Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 1,40-45)

VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO B – 12 Febbraio 2012 | Omelie di Mons.  Antonio Donghi

GESÙ E GLI INTOCCABILI

            L’incontro tra il lebbroso e Gesù – di cui la pagina del vangelo ci riferisce quest’oggi – è caratterizzato da un’insolita fede e “disobbedienza” da parte del primo e da una particolare partecipazione interiore da parte del secondo.

            Dell’uomo che va incontro a Gesù non si dice chi fosse e da dove venisse; viene menzionata solamente la sua condizione di malato: era un lebbroso, che, secondo la legge mosaica, veniva considerato impuro e non poteva avere quindi contatti con il resto del popolo. Questo prescrive infatti il libro del Levitico per quelli che sono come lui: «porterà le vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: “Immondo! Immondo!”... Se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento» (Lv 13,45-46). Quest’uomo, pur nella sua emarginazione e contravvenendo a quanto prescritto (segno che vuole guarire!), non teme di farsi avanti e con umile fiducia si getta in ginocchio davanti a Gesù e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi». Egli si rimette così alla volontà di Gesù e dichiara espressamente di credere nel suo potere: «Se vuoi, tu puoi». È certamente una dichiarazione di grande fede.

            L’evangelista osserva che, di fronte alla richiesta dell’uomo, Gesù “si commuove” (splagchnistheis: “preso dalla compassione”), “lo tocca con la mano” e gli dice: “Lo voglio, sii purificato”, e subito la lebbra scompare. Raggiunto fin nel profondo delle viscere, stende la mano – segno dell’agire potente di Dio (cf. Es 3,20; 7,5) – e tocca il lebbroso. Tocca cioè un intoccabile, perché egli è al di sopra della Legge, e così facendo supera le leggi di purità, che impedivano a chiunque di venire a contatto con questi malati. Questo verbo, “toccare”, rappresenta dunque l’apice di tutto il racconto evangelico, a testimoniare che il Regno di Dio, annunciato da Gesù, supera definitivamente le barriere del puro e dell’impuro. Colui che nessuno poteva più toccare si sente toccato, tanto che non può più tacere la sua fiducia, la sua gioia e la sua testimonianza. Descrive bene questa scena Giovanni Crisostomo: «Il Signore vuol mostrare che egli guarisce non da servitore, ma da padrone, e perciò tocca il lebbroso. Non è la mano infatti che diventa impura al contatto con la lebbra: al contrario, il corpo lebbroso è purificato dal tocco di quella santa mano» (Comment. in Matth., 25, 1s).

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 1,29-39)

Guariti per servire (Mc 1,29-39) – Unità Pastorale Valgraziosa

IL MEDICO MISERICORDIOSO

 

            La pericope di questa domenica ci presenta una giornata tipo di Gesù. L’evangelista racconta che egli ha compassione dei malati e li guarisce. Ciò accade la prima volta per una donna ammalata, a casa, nell’ambito di una famiglia. La suocera di Pietro è ciò che di più quotidiano e di più comune si possa pensare, così come niente è più comune della febbre. La febbre – a pensarci bene – rappresenta semplicemente la normalità di ogni persona umana. Gesù che ha dimostrato di possedere una forza così efficace nei confronti dello spirito immondo, a fortiori potrà prendere per mano la suocera di Pietro e restituirle la salute, perché con gioia possa esprimere il suo servizio, il suo modo di essere all’interno della casa. È un gesto spontaneo, molto semplice e quotidiano, che ci rende un’immagine di Gesù squisitamente delicata nella sua semplicità. L’evangelista rimarrà sempre coerente con questo tratto descrittivo, preoccupandosi di far emergere soprattutto la dimensione umana di Gesù.

            Marco sottolinea inoltre che Gesù impediva ai demoni di parlare, perché la testimonianza deve venire dal cuore e dalla fede, non da chi non crede. Infine egli ci mostra un Gesù che all’intensa attività di annunzio e di guarigione unisce un tempo di silenzio e di preghiera: “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. Quello che Gesù compie è un gesto di grande libertà: la gente lo cerca, lo vuole trattenere, vuole che sia suo possesso esclusivo, e lui, invece, cerca la solitudine, mostrando che egli non porta a termine un’opera sua, ma quella di Dio.

