Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 5,13-16)

EVANGELIO DEL DÍA: Mt 5,13-16: Vosotros sois la luz del mundo. | Cursillos  de Cristiandad - Diócesis de Cartagena - Murcia

 

IL SALE DELLA SAPIENZA

Ai discepoli e a tutti i cristiani che continuamente sono tentati di rinunciare alla propria identità e di adattarsi, Gesù affida il compito di essere “sale della terra” e “luce del mondo”.

Prendiamo in considerazione il primo paragone usato da Gesù: “sale della terra”; una metafora - a nostro parere - molto curiosa e coinvolgente. Per gli antichi il sale ha una speciale importanza religiosa: esso infatti è preso come simbolo di durata e di valore, in quanto serve per purificare, per dare sapore al cibo (Gb 6,6) e per conservare. Era ingrediente indispensabile nei sacrifici (Lv 2,13; Ez 43,24); in alcuni testi il sale è simbolo di alleanza o di pace (Nm 18,19; 2Cor 13,5). Il sale è inoltre figura dei valori religiosi e morali, dei quali deve essere ripiena la parola del cristiano (Col 4,6).

Partendo da questa metafora, Gesù formula una domanda a dir poco strana: «se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?». Come immaginare infatti un sale non salato? Può forse esistere un sale che perde il sapore? Certo, il sale raccolto al Mar Morto in Palestina, misto com’era ad altri elementi, poteva divenire facilmente insipido. Ma forse Gesù usa un paradosso, come per il cammello che passa per una cruna di un ago. Come non è possibile che il sale perda il sapore, così non è possibile che il discepolo si snaturi. Il sale – come si può comprendere – è figura dell’intimo valore che caratterizza il discepolo che in nessun modo può privarsene. Non si tratta dunque di divenire sale, ma di essere quello che siamo, mantenendo la nostra identità.

Nel rito del battesimo, fino a prima della riforma, il celebrante metteva in bocca al neonato qualche grano di sale e diceva: «Ricevi il sale della sapienza; ti giovi per la vita eterna». È un rito oggi caduto in disuso, ma che esprimeva bene quell’invito di Gesù ad essere sale. Il rito parlava di “sale della sapienza”. In effetti – scriveva san Giovanni Crisostomo - «quanto devono essere saggi coloro dai quali dipende la salvezza degli altri! Occorre loro una virtù sovrabbondante, in modo da parteciparne i vantaggi anche agli altri uomini. Ebbene se voi non avrete abbastanza virtù per comunicarla anche agli altri, - sembra concludere Gesù, - non ne avrete neppure abbastanza per voi stessi» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 15,6s.).

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 5,1-13)

Il discorso della montagna - Guardare la Parola

 

GESÙ SUL MONTE INSEGNA IL “VANGELO DEL REGNO”

«Vedendo le folle – scrive Matteo introducendo la famosa pagina delle Beatitudini – Gesù salì sul monte». E poi prosegue: «si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo…». È un inizio molto solenne: mosso a compassione della folla, il maestro si siede in cattedra; assume cioè una postura tipicamente magisteriale e pronuncia il suo insegnamento circondato dai dodici e dalle folle, che lo seguivano dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Ci sembra di intravedere quasi un altro Mosè che sale sul Sinai (Es 19,3.12); ma non passi inosservato che qui il popolo, diversamente da Israele nel deserto, è con Gesù sulla montagna. Ora, la montagna è in Matteo il luogo della preghiera (14,23), delle guarigioni (15,29), della rivelazione (17,1; 28,16) e dell’insegnamento (24,3). Si può dunque ritenere che il monte sul quale Gesù è salito non appartiene semplicemente ai rilievi geografici della Palestina, ma è la montagna per eccellenza, la montagna della rivelazione di Dio. Per la prima volta infatti, dopo le sue affermazioni concise in 3,15 e 4,17, il figlio di Dio annuncerà il suo “vangelo del regno”.

Il vangelo che Gesù annuncia in pienezza su questo monte è la beatitudine, è la gioia indicibile e infinita, che abbraccia, riempie e invade completamente l’uomo. Per otto volte di seguito egli dirà «beati», cioè felici, e tratteggia così l’ideale di ogni discepolo; lo fa mostrando il cammino che porta gioia vera e mettendo in guardia dai cammini sbagliati che impediscono di raggiungerla. Le beatitudini – secondo una felice espressione – sono la Magna Charta di ogni discepolo, perché rappresentano chiari punti di orientamento e hanno una forza profondamente liberatrice: devono essere ancora oggi per ognuno di noi lo specchio limpido e chiaro per la coscienza.

