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VI DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA

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Lo Spirito Santo, una presenza amica

«Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» Giovanni 14,26

La pagina del Vangelo secondo Giovanni di questa domenica propone ancora parole di Gesù pronunciate durante la cena: il Maestro lascia le consegne ai suoi discepoli affidando loro la sua pace e il grande dono dello Spirito Santo. I discepoli avvertono infatti il pericolo di cedere allo sconforto di un’assenza che avrebbe potuto significare l’assenza stessa di Dio. Perdendo Gesù avrebbero perso tutto, anche il segno più luminoso della presenza di Dio. Si comprende allora il senso della promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Qual è il significato di questa strana parola da cui viene il termine Paràclito che viene attribuito allo Spirito Santo? L’etimologia in questo caso è importante. Parà significa “vicino” e klètos “chiamato”. Dunque il Paràclito è il «Chiamato vicino» perché sia di aiuto nel superare una prova.

Il Paràclito è l’avvocato che difende la causa di chi è in difficoltà. Lo Spirito Santo è colui che sta dalla nostra parte, difende la nostra causa e ci aiuta in due modi – ci ha detto Gesù – «Vi insegnerà e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto ». Lo Spirito è il Maestro interiore! È un’immagine molto importante, presa dal grande teologo sant’Agostino, il quale avendo riflettuto sullo Spirito che è Amore, che dona “un cuore di carne”, dice che lo Spirito Santo, che viene dall’alto e di cui non possiamo mai impadronirci, è il “Maestro interiore”. Sarà importante allora imparare a riconoscere questa presenza, a sentire questa voce dello Spirito che dal di dentro ci insegna a vivere e cosa fare di momento in momento.

Il Maestro interiore, anzitutto, parla dentro la nostra coscienza: può rimproverare, può incoraggiare, talvolta coincide con noi, talaltra no. Tutti noi sentiamo questa voce della coscienza, che può rincuorare o può rimandare oltre la coscienza stessa. Il Maestro interiore è il compagno di viaggio della coscienza. Come fa a insegnarci che cosa dobbiamo fare? Ricordandoci tutto quello che Gesù ci ha detto. Noi leggiamo il Vangelo, lo meditiamo, lo studiamo; cerchiamo di conservarlo anche a memoria, di mettere nel cuore le parole di Gesù e lo Spirito le fa ricordare, come se venissero a galla.

Ricordare vuol dire portare nel cuore. Noi ricordiamo volentieri gli amici, le persone che amiamo, i nostri morti: li ricordiamo perché li portiamo nel cuore. Lo Spirito vuole essere per noi la memoria di Cristo, memoria così forte e intensa da restituire la sua presenza viva. Quando come credenti sentiamo la nostra fede vacillare perché abbiamo l’impressione che il Signore ci abbia abbandonati, lo Spirito ci conforta restituendoci la certezza e l’esperienza della sua presenza. Gesù viene in noi con il suo amore e noi dimoriamo nel suo amore.

Chiediamo allo Spirito, Maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

V DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - Da Famiglia Cristiana

logo famiglia cristiana28 aprile - V Domenica di Pasqua | Commento al Vangelo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allenarsi nell’amore

Come io ho amato voi,
così amatevi anche voi gli uni gli altri
Giovanni 
13,34

In queste ultime domeniche del tempo pasquale la liturgia propone i discorsi dell’Ultima cena del Vangelo secondo Giovanni. In particolare la pagina odierna presenta il grande comandamento nuovo di Gesù: «Amatevi come io ho amato voi». Il quarto evangelista, il discepolo che Gesù amava – testimone oculare dei fatti della vita, della morte e della risurrezione di Gesù – era presente a fianco di Gesù in quella sera al cenacolo, quando Gesù con il suo testamento d’amore lasciò le consegne principali ai suoi discepoli: Giovanni le custodì nel cuore e le trasmise a molte altre persone.

Se Gesù sente il bisogno di raccomandare l’amore vicendevole, una ragione potrebbe essere quedescente sta: l’amore è sempre difficile da realizzare, anche là dove si pensa di trovare le condizioni più favorevoli. Gesù parla di comandamento. Ma si può ordinare dall’esterno l’amore? E perché poi dice che è “nuovo” questo comandamento? Anche nel Primo Testamento c’era e in tutte le culture è presente l’idea dell’amore, della benevolenza, dell’affetto: tutti portano in cuore questo desiderio di volere bene e di essere amati. Perché Gesù dice allora che è nuovo?

