Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

V Domenica del tempo ordinario

 

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Più luce e sapore, meno protagonismo

Nel Discorso della montagna, subito dopo le beatitudini, Gesù affida ai discepoli due immagini semplici, ma insieme ricche di significato: il sale della terra e la luce del mondo. Esse non introducono nuove norme o prescrizioni, ma aiutano a comprendere cosa significhi, in maniera concreta e quotidiana, vivere da discepoli nella storia. Dopo aver delineato il volto interiore del credente, Gesù ne mostra la presenza visibile nel mondo. Colpisce subito il modo in cui Gesù si esprime: «Voi siete il sale della terra», «voi siete la luce del mondo». Non usa il linguaggio dell’imperativo, ma quello dell’indicativo. Non dice ciò che i discepoli dovrebbero diventare attraverso uno sforzo, bensì afferma ciò che già sono.

Questa identità non nasce da qualità personali o meriti particolari, ma dalla relazione con lui. Cristo è la luce vera e la sapienza autentica; chi rimane unito a lui partecipa della sua vita e, per questo, può diventare sale e luce per gli altri. L’immagine del sale richiama anzitutto il gusto. Il sale rende saporito ciò che altrimenti sarebbe insipido e permette di apprezzarne il valore. Applicata alla vita cristiana, questa immagine evoca una sapienza concreta, capace di dare profondità alle esperienze quotidiane e di viverle con il senso di Dio.

Allo stesso tempo, Gesù mette in guardia da un rischio reale: il sale può perdere il suo sapore e, in tal caso, non serve più a nulla. È un richiamo sobrio, ma serio: quando il discepolo perde il legame vitale con Cristo, rischia di smarrire anche la propria forza testimoniale. Il sale, inoltre, va usato con misura. Ne basta poco per dare gusto, mentre un eccesso rovina. Questo dettaglio illumina bene lo stile della testimonianza cristiana. I discepoli non sono chiamati a imporsi né a occupare ogni spazio, ma a inserirsi nella realtà con discrezione, valorizzandola dall’interno. Il Vangelo non è zucchero che addolcisce tutto, ma sale che dà sapore e verità alla vita, anche quando ciò richiede sobrietà, pazienza e discernimento.

Accanto al sale, Gesù propone l’immagine della luce. La luce ha una funzione essenziale: illuminare. Una lucerna nascosta sotto il moggio perde completamente il suo senso. La fede, dunque, non può restare confinata nell’ambito del privato. Tuttavia, Gesù non invita all’esibizione. La luce di cui parla non abbaglia e non cerca attenzione su di sé, ma permette di vedere meglio ciò che ci circonda. Le opere buone, infatti, non hanno bisogno di essere ostentate: diventano visibili attraverso uno stile di vita coerente e riconoscibile. Una vita illuminata dal Vangelo si lascia percepire nel tempo, nei gesti e nelle relazioni.

Come diceva Madre Teresa, «Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore». Questa frase ricorda che ciò che rende la vita significativa non è apparire, ma agire con autenticità, generosità e attenzione agli altri: essere sale e luce significa incidere positivamente sul mondo attraverso gesti concreti e discreti.

Il fine ultimo dell’essere sale e luce è chiaramente indicato da Gesù: «Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Il discepolo non è mai il centro, ma rimanda sempre oltre sé. Essere sale e luce significa, in definitiva, vivere della vita di Cristo e, con una presenza pacata, sobria e credibile, aiutare il mondo a riconoscere il volto buono del Padre.

IV Domenica del tempo ordinario

logoBAT94738 The Sermon on the Mount, 1442 (fresco) by Angelico, Fra (Guido di Pietro/Giovanni da Fiesole) (c.1387-1455); Museo di San Marco, Florence, Italy; (add.info.: by Fra Angelico); \\u00A9 Nicol\\u00F2 Orsi Battaglini. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

 

Il bivio della felicità: ricchi di sé o ricchi di Dio

                                                                                                               Le beatitudini non sono un elenco di precetti né un ideale irraggiungibile per pochi, ma descrivono la forma concreta della vita umana quando si lascia abitare da Dio. Per questo si è detto, a ragione, che tutte potrebbero essere ricondotte a una sola, la prima: «Beati i poveri». Ma chi è, in verità, il povero? Prima ancora che una categoria sociale, economica o culturale, egli esprime una condizione fondamentale dell’uomo. Ogni uomo, per il solo fatto di esistere, è povero. Non nel senso di una mancanza accidentale, ma di una povertà costitutiva.

