Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

III Domenica di Pasqua

logo AMO1217788 Christ\\\\\\'s Appearance to the Two Disciples journeying to Emmaus, 1835 (oil on panel) by Linnell, John (1792-1882); 56x78 cm; Ashmolean Museum, University of Oxford, UK; \\u00A9 Ashmolean Museum . , Bridgeman Images

Quando la Parola mette in cammino

La strada che da Gerusalemme conduce a Emmaus non è soltanto una via geografica. È una soglia interiore. Su quella strada, nel pomeriggio di Pasqua, Luca colloca due discepoli che camminano allontanandosi dal centro della promessa, mentre il sole scende e con esso sembrano spegnersi le loro speranze. È l’ora del disincanto, il tempo in cui la fede appare smentita dai fatti. Essi parlano, ma le loro parole non aprono futuro. Ripercorrono gli eventi, li analizzano, li raccontano con precisione, e tuttavia tutto converge verso una conclusione amara: «Noi speravamo». La speranza è al passato. Il loro è un sapere chiuso, che conosce i fatti ma non ne coglie il senso. Gesù si accosta come uno straniero. Non rivendica un riconoscimento immediato. Cammina con loro, al loro passo, assumendo la forma discreta del compagno di viaggio. Luca annota che i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non perché Gesù sia irriconoscibile, ma perché il loro sguardo è ancora prigioniero di una lettura incompleta della storia. La prima parola del Risorto è una domanda. Chiede di che cosa parlino, che cosa li occupi, che cosa li renda tristi. È una domanda che scava, perché obbliga i discepoli a mettere in parola la loro ferita. La pedagogia pasquale comincia sempre dall’ascolto del dolore umano. Clèopa risponde con una punta di ironia: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme». In realtà, proprio colui che viene considerato estraneo è l’unico che conosce il senso profondo degli eventi. I discepoli raccontano tutto: Gesù profeta, la condanna, la croce, la tomba vuota, le parole delle donne. Raccontano il Vangelo intero, ma come una storia fallita. È possibile dire tutto su Gesù e non riconoscerlo. È a questo punto che il Risorto prende la parola con forza: «Stolti e lenti di cuore a credere». Non è un giudizio morale, ma una diagnosi spirituale. Il cuore, nella Bibbia, è la sede dell’intelligenza. La lentezza non riguarda il sentimento, ma la capacità di comprendere. Il problema dei discepoli non è l’emozione spenta, ma l’intelligenza non ancora convertita. Allora Gesù compie il gesto decisivo: interpreta le Scritture. Da Mosè ai profeti, rilegge l’intera storia di Dio come una storia che conduce alla croce e alla gloria. Non offre una spiegazione astratta, ma insegna a leggere la vita dentro la Parola e la Parola dentro la vita. La fede pasquale nasce qui: quando la Scrittura diventa chiave di lettura dell’esistenza. Mentre camminano e ascoltano, qualcosa muta dentro i discepoli. Più tardi lo diranno con parole semplici e vere: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore?». È il segno che la Parola, finalmente compresa, ha iniziato a generare vita. Giunti a Emmaus, Gesù fa come se dovesse andare oltre. I discepoli lo invitano a restare, mossi da un gesto di ospitalità che nasce dall’ascolto. E nel gesto dello spezzare il pane gli occhi si aprono. Il gesto eucaristico, così familiare e insieme decisivo, diventa il luogo del riconoscimento. Ma proprio quando riconoscono Gesù, egli scompare dalla loro vista. Non è più davanti a loro, perché ora è dentro: nella Parola compresa, nel pane condiviso, nella vita trasformata. Il racconto potrebbe finire qui, nella quiete della sera. Invece ricomincia. I due discepoli si alzano subito, nella notte, e tornano a Gerusalemme. La strada è la stessa, ma tutto è cambiato. Prima era una fuga, ora è una missione. Prima era discesa verso il tramonto, ora è salita verso la città della promessa. Emmaus è la storia di ogni discepolo: una storia in cui lo smarrimento può diventare rivelazione, la tristezza ardore, la strada di ritorno luogo di un nuovo inizio.

