Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

II DOMENICA DI PASQUA (GV 20,19-31)

II domenica di Pasqua 2021: La pace e la gioia del Risorto – Caritas  Veritatis

LA GIOIA E LA FEDE, DONI DEL RISORTO

         Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

            Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell’amore. Questa gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

            A Tommaso, che nel frattempo si era allontanato dal gruppo, i discepoli che hanno incontrato il Risorto diranno: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione - fa notare il card. Martini- è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell’esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l’intensità del primo incontro, l’attesa e l’aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell’amore, che l’esperienza Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

            Possa ciascuno di noi farsi interprete di questa esperienza dell’incontro con Gesù risorto durante questo tempo pasquale.

II DOMENICA DI PASQUA (GV 20,19-31)

II domenica di Pasqua 2021: La pace e la gioia del Risorto – Caritas  Veritatis

LA GIOIA E LA FEDE, DONI DEL RISORTO

         Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

            Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell’amore. Questa gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

            A Tommaso, che nel frattempo si era allontanato dal gruppo, i discepoli che hanno incontrato il Risorto diranno: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione - fa notare il card. Martini- è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell’esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l’intensità del primo incontro, l’attesa e l’aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell’amore, che l’esperienza Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

            Possa ciascuno di noi farsi interprete di questa esperienza dell’incontro con Gesù risorto durante questo tempo pasquale.

PASQUA DI RISURREZIONE (MC 16,1-7)

In ascolto dell'icona – n.12 – Parrocchia San Giovanni Evangelista

MESSAGGERI DELLA RISURREZIONE

            Durante la solenne Veglia pasquale - la “madre di tutte le veglie” come diceva sant’Agostino - la liturgia ci propone quest’anno il racconto evangelico di Marco che narra delle donne che vanno al sepolcro di buon’ora, all’indomani del sabato, per compiere un ultimo atto di pietà verso il corpo di Gesù. Come abbiamo avuto modo più volte di osservare, il secondo evangelista nei suoi racconti ama riportare in particolare le esperienze umane. Ciò che accade a Gesù nel mattino di Pasqua si manifesta infatti nelle reazioni delle donne che da vere discepole partecipano profondamente alla morte e risurrezione di Gesù. Il loro amore le rende presenti, vicine a Gesù e fa sperimentare loro le vicende della sorte di Gesù. Hanno assistito alla morte del crocifisso, hanno visto come il suo corpo fu deposto dalla croce e messo nel sepolcro. Sanno che Gesù è veramente morto ma anche questo fatto non toglie la loro comunione con lui. L’evangelista non parla di dolore, tristezza, delusione, disperazione o di emozioni simili. Descrive unicamente le loro azioni. E quanto fanno le presenta come persone profondamente toccate dalla morte di Gesù. Certo, esse – ricorda Marco – vivono soprattutto nel dubbio e nella paura. Si chiedono infatti: “Chi farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (v. 3); alla visione poi di un giovane, vestito di una veste bianca, si che “ebbero paura” (v. 5); infine fuggono via dal sepolcro “perché erano piene di spavento e di stupore e non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (v. 8). Questo loro spavento e questa loro paura che le conducono alla fuga e al silenzio, sono le reazioni umane in cui si manifesta l’incontro con il potente intervento di Dio. Ma proprio a queste donne il messaggero celeste dà un nuovo incarico. Le rende messaggere della risurrezione di Gesù: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (v. 7).

            Le donne che vanno al sepolcro la mattina di Pasqua rappresentano l’umanità che cerca il Signore, rappresentano noi che talvolta siamo attaccati all’immagine corporea del Signore, che abbiamo bisogno di toccare per credere. Il sepolcro vuoto ci dice che spesso cerchiamo il Signore ma non lo troviamo perché lo cerchiamo dove lui non c’è. Il Risorto infatti precede i discepoli in Galilea, nella regione dove aveva iniziato la sua missione. Gesù risorto è come se volesse far fare di nuovo ai discepoli il percorso di tutta la sua vita con loro. In fondo per comprendere chi è Gesù i discepoli e le donne dovranno ripensare a tutto quello che egli ha fatto e vissuto con loro, dall’inizio alla fine, e rileggerlo agli occhi della resurrezione. Solo allora si apriranno loro gli occhi e capiranno, e dalla paura passeranno all’annuncio.

