Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 21,28-32)

Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli..." (Matteo 21:28-32) - Progetto  Gionata

 

POCHE PAROLE, MOLTI FATTI!

            C’è un antico detto rabbinico che afferma: «Chiunque non insegna a suo figlio un lavoro, gli insegna ad essere ladro» (Tos. Qidd. 1,11). Ed è proprio del lavoro dei figli che si parla nella parabola evangelica odierna, raccontata da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. C’è un padre che, per prendersi cura della sua vigna, invita in modo molto cordiale i suoi due figli a lavorare in essa. Il primo, che in primo momento risponde di no, successivamente ci ripensa (si pente!) e si mette a lavorare; il secondo invece, dopo una pronta risposta affermativa, non dà seguito alle sue parole. I figli, come si può notare, sono liberi di accettare o meno la richiesta del loro padre, ma nessuno dei due - almeno a prima vista - si comporta in modo esemplare. Per questo Gesù coinvolge e chiede un parere direttamente i suoi uditori: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Essi rispondono esattamente alla domanda: compie la volontà non chi ha detto subito sì e poi non ha fatto nulla, ma chi, anche se tardivamente, ha lavorato nella vigna. Non bastano cioè le parole, occorrono i fatti!

            Si noti infatti come uno dei motivi dominanti della parabola è dato dall’avverbio “poi”, presente ben due volte nel brano: il primo figlio non vuole andare a lavorare nella vigna, “ma poi – precisa il testo - si pentì e vi andò”. E così anche Gesù rimprovera i capi e gli anziani: “Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti”. Quel “poi” sta a dire che non è tanto importante un’obbedienza perfetta (spesso soltanto apparente!), ma la capacità di ravvedersi e il coraggio di convertirsi (che talora richiede tempo e discernimento). Di tale pentimento, ammonisce Gesù, sono capaci i pubblicani e le prostitute che hanno ascoltato il messaggio di conversione di Giovanni. Sono proprio questi pubblici peccatori che, pentendosi, hanno realizzato nei fatti molto di più di tanti osservanti solo a parole.

            Quante volte probabilmente anche tanti nostri ragionamenti sono frutto di ipocrisie e incoerenze. L’avverbio “poi” si chiama per noi “umiltà”, cioè la capacità di tornare sui nostri passi e di iniziare un vero cammino di conversione. Non a caso disse una volta un anziano: «L’umiltà non è uno dei piatti del festino, ma il condimento che insaporisce tutti i piatti».

 

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 20,1-16)

Gli operai del regno (Mt 20,1-16 – Domenica XXV per annum) – Frati Minori  Cappuccini Toscana

GIOCARE IN BORSA E INVESTIRE IN BONTÀ

            Molti ricorderanno la bella figura di Francois Xavier Nguyen van Thuan, il cardinale vietnamita, che fu Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e che trascorse tredici anni in prigione dei quali nove anni in isolamento. Ascoltando una sua testimonianza, quando ero studente di teologia, ricordo bene che disse che aveva seguito Gesù perché “amava i suoi difetti”. Ne rimasi molto incuriosito. Secondo lui, infatti, Gesù aveva non pochi difetti: non aveva buona memoria, non conosceva la matematica e la logica, era troppo avventuriero... E, citando la parabola evangelica odierna, il cardinale riteneva che se Gesù fosse stato nominato amministratore di una comunità o direttore di un’impresa, queste istituzioni sarebbero fallite e sarebbero andate presto in bancarotta. Come si fa a pagare a chi inizia a lavorare alle cinque del pomeriggio uno stipendio uguale a chi lavora sin dal mattino? Non intendendosi né di finanze, né di economia, aggiungeremmo noi, certamente nessuno avrebbe interpellato Gesù per risolvere la crisi economica dei nostri tempi.