II Domenica di Pasqua

logoLRI4690221 The disbelief of apostle Thomas. Detail. 14th century (fresco) by Sienese School, (14th century); Monastero di San Benedetto (Santuario Sacro Speco), Subiaco, Rome, Lazio, Italy; (add.info.: The incredulite of apostle Thomas Detail. Fresco of the school of Siena. 14th century. Superior Church. Monastery of Saint Benedetto (Sacro Speco), Subiaco (Rome), Italy); Luisa Ricciarini. , Bridgeman Images

Tommaso, ossia il coraggio del dubbio

La scena con cui si apre il racconto evangelico è facile da immaginare: una stanza chiusa, poche persone raccolte insieme, molte parole non dette e la sensazione che tutto ciò che era stato promesso si sia improvvisamente fermato. Le porte chiuse raccontano una comunità tesa, che si protegge e cerca sicurezza, ma che proprio in questa chiusura scopre lo spazio in cui la Risurrezione può entrare. È lì, in questa situazione ordinaria e quasi domestica, che Gesù appare e si mette in mezzo, creando uno spazio in cui gli altri possono ritrovare il coraggio di vivere, mostrando che la vita nuova non ha bisogno di grandi gesti, ma di presenza autentica.

Il suo saluto, «Pace a voi», è come un respiro profondo che riporta calma e orientamento, simile a quando qualcuno entra in una stanza tesa e con la sola presenza restituisce serenità. Gesù mostra le mani e il fianco, ricordando ai discepoli che la vita nuova non cancella ciò che è stato difficile: le ferite restano visibili, così come restano visibili le tracce delle prove che ciascuno attraversa. La gioia nasce dalla consapevolezza che proprio quella storia ferita può continuare, trasformandosi in occasione di crescita e di apertura, in uno spazio in cui anche le esperienze dolorose trovano un nuovo significato.

Da qui prende forma l’invio dei discepoli, non come un compito da organizzare immediatamente, ma come uno stile di vita che si radica nella presenza e nel sostegno reciproco. Entrare nelle situazioni bloccate senza forzarle, rimettere in movimento relazioni ferme, restituire fiducia dove sembrava spenta: tutto questo è reso possibile dal dono dello Spirito, il soffio che apre strade, rinnova il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo a compiere. È lo Spirito che trasforma gesti e parole in vita, che accompagna ogni passo dei credenti, sostituendo la paura con coraggio, la chiusura con apertura, il dubbio con possibilità. La figura di Tommaso, detto Didimo, cioè Gemello, aggiunge un’altra dimensione alla scena. Il suo dubbio non è rifiuto, ma ricerca sincera: vuole toccare con mano, verificare con i propri sensi, capire con i propri tempi. Questo mostra che la fede cresce attraverso l’incontro e la pazienza, e che il dubbio non è un ostacolo, ma una porta attraverso cui la fiducia può entrare e radicarsi. Gesù lo incontra nella sua richiesta, torna proprio per lui e non lo giudica, mostrando che la presenza amorevole accoglie domande ed esitazioni. La confessione «Mio Signore e mio Dio» nasce da questa relazione, ma è anche il frutto di una comunità che sostiene e accompagna, e diventa espressione di una fede viva, formata nel tempo, nell’ascolto e nella disponibilità ad aprirsi. In questo senso, Tommaso non è solo il dubbioso della storia, ma il simbolo di chi cerca autenticità, e la sua esperienza ci insegna che il dubbio, quando accolto, non indebolisce la fede, ma la rende più profonda e consapevole.

L’ultima parola del testo si rivolge a chi legge: la beatitudine per coloro che credono senza aver visto invita a percorrere la fede come cammino di fiducia, sostenuti dal dono dello Spirito, capaci di accogliere le proprie domande e di aprire la propria vita agli altri. La Risurrezione prende forma nei gesti concreti, nella disponibilità ad ascoltare chi ha paura, nel coraggio di offrire perdono e fiducia, e nella capacità di costruire relazioni autentiche. Credere significa lasciarsi trasformare, permettere allo Spirito di guidare i passi, e scoprire che ogni piccolo gesto di apertura, ogni parola detta con sincerità, ogni atto di vicinanza può diventare seme di vita nuova, facendo della nostra quotidianità un luogo dove la Pasqua continua a fiorire.