            Anche noi siamo invitati a rileggere tutte le vicende della nostra vita illuminati dalla luce della risurrezione, pienamente consapevoli che solo Dio può trasformare le nostre paure in gioia piena e renderci messaggeri della risurrezione. Buona Pasqua!

DOMENICA DELLE PALME (Mc 14,1-15,47)

28 marzo - Domenica delle Palme | Commento al Vangelo

FIGLIO DI DIO, UN CROCIFISSO

Sappiamo bene che il cuore del racconto della passione del vangelo di Marco è l’espressione del centurione romano dopo la morte di Gesù «Veramente quest’uomo era figlio di Dio». Sono parole decisive per il Vangelo, ma nello stesso tempo parole che hanno un suono paradossale: “Figlio di Dio, un crocifisso!”.

Ci si può mettere nei panni di un romano che considerava la crocifissione come il supplizio degno di uno schiavo; oppure nei panni di un ebreo che legge nel Deuteronomio: “Maledetto chi pende dal legno”.

Ci sorprendiamo non poco di fronte a queste rivelazioni? Chi è veramente Dio se il Figlio di Dio è un crocifisso? Già in precedenza Marco aveva cercato di orientare la nostra attenzione verso la croce. Quando Pietro, interrogato da Gesù, gli ha risposto arditamente: “Tu sei il Cristo”, Gesù ha cominciato subito a parlare della sua passione, a dire che avrebbe dovuto “soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e dopo tre giorni risuscitare”. Questo annuncio i discepoli se lo sono sentiti ripetere più volte, nonostante i loro silenzi imbarazzati, le loro incomprensioni e reazioni.

Quest’uomo, il crocifisso, è veramente Figlio di Dio. Il crocifisso, non un altro. Non quell’uomo che fosse eventualmente sceso dalla croce, non quello che avesse colpito con ira irresistibile i suoi avversari. Ai suoi discepoli Gesù stesso aveva spiegato: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Per servire, come uno schiavo…

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 12,20-33)

The News

È VENUTA L’ORA

            Il vangelo di questa V domenica di Quaresima ci fa entrare più in profondità nel significato dell’“ora” che Gesù si appresta a vivere (“È venuta”). L’occasione viene dalla richiesta fatta da alcuni Greci giunti a Gerusalemme in occasione della Pasqua giudaica: “Vogliamo vedere Gesù”. Sono dei “timorati di Dio”, ellenisti simpatizzanti del giudaismo che, mossi da un desiderio fermo e profondo (“vogliamo”), si rivolgono a Filippo, l’unico discepolo, insieme ad Andrea, dal nome greco, per incontrare il loro Maestro. Si mostrano vere, così, le parole dei farisei: “Il mondo è andato dietro a lui!” (Gv 12,19). Se i Giudei si ostinano nel non comprendere Gesù, i Greci chiedono invece di vederlo, a dimostrazione della destinazione universale del Vangelo, incompatibile con ogni logica che tenda a restringerne la diffusione.

            L’“ora” di Gesù è segnata da un paradosso: da un lato la glorificazione (l’“innalzamento” del vangelo della scorsa domenica), dall’altro la caduta a terra e la morte. È la sorte del chicco di grano, che richiama l’immagine del seme, molto cara ai vangeli sinottici. Per l’evangelista Giovanni, il seme è Gesù stesso che proprio nel vivere fino in fondo la sua autodonazione per amore dell’uomo diventa pienamente rivelazione della gloria di Dio. Al frutto di questa morte Gesù associa quanti sono disposti a vivere la loro vita secondo una logica ben precisa: non quella della conservazione egoistica di sé, ma quella del dono gratuito di sé. È questa l’unica strada che ha l’uomo per godere fin d’ora della vita eterna, in grado di appagarlo pienamente sia qui che nell’aldilà. L’ora dell’esaltazione, però, non risparmia dalla sofferenza, dal turbamento profondo che anche Gesù sperimenta fino in fondo dinanzi alla sorte che lo attende: il Cristo glorioso è stato veramente uomo! Ma anche adesso è incrollabile in lui la certezza che il Padre, di cui ha sempre accettato la volontà, lo aiuterà a superare anche quest’ora.

