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PASQUA DI RISURREZIONE (ANNO C) - da Famiglia Cristiana

Risurrezione di Gesù - Wikipedia

Cristo è davvero risorto per noi?

«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» Giovanni 20,8

 I Vangeli non raccontano il momento della Risurrezione di Gesù, ma alcuni momenti dell’esperienza pasquale vissuta dai discepoli. Al mattino le donne trovano il sepolcro vuoto e una voce le ammonisce: «Non è qui, è risuscitato». Poi Gesù comincia ad apparire. Appare a Maria di Magdala che rimane al sepolcro a piangere. Ella si volta e non riconosce il Cristo presente; ha bisogno di essere chiamata per nome, si sente sconvolta dentro e si volge una seconda volta. Appare la sera ai due discepoli che andavano verso Emmaus: erano prigionieri delle loro attese deluse e non riuscivano a capire la novità, finché il Signore «entrò per rimanere con loro». Tenendo conto di questa lentezza nel riconoscere il Risorto, potremmo dire che, mentre è già Pasqua per Gesù, non lo è ancora per i suoi discepoli. Gesù è risorto, ma la fede dei discepoli, la fede nostra è in ritardo su questo annuncio così sorprendente.

Il grande pericolo è che la Pasqua rimanga un evento che abbia valore solo per Cristo, ma non per noi. Perché diventi Pasqua anche per noi, bisogna anzitutto che lo Spirito Santo ci aiuti a scrivere nei nostri cuori la parola “davvero”. Potessimo dire anche noi: «Cristo è veramente risorto!». Veramente, per davvero, non apparentemente, non simbolicamente.

Per molti cristiani, probabilmente, la Risurrezione è semplicemente un modo di dire. Perché la Risurrezione diventi una fede viva e vitale bisogna che essa entri nella nostra esistenza lasciandovi tracce o frammenti di un’esperienza radicalmente nuova. Se Cristo è risorto, se nulla ci può separare da lui, dovremmo sentirci meno esposti alle paure e ai ricatti della morte, come il grande teologo Dietrich Bonhoeffer, che poco prima di essere giustiziato in un lager nazista scrisse: «È la fine – per me l’inizio – della vita. Libertà, ti cercammo a lungo, nella disciplina, nell’azione, nel dolore. Morendo, ora ti conosciamo nel volto di Dio». Dopo la Risurrezione di Gesù, dovremmo sapere che c’è un modo di vivere che non conduce alla morte.

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, mostra l’assurdità di dire: «Credo in Gesù Cristo ma non credo nella Risurrezione». Cristo, secondo l’apostolo, è il primo dei morti che risuscita e ciò vuol dire che la morte non è il destino ultimo. Viviamo tempi amari, tempi in cui le pietre tombali dell’ingiustizia, della corruzione, della violenza, del cinismo, della menzogna premono tenacemente sui nostri sepolcri e non c’è modo di rimuoverle. Ogni giorno ci porta la nostra razione di tristezze e di angosce. Pasqua è una festa difficile e al tempo stesso ne abbiamo un bisogno insopprimibile.

La festa di Pasqua, in questo anno giubilare, ci incoraggia a sperare, contro ogni evidenza, che un mondo “altro” è possibile, che una Chiesa diversa è possibile. Fare Pasqua oggi è accogliere l’invito a non avere paura perché Lui, il Cristo, è ancora presente in mezzo a noi, a tracciare un cammino di luce in questo tempo buio e a orientare i nostri passi come messaggeri di speranza e di pace.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Luca 23,42) da Famiglia Cristiana

Domenica delle Palme: storia e significato della festa - Holyblog

La domenica delle Palme è domenica della Passione del Signore. Nella pagina del Vangelo ascoltiamo il racconto della Passione secondo Luca. È il lungo testo che ci introduce nell’evento tragico della morte di Gesù. Il terzo evangelista, cantore della tenerezza, della gioia e della grande pietà del Messia, presta particolarmente attenzione ad alcuni momenti della Passione che dimostrano come Gesù, fino alla morte, non ha fatto altro che passare in mezzo agli uomini facendo del bene.

