terrena. Il fine della sua missione è offrire il suo corpo e offrendo il suo corpo, Cristo non ci dona qualcosa, o un bene qualunque, ma tutto ciò che Egli è, con i suoi sentimenti, la sua volontà, la sua intelligenza, il suo amore… E anche noi, se intendiamo metterci alla sua sequela, ricorda Paolo, siamo chiamati a “offrire” i nostri stessi corpi come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”, perché questo è il vero “culto spirituale” (Rm 12,1-2). E se è vero che questo nostro corpo, con l’incarnazione di Cristo, è stato “consacrato”, allora esso è dono di Dio, è dimora dello Spirito che abita in noi. Ed è in questo nostro corpo che noi dobbiamo glorificare Dio!

SANTISSIMA TRINITÀ (GV 16,12-25)

Trinità (cristianesimo) - Wikipedia

CONTEMPLANDO

IL MISTERO DELLA TRINITÀ

           

Terminato il tempo pasquale, la Chiesa celebra oggi la festa della Santissima Trinità. Come molti sapranno, c’è una famosa icona (che abbiamo riprodotto qui accanto), scritta nel 1422 da Andrej Rublëv e conservata oggi nel Museo Tretjakov di Mosca, che rappresenta la Trinità richiamandosi al racconto biblico dell’apparizione dei tre divini pellegrini ad Abramo e Sara (cf. Gen 18). È stata definita “l’icona delle icone” nel 1551 dal Concilio dei Cento Capitoli ed è un capolavoro di rara profondità teologica, di bellezza incomparabile e di finissima ricchezza di simboli.

Rublëv seppe rappresentare la sintesi del più grande mistero della nostra fede, rivelandoci l’unità e al tempo stesso la distinzione delle persone divine. Le tre figure sono in un atteggiamento di riposo, sono molto simili e si differenziano solo per l’atteggiamento di ciascuno nei confronti degli altri due: un solo Dio in tre persone che si completano l’una l’altra in un rapporto circolare, inesauribile, di comunione amorosa.

Varie sono le ipotesi sull’identità delle tre persone. Una in particolare vede il Cristo al centro. Tutti e tre vestono il color azzurro, segno della divinità. Nel Padre (angelo di sinistra) il colore azzurro è nascosto: Dio Padre nessuno l’ha mai visto, se non tramite la bellezza e la sapienza della creazione (manto rosa). Il Figlio è uomo (tunica rosso sangue); ha ricevuto ogni potere dal Padre (stola dorata) e si è manifestato come Dio attraverso le sue opere. Tutti abbiamo visto la sua divinità: “Chi vede me vede il Padre!”. Lo Spirito santo (angelo a destra) è Dio e dà la vita (verde: colore delle cose vive). La vita di amicizia con Dio ci viene da lui.

Dal Padre ha origine ogni cosa (posizione eretta). Egli chiama il Figlio indicandogli con mano benedicente la coppa al centro. Il Figlio comprende la volontà del Padre – farsi cibo e bevanda per gli uomini – e l’accetta (china il capo e benedice la coppa) chiedendo (col movimento del braccio destro) l’assistenza dello Spirito Consolatore. Questi accoglie la volontà del Padre e del Figlio (mano posata sul tavolo) e col suo piegarsi riporta la nostra attenzione sul Figlio e sul Padre: vuole metterci obbedienti davanti a Gesù e abbandonati e fiduciosi davanti al Padre.

C’è posto anche per me in questo circolo d’amore delle tre Persone: davanti c’è spazio perché io possa partecipare al colloquio intimo e segreto, gioioso e impegnativo: è lo spazio dei martiri (finestrella dell’altare), di chi dà la vita. Il mio posto ha la forma di calice (lo spazio libero tra i due angeli di destra e sinistra). Il Padre chiede anche a me se voglio mangiare e bere alla sua mensa e offrire la mia vita insieme a Gesù come cibo e bevanda per gli uomini; e lo Spirito, se accetto, mi fa entrare nel riposo di chi è finalmente alla soglia della casa del Padre!

PENTECOSTE (GV 14,15-16.23-26)

Pentecoste Anno C - www.maranatha.it

LO SPIRITO, MAESTRO INTERIORE

            Nella solennità di Pentecoste la liturgia ci presenta alcune parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli nel contesto dei “discorsi di addio”: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Al dono dello Spirito viene attribuita dunque da Gesù una duplice funzione: anzitutto quella di vincere la solitudine del discepolo nel mondo; poi quella di illuminare l’esistenza del discepolo attraverso un insegnamento definitivo.

Non passi inosservato però che la venuta e la permanenza dello Spirito presso il discepolo è collegata strettamente all’amore; all’amore del credente per Cristo e all’amore di Cristo e del Padre per il credente. Lo Spirito sembra essere il sigillo di questo amore e, proprio in quanto forza di amore, in grado di produrre vicinanza e comunione.

Lo Spirito è promesso per sciogliere ogni paura e dare al discepolo la convinzione ferma di non essere abbandonato, di avere con sé la presenza del suo Signore, anzi la presenza di Dio stesso; «se Dio è con noi - dirà Paolo - chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ancora: lo Spirito è designato come «un altro Paràclito». Si sottintende, dunque, che Gesù è stato un primo Paràclito, cioè un primo difensore dei discepoli; di fronte al mondo è stato lui, Gesù, che li ha difesi, lui che li ha rafforzati nella fede e nella speranza, lui che li ha aperti al dono dell’amore e alla scelta del servizio. Ma ora la presenza di Gesù viene meno e qualcun altro deve prenderne il posto: lo Spirito Santo.