            “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Tutta l’umanità sarà attratta dal Cristo che, sulla Croce, è già il Signore. Ma qual è la forza in grado di attrarre ogni uomo? È quella della bellezza del volto di Dio, che in Gesù crocifisso mostra tutta la profondità e la forza dell’amore, ma al contempo anche la sua scandalosa debolezza. Soltanto ciò che è vero non ha bisogno di imporsi per essere accolto. Queste le parole di un “Greco” più vicino ai nostri giorni: «Credo che nonostante la palese assurdità, la vita abbia nondimeno un senso. Ciò che la vita da me richiede voglio cercare di realizzarlo, anche se è cosa che va contro le mode e le leggi consuete. Questa fede non si può impartire per comando, né alcuno vi può costringere se stesso: è dato solo viverla» (Herman Hesse).

IV DOMENICA DI QUARESIMA (GV 3,14-21)

Parrocchia San Matteo - ???????? ???????????????????????????? ???????????????????? ???????????????????????????????? +  Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21) In quel tempo, Gesù disse a  Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che

LA CROCE E LA GLORIA

            “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Inizia così la pagina evangelica della IV domenica di Quaresima, che narra un passaggio relativo all’incontro notturno di Gesù con Nicodemo. Ora, quando Giovanni scrive il suo vangelo, la morte di Gesù non è più vista come un dramma ed una sconfitta; essa, infatti, è considerata soprattutto come “elevazione”: è sollevamento da terra per sedere sul legno della croce (crocifissione), ma è anche elevazione alla gloria (glorificazione) e ritorno al Padre.

      In tal senso la croce non ha più l’aspetto di umiliazione e di sconfitta, ma diventa segno della sovranità regale di Gesù, il trono dal quale domina con la potenza del suo amore e del suo perdono. È quanto annunciava la profezia di Isaia sul Servo sofferente: “costui sarà innalzato e pienamente glorificato”; con la differenza che quest’ultimo viene innalzato e glorificato dopo la morte (Is 52,13), mentre per Giovanni il Gesù crocifisso è il Gesù glorificato.

      Per la mentalità umana e giudaica, svincolare la “croce” dal giudizio di maledizione e di impotenza è impossibile con le proprie forze, sia per un grande maestro quale Nicodemo, come pure per un semplice credente giudaico ed anche cristiano. Gesù cerca di introdurre Nicodemo e noi in questo grande mistero mediante una prefigurazione presente nell’Antico Testamento e ben conosciuta anche nella fede popolare: il popolo ebraico nel deserto doveva alzare lo sguardo verso il serpente di bronzo sollevato da terra, per essere liberato dalla morte (cf. Nm 21,4-9), così con l’inizio del tempo finale bisognerà alzare lo sguardo verso l’Ucciso per venire liberati dalla morte ed entrare nella pienezza della vita.

      Gesù dice che “bisogna” che il Figlio dell’uomo sia innalzato. Questo “bisogna” esprime il piano di amore del Padre che dona il suo Figlio totalmente e senza riserve fino ad accettare la sua morte, negativa risposta umana all’amore infinito di Dio e del Figlio. La sapienza di Dio passa attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà; accetta le sofferenze, il ripudio e l’uccisione; e proprio così vince il male fatto dalla sapienza dell’uomo, che ricerca l’avere, il potere e l’apparire, provocando la morte propria e altrui.

            In genere nella croce noi vediamo soltanto la sofferenza, l’umiliazione, la morte, ma difficilmente sappiamo vedervi il segno e la prova suprema dell’amore immenso del Signore per noi e, di conseguenza, la via attraverso la quale soltanto si può giungere alla glorificazione, alla salvezza, alla vita eterna. Scrive Madre Teresa: «Guarda la Croce: vi vedrai la testa di Cristo inclinata per baciarti, le sue braccia distese per abbracciarti, il suo Cuore aperto per racchiuderti nel suo amore. Sapendo che la Croce di Cristo rappresenta il suo più grande amore per te e per me, accettiamola in tutto ciò che egli desidera mandarci… Ricorda, poi, che la Passione di Cristo si conclude sempre con la gioia della risurrezione: quando perciò provi nel tuo cuore le sofferenze di Cristo, ricorda che deve venire la risurrezione, deve albeggiare la gioia della Pasqua. Non devi mai permettere a nessuna cosa di colmarti così di dolore da farti dimenticare la gioia del Cristo Risorto».