            Ma, lungi dal creare un disimpegno nel servizio per il regno, qual è il valore dell’esempio paradossale proposto da Gesù in questa pagina? A chi mormora, cioè manca di fede, il padrone della parabola risponde: “non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Come motivazione per il suo comportamento verso gli ultimi egli menziona la sua bontà. In tal modo fa capire che dando a tutti la stessa paga non ha tolto nulla a loro, ma semplicemente ha voluto dimostrare la sua bontà verso tutti. Il fatto che la ricompensa non dipenda dalla quantità del lavoro svolto dovrebbe stimolare il credente a dare il meglio di sé come segno di gratitudine per un dono immeritato.

            Commenta ancora il card. van Thuan: «Gesù premia sempre la buona volontà di metterci a sua disposizione e non soltanto gli sforzi compiuti, la fatica sopportata e i risultati ottenuti. Gesù gioca in borsa investendo nella bontà, nella misericordia e nell’amore, e non nei soldi e negli interessi. Gesù scommette non sul dominare la concorrenza come fanno gli amministratori di questo mondo, ma sul successo dell’accoglienza degli ultimi desiderosi dell’attenzione di qualcuno che li valorizzi pienamente».

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 18,21-35)

Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario 13 settembre – Parrocchia  Croce Bianca

Il dialogo tra Gesù e Pietro mette in evidenza il contrasto tra il modo di pensare di chi crede che il perdono sia un gesto che può essere ripetuto, ma solo per un numero limitato di volte, e quello invece di Gesù che considera il perdono un’esigenza sempre necessaria («Fino a settanta volte sette»).

La parabola del servo spietato che Gesù racconta serve a spiegare proprio questo suo insegnamento. C’è un re che perdona il grande debito che un servo aveva contratto a seguito di una sua supplica, ma quest’ultimo, pur essendo perdonato, non condona la piccola somma che gli è dovuta da un suo collega. Qual è il significato di fondo di questo contesto? Tutti nella Chiesa hanno un debito enorme con Dio, che è assolutamente impossibile ripagare. Se il padrone infatti lascia prevalere la giustizia, il servo è perduto. E se tutti sono debitori insolvibili, tutti hanno bisogno di perdono e tutti sono chiamati a perdonare. La misericordia è infatti per sua natura contagiosa!

            La pagina evangelica odierna ci ricorda che siamo tutti perdonati e che tutti siamo chiamati alla responsabilità nei confronti di chi pecca. Ma, alla scuola del Crocifisso, tutti siamo chiamati a perdonare. «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori», ripetiamo nel Padre nostro. Chiediamo cioè a Dio di perdonarci, perché se veramente abbiamo fatto esperienza della sua misericordia e quindi siamo coinvolti nel suo perdono, non possiamo non praticarlo a nostra volta nei rapporti con gli altri. Lo aveva ben compreso S. Agostino che diceva: «Perdonàti, perdoniamo!».

     Tempo fa, sugli organi di stampa, mi hanno colpito profondamente le parole di Gemma Capra, moglie del commissario Luigi Calabresi, ucciso da un commando di Lotta Continua il 17 maggio 1972: «Se ci fa caso, Gesù chiede al Padre di perdonare i suoi carnefici. Egli, da uomo, si rende conto di non poter perdonare subito. Con quelle parole Dio mi ha indicato la strada da percorrere. Subito dopo l’assassinio di Gigi io mi sono sentita alleggerita perché Dio aveva perdonato subito al mio posto e io ho potuto compiere il mio cammino con calma. Cammino che poi ho voluto condividere con altre persone attraverso le testimonianze e, ora, anche questo libro (La crepa e la luce, Mondadori 2022). Era giusto spezzare quella catena di odio e violenza con parole d’amore. L’arcivescovo di Milano, il cardinale Colombo, ai funerali disse che il necrologio era un fiore posato sul sangue di Gigi che non sarebbe mai appassito e avrebbe dato frutto». Parole rare di questi tempi e un commento quanto mai attuale alla pagina evangelica odierna.

