Finita la “giornata delle parabole”, Gesù, sempre nella stessa barca, traversa due volte il lago di Tiberiade. Egli continua il programma di formazione dei discepoli, questa volta con atti concreti, facendo loro sperimentare diversi tipi di liberazione con altrettanti gesti di potenza. Nel brano che la liturgia ci offre quest’oggi, li mette a contatto in particolare con la malattia incurabile di una donna e con la morte prematura di una giovinetta.
Il clima emotivo che domina le due scene evidenzia chiaramente la verifica della fede. Alla donna emorroissa Gesù dice: «Figlia la tua fede ti ha salvata»; al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». Si noti poi come Gesù è mostrato dall’evangelista nella sua profonda umanità; accetta di toccare l’impurità di due donne senza futuro: un’adulta che perde sangue da dodici anni (impura secondo la legge ebraica; dissanguata anche economicamente per spese mediche!) e una giovane di dodici anni che sta morendo. Gesù identifica la prima in mezzo alla folla per rivelare che, entrando in comunione con la nostra umanità, ha preso su di sé il peso della malattia. Di seguito, pur deriso dalla gente in lutto, solleva la seconda dal sonno della morte (il verbo usato è quello della risurrezione), alla presenza dei genitori e di tre discepoli.
Si realizzano così le parabole del Regno, anticipate dalla buona notizia iniziale: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (1,15). La vita nuova si manifesta incontrando e toccando Gesù, segno della misericordia di Dio verso l’umanità. Egli inaugura il tempo in cui ristabilire la piena dignità delle persone, a partire dalle più fragili e discriminate: desidera infatti reintegrare le nostre relazioni affinché possiamo diventare testimoni dell’incontro personale con lui.
Negli incontri descritti, Gesù conferma che la vera pace, la vera guarigione e la vera vita per l’uomo dipendono dalla profondità della fiducia che si ha verso di lui: quando si fa l’esperienza di toccare la persona di Cristo vivente e la forza della sua risurrezione, è allora che si è guariti dalle nostre paure, dalle nostre malattie e si è salvati dalla morte. Forse per questo André Louf, monaco trappista e autore spirituale tra i più noti anche in Italia, ha scritto: «Posso benissimo sapere molto a proposito della fede, e anche condividere molto questa conoscenza con altri, senza mai compiere il passo decisivo della fede, che implica sempre un abbandono esistenziale a Gesù».

Il racconto della tempesta sedata è la manifestazione di Gesù liberatore. L’esercizio di un potere sul mare è, nel Primo Testamento, una delle immagini principali associate al «Dio liberatore». Il rapporto è evidente. L’episodio della tempesta sedata è un miracolo della manifestazione del mistero di Dio che è presente in Gesù. Attraverso Gesù, Dio opera la liberazione, e la opera come liberazione potente.
I diversi elementi del brano hanno un valore simbolico: il viaggio in barca è uno dei grandi simboli della vita. Il mare è figurativo degli ostacoli: attraversandolo, l’uomo s’imbatte nell’impedimento per antonomasia. Nella mitologia babilonese, non a caso, il mare è rappresentato come mostro. Nei salmi è spesso presente, invece, l’immagine di Dio che ne tiene a bada la forza, che ne custodisce le acque affinché non superino il limite che è stato loro fissato. La piccola barca che si muove in mezzo alle onde, e le onde che la riempiono fino quasi a riempirla, richiamano con immediatezza espressiva la condizione del limite umano di fronte alla grandezza delle forze del mondo. Gli Ebrei non sono un popolo di navigatori, [come i vicini Filistei]. Non hanno dimestichezza con il mare.
Il mondo è evidentemente più grande di noi: c’era da prima della nostra esistenza e probabilmente continuerà dopo di noi. I suoi elementi sfuggono al nostro controllo, non si lasciano dominare alle nostre attese. È, appunto, l’immagine evocata da quella piccola barca che appare in balia delle onde: è l’unico luogo di sicurezza nell’insicurezza costitutiva rappresentata dal mare, secondo la tradizione biblica.
Mentre la burrasca imperversa, Gesù è a bordo della barca, a poppa, e dorme. Appare ai presenti (e ai lettori) inspiegabilmente impassibile. È questo contrasto che mette in movimento la dinamica del brano e che stimola quella della nostra fede. È una tensione nota, per esperienza, ad ognuno di noi: il silenzio di Dio esattamente quando avremmo bisogno che parlasse ed intervenisse, che si facesse vedere e sentire.
«Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?», recita in apertura il Salmo 10. È l’assenza di Dio. Il non intervento di Gesù, nel nostro brano. I discepoli vivono l’urgenza di destarlo: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?», lo interrogano inquieti. La narrazione prosegue: «Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”».