Il soldato ferito all’orecchio viene guarito; Gesù rivolge lo sguardo a Pietro che lo ha tradito, sulla croce ha parole di perdono per il ladrone, per i Giudei che lo scherniscono, per il centurione. Egli non soltanto muore per mano degli empi, ma muore a favore degli empi. La croce è la rivelazione di un amore che arriva fino al limite estremo e si esprime secondo misure che travalicano le possibilità semplicemente umane. Per questo i Padri della Chiesa chiamavano la croce “il gran libro dell’arte di amare”.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Uno dei due briganti crocifissi insieme a Gesù si rivolge a lui con questo atto di fede: ha riconosciuto il proprio peccato chiedendogli: «Ricordati di me». È l’unico personaggio nei Vangeli che si rivolge a Gesù chiamandolo confidenzialmente per nome. È il momento decisivo della sua vita: ha incontrato Gesù in quel momento terribile di dolore e di morte, ma ha riconosciuto che in quell’uomo è presente Dio, il re, e attende il regno. Può diventare la nostra preghiera, il nostro desiderio profondo: chiedere al Signore che si ricordi di noi.

Anche noi però dobbiamo ricordare la Passione di Gesù, il suo stile, la sua parola: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Ricordare Gesù vuol dire imparare a perdonare, a essere generosi anche con chi ci ha fatto del male; ricordare la sua Parola vuol dire imitarlo. L’ultima parola di Cristo in croce è: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È un atto di fiducia, è la stessa fiducia del malfattore nei suoi confronti. Nella Passione Gesù mostra la misericordia di Dio Padre: la violenza non spegne l’amore, ed è proprio quell’amore buono, concretamente affettuoso che conquista e che salva. Chiaro è l’intento di sottolineare nella morte di Gesù l’aspetto della fiducia; aspetto per il quale Gesù è – anche nella sua morte – il modello del discepolo. Stefano negli Atti degli Apostoli morirà ripetendo la stessa invocazione, rivolta in tal caso al Signore Gesù; la morte di Stefano ripropone il modello della morte del buon ladrone. Come se Luca volesse dire: il discepolo è chiamato a vivere la sua morte immerso, portato, dalla morte del Signore e Maestro.

Ci sono momenti in cui come Gesù si passa attraverso prove tremende di dubbio, come se il bene compiuto non avesse più alcun valore e si fosse costretti a misurarsi con il vuoto, l’assenza di senso, il silenzio di una voce che si vorrebbe ascoltare. Ci si arrovella allora disperatamente attorno a un intrico di domande che non si riesce a dominare: «Valeva la pena di amare così tanto? Che frutti ha dato tutto il bene che si è seminato? Perché il bene si deve pagare anche con l’ingratitudine e la solitudine?». Ma se si contempla la croce, forse una risposta può raggiungere il cuore di ciascuno, come una piccola luce che si irradia attraverso le movenze di una benefica emozione.

V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO C (da FAMIGLIA CRISTIANA)

Rito romanoAggiornamenti rssdon Gianni Carozza

 

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Il miracolo di uno sguardo d’amore

«Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» Giovanni 8,11

Nella quinta domenica di Quaresima ascoltiamo ancora una pagina evangelica sulla misericordia. Il racconto ci porta al Tempio di Gerusalemme, dove Gesù insegnava alla folla che si raccoglieva intorno a lui. Gli scribi e i farisei, sempre pronti come al solito per metterlo alla prova, gli portarono una donna, che era stata sorpresa mentre commetteva adulterio, «la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». Gesù non giustfica l’adultera; non dice nemmeno che bisogna cambiare la legge, lascia passare del tempo e permette a quegli accusatori di ripensarci. Compie un gesto strano: accucciato per terra con il dito scrive nella polvere.

Che cosa abbia scritto, non lo sappiamo… forse richiama il dito di Dio che scrive i Comandamenti e scrive nel cuore dell’uomo la sua legge. Quando quelli insistono, lui si alza e risponde con una formula geniale. Non dice che la donna non è peccatrice o che la legge di Mosè è sbagliata, ma propone di applicare la condanna da parte di chi è senza peccato. Fa capire così che nel giudicare c’è sempre il pericolo di voler colpire negli altri le proprie colpe inconfessate.