Pasqua di Risurrezione

 

logoXLF3780535 Peter and John hurry to the empty tomb - Bible by Hole, William Brassey (1846-1917); (add.info.: Peter and John hurry to the empty tomb and inspect the linen cloths. \\\\\\'So they ran both together: and the other disciple did outrun Peter, and came first to the sepulchre\\\\\\' John xx 3-10. (discover Jesus\\\\\\' physical body has disappeared) Illustration by William Hole 1846-1917. The Life of Jesus Nazareth , London Eyere and Spottiswoode, nd (signed 1913)); Lebrecht History. , Bridgeman Images

Il primo giorno della nuova creazione

Il mattino di Pasqua, nel Vangelo di Giovanni, non si apre con un annuncio trionfale, ma con un passo esitante, un andare nel buio che ancora abita il cuore dei discepoli, anche quando l’alba ha già cominciato a vincere la notte.

Maria di Magdala si reca al sepolcro «quando era ancora buio». Questa semplice nota temporale non è soltanto cronologica: racconta una condizione interiore. La luce nuova della creazione è iniziata, eppure lo sguardo umano fatica ancora a riconoscerla. La Risurrezione è già realtà, ma il cuore degli uomini non la percepisce subito. La pietra ribaltata, primo segno di una realtà sconvolta, non genera immediatamente la fede, ma provoca un’interpretazione dolorosamente razionale: il corpo è stato portato via, il Signore sottratto anche alla memoria. Da questo fraintendimento nasce una corsa, una tensione che attraversa l’intero racconto e ne scandisce il ritmo. Corrono Maria, Pietro e il discepolo che Gesù amava, come se i loro cuori avessero intuito che lì, in quel sepolcro vuoto, si giocava qualcosa di decisivo, pur senza poter ancora dire cosa.

Giovanni descrive questa corsa con rara finezza narrativa, mostrando due modi diversi di confrontarsi con il mistero: l’impeto dell’amore, che arriva per primo e si arresta sulla soglia, e l’autorità della riflessione, che giunge dopo, entra, osserva, cerca di comprendere.

Dentro il sepolcro non c’è il corpo, ma non c’è neppure il disordine di un furto. Le tele giacciono ordinatamente, il sudario è ancora avvolto nello stesso luogo. È una scena silenziosa, immobile, sospesa, e proprio per questo eloquente, come se parlasse al cuore più che agli occhi.

Giovanni insiste sul vedere, ma distingue sottilmente tra diversi livelli dello sguardo. Maria vede e interpreta secondo la logica del lutto; Pietro vede e riflette, ma resta fermo a una comprensione incompleta; il discepolo amato, invece, vede e crede. Non vede il Risorto, non assiste direttamente all’evento, ma coglie, in quella disposizione delle tele, l’impossibilità di una spiegazione puramente umana. Lascia che il cuore faccia un passo oltre ciò che la mente può dimostrare, e in quell’atto semplice e silenzioso nasce la fede.

La fede pasquale, in Giovanni, non nasce da una prova spettacolare, ma da un segno discreto che chiede di essere interpretato; non da un’evidenza che si impone, ma da uno sguardo che si lascia trasformare. Il sepolcro vuoto non racconta ancora tutto; anzi, l’evangelista annota con sobrietà che «non avevano ancora compreso la Scrittura», ricordando che la Risurrezione non è una semplice rianimazione, ma una creazione nuova, un passaggio radicale verso la vita piena che solo l’incontro con il Risorto potrà rendere comprensibile fino in fondo.

In questo inizio di Pasqua, Giovanni consegna alla Chiesa di ogni tempo un’esperienza fondativa: la fede nasce spesso nel chiaroscuro, tra segni incompleti e interpretazioni fragili, e cresce là dove l’amore accetta di non possedere tutto, ma di sostare, guardare, e fidarsi. È il primo giorno della nuova creazione, e come all’alba del mondo, la luce c’è già, anche se l’uomo deve ancora imparare a riconoscerla. È una luce che non abbaglia, ma invita a un passo lento e attento, a uno sguardo che sa aspettare, aprendo il cuore al miracolo silenzioso della vita nuova.