 

III DOMENICA DI QUARESIMA (GV 2,13-25)

 

Lo zelo per la nostra famiglia - Punto Famiglia

IL TEMPIO DEL CROCIFISSO RISORTO

            È un segno strano quello che indica Gesù, in risposta ai Giudei che lo sfidano, nel vangelo di questa terza domenica di Quaresima: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. E infatti quei Giudei non capiscono, pensano ad un segno di distruzione, inutile e dannoso.  Ma - il vangelo lo dice - Gesù ha in mente un altro tempio, quello del suo corpo. Come capita spesso nel quarto vangelo gli ascoltatori fraintendono le parole di Gesù, in quanto non pensano al tempio escatologico, ma a una ricostruzione materiale del tempio storico, dopo una sua eventuale distruzione, e si meravigliano che ciò possa avvenire nel breve periodo di tre giorni.

            Era grandioso il tempio di Erode, come ancora prima quello di Salomone: segno perenne (così si sperava) di una impensabile vicinanza di Dio all’uomo, luogo di preghiera, di espiazione, di festa e di incontro, di unità del popolo. Eppure, anche quel tempio non basta più, e Dio si è mosso altrimenti per mostrare la sua dedizione. Ed effettivamente nell’anno 70 esso sarà raso al suolo dall’esercito di Tito. Se il giudaismo dell’epoca ha pensato di riconoscere e di fissare la presenza di Dio nel dono inalienabile della Legge e in particolare nello studio della Legge, giudicato talvolta superiore alla stessa preghiera, per i cristiani, i quali, dopo la morte di Gesù, avevano continuato a frequentare assiduamente il tempio per la preghiera, è il Signore crocifisso e risorto il vero “Tempio”. Il vangelo suggerisce cioè che ora la nuova «casa del Padre», il luogo dell’incontro con Dio, sia piuttosto da cercare in quel corpo donato, che contempleremo in croce come agnello immolato, a cui «non sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,36).

      Gesù è dunque il vero segno della presenza di Dio nel mondo, non in opposizione al vecchio tempio, che sarà distrutto per il peccato dei suoi frequentatori, ma come adempimento della promessa di Dio. 

II DOMENICA DI QUARESIMA (MC 9,2-10)

Trasfigurazione (Mc 9,2-10) | Leggere i segni dei tempi

LA RIVELAZIONE DI DIO SUL VOLTO DI CRISTO

      Dopo l’esperienza delle tentazioni nel deserto, nella seconda domenica di Quaresima il brano evangelico è ambientato in uno scenario completamente diverso: quello del monte. L’evangelista non dice quale fosse questo “alto monte”. Esso è stato identificato con il Tabor, situato nei pressi di Nazaret, o con l’Hermon, nel Libano meridionale; in senso simbolico il monte indica però il luogo in cui Dio si rivela al suo popolo (cf. Es 33,12-34,28). Su questo monte, alla presenza di Pietro Giacomo e Giovanni, Gesù fu trasfigurato.

      Si noti come l’evangelista sottolinea la separazione di questi discepoli dagli altri specificando che Gesù li prende: con sé, in disparte, loro soli, su un alto monte. È davanti a loro infatti che Gesù fu trasfigurato. È a loro che appare Elia con Mosè. È a loro che la voce si rivolge. E alla fine essi vedono Gesù solo con loro. È chiaro che tutto l’evento non si verifica per Gesù oppure per Elia e Mosè ma per i discepoli. La trasfigurazione è un’esperienza dunque che Gesù riserva in particolare a questi tre amici e allo stesso tempo è anche chiaro però che l’esperienza di costoro riguarda la persona di Gesù.