Quando la severità, che dovrebbe essere riservata ai propri peccati, viene trasferita sugli altri, può procurare la gratificante illusione di essere “senza peccato”. Solo l’umiltà può sciogliere questo nodo malefico perché, mentre restituisce a ciascuno la misura delle sue responsabilità, permette di aprirsi a una comprensione più fraterna e solidale verso le colpe degli altri. È bello vedere che Gesù solleva lo sguardo su quella donna solo quando gli altri hanno ormai cessato di far pesare il loro disprezzo e severità. Ora a quella donna a cui nessuno prima parlava e che rimaneva imprigionata nella sua colpa, segnata da un destino di morte, Gesù apre un nuovo avvenire donandole la possibilità di risorgere, di rinascere e ripartire: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».

Gesù dice a quella donna: «Non ti condanno». Ciò non significa: «Non è peccato quello che hai fatto»; significa piuttosto: «Pur riconoscendo il tuo peccato, io non ti condanno, ma ti do la possibilità di cambiare; d’ora in poi non peccare più». Non le dice: «Continua pure a peccare ». “D’ora in poi” è un impegno nel tempo, è una possibilità di trasformazione. Solo uno sguardo d’amore può compiere il miracolo di liberare una persona dai suoi fallimenti e dalle sue angosce.

Nella nostra storia non mancano errori più o meno grandi. Ognuno di noi, ripensando alla propria vita, può riconoscere situazioni di peccato, ma essa è di più dei peccati che abbiamo fatto, e di fronte a uno sbaglio – anche a un peccato grave! – non finisce lì: c’è la possibilità di cambiare! Pensiamo a Giuda. Il suo peccato grave non è stato tradire Gesù, consegnarlo nelle mani dei nemici. È stata certamente una scelta sbagliata, ma quando si è accorto d’aver sbagliato, il vero dramma è stato quello di pensare di farla finita, perché riteneva non ci fosse più possibilità di perdono. «D’ora in poi non peccare più». Questa è la parola fondamentale che Gesù ci dice oggi: d’ora in poi hai una nuova possibilità.

Un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza III di Quaresima (da Famiglia Cristiana)

 

Lectio III domenica di Quaresima | Comunità Kairós

<<Padrone, lascialo ancora quest’anno,
finché gli avrò zappato attorno
e avrò messo il concime. Vedremo
se porterà frutti per l’avvenire;
se no, lo taglierai». Luca 13,8-9

 

Al centro della discussione riportata dal Vangelo c’è un problema che ha sempre tormentato la coscienza dei credenti: come interpretare i fatti tragici della vita? Il Vangelo richiama una strage di galilei avvenuta nel tempio su ordine di Pilato e un incidente sul lavoro. Sono casi di cronaca del tempo di Gesù, ma potrebbero essere cronaca del nostro tempo. Di fronte a situazioni disastrose di morti e di violenze, qualcuno si può domandare: «Erano più peccatori degli altri quelli che sono rimasti vittime?». Gesù risponde con un’espressione che non è facile da capire: “No”, ma coglie l’occasione di quei casi di cronaca per dire che «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».

Convertirsi per Gesù è in primo luogo un cambiamento di mentalità che dovrebbe riguardare il modo di giudicare sia i comportamenti morali degli uomini sia l’azione di Dio. Nessuno ha il diritto di distinguere gli uomini in giusti e ingiusti, in innocenti o colpevoli, a seconda della sorte che incontrano nella loro vita. Sarebbe come pensare che il più fortunato sia anche il più onesto, e il più disgraziato, al contrario, il peccatore più ostinato.