            Di fronte ai suoi discepoli che si mettono sulle sue tracce, egli manifesta il desiderio di andare negli altri villaggi vicini e chiarisce: “Per questo sono venuto”. Queste sue parole possono essere di grande consolazione anche per noi, perché, quando ci troviamo ad affrontare tentazioni, malintesi, umiliazioni, amarezze, anche noi possiamo dire: “per questo sono venuto”; qui mi trovo perché “con la mia sofferenza partecipo alla sofferenza di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa”, come dice san Paolo (cf. Col 1,24).

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 1,21-28)

Don Paolo Zamengo “Io so chi tu sei “ – #InCammino

UN INSEGNAMENTO NUOVO E AUTOREVOLE

 

            Dopo aver riferito la chiamata dei primi quattro discepoli, l’evangelista Marco presenta una serie di brani ambientati a Cafarnao, l’unica città che dopo Gerusalemme è menzionata più volte nei vangeli. Gesù ne fece “la sua città”, vi scelse Pietro e gli altri apostoli, vi ha compiuto numerosi miracoli e, così come racconta il quarto vangelo, ha pronunciato nella sinagoga il discorso sul pane di vita.

            In giorno di sabato Gesù insegna nella sinagoga. L’evangelista per il momento non ci mette al corrente dei contenuti del suo insegnamento, ma evidenzia gli effetti e le impressioni della sua istruzione attraverso l’esperienza degli ascoltatori: “erano stupiti dal suo insegnamento”; “insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. La folla avverte che si tratta di un modo nuovo di insegnare, improntato all’autorevolezza, diverso da quello degli altri. È anzitutto un insegnamento che colpisce e scuote gli animi e per questo non è assimilabile agli altri schemi conosciuti. La gente giustamente si chiede con timore: “che è mai questo?: un insegnamento nuovo?”. Nuovo non nel senso di non mai detto prima o di non mai sentito altrove, ma nel senso qualitativo: la dottrina nuova insegnata da Gesù consiste nell’annunzio dell’imminente venuta del regno di Dio. E i segni di questa novità sono subito evidenti con l’eliminazione effettiva di ogni potere che si oppone a Dio. Dio – ricorda Gesù attraverso la liberazione dell’indemoniato – è più forte del male che domina il mondo. Con una sola parola egli vince la potenza dei demoni; libera gli uomini dalla schiavitù, restituendo loro la libera disponibilità di se stessi. È questo uno dei modi in cui Gesù mostra la vicinanza del regno di Dio nella sua potenza liberatrice e amica dell’uomo. Non soltanto la parola potente, ma anche il gesto potente è proprio dell’operare di Gesù.

            In merito a questo episodio, si domanda san Girolamo: «Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi. Non parlava come un maestro ma come il Signore: non parlava per l’autorità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità. Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti. “Io che parlavo, ecco, sono qui” (Is 52,6)» (Comment. in Marc., 2).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Mc 1,16-20)

Li chiamò perché stessero con lui" - Introduzione alla Lectio Divina su Mc 1,14-20  – Tuttavia

UNO SGUARDO CHE TOCCA IL CUORE

 

            “Dopo che Giovanni fu arrestato…”. Inizia così il brano del vangelo di Marco di questa terza domenica del tempo ordinario. Sembra un versetto molto ovvio, ma in realtà non lo è perché ci pone di fronte ad un’esperienza molto drammatica. Giovanni, come sappiamo, è quell’uomo che ha compiuto un cammino verso la terra attraversando il deserto senza avere la gioia di entrare nella terra promessa. Era portatore di speranza, che però viene messo nelle condizioni di non poter più parlare. Ciononostante Dio non si lascia frenare, attinge ancora una volta alle viscere della sua infinita misericordia e manda un altro che è più forte. “Gesù - dice infatti il testo - andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio”. È un vangelo che si espande in modo molto concreto e che interessa gli indemoniati, i lebbrosi, gli ignoranti sino ai confini della terra. Questa bella notizia è che ormai “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”, intendendo che la fase di cui il vangelo qui parla è già stata inaugurata e che ora è nella pienezza e che il regno si è avvicinato, è giunto cioè alla portata di tutti. Di qui l’invito a “cambiar mente” e a “stare saldi nel vangelo”, a mettere cioè le proprie radici, stabili, nella bella notizia, quella bella notizia che è Gesù stesso.