Per Gesù non si tratta però di ubbidire a un comando (se l’amore diventa dovere, non è più amore), ma di accogliere un dono. La sorgente dell’amore è il Padre. Chi ama non ubbidisce perciò a un precetto morale, ma entra in un’esperienza che si potrebbe chiamare mistica, perché è come se partecipasse alla vita stessa di Dio. Nel discorso di Gesù c’è una parola incan«Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Questo “come” è fondamentale.

La novità dunque sta nella persona di Gesù: lui è l’unico capace di amare veramente! E lui regala a noi questa capacità: è il suo testamento d’amore, ci lascia in eredità qualche cosa di grandioso! Non bisogna dimenticare che Gesù trasmette il suo insegnamento dopo che, con un gesto meravigliosamente eloquente, ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Amare – vuol far capire Gesù – vuol dire servire.

Noi purtroppo abbiamo dimenticato che l’amore non si fonda sulla logica del diritto, ma sulle movenze interiori della tenerezza e della pietà, che non pretendono nulla se non la pura gioia di donare. Dobbiamo dunque allenarci nell’amore, praticando la generosità, la disponibilità, il servizio, l’accoglienza, dicendo no al nostro egoismo per andare incontro all’altro.

L’amore è questo: è un “fare vivere” che nasce da una decisione profonda del cuore e coinvolge tutti i comportamenti positivi: da quelli più elementari come quel poco di lavoro che possiamo fare e che contribuisce alla vita della società, a quei gesti di affetto in cui doniamo l’attenzione, la premura ed eventualmente anche il cammino della propria esistenza intera, legato al benessere, alla vita e alla gioia degli altri. Questo è il comandamento nuovo che il Signore ci ha dato e che diventa il segno della nostra identità cristiana.

IV DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - da Famiglia Cristiana

 

Siamo nelle mani buone del bel pastore

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono Giovanni 10,27

La quarta domenica di Pasqua è la festa del Buon Pastore e la pagina del Vangelo di Giovanni ci offre l’ultima parte del discorso di Gesù che presenta sé stesso come il pastore esemplare che dà la vita per i suoi discepoli. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Si parla di voce e di ascolto, e quindi si viene a celebrare indirettamente l’importanza del silenzio. Senza silenzio non ci può essere ascolto. Ascoltare non significa infatti semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro.

In una società come la nostra dove ciascuno è aggredito dalla invadenza della chiacchiera e sommerso dal flusso ininterrotto delle immagini pubblicitarie e dal rumore dei social, rimane poco spazio per il silenzio e per l’ascolto in solitudine. Va detto inoltre che il silenzio, se necessario per ascoltare la parola, è ancora più indispensabile per percepire la voce che è sempre prima della parola. La voce è infatti il timbro, la vibrazione, la tonalità della parola.

La voce di cui parla il Vangelo comunica il battito del cuore di Gesù. Come è possibile ascoltarla se si è immersi in un mondo di rumore che obbliga a vivere nella dimensione dell’esteriorità, assenti cioè a sé stessi e agli altri? Gesù dice poi che egli conosce le sue pecore. Il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico esprime un rapporto di intimità e condivisione. La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna sé stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

Allora ci si apre all’ascolto e l’ascolto diventa docilità: «Ed esse mi seguono ». Chi ascolta la voce, si rende interiormente docile alla voce. Diceva Bernanos: «È sorprendente come le mie idee cambiano quando prego». Quando nella preghiera ci si lascia conoscere dal Signore e si gode di trovarsi sotto il suo sguardo, ci si arrende al suo amore: si è pronti a non più difendere ostinatamente le proprie scelte, ma a muoversi sotto la sua guida discreta e premurosa. Il vero discepolo è colui che “segue” il suo Pastore, guida e compagno di viaggio durante l’itinerario terrestre. Si celebra così l’amore salvante del Cristo, un amore che conquista il fedele alla sfera stessa di Dio: infatti la “vita eterna” per Giovanni è sinonimo di “vita divina”, comunione di vita, di pace, di essere con Dio stesso, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore.

Nessuna forza è più potente di Dio, nessun male, nessuna tempesta può strapparci da questa comunione di vita con Dio. Chi è in rapporto di intimità con il Cristo lo è infatti anche con il Padre perché «Io ed il Padre siamo uno». La nostra vita, ci ricorda dunque questa pagina di Vangelo, è qualcosa di immenso per il cuore di Dio da cui siamo usciti e a cui facciamo ritorno.