Nessuno deve pensare che Dio voglia comportarsi da giudice severo e vendicatore. Il Dio del Vangelo non è un Dio dispensatore di paure, ma è un Dio che libera dalle paure. È il Dio dell’amicizia, della compassione, della felicità. Poi Gesù continua il suo insegnamento presentando la parabola del fico sterile, la cui immagine era già stata molte volte utilizzata nell’Antico Testamento per indicare il popolo di Dio. C’è il padrone di una vigna che di fronte a un fico sterile da tre anni pensa di tagliarlo. Questo padrone, è chiaro, rappresenta il Dio della nostra immaginazione distorta, quel Dio sempre pronto a registrare e a punire ogni trasgressione e ogni inadempienza. Ma c’è il vignaiolo che parla in modo misericordioso e chiede pazienza al padrone: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Il tempo che si prolunga è segno di misericordia, non assenza di giudizio. Il tempo si prolunga per permetterci di approfittarne, non per giustificare il rinvio o l’indifferenza. Questo dialogo tra padrone e vignaiolo mette, inoltre, in risalto il valore dell’intercessione, della preghiera per ottenere misericordia, fatta da Gesù che è il vignaiolo al Padre che è il padrone. Fa pensare all’intercessione chiesta da Abramo verso le città di Sodoma e Gomorra, la stessa di Mosè nei confronti di Israele nell’episodio del vitello d’oro.

Dio è un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza e sogna sempre di raccogliere qualche frutto. Anno dopo anno attende il meglio di noi stessi, anche se tarda a venire. È tipico e proprio dell’Amore avere pazienza, continuare a sperare, prorogare le scadenze, prolungare le attese, concedere nuove opportunità, essere misericordiosi, fare continui e ripetuti sacrifici per non perdere nessuno, lottare con tutte le forze e fino allo stremo pur di salvare la persona amata. Tu, o Dio, zappa ancora e metti concime in questa nuova Quaresima. E attendi che io, che noi tutti, che questa terra porti finalmente frutto.

La vita come un esodo - II Domenica di Quaresima (Famiglia Cristiana)

 

Signore, è bello per noi restare qui!”. Trasfigurazione del Signore

«Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme». Luca 9,30-31

Ogni seconda domenica di Quaresima la liturgia propone il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù, che quest’anno ascoltiamo nella versione di Luca (9,28-36). Il testo della prima lettura (Genesi 15,5-12.17-18) presenta il racconto dell’alleanza che Dio ha stipulato con il patriarca Abramo, impegnandosi a dargli la terra. L’apostolo, nella seconda lettura (Filippesi 3,17-4,1), ci ricorda il grande impegno che Dio ha preso con noi: il nostro corpo mortale verrà trasfigurato dal Signore e sarà reso simile al suo corpo glorioso.

È importante anzitutto notare che la Trasfigurazione avviene su un monte. Quale sia il monte non viene detto e del resto non è necessario saperlo. Ci basti osservare che il monte ha una chiara funzio-ne simbolica perché è il luogo più vicino a colui che è chiamato l’Altissimo. E su questo monte, dove la terra tocca il cielo, Gesù viene a pregare, a vivere un momento di particolare intensità nella sua relazione con il Padre. Gli evangelisti dicono poi che nel momento della Trasfigurazione apparvero Mosè ed Elia a fianco a Gesù. Luca aggiunge che i tre parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe dovuto compiere a Gerusalemme. La parola esodo vuol dire uscita. Mosè, infatti, aveva guidato l’uscita del popolo di Israele dall’Egitto; Elia a suo tempo aveva fatto un’altra uscita importante andando fino al Sinai; adesso Gesù sta preparando il suo esodo decisivo. È un’uscita, è un passaggio, è l’autentica Pasqua che comporta però il passaggio attraverso la croce: richiede quella sofferenza della passione. È un’uscita da questo mondo per poter entrare nella gloria del Padre. Ora, anche i discepoli devono imparare a fare l’esodo.

Il libro della Genesi, introducendo il racconto dell’alleanza con Abramo, dice che «Dio condusse fuori Abramo». Lo portò fuori dalla tenda, perché potesse contemplare il cielo notturno e contare le stelle. E quando si presenta, Dio gli dice che è colui che ha fatto uscire Abramo dalla sua terra e lo ha accompagnato altrove, in una terra nuova che gli ha promesso in eredità; e dopo tanto cammino del patriarca, Dio lo fa uscire per dirgli: «Conta le stelle, vedi se riesci a contarle!».