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (Mt 18,15-20)

 

DAILY GOSPEL COMMENTARY: FRATERNAL CORRECTION (Mt 18:15–20). - Catholics  Striving For Holiness

NOI SIAMO DI “RAZZA COMUNITARIA” 

La pagina evangelica di questa domenica ci fa intuire l’importanza che assume, nella comunità raccolta attorno a Cristo, il valore della fraternità. È questo il problema che viene sollecitato da Gesù con il discorso della correzione fraterna: “Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello…”.

Cosa succede quando in una comunità c’è un fratello o una sorella che per qualche modo di pensare o di agire è ancora formalmente unito, ma di fatto è come separato, perché non condivide quella tensione alla santità che dovrebbe essere di tutti? Che cosa fare? Il Vangelo detta una serie di adempimenti, i quali - si vede chiaramente - rispecchiamo le regole del discernimento comunitario delle prime comunità cristiane. Di questi adempimenti è importante cogliere lo spirito che conserva, attraverso i tempi, una perenne attualità.

C’è un primo passo da fare: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. È una regola semplicissima, ma non facile. È come se Gesù ti dicesse: “Lascia anzitutto i giudizi mormorati alle spalle dell’interessato. Cerca piuttosto l’occasione di parlargli e fargli capire che lo comprendi e che non ti ritieni superiore a lui. Parlagli per rileggere con lui - se mai fosse possibile - il Vangelo, per pregare con lui. Parlagli come un’eco della voce di Dio che chiama tutti alla stessa santità”.

E se ogni tentativo risultasse inutile? “Sia per te come un pagano e un pubblicano”. Il Vangelo sembra alla fine legittimare il disimpegno, ma non è così. Non dimentichiamo che nel Vangelo i pubblicani e i peccatori sono quelli amati di più. La buona novella è per loro. Perciò l’espressione che abbiamo trovato non è un invito a troncare la solidarietà, ma ad assegnare a queste persone il primo posto nella preghiera e nella nostra pietà.

Al Signore interessano poco o nulla i nostri processi e le nostre condanne. La sua legge è l’amore. In una società indifferente e apatica di fronte ai comportamenti altrui, la comunità cristiana è chiamata ad uno spirito diverso. Noi siamo di “razza comunitaria”.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 16,13-20)

 LECTIO Matteo 16,13-20 – E SIANO MINORI

LA VERA IDENTITÀ DEL VOLTO DI CRISTO

Nel racconto evangelico ciò che Pietro confessa dell’identità di Gesù – «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – non deriva dalle possibilità della sua conoscenza umana (dalla ‘carne e dal sangue’), ma da quanto gli è stato rivelato dal «Padre mio che è nei cieli». Si tratta dunque di un dono dall’alto, che tuttavia – come ogni dono autentico – esige alcune condizioni per essere accolto. Il racconto di Matteo ne ricorda qualcuna, che possiamo provare a raccogliere.

La prima consiste nella disponibilità a lasciarsi interrogare, il che equivale anche a vivere un atteggiamento di ricerca, proprio di chi non si accontenta di quanto già conosce, né si preoccupa di difendere gelosamente certezze già acquisite. La rivelazione del mistero di Dio, proprio perché è sempre oltre quello che la nostra carne e il nostro sangue già posseggono, ci chiede la docilità a lasciarci sorprendere e persino inquietare, o scalfire nelle proprie convinzioni.

Dopo questa, c’è una seconda presa di distanza che viene richiesta al discepolo. Non solamente dalle proprie certezze, ma da quanto pensano gli altri o emerge dai sondaggi di opinione. I discepoli sanno rispondere prontamente, senza esitazioni, a Gesù che chiede loro cosa dice la gente che sia il Figlio dell’uomo. Sanno però che quelle opinioni, che elencano con precisione, non servono a definire la sua identità. Le conoscono, ma non si accontentano di esse. Cercano ancora e cercano oltre. Certo, la possibilità di dire chi egli davvero sia non viene dalla ‘carne e dal sangue’, ma dalla parola del Padre; tuttavia è proprio quella prossimità che essi possono stabilire con Gesù grazie alla loro stessa ‘carne e sangue’ che consentirà a Pietro di non ritenersi soddisfatto di risposte troppo ‘umane’, aprendolo così ad accogliere la rivelazione che viene dall’alto.