      Come sia trasformato Gesù, è indicato dalle sue vesti, che splendono di una bianchezza ultraterrena. Per mezzo della potenza di Dio, Gesù dunque diventa visibile agli occhi dei tre discepoli nella figura che egli acquisterà con la sua risurrezione, quando sarà partecipe a pieno della vita di Dio. Egli - secondo la prospettiva di questo racconto - è il luogo definitivo della “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo. Ecco perché la voce che proviene dalla nube dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. È la parola che completa la rivelazione. Dio si rivela nel suo Figlio, la rivelazione di Dio si fa sul volto di Cristo. Sul monte viene rivelata anche la legge di Cristo: una legge diversa, trasformata, contenuta in una sola parola: “Ascoltatelo”. Invece delle due tavole di pietra del Sinai, come legge abbiamo una persona da ascoltare, una persona viva; e la visione ci aiuta ad aderire a questa persona. Chi ha riconosciuto il Figlio di Dio, lo ascolta, lo segue, è pronto a seguirlo fino alla risurrezione, attraverso la passione.

L’episodio della Trasfigurazione si inserisce allora molto bene nell’itinerario di conversione proposto dalla Quaresima. Il volto trasfigurato, le vesti splendenti, la nube e la voce celeste svelano che il cammino di Gesù verso la croce nasconde un significato pasquale. Quest’uomo incamminato verso la Croce è in realtà il Signore risorto e glorioso.

I DOMENICA DI QUARESIMA (MC 1,12-15)

Lectio divina della Domenica «DELLE TENTAZIONI NEL DESERTO», I di Quaresima  per l'Anno B - Abbazia di Pulsano

UN TEMPO PER DIVENTARE UOMINI NUOVI

            Rispetto agli altri evangelisti, Marco racconta il brano delle tentazioni di Gesù nel deserto in modo molto scarno. Si tratta di due versetti semplici, ma carichi di simboli e allusioni. Egli non riferisce singoli fatti, ma descrive uno stato; non parla di nessuna azione o reazione di Gesù. Non dice che egli ha digiunato o pregato. Narra soltanto che per tutti i quaranta giorni Gesù è tentato da Satana, è tra le bestie feroci e gli angeli lo servono, cioè gli forniscono cibo. In poche righe vengono cioè chiarificati i suoi rapporti con gli esseri viventi inferiori e superiori.

            Il termine ebraico satan significa letteralmente “avversario”, ma sappiamo che nella bibbia a questo personaggio sono attribuiti diversi titoli: il serpente, il tentatore, il nemico, l’accusatore, il calunniatore, il divisore, il mentitore. Si comprende come ognuna di queste realtà esprime bene quella complessa sfera del male di cui satana è il primo responsabile. Da parte sua Marco non indica il contenuto della tentazione, né alcuna reazione di Gesù. Tuttavia fa parte dell’esperienza umana di Gesù e della sua solidarietà con gli uomini il fatto di essere tentato.

            Il deserto è il luogo della prova, ma anche della purificazione e della comprensione della propria identità. Il riferimento alle bestie selvatiche è un’altra indicazione misteriosa. Nella tradizione profetica questi animali sono il segno del giudizio o del castigo, ma il messia potrà giocare vicino alla buca dell’aspide e mettere la mano nel covo di serpenti velenosi (Is 11,8). La loro presenza segnala che è ormai riconquistata quell’armonia dell’uomo con la natura che si era perduta con il peccato. Gli angeli, infine, appartengono all’immediato ambito di Dio e agiscono solo per suo ordine. Se servono Gesù, questo indica quanta cura Dio ha per lui e quanto egli è legato a Dio.

            In questa prima domenica di Quaresima, la liturgia ci presenta dunque Gesù che nel deserto, lontano dall’umanità, si dimostra come l’uomo nuovo, perché non sottostà al tentatore come Adamo, ma gli resiste e rimane fedele a Dio. Per questo la Chiesa, durante questo tempo forte, vuole ricordarci che la vita cristiana è, di per sé, una lotta seria, pericolosa e il suo esito è incerto. In questi quaranta giorni anche noi abbiamo bisogno di andare nel deserto del nostro cuore per recuperare il senso vero della vita, difendendoci dalla tentazione e producendo frutti di conversione. E questo perché, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo Principe, «nel deserto un uomo sa quanto vale: vale quanto valgono i suoi dèi», cioè i suoi ideali, le sue risorse interiori.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.