Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

II DOMENICA DOPO NATALE - B (GV 1,1-18) 3 GENNAIO 2021

DIO HA DETTO IL SUO AMORE ALL’UOMO UNA VOLTA PER SEMPRE

Gesù di Nazaret ha preteso di poter rivelare all’uomo il volto misterioso di Dio, quel volto che Mosé aveva invano desiderato di contemplare e nel quale gli angeli stessi temono di dirigere lo sguardo. Pretesa immensa, che suona paradossale. Pretesa così grande che per accoglierla, la Chiesa ha riconosciuto in Gesù il Figlio stesso di Dio, secondo le parole del vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,1.14).

Nasce un bambino e mi fa sperare nel nuovo; ma subito mi si presenta l’immagine parallela del vecchio nel quale la novità è ormai consunta. Anche qui la vita sembra pareggiare con la morte, come la luce s’alterna con le tenebre. Mi aggrappo allora al maestro: il suo insegnamento sull’amore presenta una forza che lo rende sempre valido e vigoroso. Ma anche questo non mi quieta: da duemila anni quelle parole forti risuonano agli orecchi dell’uomo, ma il suo cuore sembra rimasto arido. A che serve un insegnamento stupendo se noi siamo alunni ottusi? Il mondo è rimasto quello di prima, chiuso nel suo egoismo becero e incapace di spiccare un volo liberante.

Proviamo allora a salire l’ultimo gradino: Gesù di Nazaret, Figlio di Dio nel quale Dio stesso si rivela. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Solo qui solo troviamo la novità assoluta. Perché se Gesù Cristo è il Figlio di Dio, allora Dio ha detto il suo amore all’uomo una volta per sempre; allora c’è un fondamento solido (l’amore di Dio per l’uomo) su cui l’uomo può costruire la sua vita; allora c’è una speranza che nemmeno la morte è in grado di cancellare; allora l’amore rimane vittorioso, sia che io riesca a viverlo pienamente, sia che debba ammettere vergognosamente i miei fallimenti. Se in Gesù Cristo Dio si è fatto vicino, allora Natale è davvero una buona notizia, l’unica notizia che non diventa vecchia col passare del tempo.

 

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE - B

LA FIDUCIA NELLA VITA, NONOSTANTE LE FATICHE

Mettere al mondo un figlio è una scelta che comporta necessariamente delle rinunce e dei rischi: rinunce perché un figlio è esigente e chiede tempo, energie, affetto, denaro; la sua presenza rivoluziona i progetti e i ritmi di vita quotidiana; e non sono poche le esperienze cui si deve rinunciare per essere a disposizione del figlio. Poi i rischi: nessuno ha un controllo preciso del futuro; che cosa diventerà il figlio? Quando decidono di mettere al mondo un figlio, i genitori non sanno nulla di questo, devono fare un atto di fede. È un vero e proprio atto di fede nella vita; è come se dicessero: “Non sappiamo che cosa questa nascita comporterà per noi; e non sappiamo che cosa la vita riserverà per nostro figlio. Ma abbiamo fiducia nella vita. Accogliamo con gioia e riconoscenza la nostra vita; la consideriamo degna di essere vissuta nonostante tutte le tribolazioni e fatiche. Per questo accettiamo volentieri di dare la vita: siamo convinti che nostro figlio non ci maledirà per questo ma benedirà con noi il Signore della vita”.

La fede nella vita, quando diventa piena, senza condizioni, trova la sua giustificazione in un Dio che ha creato e conserva il mondo con amore; e viceversa la fede in Dio, quando è sincera ed efficace, conduce a dire un “sì” cordiale alla vita.

L’inizio e la fine del Vangelo (Lc 2,22.39) non hanno nulla di straordinario. Maria e Giuseppe compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito: lo consacrano a Dio e riconoscono in questo modo che non loro, ma Dio è il Signore. Il bambino è nato non per fare la loro volontà, ma quella di Dio. Quando leggiamo: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui» (Lc 2,40) possiamo ben immaginare lo sguardo di benevolenza e il senso di fierezza con cui i genitori debbono aver seguito la crescita di Gesù. Non è così per tutti i genitori?

