Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Seguire Gesù: una libertà che trasforma

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo Luca 14,27

Durante il suo cammino verso Gerusalemme, Gesù vede che una folla numerosa lo segue. Non si lascia sedurre dall’entusiasmo del momento, ma coglie l’occasione per una catechesi forte e provocatoria, incentrata sulla decisione, sulla sapienza e sulla necessità di scegliere bene.

L’evangelista Luca è molto preciso nell’elencare i legami da cui è necessario distaccarsi: padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, perfino la propria vita. Si tratta di un elenco intenso, volutamente provocatorio. Luca, a differenza di Matteo (cfr. Matteo 10,37), non attenua l’espressione: conserva il verbo “odiare”, nella sua forma paradossale. È evidente, tuttavia, che il senso non è quello letterale: non si tratta di odiare, ma di preferire Cristo a tutto e a tutti, di stabilire una gerarchia affettiva in cui il Regno ha il primo posto. Luca intende sottolineare così quanto radicale e concreto debba essere il distacco: non solo affettivo, ma esistenziale, interiore. La sequela chiede libertà profonda.

Il riferimento alla croce chiarisce fino a che punto deve giungere la disponibilità del discepolo: seguire Gesù significa accettare il sacrificio reale e totale di sé. Non si tratta di idealismi spirituali, ma di una disposizione concreta a donare la vita, come ha fatto lui. La croce, infatti, è il segno più alto della libertà e dell’amore: è lì che la sequela si compie pienamente.

Per sottolineare quanto sia seria questa scelta, Gesù racconta due brevi parabole in cui i protagonisti cambiano progetto dopo una riflessione attenta. La prima è quella di un uomo che vuole costruire una torre. Inizia a porre le fondamenta, ma poi si ferma, calcola la spesa, e si rende conto di non avere i mezzi per concludere l’opera. Così decide di interrompere i lavori per non essere deriso. Gesù mette in guardia dal rischio di cominciare senza aver valutato bene, senza aver misurato il costo della scelta. La seconda parabola racconta di un re che, prima di andare in guerra, si siede e riflette. Valuta le forze in campo, comprende di essere in svantaggio, e decide di inviare un’ambasceria per chiedere la pace. Anche qui, il discernimento e la capacità di rivedere i propri piani diventano segni di vera sapienza.

In entrambe le parabole Gesù esalta la capacità di fermarsi, pensare, valutare, non lasciandosi trascinare dall’impulso o dall’abitudine. La sequela non è improvvisazione emotiva, ma una scelta ponderata, libera e consapevole, che comporta sacrificio e realismo. Anche nella nostra vita, spesso ci lasciamo guidare dall’abitudine: facciamo le cose per inerzia, senza più domandarci il “perché”, senza interrogarci sul senso. Ma il Vangelo ci invita a sederci, riflettere, confrontarci con Gesù, ad accogliere la sua sapienza e a lasciarci mettere in discussione.

Le due parabole ci parlano di conversione: entrambi i personaggi cambiano i loro piani. Forse anche noi siamo chiamati a rivedere le nostre scelte, a domandarci: stiamo davvero seguendo il Signore? Oppure stiamo portando avanti un progetto tutto nostro, come chi costruisce una torre senza calcolare la spesa? Solo chi ha il coraggio di interrogarsi e la libertà di lasciarsi guidare da Cristo potrà costruire un progetto solido che conduce alla vita piena.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La porta stretta della vera vita – Tropeaedintorni.it

 

Salvi? Sì, ma non per il curriculum

Sforzatevi di entrare per la porta stretta Luca 13,24

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, la Città santa. Durante il viaggio si ferma a insegnare nelle città e nei villaggi che incontra lungo la strada. A un certo punto, una persona gli rivolge una domanda carica di curiosità e forse anche di provocazione: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

Era una questione dibattuta dai rabbini del tempo, molti dei quali erano convinti che, al momento in cui tutte le genti verranno radunate (cfr. Isaia, I Lettura), solo un piccolo numero sarebbe entrato nel Regno di Dio. E tra questi pochi, pensavano di esserci proprio loro: gli scrupolosi osservanti della Legge, coloro che si attenevano minuziosamente a ogni precetto.