Meditandole con attenzione, ci renderemo conto che esse altro non sono che un ritratto della persona di Gesù di Nazaret. È lui infatti l’unico e vero “Maestro” proprio perché, nella sua esperienza personale, vive compiutamente ciascuna delle beatitudini di cui ha parlato sulla montagna. «È Lui – afferma Gregorio di Nissa - la porzione ed è Colui che ti dona la porzione; rende ricchi ed è Lui stesso la ricchezza; ti indica il tesoro, ed è Lui stesso il tesoro per te» (Gregorio di Nissa, Omelie sulle Beatitudini, Orazione ottava).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 4,12-23)

Monastero di Bose - “Gesù vide Simone e Andrea”

 

UNO SGUARDO FOLGORANTE

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato…». Sembra un versetto molto ovvio quello che dà inizio alla pericope evangelica di questa domenica. In realtà siamo messi di fronte a una realtà molto triste e dolorosa: a Giovanni, profeta inviato da Dio e portatore di speranza, viene chiusa la bocca ed impedito di parlare. Nel destino di quest’uomo, consegnato all’arbitrio di Erode, si annuncia quella che sarà la fine di Gesù. Fin dall’inizio del suo ministero si stendono già le ombre della sua fine. Tutta la sua opera sarà sotto il segno della passione. Tuttavia Dio non si lascia frenare e dopo l’arresto di Giovanni manda il suo Figlio, il quale, venuto nel tempo della pienezza, annuncia ad ogni uomo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Questi semplici accenni ci permettono altresì di considerare tutta la drammaticità del verbo «lo seguirono», riferito ai primi discepoli, i quali ci sono posti davanti come archetipi, modelli di riferimento per tutti coloro che accolgono la parola di Gesù, accettano di cambiare mentalità e si fidano del vangelo del Regno.

Il testo, senza troppi particolari, dice solamente: «Gesù vide due fratelli». Non occorrono parole. Il maestro vede quegli uomini immersi nella loro storia e li penetra in profondità con il suo sguardo: li scopre, li conosce, li mette a nudo di fronte a se stessi, proponendosi come l’esaudimento pieno di ogni loro desiderio: «E disse loro: “venite dietro a me”». Si sostituisce cioè a quella vita che essi cercavano di garantirsi mediante l’esercizio della pesca nel lago. E la loro risposta è immediata: le scelte determinanti di una vita, come si sa, non necessitano di molte parole.

Riguardo alla chiamata di Giacomo e Giovanni, l’evangelista aggiunge un riferimento anche al padre: «lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono», a sottolineare la necessità di rompere determinati legami, sia di ordine economico sia di ordine affettivo, per poter accettare fino in fondo la provocazione della chiamata da parte di Gesù. Ne è ben consapevole il Crisostomo, il quale scrive: «È una obbedienza pronta e perfetta come questa, che Gesù Cristo esige da noi, una obbedienza che esclude ogni ritardo, anche quando vi fossero fortissime ragioni ad ostacolarla… I discepoli credettero che le parole, dalle quali erano stati pescati, avrebbero consentito anche a loro di pescare un giorno gli altri uomini. Questa, infatti, fu la promessa che Gesù fece» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 14, 1-2).

 

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (GV 1,29-34)

 incammino – #InCammino

“ECCO L’AGNELLO DI DIO”

 

  L’odierno brano evangelico espone il modo in cui il Battista vede venire Gesù e come egli gli rende testimonianza. In particolare, due sono i titoli messianici che Giovanni attribuisce a Gesù: lo indica come “Agnello di Dio” (v. 29) e come “Figlio di Dio” (v. 34). Segnala poi quelle che sono le sue azioni fondamentali: è “colui che toglie il peccato del mondo” ed è “colui che battezza nello Spirito Santo”.

  Ci soffermiamo brevemente sulla ben nota definizione “Agnello di Dio”, che è davvero molto originale e che quasi sicuramente richiama sullo sfondo le due figure veterotestamentarie dell’agnello pasquale e del servo di YHWH. Di quest’ultimo, infatti, Isaia dice: «Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (53,6b-7). Gesù, dunque, secondo Giovanni, non viene con travolgente potenza e abbagliante splendore; si presenta invece agli uomini del tutto esposto, indifeso ed inerme, senza potenza né violenza, proprio come un agnello. Ma in quanto Agnello di Dio, appartiene anche completamente a lui, perché Dio è il suo pastore.

