Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

II DOMENICA DI AVVENTO (MC 1,1-8)

PANEQUOTIDIANO, «VI FU GIOVANNI, CHE BATTEZZAVA NEL DESERTO E PROCLAMAVA UN  BATTESIMO DI CONVERSIONE» – #InCammino

 

IL FONDAMENTO DEL VANGELO

 

            Marco è l’unico degli evangelisti a dare un titolo al suo vangelo. Un titolo che contiene tutto

quanto il lettore andrà a leggere: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio». Non è la “storia”, non si troverà la “biografia”, ma la “buona novella”, cioè il vangelo, la “buona notizia” di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Queste nove parole sono la sintesi non solo di tutto il suo Vangelo, ma anche di tutto il Nuovo Testamento. È una “arché”, termine greco che si può tradurre con “principio”, “inizio”, ma anche con “fondamento”, punto solido di riferimento. Fin da subito, come si vede, l’evangelista chiarisce qual è il cardine di ciò che si rivela al mondo come bella notizia: Gesù Cristo, Figlio di Dio.

            Il vangelo di Marco è il primo ad essere stato scritto e tenta di mettere un po’ di ordine nel caos di tanti racconti relativi a Gesù di Nazaret cercando di chiarire bene la sostanza del messaggio identificato con la sua persona. Erano infatti passati pochi anni dai fatti della pasqua; tutti parlavano di Gesù, di ciò che era successo intorno a lui, del conflitto che si era prodotto tra lui e i capi degli ebrei; molti gli annunci che si susseguivano, dalle donne agli apostoli, ai discepoli, di averlo visto risuscitato. La “pietra scartata” adesso viene rivista, nel chiarimento portato dall’evangelista, come pietra miliare, pietra angolare su cui costruire tutto il resto.

            Al centro del messaggio del vangelo non c’è un comandamento o una promessa, ma questo dato di fatto, che la persona storica di Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Per gli uomini egli è il Cristo, il re d’Israele, ossia l’inviato da Dio. Per Dio egli è invece il Figlio amato, in cui si è compiaciuto. Il fatto che questo Gesù sia presso di noi uomini il Cristo, il Figlio di Dio, supera ogni altra ragione di letizia.

            Il vangelo è davvero una bella notizia. Il suo inizio è affidato alla predicazione di Giovanni Battista, attraverso il quale, così come era stato promesso dal profeta Isaia, si compie il piano di Dio. È una bella notizia, però, per tutti coloro che si accettano nella propria realtà, per tutti coloro che si riconoscono in una situazione di schiavitù, di peccato e di morte. È per questo che Giovanni predica un “battesimo di conversione”, perché il gesto di immergersi fisicamente nelle acque corrisponde a una confessione, a un’ammissione sincera, pubblica e totale della necessità di risorgere. «Battezzarsi solo nella penitenza - scriveva Tertulliano -, [è sapere] che verrà qualcuno fra non molto che battezzerà nello spirito e nel fuoco, poiché‚ la vera e duratura fede sarà battezzata nell’acqua per la salvezza, ma la fede simulata e debole è battezzata nel fuoco per il giudizio».

I DOMENICA DI AVVENTO (MC 13,33-37)

 

LO DICO A TUTTI – PREDICATELO SUI TETTI

VEGLIATE!

 

            Con questa prima domenica di Avvento inizia un nuovo anno liturgico, durante il quale leggeremo il vangelo di Marco. Fin dalle prime righe il lettore è avvisato che ciò che leggerà, le parole che ascolterà, le gesta che vedrà, i segni di cui si stupirà saranno opera del Figlio di Dio. Quello che Marco ci presenterà è il Gesù di tutti i giorni, uomo come noi. Si ha l’impressione di scoprirlo, giorno dopo giorno, con gli occhi di Pietro, che lo ha visto sulle strade della Palestina, durante gli anni della vita passati insieme; lo ha accolto nella sua casa di Cafarnao; lo ha visto mangiare e dormire, parlare e pregare…