Ma Gesù non si lascia rinchiudere in un calcolo o in una previsione. La sua risposta non dà cifre, ma apre un orizzonte nuovo. Invita ciascuno a non restare spettatore della salvezza, ma a mettersi in gioco in prima persona: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». Il problema non è quanti si salvano, ma se stiamo davvero percorrendo la via che conduce al Regno.

La “porta stretta” non indica semplicemente un passaggio angusto, faticoso da attraversare. È piuttosto una porta difficile da trovare. La si scorge solo se ci si ferma, se si prende tempo per cercare. Non appare subito, non è spalancata come un grande portone in cui basta entrare perché lo fanno tutti. Per trovarla e varcarla occorre invece compiere una scelta personale, consapevole e responsabile. Gesù usa qui una parabola: la porta che conduce alla sala da pranzo è stretta, e attorno a essa si accalca una grande folla. In primo piano ci sono coloro che si ritengono “veri cristiani”, convinti di avere un rapporto privilegiato con Cristo, perché non hanno fatto altro che proclamare apertamente la loro fede e presentarsi come cittadini del Regno davanti agli altri. Tuttavia ecco la risposta, dura e ripetuta due volte: «Non vi conosco, non so di dove siete». Parole forti, che spezzano ogni falsa sicurezza. Non basta aver “mangiato e bevuto” con lui, né aver ascoltato la sua Parola o predicato in suo nome. Ciò che conta davvero è una vita trasformata, una fede vissuta nella concretezza delle scelte, nel cammino quotidiano di conversione.

L’avvertimento finale di Gesù ci spiazza: «Alcuni tra gli ultimi saranno primi e alcuni tra i primi saranno ultimi». Con questo capovolge le attese e sovverte i criteri umani di giudizio. Chi si riteneva sicuro del posto al banchetto del Regno si troverà fuori, mentre altri – considerati lontani, esclusi, non meritevoli – verranno da ogni parte della terra e prenderanno posto alla mensa con i patriarchi.

È un richiamo forte: i criteri di Dio non coincidono con i nostri. Non bastano le appartenenze religiose né le osservanze esteriori, né la presunzione di essere “giusti”. Il Regno è dono, ma chiede accoglienza vera, vita trasformata, fiducia nel cuore di Dio. Ma come può un Padre di infinita misericordia e amore pronunciare parole così dure: «Non vi conosco, non so di dove siete»? Dio non rinnega mai la sua pietà; la dona anche a chi, apparentemente, non la merita. Ma la sua misericordia non è mai un diritto da conquistare o pretendere. Chi crede di meritarla finisce per perderla, mentre chi, con umiltà, si riconosce indegno, senza saperlo, si trova già dentro la sala del banchetto, a celebrare la gratuita grandezza dell’amore di Dio.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Provocati dall'amore di Dio e protesi verso i bisogni dei poveri - XIX  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Lectio divina - Tu hai parole di  vita eterna

Cuori attenti, veglianti nell’amore

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese […] Luca 12,35

Dopo aver parlato della preghiera e del rapporto con i beni materiali, il Maestro insegna ai suoi discepoli a vivere con prudenza e vigilanza, nell’attesa del Signore che viene. Non si tratta solo di un’attesa finale, ma di un atteggiamento costante, che abbraccia tutta la vita. Il destinatario di questa parola è il “piccolo gregge”: un gruppo amato da Dio, scelto e destinato al Regno. Ma è un gregge piccolo. E proprio questa piccolezza può generare incertezza, timore, persino scoraggiamento. Eppure, in tutta la storia della salvezza, Dio si è servito del “resto d’Israele”: di quel piccolo nucleo di credenti autentici attraverso cui il Regno si rende presente, a beneficio di tutti. La forza non sta nei numeri, ma nella fedeltà.

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno». Sono parole straordinarie. Il Regno non è un traguardo da conquistare, ma un dono già ricevuto. È stato il desiderio del Padre: gli è piaciuto donarcelo. C’è gioia, c’è tenerezza in questo verbo. Siamo beati perché ci è stato dato tutto: siamo già eredi della vita. Proprio per questo, il “piccolo gregge” è chiamato a una nuova libertà: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina ». Il Vangelo non chiede il vuoto, ma la condivisione. Non è un invito alla miseria, ma alla fiducia, come conferma il Salmo responsoriale (Salmo 32). Potremmo parafrasare così: «Imparate a donare, vincendo la logica del possesso. Scoprirete che il vero tesoro non è nelle cose, ma nella certezza che il Signore verrà e vi colmerà con la sua tenerezza».