Il motivo è evidente: siamo creature finite, strutturalmente incomplete. Anche chi possiede molto resta, in profondità, povero. Si nasce poveri, si vive poveri e si muore poveri, perché in ciascuno permane un desiderio di felicità che nessun bene riesce a colmare definitivamente. Questa mancanza non è una colpa, ma un dato della nostra condizione umana.

Di fronte a essa, però, si aprono strade diverse. La più praticata è quella del riempimento. Quando una persona prende coscienza del proprio vuoto interiore, è spontaneamente tentata di colmarlo con qualcosa che prometta pienezza e appagamento. Non si tratta soltanto di beni materiali: anche il successo, la cultura, il riconoscimento sociale e perfino la religione possono diventare strumenti per garantirsi sicurezza. La fede stessa, se vissuta come possesso o garanzia, rischia di trasformarsi in idolo.

Chi percorre questa via pensa di mettere a tacere il vuoto. In realtà lo nasconde soltanto. La povertà rimane, ma diventa inconsapevole: una povertà stordita, illusa. Si recita la parte del vincitore, senza accorgersi di essere interiormente sconfitti. Quando questa illusione si incrina, emergono inquietudine e disperazione. Non è raro, infatti, incontrare vite apparentemente riuscite ma profondamente infelici. C’è anche un’altra conseguenza, meno evidente ma più grave. Chi cerca di colmare il proprio vuoto attraverso il possesso non solo resta povero, ma genera povertà. Ciò di cui si serve per sentirsi pieno viene spesso sottratto agli altri. L’esasperazione dell’io – io penso, io voglio, io agisco – rende duri, incapaci di relazione vera: gli altri vengono ignorati, usati o disprezzati.

Esiste, però, un’altra via, meno battuta ma decisiva. Il punto di partenza non cambia: la consapevolezza della propria povertà creaturale. Ciò che cambia è l’atteggiamento. Non si tratta di riempire il vuoto, ma di accoglierlo. Quando accade questo, esso smette di essere una minaccia e diventa spazio aperto all’incontro, alla grazia, alla presenza di Dio. Il povero che ripone in Dio tutta la sua fiducia viene colmato di Dio stesso. Non è più povero, ma ricco del Regno, perché Dio è con lui. Questa ricchezza non chiude, ma apre. Chi si arricchisce di Dio diventa mite, attento agli altri, appassionato della giustizia, capace di condividere.

Quanti sono disposti a scegliere questa seconda via? La Scrittura parla di un «resto». Il profeta Sofonia, nella prima lettura, lo chiama «il resto d’Israele»: una minoranza che non coltiva orgoglio né presunzione, ma riconosce la propria povertà e si affida a Dio. Anche oggi è così. Non perché la Chiesa sia minoranza nel mondo, ma perché anche nella Chiesa convivono una logica di massa, lontana dalle beatitudini, e un resto che continua a viverle. Questo resto non si impone, non fa rumore. Vive nella quotidianità discreta di persone semplici e umili, ma interiormente ricche, perché abitate da Dio. Il segno che le rende riconoscibili è la gioia: una gioia sobria, profonda, non esibita. È questa gioia a rivelare che la povertà accolta e affidata non conduce alla tristezza, ma alla beatitudine.

III Domenica del tempo ordinario

logoXAL249271 The Calling of St. Peter, from a series of Scenes of the New Testament (fresco) by Barna da Siena (fl.1350-55); Collegiata di Santa Maria Assunta, San Gimignano, Italy. , Bridgeman Images

Nel cuore delle tenebre una luce si alza

Dopo l’arresto di Giovanni Battista, Gesù lascia l’isolata Nazaret e si stabilisce a Cafarnao, sulle rive del Lago di Galilea, nel territorio di Zabulon e Neftali. Non è un semplice spostamento geografico, ma una scelta carica di significato. Nel momento in cui tutto sembrerebbe suggerire prudenza e ritiro, Gesù non si nasconde. Entra invece nella vita ordinaria, tra le case, le strade e il lavoro della gente comune, per far risplendere la luce di Dio proprio là dove l’esistenza appare più semplice e ripetitiva.