            Nella scena presentata dalla liturgia odierna, l’evangelista riporta l’ultimo insegnamento pubblico di Gesù prima della sua passione. Dopo la fine della sua attività pubblica a Gerusalemme e prima del compimento del suo cammino, il maestro rivolge lo sguardo al futuro, al tempo in cui i discepoli dovranno vivere senza la sua presenza visibile, e li invita alla vigilanza: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento… Vegliate dunque… Quello che dico a voi lo dico a tutti: “Vegliate!”». Li esorta cioè ad avere uno sguardo lucido e acuto verso chi si presenta e verso ciò che avviene, perché diano una giusta interpretazione delle cose e non si lascino ingannare. Ripeterà lo stesso invito ancora, prima di essere arrestato, quando nel Getsemani esorterà i discepoli: «Restate qui e vegliate… Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione». In questo caso la veglia viene effettuata tramite la preghiera, che indica la consapevolezza di mantenere un’attenzione che sia anzitutto interiore.

            Come si vede, il vigilare è dunque un atteggiamento essenziale della vita cristiana, che riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio ed esprime l’attenzione e la cura per il momento presente. Anche oggi l’invito di Gesù risulta particolarmente utile, in questo tempo di crisi e di smarrimento, che spesso rischia di addormentare le nostre coscienze nel godimento egoistico di quanto possediamo, dimenticando la gravità dell’ora e il bisogno di scelte coraggiose e serie. Lo sapevano bene i padri del deserto che proponevano ai propri discepoli questo racconto: «Abba - chiese il giovane discepolo -, perché sono molti quelli che vengono nel deserto a cercare il Signore, e sono pochi quelli che perseverano?». Rispose l’anziano e saggio monaco: «Hai presente la caccia alla volpe, quella con tutti quei cani che corrono dietro al povero ma veloce animale? Tutto inizia quando all’apparire della volpe, i cani che sono davanti al gruppo cominciano ad agitarsi, contagiando della propria agitazione anche tutti gli altri cani, che sono dietro, e che la volpe non l’hanno neppure intravista. I primi iniziano a correre, e gli altri dietro a loro. L’apparire della volpe è stato probabilmente simile a un guizzo rosso, ma tanto è bastato per quei cani che se ne sono accorti e hanno colto il passaggio. Dopo un po’ di minuti di inseguimento, solo i cani che avevano anche solo intravisto la volpe continueranno a correre imperterriti, certi della sua esistenza, anche se vista solo per una frazione di secondo. E gli altri cani, quelli voglio dire che hanno iniziato a correre solo perché qualcun altro davanti a loro aveva iniziato a farlo? Be’, lungo la strada ci saranno innumerevoli cose più interessanti da fare che non correre dietro ad una volpe, per giunta neanche poi vista: un osso da annusare, un alberello invitante a cui accostarsi per fare pipì, una fresca ombra al cui riparo distendersi per un sonnellino, un sentiero comodo e largo dove trotterellare felici…». Che dire? Corriamo anche noi incontro al Signore. Buon Avvento!

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO - A (Mt 25,31-46)

Domenicane di Santa Maria del Rosario » Mt 25, 31-46

L’URGENZA DI DECIDERSI

 

            La pagina di Matteo, che la liturgia ci offre a conclusione dell’anno liturgico nella Solennità di Cristo Re, non ha paragoni negli altri sinottici e presenta diversi titoli cristologici: si parla del Figlio dell’uomo, del Re, del Pastore, del Signore, del Giudice. È dunque una sorta di compendio in cui Cristo, Re e Pastore, viene presentato come il perno della storia, attorno al quale devono maturare tutte le decisioni dell’uomo.

            È molto difficile comprendere l’esatto contesto nel quale è articolato il discorso, ma si può a ragione supporre che esso è rivolto non a qualcuno in particolare, ma alla comunità nel suo insieme, all’interno della quale ormai tutti i popoli si sono ritrovati. Siamo messi così di fronte a quelle attività che nella nostra tradizione chiamiamo “opere di misericordia corporale” e che esprimono la riconoscenza del credente per il dono di una presenza reale del Signore nei poveri e genericamente nel prossimo. All’interno di queste “opere di misericordia” si concretizza ciò che è celebrato nella liturgia eucaristica. L’impegno per gli altri fa rivivere infatti ciò che il Signore stesso ha vissuto e nel momento in cui il credente si dà ai bisognosi è il Signore stesso che si offre con lui, mentre nel medesimo tempo riconosce in coloro ai quali egli si rivolge la presenza del Signore che gli chiede il dono del suo amore.