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) da Famiglia Cristiana

 

Gv 21

Gridiamo anche noi: «È il Signore!»

Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Giovanni 21,7

La pagina del Vangelo di Giovanni ci racconta la terza apparizione pasquale sul lago di Tiberiade, in cui il Risorto rende fruttuosa l’azione dei suoi discepoli. Nell’intenzione dell’evangelista il racconto è una grande metafora dell’opera apostolica della Chiesa: la sintesi ideale del ministero ecclesiale nei secoli, dopo la Pasqua di Cristo. Gli apostoli coinvolti sono sette, anziché dodici, perché il sette è numero universale: sottolinea come questa pesca non sia rivolta semplicemente a Israele, ma a tutti i popoli.

Eppure l’attività degli apostoli è fallimentare: «Quella notte non presero nulla». Il racconto vuole dirci che le iniziative umane sono inevitabilmente destinate a fallire: anche nella Chiesa quelle prese dagli uomini, da soli e senza Gesù, non portano a nulla, sono fatiche sterili. All’alba Gesù appare loro sulla riva, ma essi non lo riconoscono. Egli si rivolge a loro in modo affettuoso: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?», e alla loro risposta negativa dà loro più che un suggerimento, un comando: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Questa precisa indicazione evidenzia come la pesca abbondante non sia frutto di casualità, ma dell’intervento di Gesù, che ha indicato lui stesso dove gettare le reti. Essi obbediscono e la rete si riempie di pesci, senza per questo spezzarsi.

Allora il discepolo che Gesù amava lo riconosce e dice a Pietro: «È il Signore». Pietro si getta in acqua per raggiungere più in fretta la riva. E proprio a lui Gesù per tre volte chiede: «Posso essere certo che tu mi ami?». Glielo chiede per tre volte, perché per tre volte Pietro aveva detto di non conoscere Gesù. È una domanda stupenda, timida e insieme insistente, sulla bocca di chi è già entrato nel mondo nuovo della vita risorta e tuttavia ha ancora bisogno di sentirsi amato.

La stessa domanda oggi il Signore la rivolge a noi. Non ci chiede: «Amami» e neanche ci dice: «Io ti amo», ma ci interroga: «Mi vuoi bene?». Tocca a noi trovare la stessa risposta di Pietro. E se riusciremo a scoprire dentro di noi un po’ d’amore, di quell’amore che non sapremo mai più rinnegare e dimenticare, quale premio ci sarà riservato? «Pasci le mie pecorelle ». Gesù per premio ci rende responsabili e ci invita a collaborare con lui per l’avvento di un mondo nuovo. Come se dicesse: «Ti affido i fratelli che amo. Siano anche per te come fratelli». Questo compito lo potremo realizzare anzitutto offrendo la testimonianza della nostra fede.

«È il Signore!», dovremmo gridare anche noi. E questo nella normalità della vita, perché è nella normalità della vita che il Signore si rende presente. A volte godiamo della sua presenza, come se fossimo con lui attorno a un fuoco che ci illumina e ci riscalda. A volte di quel fuoco rimane quasi nulla: un po’ di brace ancora calda, che però basta a evocare le tracce di un passaggio.

Ma la traccia più bella è quella che egli lascia nel cuore quando, per averlo incontrato, sentiamo che tutto cambia, tutto si rischiara: con lui risorto ci sembra di poter risorgere anche noi, dalle nostre delusioni e dalle nostre tristezze.

II DOMENICA DI PASQUA (DELLA DIVINA MISERICORDIA) - (ANNO C) da Famiglia Cristiana

II DOMENICA DI PASQUA | Cantalavita

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» Giovanni 20,29

La seconda domenica di Pasqua è l’Ottava del giorno della risurrezione. È chiamata comunemente domenica in Albis perché nell’antichità in questa domenica i battezzati, con gli abiti bianchi, deponevano le albe dopo una settimana di rinnovamento spirituale. È anche festa della Divina Misericordia, perché il Cristo risorto concede al mondo il dono della redenzione. Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli erano ancora riuniti insieme e l’evangelista Giovanni ci racconta la prima apparizione del Risorto il giorno di Pasqua e poi la domenica successiva quando è presente anche Tommaso. Tommaso, uno dei protagonisti del quarto Vangelo, mostra il suo carattere dubbioso e facile allo sconforto. Non riesce a credere attraverso dei testimoni. Vuole fare la sua esperienza. Egli è disposto a credere, ma vuole risolvere personalmente ogni dubbio. E Gesù non vede in lui uno scettico indifferente, ma un uomo alla ricerca della verità e gli offre piena soddisfazione.