Il profeta Isaia aveva annunciato: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (cfr. I lettura). In Gesù questa parola trova compimento. La luce non si accende nei luoghi del potere religioso o politico, ma ai margini, nella concretezza del vivere quotidiano. Dio non teme le tenebre dell’umano: le attraversa, le abita, le trasforma. La Galilea diventa così il segno di una fede incarnata, di un Dio che sceglie di farsi vicino là dove la vita scorre tra fatica, attese e speranze fragili.

Le tenebre di cui parlano Isaia e il Vangelo non sono soltanto l’assenza di luce fisica. Sono il disorientamento interiore, la paura del cambiamento, la sensazione di impotenza che paralizza. Essere «immersi nelle tenebre» significa rassegnarsi, accettare il buio come definitivo. Ma la venuta di Gesù è un invito al movimento: chiede di rialzarsi, di tornare a camminare, di non restare prigionieri dell’ombra.

Alcuni semplici pescatori hanno saputo riconoscere quella luce. Nel cuore della loro vita ordinaria, tra reti da riparare e barche da spingere in acqua, hanno intuito che quella presenza apriva un orizzonte nuovo. Per questo hanno lasciato il lavoro quotidiano e si sono messi al seguito di Gesù, che li incammina verso un mondo rinnovato, del quale già si manifestano i segni: parole che generano gioia, gesti che annunciano salvezza, incontri che restituiscono dignità e vita. In quel momento prende forma il primo, fragile e luminoso germe della Chiesa. I discepoli seguono il Signore non solo per stare con lui e condividere la sua intimità, ma per diventare segno vivo della sua presenza nel mondo. Sono chiamati a testimoniarlo e a radunare uomini e donne nel suo nome, perché nessuno resti chiuso nella solitudine o escluso dalla speranza. La Chiesa nasce così: non come istituzione già compiuta, ma come comunità in cammino, generata dall’incontro con una luce che chiede di essere condivisa.

In questo contesto appare con maggiore chiarezza la novità del discepolato di Gesù. Nelle scuole del giudaismo, il rapporto tra maestro e discepolo era fondato sulla trasmissione di un sapere: il discepolo sceglieva il rabbì, lo seguiva per apprendere la Legge e, una volta formato, aspirava a diventare egli stesso maestro. Era un cammino orientato al compimento di una competenza e all’autonomia.

Con Gesù, invece, la luce non è un sapere da possedere, ma una vita da condividere. Per questo la sequela non ha una scadenza. Seguire Gesù non è una tappa da superare, ma una condizione permanente: si rimane discepoli perché si rimane esposti alla sua parola, sempre in ascolto, sempre in cammino. Il discepolo non arriva mai a “sapere abbastanza”, perché ciò che è chiamato ad apprendere è uno stile di vita, un modo di amare, un modo di stare nel mondo.

II Domenica del tempo ordinario

logoXIR898201 The Baptism of Christ (oil on panel) by Francia, (Francesco di Marco Raibolini) Il (1450-1517); Gemaeldegalerie Alte Meister, Dresden, Germany; (add.info.: Baptism of Christ). , Bridgeman Images

Quel Dio che non ci aspettavamo

Io non lo conoscevo». Giovanni Battista lo afferma due volte parlando di Gesù, e questa insistenza sorprende. Come può dichiarare di non conoscere colui con il quale esistevano legami familiari così stretti? È davvero plausibile che non si fossero mai incontrati, che non avessero condiviso tratti di vita comune? In realtà Giovanni non nega una conoscenza umana di Gesù. Con quelle parole segnala un passaggio decisivo: il passaggio da una familiarità “secondo la carne” a una conoscenza nuova, spirituale, ricevuta dall’alto. Non è Gesù che è cambiato, ma lo sguardo di Giovanni, ora illuminato dallo Spirito, tanto da poter dire: «Io ho visto e ho reso testimonianza». La vera conoscenza di Gesù non nasce dalla consuetudine, ma dalla rivelazione.

Questo tocca direttamente l’esperienza cristiana. La fede non coincide con ciò che sappiamo di Gesù, né con la padronanza di un linguaggio religioso o teologico. È una conoscenza sempre aperta, mai conclusa, che chiede di essere continuamente rinnovata. Il Vangelo, tuttavia, mostra che in questa ricerca non siamo soli. Giovanni vede Gesù «venire verso di lui»: è Dio che prende l’iniziativa. Per due volte il testo parla dello Spirito che discende. La conoscenza autentica di Gesù non è il risultato di uno sforzo umano, ma un dono che viene dall’alto.