Poi il linguaggio si fa più simbolico ma chiaro: «Siate pronti, con le veste strette ai fianchi e le lampade accese». È l’immagine del pellegrino in cammino, del servo vigile. Le troppe cose – materiali, ma anche preoccupazioni e sicurezze apparenti – ingombrano il cuore e ci rendono sedentari spiritualmente. La fede non ci dà tutte le risposte, ma ci sostiene con una speranza viva: quella di una vita che si trasforma, qui e ora, e non solo nell’aldilà.

Gesù non parla soltanto dell’ora della morte, ma dell’intera esistenza. Il Signore viene continuamente, nei giorni comuni, nelle persone che ci circondano, nelle situazioni impreviste. Bussa – spesso senza preavviso – come ama fare lui, sorprendendoci. Per questo chiede cuori attenti, svegli, pronti. Aprire la porta, riconoscerlo, accoglierlo: è tutto qui il segreto della vita cristiana. E se è vero che bussa come un mendicante, nella persona di ogni fratello, allora la sua presenza è sempre imprevedibile. Non possiamo stabilire noi i tempi e i modi dell’incontro: è lui a sorprenderci, a visitarci, a farci scoprire il Regno in mezzo a noi.

Come essere pronti sempre? C’è una sola via: non abbandonare mai la tenuta di servizio. Non siamo chiamati a gesti eroici o straordinari, ma a vivere con amore le responsabilità quotidiane. Il Regno cresce nel silenzio, nella fedeltà, nella cura umile delle relazioni. Veglia chi ospita, chi incoraggia, chi perdona. Veglia chi vive la carità senza calcoli, chi semina il bene con naturalezza, senza nemmeno chiedersi il perché. Sono questi i veri servitori che, quando il Signore verrà, troverà svegli. E li farà sedere a tavola, e passerà lui a servirli.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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«Roba mia, vientene con me!»

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede Luca 12,15

L'evangelista Luca ci propone una catechesi forte e limpida: Gesù invita a prendere le distanze dall’attaccamento ai beni materiali. Non chiede di disprezzare ciò che abbiamo, ma di non lasciare che il cuore vi si imprigioni. I beni della terra servono, ma non salvano. Giovanni Verga, verso la fine dell’Ottocento, racconta in una novella il dramma del possesso. Il protagonista de La roba è Mazzarò, un uomo che ha accumulato immense ricchezze. La sua campagna è piena di possedimenti, ovunque si legge la scritta “di Mazzarò”. Tutto è suo, o almeno così crede. Ma arriva il giorno in cui anche lui si accorge che dovrà morire… E allora, che ne sarà di tutta quella roba per cui ha vissuto e faticato? È uno dei momenti più tragici della letteratura italiana: Mazzarò, sconvolto, gira per l’aia tirando calci alle galline e grida: «Roba mia, vientene con me!». È disperato, perché deve lasciare tutto. E si scopre poverissimo, proprio nel momento in cui dovrebbe raccogliere il frutto della sua vita.

Quello che accade a Mazzarò, prima o poi accadrà anche a noi. Lasceremo tutto. Per questo siamo sapienti solo se impariamo a non attaccare troppo il cuore a ciò che possediamo. La vita non consiste nel possedere cose o persone. Quante relazioni si ammalano per l’istinto del possesso!

A volte sembra amore, ma è solo dominio, controllo, la pretesa di tenere l’altro in pugno. Ma l’amore vero è libertà, dono, fiducia. Gesù non usa mezzi termini. Chi accumula solo per sé è uno sciocco. La parabola del ricco stolto è una denuncia radicale di questo stile di vita: l’uomo pensa solo a ingrandire i suoi magazzini, ad accumulare di più, a godersi il riposo...e non si accorge che sta perdendo la sua anima. Alla fine, Dio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

«Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». C’è una ricchezza che non muore, un tesoro che ci accompagna per sempre: è ciò che abbiamo donato, ciò che abbiamo condiviso, l’amore vissuto. Non si tratta di scegliere una vita disincarnata, spiritualista. Gesù non disprezza la ricchezza, ma ci insegna a usarla bene. Il denaro serve: ma bisogna amministrarlo con sapienza, metterlo a servizio della giustizia, della fraternità, della pace. La grazia di Cristo ci rende ricchi in un altro modo: ci riempie di vita, di entusiasmo, di libertà, di generosità. Questa è la ricchezza che conta.