Gesù gli dirà: «Non diventare incredulo, ma diventa credente». È un cammino, è la prospettiva della vita, non rimanere nella strada della incertezza, della infondatezza, della infedeltà, della sfiducia, ma diventa nella strada della fondatezza, della certezza, della fiducia, della fedeltà. Diventa, matura, cresci; nel dubbio, nella situazione doppia, scegli la strada giusta. Tommaso sceglie la strada giusta: il riconoscimento entusiasta di Gesù come il suo Signore e il suo Dio.

Attraverso questo racconto ci è dato di riflettere sull’esperienza della vera fede a cui Gesù riserva una beatitudine particolare: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Chi di noi può dire di meritare questa beatitudine? La vera fede non è una conquista facile, ma richiede un cammino in cui entrano in gioco anche altre persone. Noi abbiamo potuto conoscere Gesù Cristo attraverso l’educazione religiosa ricevuta in famiglia o la fede viva di persone che ci hanno fatto conoscere il Vangelo. Ma questo è stato solo l’avvio di un’avventura spirituale a cui ciascuno a un certo punto ha dovuto trovare dentro di sé la sollecitazione decisiva per esprimere il proprio sì incondizionato.

Non dimentichiamo che ci sono tante persone che vorrebbero credere e soffrono di non riuscire a credere. Il non credente non va confuso con l’ateo che esibisce con orgoglio la sua indisponibilità alla fede. L’incertezza, il dubbio possono coabitare nel cuore del credente, mentre non si comprende l’arroganza di certi convertiti i quali si permettono di dare lezioni di fede agli altri, ritenendosi “arrivati”. Ma come si arriva alla vera fede? C’è una tentazione che ci tiene lontano dalla beatitudine proclamata e promessa da Cristo. Siamo tutti come Tommaso: vogliamo toccare, vedere, verificare ciò che appartiene alla dimensione del mistero.

Le parole di Gesù a Tommaso fanno capire che non è questa la via da seguire. Certo, non si deve pensare che la fede sia un’operazione totalmente estranea al nostro bisogno di toccare e di sperimentare la presenza di Cristo. C’è l’atteggiamento presuntuoso di chi va alla ricerca di dimostrazioni palesi e c’è l’atteggiamento discreto, umile, confidente di chi si accosta al mistero per lasciarsi toccare da una presenza nascosta. La fede non diventa veramente viva che a partire dal momento in cui, presto o tardi, essa diventa esperienza vissuta della presenza del Cristo.

PASQUA DI RISURREZIONE (ANNO C) - da Famiglia Cristiana

Risurrezione di Gesù - Wikipedia

Cristo è davvero risorto per noi?

«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» Giovanni 20,8

 I Vangeli non raccontano il momento della Risurrezione di Gesù, ma alcuni momenti dell’esperienza pasquale vissuta dai discepoli. Al mattino le donne trovano il sepolcro vuoto e una voce le ammonisce: «Non è qui, è risuscitato». Poi Gesù comincia ad apparire. Appare a Maria di Magdala che rimane al sepolcro a piangere. Ella si volta e non riconosce il Cristo presente; ha bisogno di essere chiamata per nome, si sente sconvolta dentro e si volge una seconda volta. Appare la sera ai due discepoli che andavano verso Emmaus: erano prigionieri delle loro attese deluse e non riuscivano a capire la novità, finché il Signore «entrò per rimanere con loro». Tenendo conto di questa lentezza nel riconoscere il Risorto, potremmo dire che, mentre è già Pasqua per Gesù, non lo è ancora per i suoi discepoli. Gesù è risorto, ma la fede dei discepoli, la fede nostra è in ritardo su questo annuncio così sorprendente.

Il grande pericolo è che la Pasqua rimanga un evento che abbia valore solo per Cristo, ma non per noi. Perché diventi Pasqua anche per noi, bisogna anzitutto che lo Spirito Santo ci aiuti a scrivere nei nostri cuori la parola “davvero”. Potessimo dire anche noi: «Cristo è veramente risorto!». Veramente, per davvero, non apparentemente, non simbolicamente.