Domenica delle Palme

logo3598046 Crucifixion, 1490-93, Italy by Italian School, (15th century); Museo di Capodimonte, Naples, Campania, Italy; (add.info.: Unknown painter of Verona, active in the last quarter of 15th century. Crucifixion, 1490-93. Renaissance. Museo di Capodimonte. Naples, Italy.); Tarker. , Bridgeman Images

Sul Golgota, l’albero della vita

Il racconto della Passione secondo Giovanni, soprattutto nella sezione che va dal Golgota alla sepoltura (Giovanni 19,17-42), non è solo la cronaca di una morte violenta. È una grande meditazione teologica, costruita con immagini, rimandi, silenzi. Tutto è carico di senso, nulla è lasciato al caso. Gesù è condotto al luogo detto del Cranio, il Golgota, e lì è crocifisso insieme ad altri due: uno da una parte e uno dall’altra, «e Gesù in mezzo». Giovanni insiste su questo “in mezzo”, come se non fosse ovvio. Ma non lo fa per distrazione: vuole suggerire un’immagine antica e potentissima. In mezzo al giardino delle origini, racconta la Genesi, si trovava l’albero della vita. Ora quell’albero è la croce. Da essa pende il frutto che dona la vita al mondo.

Nel suo Vangelo Giovanni ha preparato questo momento fin dall’inizio. Quando Gesù promette a ridosso della chiamata dei primi discepoli che il cielo si aprirà e gli angeli saliranno e scenderanno sul Figlio dell’uomo, sta evocando la scala sognata da Giacobbe. Ma quella scala, per il credente, ha un nome preciso: è la croce. È da lì che il cielo e la terra tornano a comunicare. Non esiste uno sguardo profondo su Dio che non passi attraverso questo legno. Sotto la croce si muove un’umanità divisa e insieme ricomposta. I soldati romani, pagani, si spartiscono le vesti di Gesù; la tunica, invece, resta intatta, tirata a sorte. Poco distante stanno quattro donne, tutte ebree, tra cui Maria e Maria di Magdala. Uomini e donne, pagani ed ebrei: l’evangelista sembra voler dire che la salvezza non conosce confini. La croce piantata nel mezzo del mondo apre i quattro punti cardinali della storia. La tunica senza cuciture, che non viene strappata, ha affascinato a lungo i Padri della Chiesa. È la veste del sommo sacerdote, ma anche il segno dell’unità della Chiesa, che non può essere lacerata. Come la rete della pesca miracolosa, che pur colma non si spezza, così la comunità dei credenti è chiamata a restare una.

Sotto la croce Gesù pronuncia parole essenziali. Affida sua madre al discepolo amato e il discepolo alla madre. Nasce qui una nuova famiglia, fondata non sul sangue ma sulla fede. Maria, chiamata “donna” come a Cana, appare come la nuova Eva, madre di un’umanità riconciliata. Le nozze annunciate all’inizio del Vangelo trovano ora il loro compimento: lo sposo dona la vita per la sua sposa, la Chiesa. Poi Gesù dice: «Ho sete». È la sete dell’uomo, del desiderio profondo che attraversa ogni vita. È la stessa sete evocata davanti al pozzo di Sicar. E infine: «È compiuto». Non è un grido di sconfitta, ma di pienezza. L’amore è arrivato fino all’estremo. Chinato il capo, Gesù consegna lo Spirito.

Dal suo costato trafitto sgorgano sangue e acqua. Giovanni vede in quel gesto l’adempimento delle Scritture: Gesù è il nuovo tempio, da cui scaturisce la sorgente che risana il mondo. È l’acqua del Battesimo e il sangue dell’Eucaristia, il fiume di vita che rende fecondo anche il “mare morto” dell’esistenza umana. Il racconto si chiude in un giardino. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che un tempo aveva cercato Gesù di notte, ora agiscono alla luce del giorno. Portano aromi in abbondanza, come per la sepoltura di un re. Il sepolcro è nuovo, e nessuno vi è mai stato deposto. È una morte nuova, che già profuma di vita. Il giardino torna a essere ciò che era all’inizio: il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo. Sul Golgota, là dove tutto sembrava finire, il paradiso viene silenziosamente riaperto.