Quando il Signore ci chiamerà, non porteremo con noi la “roba”, ma tutto ciò che abbiamo amato, donato, costruito nel bene. Quello sarà il nostro tesoro eterno. «Dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». E se il nostro cuore è già in Dio, se è colmo di amore, non lasceremo indietro nulla: tutto ciò che abbiamo vissuto nel bene ci seguirà. Sarà la nostra gioia piena nel Regno del Risorto.

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La grammatica della preghiera

Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli Luca 11,1

Dopo aver affrontato il tema della cura e dell’ascolto, l’evangelista Luca ci parla della preghiera: Gesù insegna a noi, suoi discepoli, a pregare con il suo stile di figlio. Il Padre nostro che recitiamo abitualmente è una preghiera che non resta sulle labbra, ma si fa vita autentica, intreccio di lode, fiducia, richiesta di perdono e impegno verso il prossimo, una fraternità concreta che nasce dal cuore del Padre. Il titolo di Padre con cui apriamo la preghiera è l’indizio della fiducia. La paternità di Dio si rivela nella cura per le sue creature, anche quando dei figli non capiscono, non comprendono il bene che il Padre vuole loro. Non un Dio distante o formale, ma un Padre che accoglie e protegge, evocando il legame profondo di fiducia e amore tra creatore e creatura.

Santificare il nome di Dio vuol dire, con un linguaggio da bambini, far fare bella figura al Padre. Il nome infatti è la realtà stessa della persona. Un bambino può far fare brutta figura ai genitori, se si comporta male. Per questo gli chiediamo tutti i giorni, più volte al giorno: «Aiutaci a rendere santo il tuo nome, a presentarti bene, perché chi vede noi dia gloria a te». Venga il tuo regno, Signore vuol dire: «Sii tu a regnare nella mia vita». Sono io che esprimo il desiderio di lasciar comandare Dio.

Il pane quotidiano rappresenta le necessità concrete della vita, ma anche un simbolo della fiducia nella Provvidenza di Dio, che si prende cura di ogni aspetto dell’esistenza.

Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, esprime il legame inscindibile tra il perdono ricevuto da Dio e la capacità di perdonare gli altri, condizione necessaria per una vita autenticamente cristiana. E non abbandonarci alla tentazione: lo supplichiamo perché ci tenga per mano nel momento della difficoltà, perché con lui siamo al sicuro.

Il dono più grande, però, di cui abbiamo bisogno, che comprende tutto, è riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. Questa è la preghiera che, secondo la promessa di Gesù, viene sempre esaudita. Non promette la guarigione quando siamo malati o il superamento di un esame o il conseguimento di un buon posto di lavoro. Gesù promette lo Spirito che «il Padre darà a tutti quelli che glielo chiedono». Lo Spirito infatti può rivelarci il vero volto di Dio, volto di un Padre che rimane accanto a noi con una tenerezza quale nessun padre e nessuna madre sarebbero capaci di dimostrare verso il proprio bambino.

Il Padre nostro ci libera dalla preghiera magica che vuole usare Dio e dalla preghiera egoista centrata solo sui nostri bisogni. Pregare il Padre nostro è uscire da noi stessi per entrare nel progetto di Dio. Sappiamo bene che non basta insistere, battere i piedi per ottenere quello che vogliamo: non è infatti questo l’atteggiamento cristiano. Siamo figli e amici e ci fidiamo di colui che è veramente buono. Anche nelle situazioni più difficili ci mettiamo nelle sue mani e gli chiediamo di fare quello che vuole lui! Se chiediamo la forza per vivere bene una situazione difficile, certamente l’avremo, come dice il Salmo 138 (v. 3): «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto; hai accresciuto in me la forza».