Per molti cristiani, probabilmente, la Risurrezione è semplicemente un modo di dire. Perché la Risurrezione diventi una fede viva e vitale bisogna che essa entri nella nostra esistenza lasciandovi tracce o frammenti di un’esperienza radicalmente nuova. Se Cristo è risorto, se nulla ci può separare da lui, dovremmo sentirci meno esposti alle paure e ai ricatti della morte, come il grande teologo Dietrich Bonhoeffer, che poco prima di essere giustiziato in un lager nazista scrisse: «È la fine – per me l’inizio – della vita. Libertà, ti cercammo a lungo, nella disciplina, nell’azione, nel dolore. Morendo, ora ti conosciamo nel volto di Dio». Dopo la Risurrezione di Gesù, dovremmo sapere che c’è un modo di vivere che non conduce alla morte.

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, mostra l’assurdità di dire: «Credo in Gesù Cristo ma non credo nella Risurrezione». Cristo, secondo l’apostolo, è il primo dei morti che risuscita e ciò vuol dire che la morte non è il destino ultimo. Viviamo tempi amari, tempi in cui le pietre tombali dell’ingiustizia, della corruzione, della violenza, del cinismo, della menzogna premono tenacemente sui nostri sepolcri e non c’è modo di rimuoverle. Ogni giorno ci porta la nostra razione di tristezze e di angosce. Pasqua è una festa difficile e al tempo stesso ne abbiamo un bisogno insopprimibile.

La festa di Pasqua, in questo anno giubilare, ci incoraggia a sperare, contro ogni evidenza, che un mondo “altro” è possibile, che una Chiesa diversa è possibile. Fare Pasqua oggi è accogliere l’invito a non avere paura perché Lui, il Cristo, è ancora presente in mezzo a noi, a tracciare un cammino di luce in questo tempo buio e a orientare i nostri passi come messaggeri di speranza e di pace.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Luca 23,42) da Famiglia Cristiana

Domenica delle Palme: storia e significato della festa - Holyblog

La domenica delle Palme è domenica della Passione del Signore. Nella pagina del Vangelo ascoltiamo il racconto della Passione secondo Luca. È il lungo testo che ci introduce nell’evento tragico della morte di Gesù. Il terzo evangelista, cantore della tenerezza, della gioia e della grande pietà del Messia, presta particolarmente attenzione ad alcuni momenti della Passione che dimostrano come Gesù, fino alla morte, non ha fatto altro che passare in mezzo agli uomini facendo del bene.

Il soldato ferito all’orecchio viene guarito; Gesù rivolge lo sguardo a Pietro che lo ha tradito, sulla croce ha parole di perdono per il ladrone, per i Giudei che lo scherniscono, per il centurione. Egli non soltanto muore per mano degli empi, ma muore a favore degli empi. La croce è la rivelazione di un amore che arriva fino al limite estremo e si esprime secondo misure che travalicano le possibilità semplicemente umane. Per questo i Padri della Chiesa chiamavano la croce “il gran libro dell’arte di amare”.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Uno dei due briganti crocifissi insieme a Gesù si rivolge a lui con questo atto di fede: ha riconosciuto il proprio peccato chiedendogli: «Ricordati di me». È l’unico personaggio nei Vangeli che si rivolge a Gesù chiamandolo confidenzialmente per nome. È il momento decisivo della sua vita: ha incontrato Gesù in quel momento terribile di dolore e di morte, ma ha riconosciuto che in quell’uomo è presente Dio, il re, e attende il regno. Può diventare la nostra preghiera, il nostro desiderio profondo: chiedere al Signore che si ricordi di noi.

Anche noi però dobbiamo ricordare la Passione di Gesù, il suo stile, la sua parola: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Ricordare Gesù vuol dire imparare a perdonare, a essere generosi anche con chi ci ha fatto del male; ricordare la sua Parola vuol dire imitarlo. L’ultima parola di Cristo in croce è: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È un atto di fiducia, è la stessa fiducia del malfattore nei suoi confronti. Nella Passione Gesù mostra la misericordia di Dio Padre: la violenza non spegne l’amore, ed è proprio quell’amore buono, concretamente affettuoso che conquista e che salva. Chiaro è l’intento di sottolineare nella morte di Gesù l’aspetto della fiducia; aspetto per il quale Gesù è – anche nella sua morte – il modello del discepolo. Stefano negli Atti degli Apostoli morirà ripetendo la stessa invocazione, rivolta in tal caso al Signore Gesù; la morte di Stefano ripropone il modello della morte del buon ladrone. Come se Luca volesse dire: il discepolo è chiamato a vivere la sua morte immerso, portato, dalla morte del Signore e Maestro.