V Domenica di Quaresima

logoXIR193452 The Raising of Lazarus, Scenes from the Life of Christ (mosaic) by Byzantine School, (6th century); Sant\\\\\\'Apollinare Nuovo, Ravenna, Italy. , Bridgeman Images

 

Ricordati che puoi risorgere

A Betania la morte ha un odore preciso, quasi riconoscibile: è l’odore della pietra chiusa, del pianto che riempie la casa, della speranza che sembra arrivare troppo tardi. Tutto il racconto di Lazzaro si muove dentro questo spazio segnato dal lutto: una famiglia ferita, due sorelle che vegliano un’assenza, un amico che non c’è più e un sepolcro che sembra avere l’ultima parola.

La morte, del resto, non ha bisogno di essere creduta: si impone con una evidenza brutale, attraversa le cronache quotidiane, abita i conflitti irrisolti, si affaccia sulle strade dove tante vite, soprattutto giovani, si spezzano improvvisamente. Eppure, proprio mentre la vediamo ovunque, impariamo anche a rimuoverla, a far finta che non ci riguardi, come se la distanza potesse proteggerci dalla sua domanda radicale. Il Vangelo di Giovanni, invece, non consente questa fuga. Ci obbliga a fermarci davanti al sepolcro, a sostare in quel luogo scomodo dove il dolore non può essere addolcito né spiegato. Ci fa intuire che vivere è, in fondo, un continuo tentativo di uscire dalla morte: da situazioni che ci chiudono, da relazioni che si spengono, da paure che ci rendono immobili. Ma quando ogni via di uscita sembra sbarrata, quando la pietra è ormai sigillata, che cosa resta? Resta l’amicizia, ed è forse questa la luce più sorprendente del racconto. Gesù ama Lazzaro, ama Marta e Maria; Betania è per lui una casa, un rifugio, un luogo dove deporre la stanchezza accumulata lungo le strade e ritrovare il gusto della relazione gratuita. Per questo, quando giunge il messaggio – «Il tuo amico è malato» – Gesù non può restare lontano, anche se tornare significa esporsi al pericolo, rientrare in un territorio ostile, avvicinarsi a una morte che lo riguarda ormai da vicino.

Qui l’amore assume il volto del rischio. Gesù sa che restituire la vita a Lazzaro gli costerà la propria, e infatti dopo Betania la sua sorte è segnata. L’amico vive perché l’amico accetta di perdere la vita. È una legge dura, ma profondamente vera: l’amore autentico non è mai senza ferite, non è mai senza prezzo.

Davanti alla tomba Gesù piange. Piange senza trattenersi, senza difendersi, come piangono gli amici quando la morte spezza un legame irrinunciabile. Non è un pianto rassegnato, ma un pianto che protesta, che si ribella, che dice un “no” radicale alla logica implacabile della morte. Le lacrime di Gesù ci ricordano che la fede non elimina il dolore e non chiede di mascherarlo, ma lo attraversa fino in fondo. Poi, nel silenzio carico di attesa, risuona una parola che rompe l’immobilità del sepolcro: «Lazzaro, vieni fuori!». Non è soltanto il richiamo di un morto alla vita, ma una parola che attraversa il tempo e continua a raggiungere ogni uomo e ogni donna. Perché il vero miracolo non è tornare alla vita di prima, destinata comunque a finire, ma entrare in una vita nuova, capace di oltrepassare la morte senza esserne schiacciata.

«Io sono la Risurrezione e la vita», dice Gesù, parlando non al futuro ma al presente. La Risurrezione non è rimandata all’ultimo giorno: accade già ora, ogni volta che una pietra viene tolta, ogni volta che qualcuno trova il coraggio di uscire dal proprio sepolcro interiore.