Il brano è costruito su questo movimento tra paura e fede: la paura del mare – la tempesta, le onde, la morte – e la fiducia in quella presenza che c’è, ma appare non operante.

Gesù, dopo aver messo in crisi la religiosità dei benpensanti, come i suoi parenti e gli scribi, in qualità di maestro “siede” sulla cattedra-barca e insegna chiedendo un ascolto attivo per penetrare il “mistero del Regno di Dio”. Siamo sul mare, cioè nello spazio quotidiano dove Gesù sta tessendo i legami della nuova famiglia: qui ha chiamato i discepoli e qui sviluppa la sua relazione confidenziale con loro.
Quanto al tema principale di queste due brevi parabole, qui Gesù non tanto annuncia il contenuto dell’evangelo quanto piuttosto riflette sui successi e gli insuccessi a cui l’evangelo va incontro. Ma c’è un tema ancora più profondo e originario che consiste nell’annuncio che ci sarà un raccolto, nonostante tutto: a dispetto di ogni insuccesso, o resistenza, o umiltà di inizi, l’ora di Dio viene e con essa un raccolto abbondante, oltre ogni immaginazione, e soprattutto oltre ogni disperazione.
Il regno di Dio – ricorda Gesù nella prima parabola – non è mai il prodotto degli sforzi umani, ma di una Parola seminata al cuore del mondo che germoglia misteriosamente. Certo, la fecondità conosce tempi lunghi. La parabola del granello di senape rivela poi le proporzioni del Regno. Malgrado un inizio inconsistente e insignificante, questa Parola finirà per riportare un successo insperato, salvifico per molti. Una sola condizione a questa crescita misteriosa e insperata: che il seme sia gettato a terra e che sia un seme buono, senza scoraggiarsi o cedere alla tentazione di manipolarne e accelerarne la crescita con mezzi anti-evangelici (violenza, menzogna…).
Siamo dunque chiamati a vivere in modo privilegiato l’incontro con l’azione di un Altro che opera nell’umana impotenza, e a ricevere valore non da quello che siamo o facciamo, ma dal dono di una gratuità che sempre ci precede. È questo l’autentico straordinario che colma, superandole, tutte le attese del cuore umano.

Una lettura attenta e approfondita brano evangelico, l’unico in tutto il vangelo di Marco in cui si parla della Madre di Gesù, fa intuire che qui si dice qualcosa di essenziale non solo per quanto riguarda il mistero di Cristo bensì anche per quanto riguarda il mistero della madre. A tal scopo l'evangelista sembra in primo luogo voler porre chiaramente un principio – il primato dell'obbedienza a Dio attraverso l’accoglienza di Cristo - che vale per tutti, anche per la madre.
Il vangelo di Marco, letto come un cammino catecumenale alla ricerca dell’identità profonda di Gesù, sottolinea la necessità di decidere se “stare con lui” (3,14) o contro di lui. Se da un lato vediamo una comunità radunarsi attorno a lui, dall’altro l’evangelista sottolinea una distanza, una crescita di incomprensione dei più tra i quali vengono posti anche i suoi parenti.
Costoro giungono da Nazaret a Cafarnao perché vogliono incontrare Gesù. Il motivo non è detto ma possiamo intuire che forse si tratta di una richiesta di prudenza, di ripensamento vista la piega che stanno prendendo gli avvenimenti, oppure del desiderio di ricevere un ruolo emergente all’interno del gruppo dei suoi seguaci nel caso egli avesse successo.
A differenza della folla che è in casa “seduta” attorno a Gesù, i suoi parenti non entrano, se ne stanno “fuori” (un avverbio ripetuto due volte) mandandolo a chiamare. Si tratta di un tocco magistrale con il quale l’evangelista non intende semplicemente esprimere una situazione spaziale, ma esistenziale. In tal senso i parenti sono realmente “fuori” dalla cerchia dei discepoli, addirittura pretendono che sia Gesù ad “uscire” verso di loro, a venir “fuori” per rientrare nell’orbita del clan.
Ma Gesù appartiene totalmente al Regno e alla sua missione e in base a ciò egli non acconsente ad alcuna pretesa nei suoi confronti da parte di nessuno. È pienamente libero. Se questa comunità “seduta attorno a Lui”, icona della Chiesa, è la nuova famiglia che Gesù ormai riconosce come sua di fronte a quella che “fuori” lo cerca sulla base di legami di sangue, con la sua risposta provoca i suoi familiari ad una scelta nei suoi confronti. Li provoca ad un oltre che sia disposto ad accogliere una realtà che va al di là e più in profondità della stessa parentela.