Dentro questa esperienza Giovanni pronuncia la sua proclamazione: «Ecco l’Agnello di Dio». Un’espressione che rischia di diventare familiare e poco interrogante, se non ne recuperiamo la densità originaria. Nella lingua aramaica, infatti, il termine talya’ indica sia l’agnello sia il servo. L’annuncio può dunque essere ascoltato anche così: «Ecco il Servo di Dio».

La figura del Servo, nell’Antico Testamento, non designa un semplice subordinato, ma colui che agisce in nome del Signore, il suo rappresentante nella storia. E tuttavia questo Servo è presentato con l’immagine dell’agnello: fragile, mite, consegnato. Autorità e debolezza, missione e vulnerabilità si tengono insieme. Non è un caso che la liturgia accosti a questo Vangelo il Canto del Servo di Isaia (II Lettura). Il profeta, esule in Babilonia, interpreta la propria vocazione come una chiamata ricevuta fin dal grembo materno e descrive la missione con immagini forti: una spada affilata, una freccia pronta nella faretra. È il linguaggio di un impegno totale.

Eppure proprio questo Servo conosce la crisi. Dopo aver dato tutto sé stesso, sperimenta la delusione: la parola sembra inefficace, la fatica sprecata. Ma proprio lì Dio apre un orizzonte più grande. La missione non viene ritirata, bensì dilatata: il Servo diventa luce per le nazioni. Questa fecondità passa attraverso la sofferenza: il Servo diventa Servo sofferente.

In Gesù questa figura trova il suo compimento. Anche la sua vicenda appare segnata dal fallimento: entusiasmo iniziale, poi rifiuto, solitudine, morte. Eppure proprio attraverso questa debolezza Gesù manifesta un’efficacia universale. È l’Agnello, è il Servo: salva non imponendosi, ma consegnandosi.

Questo Vangelo parla anche alla nostra vita. Quando il bene sembra inutile, quando l’impegno non produce i risultati sperati e la stanchezza prende il sopravvento, siamo chiamati a ricordare che la storia non è nelle nostre mani e che i frutti non ci appartengono. Il bene non è mai sterile, anche quando rimane nascosto.

Battesimo del Signore

 

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DGC829537 The Baptism of Jesus, Cyprus (fresco) by Cypriot; Kykkos Monastery, Troodos Mountains, Cyprus.; (add.info.: Situated west of Pedoulas in the Troodos Mountains and founded by the Byzantine emperor Alexios I Komnenos, The Holy, Royal and Stavropegic Monastery of Kykkos (Greek:\\u0399\\u03B5\\u03C1\\u03AC \\u039C\\u03BF\\u03BD\\u03AE \\u039A\\u03CD\\u03BA\\u03BA\\u03BF\\u03C5), is one of the wealthiest and best-known monasteries in Cyprus; Artwork by the Kepola brothers, Cypriot icon painters and others from Greece and Romania;); Prismatic Pictures . , Bridgeman Images

Un inizio che disarma

Giovanni Battista aveva attirato l’attenzione. La sua predicazione, aspra e diretta, aveva fatto parlare di sé e aveva messo in cammino molte persone. Attorno al Giordano si radunavano uomini e donne che sentivano il bisogno di rimettere ordine nella propria vita. In questo contesto Gesù lascia la Galilea e scende fino al fiume. Non è un incontro casuale. Gesù ha sentito parlare di questo predicatore e decide di uscire dalla vita vissuta fino a quel momento in modo nascosto e ordinario, per circa trent’anni. Si mette in cammino, percorre oltre cento chilometri e raggiunge i guadi del Giordano per partecipare a quel rito penitenziale che stava segnando l’attesa di molti. Questa scelta, però, non è affatto scontata. Quando Giovanni lo vede arrivare, resta perplesso e cerca di impedirglielo. Avverte subito uno scarto, una sproporzione che non riesce a spiegarsi: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?».