  Come il Servo di YHWH, anche Gesù porta al posto degli altri il peccato del mondo. La funzione che definisce l’agnello è infatti proprio togliere il peccato. Il verbo impiegato significa propriamente “sollevare, togliere, prendere su di sé, eliminare, annullare” ed implica una dimensione espiatoria. L’oggetto di tale cancellazione è il “peccato del mondo”, che nella logica del quarto vangelo non è tanto un atto individuale, ma una risposta negativa dell’uomo nei confronti di Cristo.

  Innalzato sulla croce, in silenzio e senza fare opposizione, Gesù prende su di sé tutte le sofferenze e offre la propria vita diventando segno di salvezza. È ciò che avviene ancora oggi, quando nella celebrazione eucaristica, prima di ricevere la comunione, il sacerdote ripete a ciascuno di noi la frase detta da Giovanni: “Ecco l’Agnello di Dio”; segno che, come scriveva Origene, «egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero…» (Origene, In Ioan. I, 235).

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (GV 1,29-34)

Ecco l'agnello di Dio» - Alleanza Cattolica

“ECCO L’AGNELLO DI DIO”


L’odierno brano evangelico espone il modo in cui il Battista vede venire Gesù e come egli
gli rende testimonianza. In particolare, due sono i titoli messianici che Giovanni attribuisce a Gesù:
lo indica come “Agnello di Dio” (v. 29) e come “Figlio di Dio” (v. 34). Segnala poi quelle che sono
le sue azioni fondamentali: è “colui che toglie il peccato del mondo” ed è “colui che battezza nello
Spirito Santo”.
Ci soffermiamo brevemente sulla ben nota definizione “Agnello di Dio”, che è davvero
molto originale e che quasi sicuramente richiama sullo sfondo le due figure veterotestamentarie
dell’agnello pasquale e del servo di YHWH. Di quest’ultimo, infatti, Isaia dice: «Il Signore fece
ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era
come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua
bocca» (53,6b-7). Gesù, dunque, secondo Giovanni, non viene con travolgente potenza e
abbagliante splendore; si presenta invece agli uomini del tutto esposto, indifeso ed inerme, senza
potenza né violenza, proprio come un agnello. Ma in quanto Agnello di Dio, appartiene anche
completamente a lui, perché Dio è il suo pastore.
Come il Servo di YHWH, anche Gesù porta al posto degli altri il peccato del mondo. La
funzione che definisce l’agnello è infatti proprio togliere il peccato. Il verbo impiegato significa
propriamente “sollevare, togliere, prendere su di sé, eliminare, annullare” ed implica una
dimensione espiatoria. L’oggetto di tale cancellazione è il “peccato del mondo”, che nella logica del
quarto vangelo non è tanto un atto individuale, ma una risposta negativa dell’uomo nei confronti di
Cristo.
Innalzato sulla croce, in silenzio e senza fare opposizione, Gesù prende su di sé tutte le
sofferenze e offre la propria vita diventando segno di salvezza. È ciò che avviene ancora oggi,
quando nella celebrazione eucaristica, prima di ricevere la comunione, il sacerdote ripete a ciascuno
di noi la frase detta da Giovanni: “Ecco l’Agnello di Dio”; segno che, come scriveva Origene, «egli
non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più,
bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato
non sia soppresso dal mondo intero…» (Origene, In Ioan. I, 235).

MARIA SS.MA MADRE DI DIO (LC 2,16-21)

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO. (Anno A) - Lc 2,16-21 - L'adorazione dei  pastori. | Maria Valtorta nel cuore

 

SOTTO LA BENEDIZIONE DI DIO

Nel nome del Signore, con gioia, iniziamo un anno nuovo con il desiderio che sia un cammino di pace per tutti gli uomini, che sia per la comunità cristiana un cammino di maturazione nella fede e nella carità, che sia per ciascuno di noi una risposta gioiosa e integra alla chiamata del Signore.

Nella prima lettura troviamo la benedizione che Dio dona ad Aronne e ai suoi figli perché ne rendano partecipi gli israeliti. La “benedizione”, come sappiamo, è una energia di vita che produce bellezza, bontà, giustizia, arricchimento vitale, gioia, consolazione, perdono.