Anche a loro è rivolto il vangelo che Gesù proclama a tutti: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». E a tale domanda, Gesù per primo risponde con un semplice gesto: «girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno». Con tale sguardo egli rileva tutta la dignità e la distinzione della nuova famiglia da quella segnata solo dai legami di sangue: con quello sguardo Gesù si identifica in certo qual modo con coloro che sono seduti ai suoi piedi per ascoltare la sua parola.
Questa contrapposizione serve a mettere in risalto la caratteristica della "nuova" parentela non certo per disprezzare la prima. La condizione per far parte della nuova famiglia di Gesù di Nazaret è chiara: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.
Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.
Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

“SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”
Il passo evangelico della quinta domenica di Pasqua, il cui contesto è il grande discorso di addio che Gesù rivolge ai discepoli durante l’ultima cena, ci presenta un altro simbolo giovanneo molto noto: quello della vite. La vite suggerisce il concetto di unione vitale. Come in una pianta vivente la stessa vita, che scorre nel tronco, si diffonde anche nei rami e si traduce in frutto, così anche nell’unione tra Cristo e i discepoli.
Per ben sette volte, quasi come un ritornello, nel brano ricorre il verbo “rimanere” insieme con la preposizione “in”: “Rimanete in me e io in voi…”, “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto…”, “Chi non rimane in me viene gettato via…”. Il senso, come si può ben immaginare, equivale ad “aderire fedelmente”. “Rimanere in Gesù” esige cioè da parte del discepolo una fedeltà che domina lo scorrere del tempo, e lo sguardo si porta al di là, verso il frutto da produrre, di cui l’unione con il Figlio è la condizione. “Rimanere” diventa così un appello per ogni discepolo di Gesù.
Mi piace a questo proposito sottolineare la seguente formula: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Sembra che l’immagine vegetale venga forzata: non si sono mai visti infatti tralci liberi di rimanere o no nella vite; tuttavia in questo modo si fa evidente la necessità per i discepoli di restare in Gesù, per poter portare frutto. I tralci sono nella vite, esistono solo per la vite che li porta. Allo stesso modo il discepolo è trasfigurato dall’interno: il suo nuovo essere è quello del Figlio. D’altra parte, poiché l’amore richiede l’esistenza di due, non c’è mai fusione né confusione tra Dio e uomo. Così la rivelazione sulla vite implica, in secondo luogo, un’esigenza radicale: divenuto, grazie alla Parola, tralcio dell’unica vite, il discepolo rimane tale solo per la sua fedeltà, sempre rinnovata. Dipendente da un Altro, la sua vita nuova esige da lui un consenso personale, mai compiuto una volta per tutte.
Il v. 5 sfocia poi in una frase lapidaria: “Senza di me non potete far nulla”, che ricorda il v. 3 del Prologo: “Fuori di lui nulla fu”. Essa deve essere compresa non come se negasse all’uomo ogni capacità, ma secondo la prospettiva del frutto, che regge il contesto. Se i credenti sono esortati a rimanere in Cristo, non è solo per metterli in guardia contro l’infedeltà che li insidia e per ricordare loro la condizione sine qua non per il frutto: è anche per manifestare sino a che punto è reale la loro appartenenza, la loro identificazione con Gesù; senza di essi Gesù non potrebbe essere concretamente presente alle “altre pecore” che bisogna condurre a lui, a coloro che si interrogano sul senso dell’esistenza umana o che disperano della sincerità dell’amore.
“Rimanete in me”. Scrive Elisabetta della Trinità: «È il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma “dimorate” in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate e agite in me. Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa».
IL PASTORE CHE DA LA VITA PER IL GREGGE
La quarta domenica di Pasqua è generalmente conosciuta come la domenica del “buon pastore”, a motivo del testo liturgico che presenta il famoso discorso di Gesù, nel quale egli approfondisce il tema del pastore e del gregge, mettendo soprattutto in luce, in contrasto con quanti prima di lui hanno avuto a che fare con le pecore, le prerogative che gli competono in quanto pastore. L’immagine ha una lunga tradizione nel mondo dell’antico vicino oriente e soprattutto in quello veterotestamentario (si pensi al Pastore escatologico di Ez 34).