XVI Domenica del Tempo Ordinario

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padre Ermes Ronchi “Marta cuore del servizio, Maria cuore dell'ascolto” –  #InCammino

 

Marta è cole che accoglie Gesù in casa sua, in un piccolo villaggio. Grazie all’accoglienza e all’ospitalità di Marta, il villaggio diventa un villaggio accogliente e ospitale che contrasta fortemente con il villaggio dei Samaritani, quelli che non ricevettero Gesù (cfr. Luca 9,51-56) e con le case-città che rifiutano i missionari di Gesù (Luca 10,10- 12). Maria appare in situazione di discepolo, cioè è seduta ai piedi del Signore (Kyrios) e ascolta la sua parola, così come i giudei che studiavano la Torah si sedevano attorno al loro rabbino per ascoltare e imparare i suoi insegnamenti.

Maria ascolta il Maestro, però non parla, non pone delle domande, non fa delle obiezioni, non discute, soltanto ascolta. Essa riceve la parola e la conserva nel cuore, come faceva Maria la madre di Gesù in Luca 2,19.51. Marta ha accolto Gesù, però quella che in realtà gli ha dedicato la sua attenzione e il suo tempo è stata Maria. Marta era distratta con tante cose da fare. Maria invece era concentrata sulle parole di Gesù. Alla distrazione di Marta si oppone l’attenzione di Maria, e al molto servizio di Marta si oppone la concentrazione di Maria.

Di fronte a Gesù le due sorelle entrano in conflitto, perché ambedue vogliono servirlo, benché in maniere diverse. E in un certo senso, Marta ha ragione. Se il lavoro è condiviso, diventa più leggero e si finisce prima. Se Marta è distratta è per colpa di Maria che l’ha lasciata sola. La risposta del Maestro – «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» – ricorda un’altra delle sue sorprendenti risposte, quella che aveva rivolto alla donna che ha fatto un bell’elogio di sua madre: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Luca 11,28).

Maria è stata una donna libera, perché ha voluto scegliere e ha scelto la parte migliore. Nessuno ha scelto per lei. L’iniziativa è stata tutta sua. Gesù non dice a Marta di continuare il lavoro, e nemmeno dice a Maria di continuare a starel’atseduta ai suoi piedi, ma pone l’accento sul valore che ha l’ascolto personale della parola per ambedue le sorelle. Egli non condanna Marta, ma le ricorda il rischio di vivere in una continua dispersione. Il troppo affanno per il servizio può separarci dalla Parola di Gesù che è la radice di ogni servizio. Gesù vuole una risposta di Marta e una risposta di Maria. Se da una parte Marta è invitata a superare la sua angoscia per il lavoro e a sedersi accanto a Gesù per ascoltarlo, Maria, dopo aver ascoltato la sua parola, dovrà alzarsi per mettere in pratica la parola al servizio dei fratelli. Perché mai dobbiamo sempre separare Marta da Maria, l’azione dalla contemplazione, la diaconia dalla parola? Tutti noi, uomini e donne, siamo Marta e Maria, attivi e contemplativi, servitori e ascoltatori della Parola.

Il Vangelo non ci invita, dunque, a scegliere tra Marta e Maria. Ci invita a riconciliare le due sorelle dentro di noi. Il servizio è necessario, ma senza ascolto, anche il servizio può diventare rumore. Occorre riscoprire un cristianesimo dell’ascolto, dello stupore, della contemplazione della parola di Gesù, capace di liberarci da quella vecchiezza dell’anima che è una fede abitudinaria e inerte.

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Solo i poveri sanno veramente amare

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Luca 10,33

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico », dice Gesù nel Vangelo. Un uomo qualunque, senza volto né nome. Arrivano il sacerdote e il levita, uomini religiosi, ma con lo sguardo distratto, rapito da altro. Poi passa lo straniero: un Samaritano. E si ferma, si china… Carica sull’asino. Accompagna. Paga. Una gestualità semplice, ma piena. Un sacerdote e un levita, ossessionati da un comandamento che proibiva di rendersi impuri con il contatto del sangue prima di un sacrificio, dimenticano l’impegno fondamentale della carità e si allontanano dall’uomo seviziato dai briganti. Un Samaritano, un uomo che i Giudei consideravano “senza legge”, nonostante l’antagonismo regionale e religioso, aiuta il proprio avversario perché riprenda la forza e viva.