La reazione dei destinatari indica però la difficoltà di compiere questo cammino: «quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?» (v. 37). La risposta rimanda con semplicità al quotidiano cammino del credente, quasi Matteo volesse parlare della nostra società secolarizzata, dove non si ha tempo per approfondire tutto questo. «Ogni volta - dirà infatti il re - che avete fatto queste cose… l’avete fatto a me». Questa risposta è il tesoro che ciascuno di noi è invitato a portare con sé come viatico per il seguito della propria vita. Ne era convinto Gregorio di Nazianzo, il quale affermava: «se ritenete di dovermi ascoltare in qualcosa, servi di Cristo, e fratelli, e coeredi, visitiamo Cristo, tutto il tempo che ci è possibile, curiamo Cristo, nutriamo Cristo, vestiamo Cristo, riuniamo Cristo, onoriamo Cristo, non solo alla mensa, come qualcuno, né con gli unguenti, come Maria… ma poiché da tutti il Signore esige la misericordia e non il sacrificio, e la cui misericordia supera le migliaia di pingui agnelli, e questa portiamogli attraverso i poveri prostrati a terra in questo giorno, affinché quando saremo usciti di qui, essi ci ricevano nei tabernacoli eterni nello stesso Cristo Signore nostro» (Oratio XIV de pauper. amore, 27 s., 39 s.).

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 25,14-30)

DAILY GOSPEL COMMENTARY. THE PARABLE OF TALENTS (Mt 25:14-30). - Catholics  Striving For Holiness

I DONI CHE CI SONO OFFERTI GRATUITAMENTE

 

La parabola che leggiamo oggi nella liturgia ci ricorda che i talenti sono una consegna che abbiamo ricevuto, che ci sono stati dati. Prima delle nostre abilità c’è un dono che ci è offerto gratuitamente.

Il patrimonio che noi possediamo è una consegna di Dio a ciascuno di noi, in modo tale che i talenti diventano una responsabilità, un appello alla nostra libertà, per metterli in gioco secondo quello che siamo, con la nostra ricchezza personale, con le nostre qualità. E quel Dio che ce li ha dati ha fatto nei nostri confronti un atto di fede, un atto di fiducia. Il patrimonio appartiene a lui, però noi lo possiamo arricchire; il padrone ha fiducia in noi, spera in noi, e i talenti che noi possediamo sono il segno di questa speranza, portano l’attesa del padrone.

Secondo la parabola, quando abbiamo questi talenti, ci sono due possibilità: usarli e produrli, quindi aumentare il patrimonio, in concreto raddoppiare oppure non usare e rendere il patrimonio sterile; quel talento che è sotterrato è un patrimonio sterile, non produce niente per nessuno.

L’importante per la parabola non è riuscire ad avere un successo verificabile, ma è trafficare i talenti bene, metterci tutto l’impegno, in modo che quello che noi abbiamo ricevuto lo viviamo per colui che ce lo ha dato. Dopo, il risultato esterno conta poco, il Signore sa vedere nel cuore l’intenzione o l’atteggiamento. Non si tratta infatti di un discorso da imprenditore, dove evidentemente il risultato è importantissimo, ma è un discorso di fede dove quello che conta innanzitutto è l’atteggiamento interiore del cuore.

Che l’ottica sia questa è confermato anche dalla terza scena. Perché quando si fa il rendiconto i servi che hanno guadagnato con il loro impegno sono ricompensati; e come ricompensa non è dato qualche cosa, è data una comunione di vita, una partecipazione alla gioia, alla pienezza.

Quando il terzo servo, quello che ha nascosto il talento, spiega il suo comportamento dice: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo»; «per paura». “Paura” vuole dire: questo servo vede il talento che ha ricevuto non come un atto di fiducia in lui, ma piuttosto come un peso che gli è stato messo addosso da un padrone che lo sta sfruttando.  Al contrario gli altri due si sono dati da fare; hanno avuto fiducia nel loro padrone, hanno riconosciuto il dono dei talenti come un dono di speranza, come qualche cosa che valorizzava la loro identità e personalità e hanno risposto con una capacità di amore e di fedeltà.