Egli, mandato dal Padre nel nome di Gesù, «v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». E il discepolo è chiamato a non lasciar cadere nessuna delle parole di Gesù; le dovrà meditare e custodire nel proprio cuore, cercando di coglierne tutti i significati e i valori. Lo Spirito, da parte sua, non farà altro che suscitare e dirigere questa opera di assimilazione.

Chiediamo allo Spirito, maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

ASCENSIONE DEL SIGNORE (LC 24,46-53)

 

Araldi del Vangelo - L'Ascensione del Signore

FIGLI CHE GENERANO ALTRI FIGLI

            Il Vangelo secondo Luca presenta la vita di Gesù come un cammino orientato decisamente verso l’Ascensione. Lo si vede già al cap. 9, quando l’evangelista dà inizio a quell’ampia sezione della sua opera che va sotto il nome di “viaggio verso Gerusalemme” (cf. capp. 9 e 19); lì si legge: «Mentre stavano compiendosi (si noti il verbo) i giorni in cui sarebbe stato assunto (così il testo greco) dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51). Un cammino, dunque, come la vita di ogni uomo; un cammino verso la morte, secondo le Scritture; ma soprattutto un cammino verso la risurrezione e l’ascensione, perché giunga a compimento il progetto di Dio che è progetto di salvezza.

Prima di salire al cielo Gesù viene in mezzo a tutti i suoi, che lo riconoscono e lo ascoltano spiegar loro la coerenza degli eventi accaduti fin dall’inizio. Facendosi riconoscere da quelli che hanno condiviso il suo cammino fin dalla Galilea, che avevano visto i segni e ascoltato il suo insegnamento, il Risorto porta a termine la testimonianza oculare. Se i suoi non l’avessero incontrato, come avrebbero potuto annunciare che egli è glorificato, risorto, vivo?

            Ma a questo “vedere” ora si sostituisce il “non vedere più”, indicato nel brano dalla menzione dalla separazione fisica: è infatti a questa condizione che i discepoli potranno annunciare il Signore dappertutto e testimoniare della sua presenza operosa e invisibile. La testimonianza è ormai affidata a loro ed è attraverso la loro predicazione che l’umanità conoscerà il loro maestro e Signore.

            «Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse». Come i patriarchi al momento del distacco benedicevano i figli, così Gesù fa con i suoi discepoli. Li accetta cioè come eredi, perdonandoli. Questo vangelo era iniziato con il dono dei figli (Giovanni Battista e Gesù) e ora termina coi discepoli costituiti figli e destinati, a loro volta, a generare altri figli con l’evangelizzazione.

Diventa allora possibile ai discepoli vivere in «una grande gioia»; è la gioia messianica, annunciata dagli angeli (Lc 2,10), che incomincia a espandersi. «E stavano sempre nel tempio, lodando Dio». Facile da capire: dove Dio agisce e salva, gli uomini devono rispondere lodando e ringraziando; in Gesù, Dio ha agito vincendo la morte; è quindi cosa buona e giusta che i credenti rendano grazie a Lui sempre e in ogni modo.

VI DOMENICA DI PASQUA (GV 14,23-29)

VI domenica di Pasqua Gv 14,23-29 - Arcidiocesi di Vercelli

IL CONTINUO VENIRE DEL RISORTO

           

            Le parole di Gesù nella pericope evangelica odierna si trovano nei cosiddetti “discorsi di addio” del vangelo di Giovanni e propongono due temi: l’amore per Gesù e la promessa dello Spirito.

            Il tema dell’amare Gesù e dell’osservanza dei suoi comandamenti è molto frequente nel vangelo di Giovanni. Il discepolo che ama Gesù osserverà la sua parola. E a questo discepolo Gesù fa una promessa non di poco conto: «noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». E questa dimora sarà permanente. Quelli che amano e credono sperimentano la presenza dell’assente e possono guardare in avanti verso un ritorno definitivo quando Gesù e il Padre abiteranno con loro per sempre.

Più tardi, nel capitolo successivo, Gesù dirà: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore…» (15,9). Dimorare nell’amore di Gesù, sia nell’amore che Gesù ha per noi sia nell’amore che noi dobbiamo a lui, non indica certamente una permanenza romantica o mistica. L’invito di Gesù assume tutto il realismo e la concretezza della condizione essenziale che lo avvalora: l’osservanza dei suoi o del suo comandamento, che - come si sa – è l’amore scambievole posto in atto simbolicamente dal gesto di Gesù che lava i piedi dei discepoli.

Il secondo tema ricorda quali sono i compiti dello Spirito consolatore: «lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Ormai lo Spirito prende pienamente il posto e il ruolo di Gesù. La sua funzione è chiara: sarà egli il maestro dei discepoli, ma non in modo autonomo o come portatore di nuove rivelazioni, ma unicamente ricordando ai discepoli le parole di Gesù.

Il risorto dunque, sembra ricordarci il quarto evangelista, continuerà nel frattempo della storia a venire presso i suoi e nel cuore dei suoi. Sarà un venire assieme alla sua parola, al Padre e allo Spirito paraclito, cioè “chiamato accanto” a svolgere, nel caso, il compito di maestro interiore, di memore e di esegeta della parola del Signore.

Il maestro, infatti, si mostra piuttosto preoccupato per la tranquillità dei suoi discepoli, per la loro pace e la loro gioia. E la pace che egli dà è diversa da quella del mondo. È la “sua” pace. Pace come riconciliazione con Dio, con l’altro, con la natura e con la morte, riflesso amico del volto del Risorto al mondo che abitiamo.

 

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