Per questo il comando continua a risuonare anche per noi: «Togliete la pietra!». Togliere ciò che chiude il cuore, ciò che rende indifferenti al dolore degli altri. La Risurrezione finale non sarà altro che il compimento di queste piccole, faticose risurrezioni quotidiane. La parola cristiana, allora, non è «ricordati che devi morire», ma un’altra, più esigente e più luminosa: «Ricordati che puoi risorgere». Già ora, ogni giorno, alla voce di Colui che non smette di chiamare: «Vieni fuori».

IV Domenica di Quaresima

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Occhi nuovi per un cuore vivo

Il segno di cui parla il Vangelo è un passaggio: dalle tenebre alla luce. Non solo dal buio degli occhi alla vista, ma da una cecità più profonda a uno sguardo nuovo. Perché ci sono diversi modi di vedere: c’è il vedere con gli occhi, il vedere con l’intelligenza e c’è il vedere con gli occhi del cuore. Spesso siamo travolti da ciò che appare e perdiamo il senso della realtà. Viviamo in una civiltà in cui conta ciò che si vede, ciò che si esibisce, ciò che funziona come spettacolo. E così può accadere di stare accanto a una persona e non vederla davvero; persino di vivere insieme per anni e scoprire, un giorno, di non essersi mai compresi fino in fondo. Senza gli occhi del cuore non si vede neppure sé stessi: resta nascosto quell’io profondo che desidera il vero, il bello, il puro. E senza gli occhi del cuore, come potremmo vedere Dio? «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio», dice Gesù. Questo sguardo non è il frutto di uno sforzo, ma un dono. Gesù è la luce del mondo: dove passa, nascono occhi nuovi.

Il cieco del Vangelo è una figura esemplare. È cieco dalla nascita: non vede e non è visto. Non perché sia invisibile, ma perché chi lo incontra non va oltre l’apparenza. I discepoli lo guardano e subito cercano una colpa: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Gesù, invece, «passando, vide». Vide davvero: non un peccatore da giudicare, ma un uomo da salvare. Gesù rifiuta il legame automatico tra malattia e peccato, un’idea dura a morire, allora come oggi. Non si perde in discussioni sterili: mentre i discepoli parlano, lui agisce. Non cerca la causa della sofferenza, ma apre uno spiraglio di luce dentro di essa. Non spiega il mistero del dolore, ma lo attraversa con la misericordia.

Il cieco nato non ha perso la vista: non l’ha mai avuta. Per questo il gesto di Gesù non è solo guarigione, ma creazione. Sputa per terra, impasta il fango, lo spalma sugli occhi. È un gesto concreto, quasi sconcertante, che richiama il fango della prima creazione: la vita di Dio che si mescola alla terra dell’uomo. Poi Gesù lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe, che significa “Inviato”. Non nel lavatoio più vicino, ma là, attraversando la città, scendendo verso il punto più basso. È un cammino faticoso, ma necessario. La grazia è dono, ma chiede una risposta. L’uomo va, si lava e torna che ci vede. Quel cieco è il simbolo dell’umanità intera, incapace, da sola, di vedere Dio. È una figura nella quale ciascuno può riconoscersi. Anche noi siamo ciechi dalla nascita, non perché colpevoli, ma perché limitati. Abbiamo bisogno di un intervento creatore che ci renda capaci di ciò che da soli non possiamo fare.

Il racconto diventa allora un cammino di fede. L’uomo che ha ricevuto la vista cresce nella luce: prima parla di «un uomo chiamato Gesù», poi lo riconosce come profeta, quindi come uno che viene da Dio, fino a dire: «Credo, Signore». Più vede, più rischia; più cresce nella luce, più resta solo. Viene insultato, giudicato, cacciato fuori. Ed è proprio lì che Gesù lo incontra di nuovo. Dove qualcuno è escluso, Gesù si fa presente. Quando si perdono appartenenze e protezioni nasce la fede vera. Il Vangelo pone una domanda decisiva: «Siamo ciechi anche noi?». La vera cecità è credere di vedere già, rifiutando di lasciarsi cambiare. Perché il miracolo avvenga, occorre riconoscersi ciechi e mendicare luce. Così anche noi possiamo diventare figli della luce, capaci di vedere Dio perché capaci di vedere il fratello.