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 25,1-13)

 

Comboni

IL DONO DELLA SAGGEZZA

 

            Nella celebre parabola delle dieci vergini l’evangelista Matteo dà una chiara lezione di sapienza. Fin dall’inizio cinque vergini sono presentate come “sagge”, “avvedute”, “previdenti”, “intelligenti”, e cinque altre come “stolte”, “sprovvedute”, “sciocche”, “poco intelligenti”. Chi legge non ha dunque difficoltà ad immaginare che le prime agiranno di sicuro “bene” mentre le altre “male”. Ciò che contraddistingue i due gruppi è il fatto che le une si procurano olio sufficiente per le loro lampade, cosa che invece non fanno le altre.

            Considerando le abitudini del tempo, è ragionevole pensare che le dieci giovani stavano in casa della sposa in attesa che fosse loro annunciato l’arrivo dello sposo per mettersi in corteo. Le lampade erano spente e, al momento giusto, quelle che avevano l’olio le accesero, mentre le altre scoprirono di non essersi procurate l’olio. Commenta il cardinale Martini: «non si tratta semplicemente di una imprevidenza causata dal ritardo dello sposo, ma di una incomprensione totale di come va accesa una fiaccola; è una stoltezza quasi iperbolica e mostra che hanno perso completamente il senso del loro servizio». Queste vergini - potremmo dire - si sono accontentate di fare solo il proprio dovere e hanno assicurato solo il minimo (la lampada con dentro l’olio).

            Le vergini prudenti invece si sono procurate in anticipo una scorta di olio per le loro lampade. Hanno cioè “previsto” quello che poteva accadere e hanno agito di conseguenza preoccupandosi di far fronte ad ogni eventualità. Sono definite “sagge” perché hanno saputo valutare ogni cosa con realismo e con concretezza, prevedendo e pensando prima di agire.

            Le vergini stolte, nel senso originario della parabola, sono quei discepoli che, ascoltando le parole di Gesù, non ne hanno capito il significato, non hanno capito che vanno tradotte nella vita. Le sagge, al contrario, come l’uomo avveduto che costruisce la sua casa sulla roccia, sono coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica.

            Il rischio della superficialità e dell’approssimazione è un rischio sempre in agguato, anche per i credenti di oggi. Occorre chiedere a Dio la vera saggezza, che non è succube del presente, ma che nel presente riesce a guadagnare il futuro. Il cardinale san J.H. Newman, in una bellissima preghiera, la chiedeva così: «Guidami, dolce Luce; attraverso le tenebre che mi avvolgono guidami Tu, sempre più avanti! Nera è la notte, lontana è la casa: guidami Tu, sempre più avanti! Reggi i miei passi: cose lontane non voglio vedere; mi basta un passo per volta. Così non sempre sono stato né sempre ti pregai affinché Tu mi conducessi sempre più avanti. Amavo scegliere la mia strada, ma ora guidami Tu, sempre più avanti! Guidami, dolce Luce, guidami Tu, sempre più avanti!».

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 23,1-12)

Vangelo Mt 23, 1-12:«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi  invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». - Io  resto con Gesù

 

DISCEPOLI DEL DIRE E DEL FARE

Nell’ambiente giudaico dell’Antico Testamento era nota e aveva un’importanza determinante la figura dello scriba. Lo scriba dedicava le sue energie migliori alla parola di Dio rivelata: si trattava di capirla, di spiegarla, di insegnarla bene; per comprendere con precisione il punto di aggancio con l’uomo occorreva praticarla di persona. Ciò spesso non si verificava. E Gesù, da parte sua, non esita a condannare drasticamente quegli scribi - molti di essi anche farisei - che dividevano la parola di Dio dalla pratica di vita. Non senza una punta di amarezza, nella pericope evangelica odierna, egli è costretto a dire alla folla e ai suoi discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno” (Mt 23,2-3). Ciò che egli respinge è innanzitutto, come si vede, la loro ipocrisia, perché essi stessi non si comportano in sintonia con il loro insegnamento e pretendono dagli altri quello che loro stessi non fanno 

Il loro agire è inoltre falsato dall’ostentazione: non fanno il bene per se stesso e in riferimento a Dio, ma solo per essere visti e far impressione sugli uomini. In ogni ambito della vita sociale vogliono essere onorati a causa della loro posizione: nei banchetti delle case private, nelle cerimonie nella sinagoga, e nella vita pubblica per le strade e per le piazze. Al centro non c’è Dio, ma la loro persona.