            Occorre tener presente tutto questo quando, nell’ultima parte, incontriamo il racconto della vocazione dei primi quattro discepoli. Ci renderemo conto che le parole del vangelo non sono soltanto un invito diretto agli apostoli, ma a tutti noi. L’evangelista ce li pone davanti come modelli di riferimento, perché tutti possiamo accogliere la parola di Gesù, accettando di cambiare mentalità e fidandoci del vangelo di Dio. Mentre erano intenti nel loro lavoro, Gesù vede quegli uomini immersi nella loro storia e li penetra in profondità con il suo sguardo. Non occorrono parole. Basta questo lampo di luce e Simone e Andrea si sentono toccati nel cuore. Disse loro: “Venite dietro a me”; quasi a dire: la risposta a tutti i vostri interrogativi, i vostri desideri, la vita che voi cercate affannosamente l’avete a portata di mano se venite dietro a me. La risposta è immediata. Anche qui non occorrono parole. Le scelte determinanti di una vita sono avvolte dall’abbraccio stupito del silenzio: “e subito lasciarono le reti e lo seguirono”.

            Questi apostoli, così come Giacomo e Giovanni, sono dunque il modello per eccellenza di chi mette da parte tutti i ragionamenti umani e si àncora unicamente alla parola di Cristo. Lasciano le loro sicurezze economiche e i loro affetti e si fidano della parola. Dove andranno? Non lo sanno per ora, ma impareranno che seguire Gesù significherà di fatto seguirlo fino a Gerusalemme. «E noi constatiamo, in effetti – commenta Origene - che la “voce” degli apostoli di Gesù è giunta a tutta la terra, e le loro parole ai confini del mondo (Sal 18,5; Rm 10,18). Ecco perché sono ripieni di potenza coloro che ascoltano la parola di Dio annunciata con potenza, e la manifestano con la loro disposizione d’anima, con la loro condotta e la loro lotta fino alla morte per la verità (cf. Sir 4,28)» (Contra Cels., 1, 62).

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Gv 1,29-34)

Maestro dove abiti – La parte buona

L’AGNELLO DI DIO CHE

TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO

 

Ascoltando la pagina evangelica proclamata oggi nella liturgia non sempre forse si fa bene attenzione alle parole con cui Giovanni presenta Gesù. Egli dice: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Stranamente non si dice che “toglie i peccati del mondo”, quali per esempio le ingiustizie, le violenze e gli inganni… Il Battista usa il singolare: “È l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”, come se ci fosse nella storia degli uomini un unico grande peccato. E ci chiediamo: qual è questo peccato?

Nel quarto vangelo la risposta è abbastanza chiara; si tratta dell’“incredulità”, cioè del non credere nell’amore di Dio e nell’amore fraterno. Il peccato – sembra dirci l’evangelista - viene da quella specie di dubbio profondo e radicale che ci portiamo dentro, che a volte ci pone in un atteggiamento di rassegnazione di fronte al male o all’egoismo. E da questo peccato vengono tutti gli altri; dalla mancanza di fiducia nell’amore sono giustificati tutti i nostri comportamenti di egoismo, di chiusura e di cattiveria.

Ma Gesù è venuto come “l’agnello di Dio, per togliere il peccato del mondo”. E “togliere”, nel contesto giovanneo, vuole dire che Gesù lo ha preso su di sé amando ogni uomo; amando gli uomini buoni e gli uomini peccatori, perdonando a coloro che lo offendevano e lo insultavano, portando la forza di un amore che è più grande della cattiveria, dell’egoismo e della violenza che ci sono nel mondo.

Per questo lo Spirito Santo viene donato a Gesù. Lo Spirito Santo, nel vocabolario biblico, è la forza di Dio, la vita di Dio, è la forza con cui Dio ha creato il mondo, è la ricchezza di amore con cui Dio ama eternamente di un amore infinito. Questo Spirito non solo viene donato, ma rimane, a ricordare che tutta la vita di Gesù è stata animata interiormente dalla forza dell’amore.

Riguardo al “peccato” Origene precisa: «egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero e il Salvatore rimetta al Padre suo un regno pronto (1Cor 15,24) per essere governato da lui, perché non vi si trova più il minimo peccato, ed a ricevere, in tutti i suoi elementi, tutti i doni di Dio, quando sarà compiuta questa parola: “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28)» (In Ioan. I, 235).