III domenica di Quaresima

logoFIA5370909 Christ and Samaritaine at the well of Jacob. Christ and Samaritan Woman at Jacob\\\\\\'s Well (gouache on parchment) by Konig, Johann or Hans (1586-1642); Pushkin Museum, Moscow, Russia; (add.info.: Le Christ et la Samaritaine au puit de Jacob. Christ and Samaritan woman at Jacob\\\\\\'s Well. Peinture de Johannes Koenig (1586-1632/1635). Art allemand, style baroque. Gouache sur parchemin. Musee des Beaux Arts Pouchkine, Moscou.); \\u00A9 Fine Art Images. , Bridgeman Images

Quando la sete diventa sorgente

Il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna di Samaria è uno dei testi più densi del Vangelo di Giovanni. Tutto accade in un’ora impropria, in un luogo carico di memoria e sotto il segno di una stanchezza non solo fisica. Gesù, affaticato dal cammino, si siede presso il pozzo di Giacobbe, a Sicar. È mezzogiorno. Il caldo è intenso e il contesto è delicato: Gesù sta lasciando la Giudea per ritirarsi in Galilea, dopo aver incontrato forti resistenze da parte dei farisei. Che una donna venga ad attingere acqua a quell’ora è anomalo. Normalmente si va al pozzo al mattino o alla sera. La donna ha scelto quel momento per non incontrare nessuno.

Il pozzo, nella cultura biblica, è luogo di incontri decisivi: alleanze, accordi, talvolta storie d’amore. Presso un pozzo nascono relazioni destinate a segnare un destino. Non stupisce che Giovanni ambienti qui uno degli incontri più rivelativi del Vangelo. La vita umana, infatti, è impensabile senza incontri. Ciò che siamo è il risultato di relazioni che ci hanno generato o ferito, aperto o chiuso. Anche quello tra Gesù e la donna di Samaria aveva tutte le premesse per fallire: un uomo giudeo, un rabbì, che parla pubblicamente con una donna, per di più samaritana. Sarebbe bastato poco perché tutto si riducesse a una conversazione educata ma sterile.

Non è così. Gesù non resta in superficie e non guarda quella donna come un caso morale. Della sua vita sappiamo che aveva avuto cinque mariti e che ora conviveva con un sesto uomo. Il testo, però, non indugia su giudizi. Durante il dialogo emerge una donna intelligente, capace di pensiero, non schiacciata dal proprio passato né umiliata dalla propria condizione. La tentazione di ridurla alla sua irregolarità sarebbe stata forte. È una tentazione antica: usare la morale come strumento di distanza anziché di verità. Gesù non segue questa strada. Al contrario, si espone: chiede da bere e stabilisce una relazione fondata sulla reciprocità.

«Dammi da bere». È una richiesta elementare. L’acqua è il nutrimento fondamentale della vita: senza cibo si può resistere a lungo, senza acqua no. Gesù parte dall’acqua materiale per parlare di un’“acqua viva”, capace di dissetare in modo definitivo. Nella Bibbia l’acqua è simbolo della parola che dà vita e dello Spirito che rigenera. Non a caso questo brano faceva parte dell’antico cammino catecumenale verso il Battesimo. Chi beve dell’acqua donata da Cristo entra in una relazione nuova con Dio, filiale e libera, non mediata da luoghi o strutture sacre.

Quando la conversazione tocca la vita affettiva della donna, Giovanni introduce un dettaglio simbolico decisivo. È mezzogiorno, l’ora sesta. Sei sono anche i mariti. Il sei, nella simbologia biblica, indica l’incompiutezza: l’umanità che tende a una pienezza ancora attesa. In questo senso Gesù si presenta come il “settimo”: non un marito tra gli altri, ma colui che porta a compimento un’alleanza spezzata. La donna di Samaria diventa figura dell’umanità inquieta, alla ricerca di legami che promettono molto e mantengono poco. Non è un caso che la questione decisiva diventi religiosa: dove adorare Dio? La risposta di Gesù è una delle più alte del Vangelo: Dio non è legato a un luogo. Si adora “in spirito e verità”, cioè nello Spirito donato da Gesù, che rende possibile una relazione autentica con il Padre. Per la donna è una rinascita. Il passato non viene cancellato, ma non la condanna più. Il suo sguardo su Gesù cambia: da giudeo a profeta, fino al riconoscimento del Messia. Lei, venuta a mezzogiorno per evitare gli altri, diventa annunciatrice. Lascia la brocca, segno della vita di prima, e corre in città. La Samaria, terra disprezzata, si rivela ancora luogo di fede sorprendente.