Tuttavia – ed è un’ulteriore condizione – anche quando si giunge a dare una risposta sull’identità di Gesù, per quanto vera essa sia, non è mai definitiva. Non è mai l’ultima risposta possibile. È un altro aspetto del mistero di Dio e dell’insondabilità del suo volto. È vero, egli è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, ma lo è in un modo molto diverso da come in questo momento Pietro immagina, coerentemente con quanto ha detto di lui. Pietro deve continuare a lasciarsi interrogare, sorprendere, mettere in crisi nelle sue certezze.

Pietro potrà comprendere quello che ora non capisce solo a condizione di continuare ad andare dietro a Gesù. Potrà comprendere l’identità del volto di Cristo con il volto del Crocifisso solo se saprà a sua volta prendere su di sé la propria croce per seguirlo lungo la stessa via.

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 15,21-28)

Gesù replicò: "Donna, grande è la tua fede!"

LA PREGHIERA INSISTENTE

 

La fede profonda che apre la porta alla salvezza trova una icona stupenda nella donna pagana, una Cananea, che invoca da Gesù la guarigione della figlia. Di fronte alla apparente resistenza di Gesù, questa donna anticipa e realizza la visione di Isaia: se Gesù è stato inviato anzitutto per «le pecore perdute della casa di Israele», l’insistente preghiera della donna pagana allarga i confini dell’annuncio e lascia intravedere il compimento del disegno di Dio, misteriosamente adombrato nelle dure parole di Gesù. «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»: in questa parola sembra quasi che la salvezza (il pane) sia riservata ai soli figli (Israele) e da essa i pagani (i cagnolini) siano esclusi. Eppure l’umile audacia della Cananea (che accetta di essere un cagnolino e chiede solo le briciole) lascia trasparire il desiderio stesso di Dio: far sedere alla sua mensa tutti, ebrei e pagani, e dare a tutti il pane dei figli. Ecco perché Gesù reagisce con stupore alla fede di questa donna, così come si era meravigliato della fede di un altro pagano, il centurione: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». La fede della donna pagana ha la forza di penetrare nel cuore stesso di Dio, in cui abita il desiderio di salvezza per ogni uomo, e riesce ad ottenere da Gesù ciò che era stato predetto al centurione.

Un particolare tema che emerge nel racconto di Matteo è quello della intercessione. Di fatto la preghiera insistente della donna pagana diventa la forza, anzi la chiave, che permette di aprire la porta della misericordia di Dio. Soffermiamoci su questa preghiera di intercessione, una preghiera che alla fine diventa la trasparenza stessa di una fede che ama, ama Dio e ama gli uomini.

La donna Cananea, nel vedere Gesù, grida tutta la sua disperazione per la figlia sofferente, un grido che esprime nello stesso tempo tutta la fiducia nel Signore e tutta l’amore per la figlia: «Pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».

Intercedere è stare là, senza muoversi, accettando il rischio di questa posizione. Una autentica preghiera di intercessione richiede pazienza: la pazienza di intessere un dialogo con il Signore, di non indietreggiare di fronte a una sua apparente assenza, di fronte alle resistenze di Dio stesso. E questa pazienza si trasforma in una lenta conversione del proprio tempo nel tempo stesso di Dio: si impara ad affidare a lui ogni esaudimento, lasciando che sia lui a decidere tempi e modi. Così ha fatto quella donna: non si è allontanata, non ha cessato di domandare, anzi ha tenuto tenacemente testa al Signore.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 14,22-33)

Come in una barca nella notte … | Comunità parrocchiale San Marcello

 

«CORAGGIO, SONO IO...!»