Il suo battesimo è un gesto destinato a chi riconosce il proprio peccato e sente il bisogno di conversione. Per questo la presenza di Gesù lo disorienta: non riesce a collocarlo tra chi scende nel fiume per cambiare vita. Gesù, tuttavia, non entra in discussione e non cerca di chiarire. Non si sottrae, ma neppure si impone. Chiede solo di lasciar fare, per ora, come se quel gesto fosse necessario anche senza essere subito compreso. E ne indica il motivo: è così che si compie ogni giustizia. Una risposta breve, che non scioglie tutte le domande, ma invita ad accettare uno stile.

In questo punto Matteo concentra il senso del racconto. “Compiere” e “giustizia” sono parole decisive. Gesù non è venuto a sostituire, a rompere o ad annullare, ma a portare a pienezza. E ciò che deve essere portato a pienezza è la giustizia, cioè il progetto di Dio. Un progetto che non si realizza imponendosi dall’alto o prendendo le distanze, ma assumendo fino in fondo la condizione umana. Per farsi battezzare bisogna entrare nel fiume, abbassarsi, immergere la testa, accettare di essere sommersi. È un gesto che parla di perdita, di rinuncia, di esposizione. Gesù sceglie consapevolmente questa strada. Non perché abbia bisogno di purificazione, ma perché il progetto di Dio passa da lì: dalla condivisione e dall’assunzione piena della fragilità dell’uomo, senza scorciatoie.

Davanti a questo gesto anche Giovanni deve cambiare sguardo. Aveva annunciato un Messia forte, deciso, capace di giudicare e di separare. Ora si trova davanti un Messia che si abbassa e chiede di essere accolto. Accettare di battezzarlo significa per Giovanni entrare in una conversione più profonda, lasciarsi correggere dalle proprie attese e imparare uno stile che non aveva previsto. Il Vangelo, significativamente, non racconta il gesto del battesimo. Racconta solo l’uscita. Gesù esce dall’acqua, come in un esodo, come in una liberazione che apre un tempo nuovo. Ed è proprio allora che i cieli si aprono, lo Spirito scende e una voce proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato».

Il Figlio viene riconosciuto non quando si distingue, ma quando accetta di stare dove stanno gli altri. Non prende le distanze né occupa un posto separato: sta in fila, assume la condizione comune. Solo dopo, e non prima, il cielo si apre. Il racconto insiste su questo ordine e continua a metterci in crisi, perché rovescia le nostre attese religiose: Dio non si manifesta nel controllo, nella superiorità o nella separazione, ma rinunciando a sottrarsi e condividendo il destino degli uomini.

 

Solennità dell’Epifania del Signore

logoXJL86566 The Adoration of the Magi, 1530 by Master of the Prodigal Son, (fl.1530-60); 68x56 cm; Museo de Santa Cruz, Toledo, Spain; (add.info.: by of the Prodigal Son Master). , Bridgeman Images

 

Dove cerchiamo la Luce?

L’Epifania non è il racconto di un viaggio suggestivo né una scena secondaria del presepe. È il momento in cui il Vangelo mostra con chiarezza dove Dio sceglie di farsi riconoscere e chi, sorprendentemente, riesce ad accorgersene. Matteo costruisce il suo racconto su un grande contrasto che attraversa tutto il testo. Da una parte c’è l’Oriente lontano, il cielo con le sue stelle, l’ampiezza del mondo e delle sue domande; dall’altra c’è Gerusalemme, centro religioso, luogo delle Scritture, città in cui tutto dovrebbe essere chiaro e riconoscibile. In mezzo, quasi a sorpresa, compare Betlemme, un villaggio marginale, privo di prestigio e di potere, che non promette nulla. Ed è proprio lì che tutto converge, perché Dio sceglie di manifestarsi non dove l’uomo concentra le sue sicurezze, ma là dove meno se lo aspetta.

I protagonisti del racconto sono stranieri. Non appartengono al popolo dell’alleanza, non sono esperti delle Scritture, non rientrano nelle categorie religiose consuete. Eppure sono loro a mettersi in cammino. Non possiedono risposte, ma una domanda che li inquieta e li spinge a partire. Vedono una stella e decidono di prenderla sul serio, lasciandosi orientare da essa. La stella non elimina la fatica del viaggio né rende il percorso più facile, ma offre una direzione, e questo basta per non restare fermi. A Gerusalemme, invece, il clima è opposto. Qui si conoscono le Scritture, si sanno citare i profeti, si è capaci di indicare con precisione il luogo in cui dovrebbe nascere il Messia. Ma questa conoscenza non diventa movimento. Tutto resta fermo.