I Domenica di Quaresima

logoGUL232028 Ms Hunter 36 f.110r The Three Scenes of the Temptation, from Vita Christi, by Ludolf of Saxony, c.1300-77/78 (vellum) by German School, (14th century); Glasgow University Library, Scotland; \\u00A9 University of Glasgow Library . , Bridgeman Images

Il deserto che plasma

Subito dopo il battesimo nel Giordano, quando la voce del Padre ha proclamato Gesù Figlio amato, egli si ritira nel deserto. Non è una fuga né una pausa casuale, ma un tempo necessario di silenzio, di vuoto e di confronto. Lo Spirito stesso lo conduce lì, in un luogo dove il cielo e la terra sembrano separati, dove le giornate si ripetono uguali e il tempo pesa, segnato dalla fame e dalla solitudine. È lo spazio in cui ogni scelta diventa chiara, dove il limite del corpo e la fragilità umana si mostrano senza veli.

Dopo quaranta giorni Gesù ha fame. Ed è in questo momento che si aprono le tentazioni. La prima riguarda il bisogno immediato: trasformare la pietra in pane. È una proposta sottile, che sembra ragionevole: usare il proprio potere per risolvere ciò che manca. Ma il Vangelo racconta con sobrietà che Gesù risponde con la parola della Scrittura: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Non si tratta di negare il corpo o il bisogno, ma di indicare che la vita non si regge solo su ciò che si può consumare: esiste una dimensione più profonda, che dà senso all’esistenza.

La seconda tentazione porta Gesù sul punto più alto del tempio, esposto agli sguardi di tutti. Qui la proposta appare sostenuta dalle Scritture stesse, citate per legittimare un gesto clamoroso: gettarsi e affidarsi a un intervento divino evidente. È l’uso distorto della Parola, che il diavolo mette in scena come strumento di pressione e spettacolo, trasformando ciò che dovrebbe guidare in uno strumento per ingannare. Gesù rifiuta anche questa via: la fiducia non nasce dal miracolo e non si impone, ma si offre nella libertà e nell’ascolto.

Infine, il panorama si apre: tutti i regni del mondo, con la loro gloria, vengono offerti in cambio di un atto di sottomissione. È la tentazione più esplicita: scegliere la scorciatoia del potere, governare senza fatica, imporre il bene dall’alto. Ancora una volta Gesù non cede. La sua strada non è la forza, non è la conquista, non è la visibilità. Il regno che annuncerà non nasce dalla prevaricazione, ma dall’amore, dalla fedeltà a Dio e dalla libertà di chi lo segue.

Quando il confronto termina, il deserto non scompare. Non c’è trionfo apparente, ma una scelta silenziosa e decisiva. Gesù emerge con una direzione chiara, che orienterà tutto il suo cammino, fino alla croce: un Messia fedele, libero, povero, che non si piega al potere, non cerca spettacoli e non risolve il cammino degli altri con scorciatoie. Il racconto non riguarda solo lui. Ogni credente, ogni comunità, riconosce in queste prove la propria vita quotidiana: la fame che spinge a soluzioni immediate, la tentazione di cercare segni che costringano la fede, la seduzione del potere e della sicurezza.

La Quaresima ci richiama a questo tempo favorevole, a fare spazio al silenzio e alla solitudine, a confrontarci con ciò che davvero conta. Attraverso il deserto impariamo che la prova non viene eliminata, ma attraversata. La tentazione può diventare un luogo di discernimento, di scelta e di crescita. E la risposta di Gesù resta: non la forza, non l’apparenza, non la conquista, ma la fedeltà, la discrezione e la libertà di servire Dio. È una strada più difficile, ma quella che genera vita, perché cammina nella verità, nel limite e nella responsabilità di ciò che è reale e necessario.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

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