Eppure, la gioia della vita che nasce porta con sé anche il germe della sofferenza. Di quel bambino un profeta ha detto cose grandi; lo ha salutato come “salvezza di Dio”, “luce dei pagani”, e “gloria d’Israele” (Is 40,5); ma sono state annunciate anche delle contraddizioni e delle sofferenze: «Egli e qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele (…) e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34.35). In nessuno il mistero della vita e della morte trova compimento come in Gesù. Forse proprio guardando a Lui si può guardare la vita così com’è senza dover censurare gli elementi negativi. Non è cancellando mentalmente il male o la morte che si garantisce la fede nella vita, ma guardando in faccia la realtà con tutti i suoi aspetti negativi. E guardando, nello stesso tempo, alla potenza di Dio che «è capace di far risorgere i morti» (Eb 11,19).

MARIA, MODELLO DEL DISCEPOLO E DEL CREDENTE - IV DOMENICA DI AVVENTO - B (LC 1,26-38)

Nell’ultima domenica di Avvento, la liturgia ci propone il brano evangelico dell’annunciazione, letto e forse meditato innumerevoli volte, tanto conosciuto che il suo significato appare chissà scontato o comunque chiaramente comprensibile, pur nel suo mistero affascinante.

            L’evangelista accompagna il suo lettore all’origine, sollevando arditamente un velo sull’intimità di Maria, la madre di Gesù, per condurlo nel segreto sconcertante di una Parola che viene incontro all’uomo per farsi carne. Maria, protagonista di questo episodio, è presentata nel vangelo come modello del discepolo e del credente, proprio in virtù della sua relazione con la Parola divina. Ella è il prototipo dell’uomo credente, di colui che con una fede attiva e consapevole si mette alla sequela di Cristo.

            La Parola che irrompe nella vita di Maria prende la forma di un singolare saluto: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (v. 28). Più che di un semplice apostrofe, si tratta di un vero e proprio invito alla gioia, modellato sulle esortazioni rivolte a Sion: “Gioisci, figlia di Sion, a te viene il tuo re…” (Zc 9,9); o ancora: “Giubila, figlia di Sion, rallegrati, Israele, gioisci ed esulta di tutto cuore, figlia di Gerusalemme […] re di Israele è il Signore in mezzo a te” (Sof 3,14-17); si può entrare nella gioia in virtù di una promessa che si sta compiendo.

            L’appellativo usato dal messaggero divino (“piena di grazia”) suona per Maria come un nome nuovo, attraverso il quale l’angelo rivela alla vergine la sua condizione, la sua identità di donna colmata dalla benevolenza divina all’opera in lei. A Maria, svelata a se stessa dalla Parola che le viene incontro, viene donata la consapevolezza di un’identità in relazione: all’appellativo che la descrive come spazio privilegiato della manifestazione della grazia, l’angelo aggiunge: “il Signore è con te”, un saluto che indica un’elezione finalizzata ad una particolare missione, per la quale si promette assistenza e sostegno.

            Questo è ciò che compie la Parola di Dio in Maria e nella vita di ogni credente: entrando in una storia, comincia a sollevare il velo sul volto del suo interlocutore svelandolo a se stesso, rivelandogli un’identità plasmata dall’azione divina. È una parola creatrice. Scrive infatti Sant’Agostino riguardo a questo episodio: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cf. Sermo 69, 3, 4).

GIOVANNI, IL TESTIMONE FEDELE - III DOMENICA DI AVVENTO - B

III DOMENICA DI AVVENTO - B

(Gv 1,6-8.19-28)

 13 dicembre 2020

 

            Nel brano evangelico odierno, l’evangelista Giovanni mette in risalto due caratteristiche fondamentali del Battista, la prima delle quali è essere “mandato da Dio”. Come gli altri profeti dell’Antico Testamento egli è chiamato da Dio per una missione particolare. La seconda caratteristica è quella di essere testimone della luce: “Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce”; quella luce che è Cristo, in quanto incarnato nella storia umana, e cioè come rivelazione del Padre. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”, precisa l’evangelista nel prologo, mettendo fine così a una nota polemica di alcuni che esaltavano il Battista a scapito di Gesù.