Nella pagina evangelica di questa domenica appare evidente il contrasto tra l’“immobilità” di Gesù con l’agitazione che investe i discepoli sulla barca, sballottati dalle onde del mare e dal forte vento. Gesù sembra lontano e indifferente alla sorte dei suoi discepoli, intento com’è a ritagliarsi uno spazio solitario in cui stare a ‘tu per tu’ con il Padre senza essere da nulla e da nessuno disturbato. Ma è davvero così? Da queste battute iniziali possiamo almeno cogliere un prezioso suggerimento: la preghiera deve avere qualcosa a che fare con la fede richiesta ai discepoli...

«È un fantasma!», esclamano i discepoli spaventati e sconvolti. Essi non sanno riconoscere quella misteriosa figura che sta venendo verso di loro in una maniera totalmente insolita e inattesa: come può essere il loro Signore? Ma è Gesù stesso che viene incontro alla loro paura fugando ogni dubbio: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Anche noi molte volte abbiamo bisogno di sentirci ripetere quella parola che toglie la paura dai nostri cuori e ridona fiducia alle nostre vite spesso stanche, smarrite e turbate, mentre attraversiamo su una piccola barca (nei vangeli immagine della Chiesa) il mare in tempesta tra gorghi e venti impetuosi: «Coraggio, sono io...!».

Gesù acconsente poi al desiderio di Pietro accogliendo benevolmente la sua domanda: «Vieni!». Pietro allora senza indugio va e comincia la sua camminata sulle acque, ma poi... Cosa succede? Come mai Pietro, nel giro di pochi istanti, passa dalla sicurezza di sé alla paura, dalla fiducia incondizionata nella parola di Gesù a un atteggiamento dubbioso e incredulo? «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?», lo rimprovera Gesù, mentre stende la sua mano per tirarlo fuori dalle acque. Dove sta la ‘pochezza’ di fede di Pietro? Si possono dare diverse risposte in merito partendo semplicemente da questo episodio, ma, in sintesi, possiamo dire che la poca fede di Pietro si manifesta là dove egli comincia a distogliere lo sguardo da Gesù e a rivolgerlo a se stesso e a tutto ciò che intorno minaccia la sua vita.

Attraverso l’esperienza della caduta e del fallimento, emerge un uomo diverso, che sa riconoscere la propria impotenza e fragilità e non ha vergogna a gridare al Signore il suo bisogno di essere salvato: «Signore, salvami!». Questo grido è veramente un atto di affidamento a Colui che viene riconosciuto come il salvatore della propria vita e riscatta Pietro forse più di una bella professione di fede.

 

 

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (MT 17,1-9)

Vangelo Secondo Matteo (Mt 17, 1-9) - Oratorio Don Bosco di Figline Valdarno

UNA “NUBE LUMINOSA” LI AVVOLSE CON LA SUA OMBRA

In questa domenica, festa della Trasfigurazione del Signore, la liturgia ci presenta una delle pagine più conosciute del Nuovo Testamento che ha ispirato molti artisti in Oriente come in Occidente. Essa si pone come una risposta chiara alla reazione di Pietro che cerca di dissuadere Cristo dopo il primo annuncio della passione: «Dio te ne scampi, Signore! Questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22b).

Anche in questa pagina si possono riconoscere molte immagini che alludono ai grandi eventi della storia d’Israele. Si pensi al “monte”, luogo prediletto delle rivelazioni divine (cf. Es 33,12-34,28); alla “luce”, che nell’Antico Testamento è simbolo della presenza divina (Ez 1,26-28); alle figure di “Mosè e Elia”, i due grandi personaggi dell’Antico Testamento; alla “voce” di Dio, che in Es 19,9 accredita Mosè di fronte al popolo; si pensi infine al “timore” dei discepoli, molto simile a quello di diversi personaggi che in passato ricevettero una rivelazione speciale da parte di Dio.