Battesimo del Signore (Mc 1,7-11)

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. Tu sei il Figlio mio, l'amato:  in te ho posto il mio compiacimento (Mc 1,7-11)

Il tempo di Natale si chiude, secondo una tradizione molto antica, con la festa del battesimo del Signore, un episodio che leggiamo quest’anno nella versione offerta dal vangelo di Marco.

«Mentre Gesù sta uscendo dall’acqua, vede aprirsi il cielo». Il cielo sopra di noi non è vuoto. Forse molti conoscono la canzone di Cristiano De André, figlio del più celebre Fabrizio, presentata a Sanremo nel 2014: Il cielo è vuoto.

Cristiano dichiara di credere in Dio, ma provocatoriamente canta:

 

Il cielo è vuoto c'è soltanto il respiro

è solo un miraggio per prenderci in giro

Non puoi più fingere con me

È un limite il cielo, è un segreto è un tesoro

è Dio che si dimentica di fare tutto il suo lavoro.

No, Dio non dimentica di fare tutto il suo lavoro ed è però vero che il segreto del cielo è un tesoro. Di fronte a Gesù, il cielo si apre e mostra la presenza del Padre. E il Padre risponde in due modi: prima di tutto con la presenza del suo Spirito, che Marco ricorda in modo simbolico, molto corporeo, descrivendolo come una colomba, come tutti abbiamo ben in mente. Dio agisce nella sua creazione e agisce in ognuno di noi con questa sua presenza sfuggente e reale insieme: il suo Spirito, come una colomba che cerca il suo nido e lo trova in qualunque creatura è disposta ad accoglierlo. Se c’è questo Spirito di Dio, c’è dunque vita per l’intero creato.

Il Padre rivolge poi al figlio la sua parola: lo chiama appunto “figlio”, ricordandoci così che in Gesù ogni nostra preghiera diviene un rapporto padre-figlio: «Padre nostro che sei nei cieli…». Aggiunge ancora che questo figlio, Gesù, è “l’amato”, come già un tempo disse ad Abramo a proposito di Isacco.

E la terza parola che il Padre rivolge a Gesù al momento del suo battesimo è: «in te ho posto il mio compiacimento»; più semplicemente: sono contento, sono felice di te. Il Padre trova la sua gioia nel vedere il figlio che inizia il suo cammino.

Il Dio della Bibbia non è pertanto un giudice severo e privo di emozioni. Una lezione per ciascuno di noi, chiamati a vedere nell’altro che incontriamo una persona che ci da felicità, che possiamo accogliere con gioia.

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2,22-40)

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L’inizio e la fine del Vangelo (Lc 2,22.39) non hanno nulla di straordinario. Maria e Giuseppe compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito: lo consacrano a Dio e riconoscono in questo modo che non loro, ma Dio è il Signore; il bambino è nato non per fare la loro volontà, ma quella di Dio. Quando leggiamo: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40) possiamo ben immaginare lo sguardo di benevolenza e il senso di fierezza con cui i genitori debbono aver seguito la crescita di Gesù. Non è così per tutti i genitori?

            Eppure, la gioia della vita che nasce porta con sé anche il germe della sofferenza. Di quel bambino un profeta ha detto cose grandi; lo ha salutato come “salvezza di Dio”, “luce dei pagani”, e “gloria d’Israele” (Is 40,5); ma sono state annunciate anche delle contraddizioni e delle sofferenze: «Egli e qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (…) e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34.35).

In nessuno il mistero della vita e della morte trova compimento come in Gesù. Forse proprio guardando a Lui si può guardare la vita così com’è senza dover censurare gli elementi negativi. Non è cancellando mentalmente il male o la morte che si garantisce la fede nella vita, ma guardando in faccia la realtà con tutti i suoi aspetti negativi.

E guardando, nello stesso tempo, alla potenza di Dio che «è capace di far risorgere i morti» (Eb 11,19).

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,26-38)

Il primo miracolo di Maria è non essere scappata. La sua prima e vera  santità sta nell'”Eccomi”

MARIA, MODELLO DEL DISCEPOLO E DEL CREDENTE

 

            Nell’ultima domenica di Avvento, la liturgia ci propone il brano evangelico dell’annunciazione, letto e forse meditato innumerevoli volte, tanto conosciuto che il suo significato appare chissà scontato o comunque chiaramente comprensibile, pur nel suo mistero affascinante.