Da che cosa si determina l’autenticità del pastore? Dalla disponibilità a dare la vita. Colui che non è pastore utilizza le pecore per affermare se stesso. Il buon pastore, invece, - cioè il pastore “generoso”, “ideale”, “genuino” - si mette completamente a disposizione delle pecore, perché “depone la vita per le sue pecore”. Si noti come tale espressione, pur con qualche variante, viene ripetuta per ben quattro volte nel brano (vv. 11.15.17.18). Il verbo “(de)porre” è usato nel senso di offrire in modo consapevole e libero. Esso richiama il gesto compiuto da Gesù nell’ultima cena quando ha deposto la sua veste e poi, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, l’ha ripresa (cf. 13,4.12). Con questo parallelismo l’evangelista intende richiamare il fatto, esplicitato nei versetti successivi, che, dopo aver dato la propria vita, l’ha poi ripresa nella risurrezione.
Al buon pastore si contrappone il mercenario, il quale, svolgendo il suo compito solo per ottenere un salario, di fronte al pericolo fugge e abbandona le pecore. La differenza sta tutta qui: il mercenario pensa solo ai propri interessi, il buon pastore è preoccupato solo della vita delle pecore. Proprio perché le pecore avvertono il battito del cuore del buon pastore, esse vivono della sua conoscenza. Ciò apre gli occhi e il cuore: è l’evento del dare la vita per le pecore ad aprirci all’autentica conoscenza di Gesù e in Gesù al suo rapporto con il Padre.
In questa conoscenza poi ci si accorge che tutti gli steccati, i confini che noi possiamo porre, crollano quasi da se stessi, perché il cuore del Figlio è un cuore che travalica tutti i nostri limiti. Gesù dice infatti: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Se ci si pensa bene, è il comandamento dell’amore, l’amore universale, vissuto nella pienezza della libertà.
Nel commento al nostro brano, s. Agostino, presentandosi al popolo con i suoi presbiteri, diceva così: “Pascimus vobis (siamo pastori per voi) et pascimur vobiscum (siamo nutriti con voi); det utinam Dominus eam amandi vim ut pro vobis aut effectu mori possimus aut affectu (il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire per voi, o effettivamente o affettivamente)” (cit. in PdV 25).

I SEGNI DELLA FEDE
Prima dell’ascensione di Gesù al cielo (24,50-53), Luca racconta un’apparizione “ufficiale” di Gesù agli Undici, in stretta connessione con l’episodio precedente dei discepoli di Emmaus. «Gesù in persona - scrive - stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”». Di fronte al dubbio e all’incredulità dei suoi discepoli egli saluta, domanda e rimprovera, mostra le sue mani e i suoi piedi e infine siede a mensa con loro. Se nell’episodio di Emmaus l’evangelista aveva presentato Gesù sotto forma di un viandante qualsiasi, che non si fa riconoscere, qui evidenzia l’altro aspetto: Gesù non è un fantasma, ma una persona reale: “Sono proprio io!”.
Viene rilevata l’oggettiva difficoltà di descrivere in modo credibile la presenza verificabile di Gesù risorto, ma allo stesso tempo l’evangelista con questa scena ricorda ai suoi lettori il modo in cui il maestro sarà presente d’ora in poi nella comunità.
Si noti che Luca non dice che i discepoli si precipitano a toccarlo. Tutt’altro. Descrive i discepoli impietriti nella loro incredulità, ma la loro è una strana incredulità. È l’incredulità propria di chi è messo di fronte a una cosa troppo desiderata, troppo voluta, troppo bella per essere creduta. È lo stesso sentimento che aveva sperimentato Pietro di fronte al sepolcro vuoto, dove aveva trovato soltanto delle bende ed era rimasto senza parole. La risposta allo stupore che genera silenzio è il segno della convivialità: “mangiò davanti a loro”. Luca insegna così alla comunità che, da qui in avanti, la presenza di Gesù in mezzo a loro si farà sentire in occasione di questi pasti familiari, nei quali essi spezzano il pane come Gesù aveva insegnato, leggono le Scritture che parlano di lui e ricordano le sue parole. C’è infatti una circolarità nei due approcci che conducono al riconoscimento dell’identità di Gesù di Nazaret: si riconosce la sua identità quando i nostri occhi lo vedono come colui che spezza il pane; ma si riconosce l’identità di Gesù anche quando ci si lascia ammaestrare dalle Scritture e si scopre che proprio di lui parlavano la Legge, i Profeti e i Salmi.
“E aprì loro la mente alla comprensione delle Scritture”. Questo è l’obiettivo che il credente deve raggiungere nel suo itinerario di fede. Perciò, dicevano i padri antichi, finché leggendo le Scritture non riesci a capire che esse parlano di Gesù e si compiono in Gesù, ancora non hai compreso le Scritture. E d’altra parte gli stessi padri aggiungono: se vuoi conoscere il mistero che si nasconde in Gesù di Nazaret, lasciati illuminare dalle Scritture.
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