Ci sono momenti in cui come Gesù si passa attraverso prove tremende di dubbio, come se il bene compiuto non avesse più alcun valore e si fosse costretti a misurarsi con il vuoto, l’assenza di senso, il silenzio di una voce che si vorrebbe ascoltare. Ci si arrovella allora disperatamente attorno a un intrico di domande che non si riesce a dominare: «Valeva la pena di amare così tanto? Che frutti ha dato tutto il bene che si è seminato? Perché il bene si deve pagare anche con l’ingratitudine e la solitudine?». Ma se si contempla la croce, forse una risposta può raggiungere il cuore di ciascuno, come una piccola luce che si irradia attraverso le movenze di una benefica emozione.

V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO C (da FAMIGLIA CRISTIANA)

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Il miracolo di uno sguardo d’amore

«Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» Giovanni 8,11

Nella quinta domenica di Quaresima ascoltiamo ancora una pagina evangelica sulla misericordia. Il racconto ci porta al Tempio di Gerusalemme, dove Gesù insegnava alla folla che si raccoglieva intorno a lui. Gli scribi e i farisei, sempre pronti come al solito per metterlo alla prova, gli portarono una donna, che era stata sorpresa mentre commetteva adulterio, «la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». Gesù non giustfica l’adultera; non dice nemmeno che bisogna cambiare la legge, lascia passare del tempo e permette a quegli accusatori di ripensarci. Compie un gesto strano: accucciato per terra con il dito scrive nella polvere.

Che cosa abbia scritto, non lo sappiamo… forse richiama il dito di Dio che scrive i Comandamenti e scrive nel cuore dell’uomo la sua legge. Quando quelli insistono, lui si alza e risponde con una formula geniale. Non dice che la donna non è peccatrice o che la legge di Mosè è sbagliata, ma propone di applicare la condanna da parte di chi è senza peccato. Fa capire così che nel giudicare c’è sempre il pericolo di voler colpire negli altri le proprie colpe inconfessate.

Quando la severità, che dovrebbe essere riservata ai propri peccati, viene trasferita sugli altri, può procurare la gratificante illusione di essere “senza peccato”. Solo l’umiltà può sciogliere questo nodo malefico perché, mentre restituisce a ciascuno la misura delle sue responsabilità, permette di aprirsi a una comprensione più fraterna e solidale verso le colpe degli altri. È bello vedere che Gesù solleva lo sguardo su quella donna solo quando gli altri hanno ormai cessato di far pesare il loro disprezzo e severità. Ora a quella donna a cui nessuno prima parlava e che rimaneva imprigionata nella sua colpa, segnata da un destino di morte, Gesù apre un nuovo avvenire donandole la possibilità di risorgere, di rinascere e ripartire: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».

Gesù dice a quella donna: «Non ti condanno». Ciò non significa: «Non è peccato quello che hai fatto»; significa piuttosto: «Pur riconoscendo il tuo peccato, io non ti condanno, ma ti do la possibilità di cambiare; d’ora in poi non peccare più». Non le dice: «Continua pure a peccare ». “D’ora in poi” è un impegno nel tempo, è una possibilità di trasformazione. Solo uno sguardo d’amore può compiere il miracolo di liberare una persona dai suoi fallimenti e dalle sue angosce.

Nella nostra storia non mancano errori più o meno grandi. Ognuno di noi, ripensando alla propria vita, può riconoscere situazioni di peccato, ma essa è di più dei peccati che abbiamo fatto, e di fronte a uno sbaglio – anche a un peccato grave! – non finisce lì: c’è la possibilità di cambiare! Pensiamo a Giuda. Il suo peccato grave non è stato tradire Gesù, consegnarlo nelle mani dei nemici. È stata certamente una scelta sbagliata, ma quando si è accorto d’aver sbagliato, il vero dramma è stato quello di pensare di farla finita, perché riteneva non ci fosse più possibilità di perdono. «D’ora in poi non peccare più». Questa è la parola fondamentale che Gesù ci dice oggi: d’ora in poi hai una nuova possibilità.

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