Il sacerdote e il levita, rappresentanti ufficiali dell’amore di Dio nella struttura religiosa israelita, sono espressione di un culto arido, non innervato nell’esistenza. Il Samaritano, “razza dannata” ed eterodossa, è trasformato in modello di vita secondo la legge dell’amore.

Il rapporto strettissimo tra il buon Samaritano e Gesù è rivelato da un verbo che nella parabola introduce i gesti di pietà compiuti dal Samaritano: «Ebbe compassione ». È lo stesso verbo che più volte capita di incontrare nei Vangeli quando Gesù si trova davanti a creature infelici che invocano una salvezza. Il buon Samaritano è dunque Gesù stesso. È lui il divino straniero che durante il suo viaggio terreno ha avuto compassione di noi. In quell’uomo ferito e abbandonato sul ciglio della strada mezzo morto siamo rappresentati proprio noi: è la nostra umanità ferita soprattutto dal peccato, incapace di salvarsi da sola.

Il Cristo si è fatto carico della nostra umanità, ma non ci ha portato a piena guarigione, ci ha portati in un albergo in cui ci affida a qualcuno che si prenda cura di noi. È la Chiesa questo luogo che accoglie tutta l’umanità, aperta e disponibile per ospitare l’umanità ferita e continuare l’opera di cura iniziata dal Cristo. L’albergatore è figura di ciascuno di noi, a cui Cristo dice: «Prenditi cura dell’umanità. Io l’ho salvata, ma non è ancora guarita: la porto da te perché tu te ne prenda cura». Il Samaritano tira fuori due denari e li consegna… due denari. Richiamano i due precetti fondamentali, i due precetti dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il tuo prossimo». «Usali» – ci dice – «spendili questi denari!».

Ecco che cosa significa per Gesù amare concretamente: è dare all’altro parte del proprio tempo e del proprio avvenire. È chiaro che questa pietà è possibile solo a coloro che conoscono la sofferenza per averla personalmente provata. È stata possibile al Samaritano del Vangelo perché, essendo nella società di quel tempo un emarginato, portava nel cuore una ferita che lo rendeva sensibile a ogni miseria.

Solo i poveri sanno veramente amare. I ricchi possono fare elemosine anche generose, ma normalmente non sanno che cosa significhi essere buoni samaritani. A meno che, meditando su questa pagina del Vangelo, si lascino conquistare dall’immagine del buon Samaritano che rimanda all’immagine di Cristo, il buon Samaritano che è sempre pronto a curvarsi sulle nostre ferite con gesti di grande tenerezza e di dolcissima pietà.

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

S. Messa nella XIV Domenica per annum /C – 6 luglio 2025 « Arcidiocesi di  Amafi – Cava de' Tirreni

 

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Un cuore libero, sciolto e generoso

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Luca 10,5

All’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme l’evangelista Luca racconta la missione di altri settantadue discepoli in cui rientrano tutti coloro che, nel corso della storia, sono diventati collaboratori di Gesù. Là dove arriveranno dovranno dire: «Pace a questa casa». È Gesù che li manda, anche se prevede i non pochi pericoli che dovranno incontrare: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». E li manda sprovvisti di tutto. Il discepolo, infatti, è finalizzato al Maestro e all’annuncio che deve proclamare; non si pone come centro del messaggio né sente la sua vocazione come fonte di potere. Tre sono gli impegni essenziali del missionario: preghiera, annunzio e povertà. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Annunciare il Vangelo è un evento spirituale, la preghiera è il suo organo percettivo. La preghiera “serve per vedere” che la messe è molta e gli operai sono pochi! Ma chi ci crede? Diceva il grande teologo Karl Barth: «Noi cristiani non dobbiamo metterci a sedere in mezzo ai miscredenti come gufi malinconici».

Il rischio esiste. Non è vero che possiamo sembrare gufi malinconici quando non facciamo altro che deplorare i mali del mondo (la morale di una volta non è più rispettata, le buone abitudini si perdono, il mondo va peggiorando di giorno in giorno…) senza vedere il bene immenso che pure non sarebbe difficile scoprire, dentro la Chiesa e anche tra coloro che non si dicono credenti? L’annuncio deve essere sereno e coraggioso: non bisogna mai lasciarsi tentare dal fascino della violenza e dall’imposizione forzata, ma sempre essere rispettosi della libertà altrui e mai scendere a compromessi o accomodamenti. Infine, la povertà. Chi annuncia l’Evangelo non è legato al denaro e al vestito, è distaccato dagli incubi economici e dalla preoccupazione maniacale del domani. Riceve ciò che gli viene offerto e dona gratuitamente ciò che ha, cioè la sua parola, il suo amore per i malati e i sofferenti.