Secondo la Bibbia questa benedizione di Dio accompagna la storia complessa e a volte ambigua dell’uomo sulla terra. La possiamo raccordare con un tema, che era caro in anni passati alla spiritualità cristiana, quello della Provvidenza divina. “Provvidenza” non significa che Dio intervenga con miracoli per migliorare la sua creazione o per correggere gli errori e le stupidità dell’uomo, in modo che tutti i drammi abbiano un lieto fine. Al contrario, la Provvidenza opera attraverso le “cause seconde”, attraverso le leggi che regolano il corso della natura, ma soprattutto attraverso i comportamenti liberi e responsabili dell’uomo. Potremmo dire che la benedizione di Dio non ci esonera affatto dalla responsabilità di decidere con saggezza e di agire con giustizia, ma piuttosto ci dà la forza di pensare e di operare in questo mondo. La benedizione di Dio ci permette di non essere attaccati al nostro interesse immediato, ma di saper decidere e scegliere il bene di tutti, essere capaci di sacrificare il nostro vantaggio perché tutti ne abbiano a guadagnare.

Come i pastori del Vangelo torniamo «senza indugio» sempre di nuovo a Betlemme per «trovare Maria e Giuseppe e il bambino, che giace nella mangiatoia». Questa contemplazione ci fa bene, ci consola da tante esperienze negative che minaccerebbero di intristire la vita, ci apre a tante speranze che rendono prezioso il tempo che viviamo. Vorremmo anche noi come i pastori potere percorrere il cammino dell’anno nuovo glorificando e lodando Dio per tutto quello che avremo udito e visto.

NATALE, FESTA DEL DIO CHE AMA

Natività di Gesù (Giotto) - Wikipedia

NATALE, FESTA DEL DIO CHE AMA

Nel giorno di Natale leggiamo il prologo di Giovanni, straordinariamente ricco e alto, ma
che non lascia quasi niente all’immaginazione. Non c’è la capanna, né il presepe, non c’è il
bambino, non ci sono i pastori, non c’è niente di tutto questo.
Quello invece che il vangelo di Giovanni sottolinea è il dramma dell’incarnazione. Il fatto
che la parola di Dio, «il Verbo di Dio si è fatto carne». Il centro è proprio quel versetto che dice: «E
il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come
di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità».
Se c’è qualcosa nella fede cristiana che sembra cozzare contro il pensiero umano, è proprio
questo mistero dell’incarnazione. È impensabile che un Dio infinitamente grande si manifesti in una
natura umana debole. C’è solo una strada, c’è solo un sentiero che dal cielo di Dio possa condurre
alla terra degli uomini, e questa strada è quella dell’amore. L’unica spiegazione dell’incarnazione è
questa: l’affermazione che Dio è amore. Perché l’amore è fatto così: l’amore può essere
potentissimo, ma è capace di farsi debole con la persona che ama, può essere pieno di conoscenza e
di trascendenza, ma si fa piccolo, si accosta alla persona che ama e si mette al suo livello. L’amore
è fatto essenzialmente così. Ebbene, proprio questo vuol dire il Natale: il Dio della rivelazione è il
Dio dell’amore.
È certamente il Dio onnipotente, il Dio onnisciente, è il Dio eterno, è il Dio immenso, ma è
soprattutto il Dio che ama. E il rapporto tra uomo e Dio lo dobbiamo inevitabilmente concepire in
questo modo, come il rapporto tra Dio amore e l’uomo amato, amato da Dio. E forse proprio per
questo il mistero del natale è un mistero così profondo, ma, nello stesso tempo, affascinante.
Scopriamo qualche cosa di dio che ci meraviglia, che ci mette in un atteggiamento di stupore e di
rendimento di grazie.

IV DOMENICA DI AVVENTO (MT 1,18-24)

incammino – #InCammino

 

GIUSEPPE E IL RISCHIO DELLA FEDE

Nella domenica che precede il Natale, Matteo ci presenta l’annunzio della nascita di Gesù a Giuseppe. È tipico del primo evangelista riallacciare il racconto a testi o a episodi dell’Antico Testamento, dal momento che Gesù non è un semplice “trovatello”, ma un membro del popolo di Israele, con pieni diritti. Secondo il narratore, infatti, Giuseppe sapeva che Gesù non era suo figlio, sapeva che lo Spirito Santo era all’origine della sua vita. In lui la storia di Israele giunge al suo compimento e allo stesso tempo con lui l’umanità potrà aprirsi ad un orizzonte completamente nuovo.