Dio è dunque colui che fa uscire. Ma da dove? Da noi stessi, dalle nostre idee, dai nostri attaccamenti, dai nostri vizi, dalle nostre abitudini cattive, dal nostro egoismo, che è spesso al centro ed è il nostro padrone. Ci sono tante voci confuse e discordi che ci disorientano quando vorremmo un’indicazione sul cammino da prendere, ma c’è sempre una parola che può essere ascoltata senza timore di essere ingannati: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». C’è tanto male nel mondo, ma c’è anche, più forte del male, il bene di tante persone che non si stancano di amare. L’evento della Trasfigurazione ci educa a cogliere ciò che i nostri sensi superficiali non saprebbero percepire: che ogni gesto di vero amore, anche il più oscuro e il più ignorato, anche quello che sembra sprecato e inutile, esprime sempre un alone di gloria ed è benedetto da una voce che scende dall’alto, a confortarci con il dolce nome di “figlio”.

CAMBIARE LO SGUARDO SUL NEMICO PER ARRIVARE AD AMARLO

«Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male». Luca 6,27-28

Nel Vangelo di Luca (6,27-38) di questa domenica troviamo un’altra parola sconcertante di Gesù: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano». È una parola scandalosa per almeno due motivi: perché è impraticabile (come si può amare il nemico che è il non amabile?) e perché contraddice il nostro consolidato buon senso. Sappiamo bene che le sue parole sono perfettamente coerenti con il suo modo di sentire e di agire. Per i nemici egli ha pregato e per Giuda, il traditore, ha avuto fino all’ultimo espressioni di affetto, tanto da chiamarlo “amico” anche al momento dell’arresto.

L’insegnamento di Gesù è chiaro: «Se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta?». Senza gratuità non si costruisce un mondo nuovo, ma si assiste alla ripetizione di un mondo vecchio.

In un mondo in cui tutto è regolato dalla logica del mercato, del dare e dell’avere, del comprare e del vendere, anche l’amore non sfugge a questa logica: io amo chi mi ama, faccio favori solo a chi mi ha beneficato oppure se ho speranza di avere la risposta della gratitudine.

Come è possibile uscire da questi ristretti confini e amare perfino il nemico? Anche il Signore sa che non è facile, tanto che invita a pregare: «Pregate per coloro che vi maltrattano». Solo se cambio il mio sguardo su chi mi è nemico, posso arrivare ad amarlo, a poco a poco. Ma questo non è possibile senza pregare. È nella preghiera che posso capire che il mio nemico non è anche nemico per Dio: è soprattutto un fratello per cui Cristo è morto.

Nella prima lettura (1Samuele 26,2.7-9.12-13.22.23) ci è raccontato un episodio in cui Davide dimostra magnanimità nei confronti del nemico Saul, che voleva la sua morte: lo risparmia e gli riserva una grande generosità. In questo modo il giovane Davide, che diventerà re di Israele e prenderà il posto di Saul, dimostra di essere il degno antenato del Messia ed è una figura cristologica: annuncia il Cristo, vero Figlio dell’Altissimo che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Si diceva prima che con la preghiera queste verità possono essere più facilmente comprese e assimilate. È certo comunque che il tema dell’amore gratuito sarà sempre arduo da affrontare e da capire. Ma ci conforti un poco il pensiero che il Signore non ci impone di praticare questi paradossi evangelici ponendo condizioni rigide o scadenze ultimative: si tratta di un programma da attuare a poco a poco, fino all’ultimo giorno della nostra vita.

In questo graduale e progressivo processo di conversione anche le piccole conquiste sono importanti, perché per il Signore c’è sempre il molto anche nel poco. Dio ha sempre fiducia in noi. Può darsi che a volte la sua parola ci faccia paura e ci siamo chiusi all’ascolto. Magari però ci capiterà di risentirla un giorno, forse non soltanto con rispetto, ma anche con docile, gioioso consenso.

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