Se Matteo mette sulla bocca di Gesù una critica così forte nei loro confronti, il motivo non è il desiderio di correggerli, ma piuttosto di premunire la comunità cristiana dal cadere nello stesso pericolo. Solo se i cristiani si confronteranno incessantemente con il vangelo e seguiranno l’esempio sublime di servizio dato da Gesù, eviteranno il rischio di attribuire più importanza all’apparire che all’essere.

Ancora oggi, bisogna ammetterlo, la vanagloria è una tentazione sottilissima, e assai difficile da discernere, perché facilmente si mescola ad ogni opera virtuosa. Il rischio è reale. Ecco perché occorre lottare contro queste lusinghe, perché la posta in gioco è capitale. Evagrio Pontico, che ben conosceva come è fatto il cuore dell’uomo, a tal proposito scriveva: «Una lettera disegnata sull’acqua si cancella, e così la fatica della virtù in un’anima affetta da vanagloria. La mano nascosta in seno è divenuta candida, e una buona azione operata in segreto risplende di luce più fulgida. L’edera si abbarbica all’albero e, quando arriva in alto, ne secca la radice. La vanagloria sorge insieme alle virtù e non si allontana finché alle virtù non abbia reciso la forza».

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 22,15-21)

 

Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Mt 22,15-21),  a cura di Giulio Michelini – La parte buona

IL PRIMATO DI DIO

A Gerusalemme Gesù è coinvolto in una serie di dibattiti che chiamano in causa i gruppi più rappresentativi del giudaismo. Le risposte di Gesù agli interrogativi che gli vengono posti mostrano la sua totale indipendenza di giudizio nei confronti delle correnti culturali dominanti. Un'indipendenza di giudizio che dovrebbe essere la prerogativa del cristiano di ogni tempo.

La frase più nota del vangelo è certamente la seguente: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Questo detto di Gesù risulta di due parti. La prima («date a Cesare quello che è di Cesare») riconosce che ci sono i diritti dello Stato e quando lo Stato rimane nel suo ambito questi diritti si tramutano in doveri di coscienza. È significativo, ad esempio, che Paolo scriva ai cristiani di Roma (Rm 13) sollecitandoli a pagare le tasse e a rispettare le autorità (che pure erano pagane). Anche se non gestito dai cristiani, lo Stato ha i suoi diritti.

Tuttavia lo Stato non può arrogarsi diritti che competono solo a Dio («e a Dio quello che è di Dio»), il che significa che non può assorbire tutto l'uomo, non può sostituirsi alla coscienza. Il cristiano rifiuta di far coincidere per intero la sua coscienza con gli interessi dello Stato. Afferma il primato di Dio ed è perciò - in radice - un possibile «obiettore di coscienza».

La radice della libertà di coscienza è il riconoscimento del primato di Dio.

 

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 22,1-10)

11.10.2020 – EVANGILE DU JOUR – Centre Romand de l'Apostolat Mondial de  Fatima

 