            Più avanti, alla delegazione inviata dai Giudei, composta di sacerdoti e leviti, persone cioè che appartengono al gruppo dirigente della città santa, Giovanni stesso risponde in merito alla sua identità, esplicitando innanzitutto quello che egli aveva coscienza di non essere: “io non sono il Cristo”, e neppure Elia o il profeta. Gli inviati dei Giudei non sembrano soddisfatti della sua risposta e insistono domandando: “Chi sei?”. Egli risponde citando in prima persona un passo del profeta Isaia: “Non sono altro che una voce che chiama nel deserto, che invita a mettere diritto il cammino del Signore” (cf. Is 40,3). Giovanni Battista al culmine del successo, della notorietà e dell’accettazione della sua missione, non esita a dire che egli è solo una voce che annuncia, un testimone che attira l’attenzione su qualcuno che è più importante e più grande di lui. Costui - afferma - è già in mezzo a voi, anche se vi risulta ancora ignoto.

            Giovanni, intimamente legato a Gesù, è dunque il testimone fedele, testimone di un Dio già qui. Il suo compito è quello di indicarlo al mondo come luce vera che illumina ogni uomo. «La voce è quella di Giovanni - scriveva sant’Efrem - ma la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati, la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni» (Diatessaron, 3,15). Abbiamo ancora bisogno di cristiani che siano in questo mondo “voce” di un Altro, testimoni credibili dell’unica Parola che salva!

II Domenica di Avvento 06-12-2020

II Domenica di Avvento

(Mc 1,1-8)

IL FONDAMENTO DEL VANGELO

 

Marco è l’unico degli evangelisti a dare un titolo al suo Vangelo. Un titolo che contiene tutto quanto il lettore andrà a leggere: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. Non è la ‘storia’, non si troverà la ‘biografia’, ma la “buona novella”, cioè il vangelo, la “buona notizia” di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Queste nove parole sono la sintesi non solo di tutto il suo Vangelo, ma anche di tutto il Nuovo Testamento. È un “archè”, termine greco che si può tradurre con “principio”, “inizio”, ma anche con “fondamento”, punto solido di riferimento. Fin da subito, come si vede, l’evangelista chiarisce qual è il cardine di ciò che si rivela al mondo come bella notizia. Gesù Cristo, Figlio di Dio.  Il Vangelo di Marco è il primo ad essere stato scritto e tenta di mettere un po’ di ordine nel caos di tanti racconti relativi a Gesù di Nazaret cercando di chiarire bene la sostanza del messaggio identificato con la sua persona. Erano passatoi infatti pochi anni dai fatti della Pasqua, tutti parlavano di Gesù, di ciò che era successo intorno a lui, del conflitto che si era prodotto tra lui e i capi degli ebrei. Molti gli annunci che si susseguivano, dalle donne agli apostoli, ai discepoli, di averlo visto risuscitato. La “pietra scartata” adesso viene rivista, nel chiarimento portato dall’evangelista, come pietra miliare, pietra angolare su cui costruire tutto il resto. Al centro del messaggio del vangelo non c’è un comandamento o una promessa, ma questo dato di fatto, che la persona storica di Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Per gli uomini egli è il Cristo, il Re d’Israele, ossia l’inviato di Dio. Per Dio egli è invece il Figlio di amato, in cui si è compiaciuto. Il fatto che questo Gesù sia presso di noi uomini il Cristo, il Figlio di Dio, supera ogni altra ragione di letizia. Il vangelo è davvero una bella notizia. Il suo inizio è affidato alla predicazione di Giovanni Battista, attraverso il quale, così come era stato promesso dal profeta Isaia, si compie il piano di Dio. È una bella notizia, però, per tutti coloro che si accettano nella propria realtà, per tutti coloro che si riconoscono in una situazione di schiavitù, di peccato e di morte. È per questo che Giovanni predica un “battesimo di conversione”, perché il gesto di immergersi fisicamente nelle acque corrisponde a una confessione, a un’ammissione sincera, pubblica e totale della necessità di risorgere. <<Battezzarsi solo nella penitenza – scriveva Tertulliano – è sapere che verrà qualcuno tra non molto che battezzerà nello spirito e nel fuoco, poiché la vera e duratura fede sarà battezzata nell’acqua per la salvezza, ma la fede simulata e debole è battezzata nel fuoco per il giudizio>>.

LAMPADA AI MIEI PASSI 22-11-2020

Dal sito di Vatican news

 

Lampada ai miei passi 20.11.2020

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