C’è però un’immagine molto bella nel vangelo odierno che troppo spesso viene trascurata: la “nube”, simbolo nell’Antico Testamento della presenza divina, specialmente durante la permanenza d’Israele nel deserto. Mentre Israele usciva dall’Egitto «il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte» (Es 13,21). Quando Mosè salì sul monte Sinai «la nube coprì il monte. La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni» (Es 24,15-16). Durante il pellegrinaggio di Israele nel deserto la nube prende possesso della tenda del santuario. Infine, la nube riempie il tempio costruito da Salomone per consacrarlo e segnalare che ormai Dio è venuto ad abitarvi (1Re 8,10-12).

Qual è dunque il significato della nube nel racconto della trasfigurazione? La sua presenza indica certamente che Dio è presente in modo particolare, in questo momento, sulla via che conduce Gesù alla croce e alla risurrezione. Il Dio che ha accompagnato il suo popolo con una colonna di nube nel deserto, che è sceso sul monte Sinai, che è venuto ad abitare in mezzo al suo popolo, prima nella tenda del deserto, poi nel tempio di Gerusalemme, è ormai presente in Gesù Cristo che cammina in mezzo al suo popolo verso la sua passione e la sua gloria.

Gesù è dunque il luogo definitivo della “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo. Non a caso la voce udita dai tre discepoli dice: «Ascoltate lui!».

 

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 13,1-23)

Parabola del seminatore - Wikipedia

 

IL SEME DELLA PAROLA


In questa e nelle prossime domeniche, la liturgia ci presenta il celebre “discorso parabolico”
del capitolo 13 di Matteo. Il Signore parla in parabole, “perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”. Il linguaggio parabolico è un linguaggio che rivela l’estrema attenzione di Dio nel rispetto della libertà di ciascuno di noi. Non intende imporre nulla a nessuno. Il Signore semplicemente propone, così che “a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Un linguaggio molto difficile apparentemente ma di fatto estremamente chiaro. I terreni di cui parla la parabola odierna (conosciuta come quella del seminatore) sono terreni che rivelano sempre più in profondità i rischi di colui che è chiamato ad essere contenitore e trasmettitore della Parola del Regno. Può essere un terreno poco profondo; un terreno in cui s riceve con gioia, con entusiasmo la Parola; ma appena arriva qualche difficoltà, un raggio di sole, la pianticella appena nata si dissecca e il terreno ritorna arido come prima. La parabola dunque intende interrogarci innanzitutto su quanto è davvero profondo il nostro
terreno. Siamo disposti noi a custodire la Parola come una mamma custodisce il bimbo concepito nel suo grembo? Riusciamo ad avere altrettanta premura, altrettanta delicatezza, altrettanta attenzione perché nessuno ci derubi di questo dono preziosissimo della Parola del Signore? Ma il brano del vangelo va anche oltre. Gesù conosce infatti molto bene il cuore dell’uomo. Sa che la grande tentazione, quella più sottile, che mette seriamente a rischio la Parola, sono le preoccupazioni della vita, sono i progetti umani, sono tutto ciò che noi crediamo importante per il nostro essere e per il nostro benessere. E può succedere che le preoccupazioni della vita siano talmente tante e talmente impellenti, che finiscono poi con soffocare la Parola. La Parola, che pur è stata seminata con tanta abbondanza, alla fine viene soffocata da tutte le erbacce e le spine che le sono cresciute attorno. La nostra vita, ci ricorda Gesù, sarà feconda della stessa fecondità della Parola se permetteremo alla Parola di mettere profonde radici e di espandersi lasciando cadere tutte le nostre altre preoccupazioni; è questa Parola infatti che ci permette di portare i frutti, dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento per uno.

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