LA VIGNA CHE CI ASPETTA


Gesù, con la parabola del banchetto nuziale, vuole invitare noi, la Chiesa, l’umanità, ad
unirci a lui, per gustare l’esperienza di Dio, fonte di felicità, e vuole illuminarci sui motivi per i
quali di fronte ad un bene così grande, spesso ci chiudiamo. “Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio”: comincia così. Gesù non parla mai in astratto, ma sempre di propria esperienza: è lui il figlio per il quale il re, quindi il Padre, fa una festa di nozze. Tutto è nuovo: il regno dei cieli non appartiene ad un sovrano che domina su dei sudditi, ma ad un padre che fa la festa per le nozze di un figlio. Il termine “nozze” ricorre sette volte in questa parabola: se ne vuole sottolineare quindi l’importanza, per descrivere il senso nuovo della relazione tra Dio e il suo popolo, normalmente chiamata “alleanza”. Il simbolo delle nozze, non molto abituale tra noi, è invece presente nella Bibbia per un progetto di Dio per l’umanità, descritto in termini di amore coniugale. “Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio”: Gesù ci offre la stupenda visione di una festa di nozze del figlio di Dio con l’umanità. Gesù continua la sua parabola avvertendo: “Il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma “questi non vollero venire”. Se la storia è una festa di nozze che Dio prepara per il figlio, è pure la storia della passione di Dio che non cessa di invitare alle nozze, di implorare gli uomini perché credano al suo amore. Ma l’uomo preferisce costruirsi la propria storia, e sceglie i suoi progetti.
La parabola di Gesù è rivolta ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: oggi è rivolta
all’interno della comunità cristiana. L’incontenibile forza dell’amore del Padre continua comunque ad invitare a prendere parte alla sua festa, nonostante le resistenze di chi segue solo una logica umana. Gesù ci presenta la visione del mondo come una comunità fatta di persone “buoni e cattivi”, con l’unica condizione di “rivestire l’abito nuziale”, cioè “credere nell’amore”, goccia dell’infinito oceano di Dio. “Amico, perché sei entrato senza l’abito nuziale?”. Non è importante gareggiare per essere i primi, non conta essere i più attivi nel “fare”: conta vivere da figli abbandonati all’amore del Padre. Urge una risposta. L’invito si può rifiutare, ma si può essere anche indifferenti. Mettere l’abito nuziale, significa cambiare vita, rivoltare i propri stili di abitudine ed indossare il nostro abito, Cristo stesso.

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 21,33-43)

5 ottobre 2008

I FRUTTI CHE DIO SI ASPETTA

            La parabola odierna ci presenta un uomo che con cura e competenza pianta una vigna e poi la dà in affitto a dei contadini. Al tempo del suo ritorno, prima tramite i suoi servi e poi tramite suo figlio, egli esige dai vignaioli i frutti che gli spettano. Ma accade qualcosa di inverosimile: i servi vengono maltrattati e uccisi e così anche il figlio.

            Chi ha familiarità con le Scritture non farà difficoltà a riconoscere come la parabola di certo faccia riferimento al rapporto tra Dio e il suo popolo. Secondo il linguaggio parabolico, infatti, questi servi sono i profeti che Dio ha mandato al suo popolo: si pensi per esempio a Geremia e a quante sofferenze subisce durante la sua vita! “Da ultimo - dice il testo evangelico, in riferimento al padrone che intende rischiare il tutto e per tutto - mandò loro il proprio figlio”. Anche lui come i servi viene mandato, richiede i frutti e viene ucciso; ma non si tratta di un servo qualunque, è il “proprio” figlio, ovvero colui al quale la vigna spetta in eredità (cf. Eb 1,1-2). Si arriva così a quella che è la sentenza del padrone, cioè il giudizio di Dio, che Gesù con un’abile domanda fa pronunciare agli stessi sommi sacerdoti, i quali si autocondannano, con l’amara constatazione che d’ora in poi la vigna sarà consegnata ad “altri” contadini, che si prenderanno cura di essa e consegneranno i frutti al tempo opportuno.

            Con Gesù è dunque giunto al mondo l’ultimo inviato di Dio, attraverso il quale Dio dice la sua ultima parola. È scritto nella Lettera a Diogneto (n. 7): «Qualcuno potrebbe pensare: lo inviò per tiranneggiare o spaventare o colpire gli uomini. No davvero! Lo inviò con mitezza e con bontà come un re manda suo figlio (cf. Mt 21,37); lo inviò come Dio e come uomo fra gli uomini; e fece questo per salvare, per persuadere, non per violentare; a Dio non conviene la violenza! Lo inviò per chiamare, non per castigare, lo inviò per amare, non per giudicare. Lo invierà, sì, un giorno, a giudicare: e chi potrà allora sostenere la sua presenza? (cf. Ml 3,2)». Egli attende che nella vigna entrino uomini che siano disposti ancora oggi a lavorarvi, perché produca i frutti abbondanti quando verrà la stagione del raccolto.

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