Oggi più che mai siamo chiamati anche noi a una missione povera con i poveri e per i poveri, per le tante forme di povertà, soprattutto quelle interiori, che sono paradossalmente più difficili da superare. È la libertà dalle cose, la libertà dal tempo e la libertà del cuore. Il testimone cristiano è uno che sa usare bene le cose, il tempo e che ha il cuore libero. Il cardinale Martini usava tre aggettivi molto belli: un cuore libero, sciolto e generoso. Dovremmo essere una chiesa libera, sciolta e generosa. Tanto quello che non abbandoneremo noi, ce lo faranno lasciare gli altri o le circostanze d’intorno.

E il papa san Paolo VI nella esortazione Evangelii nuntiandi scriveva: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e resurrezione. Invitata ad evangelizzare, a sua volta invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva, spiega loro il messaggio di cui lei è depositaria: dà loro il mandato che lei stessa ha ricevuto. Ma non a predicare le proprie persone, le loro idee personali, bensì un Vangelo di cui né essa, né essi sono padroni» (n. 14).

SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

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La Chiesa, una grande famiglia di testimoni

Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti» Matteo 16,18

Le chiese d’oriente e d’occidente celebrano oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella data in cui, secondo un’antica tradizione, sarebbe avvenuto nel 64 il loro martirio a Roma. Nella pagina del Vangelo offerta dalla liturgia si nota come Pietro abbia avuto un’illuminazione straordinaria, addirittura una rivelazione sulla persona di Gesù. «Voi, chi dite che io sia?». Questa domanda, dopo avere attraversato la coscienza di Pietro e dei discepoli, rimbalza ora sulla sponda della nostra esistenza e si ripercuote dentro la cella segreta della nostra interiorità.

Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta per la nostra vita? Se mancasse Gesù, cambierebbe qualcosa nel nostro modo di affrontare l’esistenza? È chiaro che ciascuno viene personalmente interpellato e deve dare una risposta che nasca dal suo particolare rapporto con Gesù. Certamente potrebbe utilizzare intuizione e parole che appartengono alla tradizione cristiana (anche Pietro, del resto, nella sua risposta si serve di categorie religiose preesistenti), ma ciò che conta è che vengano investite di quel particolare pathos che rivela un legame personale, insostituibile e irrinunciabile.

Forse le risposte più belle per Gesù sono quelle che, discostandosi dal linguaggio tradizionale, esprimono fede e amore in forme nuove, con la libertà che è propria degli innamorati quando sanno inventare un “lessico famigliare” pieno di immaginazione e di freschezza poetica. E quando il pensiero di Dio potrebbe alimentare qualche paura, è ancora Gesù che ci restituisce la pace che andiamo invocando.

Per questa via possiamo anche capire che cosa significhi appartenere a quella Chiesa a cui Gesù allude quando dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa». Questa Chiesa, prima di essere immaginata come una comunità strutturata per mezzo di una precisa gerarchia che trova in Pietro il suo punto di coesione, dovrebbe essere vista come una grande famiglia di testimoni in cui ciascuno, facendo eco alla confessione di fede data da Pietro, è chiamato a dire a Gesù: «Grazie, o Signore, perché tu mi riveli la prossimità, la tenerezza, l’amicizia di Dio, tu che di Dio sei il volto e l’immagine più vera. Grazie perché è meraviglioso sapere che c’è Dio che ci ama e a noi chiede anzitutto di lasciarci amare».

Ci è di aiuto anche la testimonianza di san Paolo. La seconda lettura offre infatti il testamento spirituale in cui lui, consapevole della morte imminente, fa il bilancio della propria vita ed esprime la sua profonda convinzione di fede: «Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Timoteo 4,6-8). Nonostante l’abbandono di tanti uomini e la difficoltà dell’ora presente, Paolo non si sente solo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutte le genti: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (4,17-18).

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