            L’evangelista accompagna il suo lettore all’origine, sollevando arditamente un velo sull’intimità di Maria, la madre di Gesù, per condurlo nel segreto sconcertante di una Parola che viene incontro all’uomo per farsi carne. Maria, protagonista di questo episodio, è presentata nel vangelo come modello del discepolo e del credente, proprio in virtù della sua relazione con la Parola divina. Ella è il prototipo dell’uomo credente, di colui che con una fede attiva e consapevole si mette alla sequela di Cristo.

            La Parola che irrompe nella vita di Maria prende la forma di un singolare saluto: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (v. 28). Più che di un semplice apostrofe, si tratta di un vero e proprio invito alla gioia, modellato sulle esortazioni rivolte a Sion: “Gioisci, figlia di Sion, a te viene il tuo re…” (Zc 9,9); o ancora: “Giubila, figlia di Sion, rallegrati, Israele, gioisci ed esulta di tutto cuore, figlia di Gerusalemme […] re di Israele è il Signore in mezzo a te” (Sof 3,14-17); si può entrare nella gioia in virtù di una promessa che si sta compiendo.

            L’appellativo usato dal messaggero divino (“piena di grazia”) suona per Maria come un nome nuovo, attraverso il quale l’angelo rivela alla vergine la sua condizione, la sua identità di donna colmata dalla benevolenza divina all’opera in lei. A Maria, svelata a se stessa dalla Parola che le viene incontro, viene donata la consapevolezza di un’identità in relazione: all’appellativo che la descrive come spazio privilegiato della manifestazione della grazia, l’angelo aggiunge: “il Signore è con te”, un saluto che indica un’elezione finalizzata ad una particolare missione, per la quale si promette assistenza e sostegno.

Questo è ciò che compie la Parola di Dio in Maria e nella vita di ogni credente: entrando in una storia, comincia a sollevare il velo sul volto del suo interlocutore svelandolo a se stesso, rivelandogli un’identità plasmata dall’azione divina. È una parola creatrice. Scrive infatti Sant’Agostino riguardo a questo episodio: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cf. Sermo 69, 3, 4).

III DOMENICA DI AVVENTO (GV 1,6-8.19-28)

Identità e testimonianza: Giovanni Battista". Introduzione alla lectio  divina su Gv 1, 6-8.19-28 – Tuttavia

GIOVANNI, IL TESTIMONE FEDELE

 

            Nel brano evangelico odierno, l’evangelista Giovanni mette in risalto due caratteristiche fondamentali del Battista, la prima delle quali è essere “mandato da Dio”. Come gli altri profeti dell’Antico Testamento egli è chiamato da Dio per una missione particolare. La seconda caratteristica è quella di essere testimone della luce: “Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce”; quella luce che è Cristo, in quanto incarnato nella storia umana, e cioè come rivelazione del Padre. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”, precisa l’evangelista nel prologo, mettendo fine così a una nota polemica di alcuni che esaltavano il Battista a scapito di Gesù.

            Più avanti, alla delegazione inviata dai Giudei, composta di sacerdoti e leviti, persone cioè che appartengono al gruppo dirigente della città santa, Giovanni stesso risponde in merito alla sua identità, esplicitando innanzitutto quello che egli aveva coscienza di non essere: “io non sono il Cristo”, e neppure Elia o il profeta. Gli inviati dei Giudei non sembrano soddisfatti della sua risposta e insistono domandando: “Chi sei?”. Egli risponde citando in prima persona un passo del profeta Isaia: “Non sono altro che una voce che chiama nel deserto, che invita a mettere diritto il cammino del Signore” (cf. Is 40,3). Giovanni Battista al culmine del successo, della notorietà e dell’accettazione della sua missione, non esita a dire che egli è solo una voce che annuncia, un testimone che attira l’attenzione su qualcuno che è più importante e più grande di lui. Costui - afferma - è già in mezzo a voi, anche se vi risulta ancora ignoto.

            Giovanni, intimamente legato a Gesù, è dunque il testimone fedele, testimone di un Dio già qui. Il suo compito è quello di indicarlo al mondo come luce vera che illumina ogni uomo. «La voce è quella di Giovanni - scriveva sant’Efrem - ma la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati, la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni» (Diatessaron, 3,15). Abbiamo ancora bisogno di cristiani che siano in questo mondo “voce” di un Altro, testimoni credibili dell’unica Parola che salva!

 

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