“Non temere di prendere con te Maria, tua sposa”, gli dice un angelo del Signore in sogno. Se l’angelo dice “non temere”, vuol dire che ciò di cui è stato spettatore Giuseppe appartiene ai grandi eventi rivelatori di Dio nella storia. “Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. È la ragione ultima per cui Giuseppe non deve temere. Con un silenzio eloquente, questo padre, non a caso definito “uomo giusto”, si dimostra aperto alle possibilità di Dio. Ha bisogno, però, di una conferma e la conferma viene dalla stessa Scrittura: “tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”. Dalla conferma delle Scritture, Giuseppe è fortificato abbastanza per fare la sua scelta; scelta non della giustizia della legge ma della fiducia in Maria. Tra la fedeltà alla legge e l’accettazione di Maria, Giuseppe ha il coraggio di rischiare e prende con sé Maria.

In pochi versetti Matteo delinea il ritratto di un uomo vero, gigante nella fede. Si potrebbe dire che dal racconto Giuseppe viene fuori non soltanto come un uomo, veramente uomo, tormentato dal dubbio come ogni uomo, ma come uomo disponibile ad accettare che Dio possa compiere anche l’impossibile e che, per questa fiducia nell’onnipotenza di Dio, è disposto a mettere a repentaglio anche le sicurezze che gli derivano dal potersi definire giusto secondo la legge.

Giuseppe è dunque un modello per noi. Gli eventi della storia, quando sono avvertiti nella loro profondità, pongono infatti anche noi di fronte alla necessità di compiere delle scelte. Possiamo essere tentati di restare fermi in ciò che ha garantito certe nostre sicurezze, oppure, come Giuseppe, intuire che, attraverso quel fatto, Dio abbia rivelato qualcosa di più grande per cui valga la pena di rischiare forse la reputazione.

La Scrittura, ne sono oltremodo convinto, ci dà quegli strumenti necessari per deciderci a rompere con le nostre sicurezze acquisite, affidandoci al “nuovo” che ci è posto davanti. Quello che si avvicina sia dunque per noi un nuovo Natale. Auguri!  

III DOMENICA DI AVVENTO A (MT 11,2-11)

Domenicane di Santa Maria del Rosario » Mt11, 2-11

APRIRE BENE GLI OCCHI

Ci incuriosisce forse nel brano odierno la domanda che Giovanni Battista fa porre a Gesù da due dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Come a dire, sei il compimento delle promesse di salvezza o sei ancora un profeta che indica il futuro, che rivolge ancora l’attenzione degli ascoltatori verso l’opera che Dio compirà in seguito?

È indicativo che Giovanni faccia porre questa domanda a Gesù, perché all’inizio del vangelo, il riconoscimento di Gesù, nel battesimo, poteva sembrare sufficiente, ma è evidente che il Battista ha qualche perplessità sul ministero di Gesù. Non corrisponde a ciò che lui aveva immaginato: la rivelazione della salvezza di Dio come un’opera così potente che avrebbe annientato e cancellato e bruciato tutto il male e l’ingiustizia del mondo e invece il male e l’ingiustizia continuano; Gesù non ha annullato il peccatore e al contrario ha un atteggiamento di accoglienza.

Nella sua risposta Gesù rimanda alle sue parole e alle sue opere. Le sue opere sono i miracoli, cioè manifestazioni di una potenza che viene esercitata a favore dell’uomo; dell’uomo che sperimenta dei limiti e che viene liberato per poter esprimere totalmente se stesso; dell’uomo malato che viene ricuperato all’integrità della salute e dell’uomo peccatore che viene ricondotto alla pienezza del suo rapporto con Dio. Ma Gesù rimanda anche alle sue parole dicendo: «ai poveri è annunciato il Vangelo», cioè una notizia di felicità e di speranza. Il vangelo raggiunge cioè anche le condizioni più misere, più basse dell’esperienza umana e le recupera. Il vangelo è capace di recuperare ogni uomo, anche il più disgraziato che si possa immaginare. In questo modo Gesù ricorda che Dio si è fatto vicino e invita ad avere gli occhi abbastanza acuti per vedere quanto sta accadendo; si vedranno certamente delle ingiustizie ma si potranno anche vedere dei segni della presenza di Dio, di un’azione d’amore, di salvezza, di vita e di speranza che Dio solo è capace di inserire dentro al tessuto della vita umana.

Le parole di Gesù ci ricordano qual è dunque il senso dell’Avvento. È tempo di speranza, tempo in cui ogni cristiano è invitato a rinnovare il desiderio e l’attesa di un mondo più integro e di un uomo più autentico.

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