Il racconto evangelico è sorprendentemente severo: si può sapere molto di Dio, frequentare i luoghi della religione, maneggiare parole sacre, e tuttavia non riconoscere il momento in cui Dio passa davvero. Quando i Magi arrivano a Betlemme, ciò che trovano potrebbe sembrare una smentita delle loro attese. Non c’è nulla di grandioso: solo un bambino, una madre, una casa qualunque. Ed è proprio lì che avviene l’Epifania. I Magi si fermano, si abbassano, adorano. Comprendono che Dio non si impone con la forza, ma chiede di essere riconosciuto nella fragilità; che la luce che cercavano non abbaglia, ma invita a uno sguardo capace di accogliere. Il gesto dell’adorazione rivela che la vera conoscenza non è possesso né controllo, ma relazione. Non basta vedere per comprendere: occorre lasciarsi coinvolgere, accettare di cambiare posizione, di scendere dal proprio punto di vista. I Magi non capiscono tutto, ma si fidano, e questa fiducia li trasforma. Lo si intuisce dal finale del racconto, quando tornano al loro paese per un’altra strada: non perché abbiano trovato un percorso più comodo, ma perché l’incontro con quel bambino ha cambiato il loro modo di camminare.

L’Epifania continua così a interrogarci anche oggi. Ci chiede dove cerchiamo la luce e se siamo davvero disposti a muoverci quando essa ci conduce fuori dai luoghi abituali. Ci ricorda che Dio spesso si lascia incontrare ai margini, che i lontani possono riconoscere prima dei vicini ciò che conta davvero, e che la fede non cresce accumulando certezze, ma accettando di lasciarsi orientare da una luce sufficiente per il passo successivo.

Forse è questo il dono più vero dell’Epifania: non una risposta che chiude le domande, ma una luce che le accompagna, rendendo possibile il cammino.

II Domenica dopo Natale

logoBBG11761449 Saint John the Evangelist on Patmos, 15th century (tempera on wood) by Mates, Joan or Juan (c.1370-1431); Musee Goya, Castres, France; (add.info.: Joan Mates; around 1370 - 1431. Saint John the Evangelist on Patmos, 1st quarter of the 15th century. Tempera on wood, H. 0.78 m; L. 0.92 m. Goya Museum, Castres INV number. 894-5-1); \\u00A9 Bernard Bonnefon. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone testi di grande spessore teologico, quasi a invitarci a compiere un passo ulteriore: dopo la semplicità e l’immediatezza del linguaggio natalizio, siamo chiamati ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato. Non si tratta di abbandonare lo stupore, ma di abitarlo in modo più maturo. Giovanni, nel Prologo, non racconta ciò che è accaduto a Betlemme, ma ci dice cosa è entrato nel mondo e quale realtà si è resa finalmente visibile nella storia. Il suo sguardo non si ferma all’evento. Ne svela il significato ultimo.

«In principio era il Logos». L’evangelista apre il Vangelo con quel tono solenne che richiama deliberatamente le prime parole della Genesi. Non si tratta di un inizio cronologico, ma del fondamento stesso dell’essere. Alla radice della realtà non c’è il silenzio né il caos, ma una Parola viva; non un Dio isolato, ma un Dio che è comunicazione, relazione, comunione. Il Logos è rivolto a Dio ed è Dio: ciò che si manifesta nel tempo non è qualcosa di estraneo a Dio, ma l’espressione di ciò che Dio è da sempre. Il Natale appare così come la rivelazione storica di una verità eterna.

Questa Parola, prosegue Giovanni, è anche luce. La luce splende nelle tenebre: non le ignora, non le cancella, non le nega, ma le attraversa senza lasciarsene soffocare. È una luce che non abbaglia e non costringe, ma che rimane fedele a sé stessa anche quando incontra resistenza. In questa affermazione, insieme discreta e potente, l’evangelista affida alla fede una certezza essenziale: la luce di Dio non viene meno.

Il cuore luminoso del Prologo è l’affermazione decisiva: «Il Logos si fece carne». Qui si concentra tutta la novità cristiana. La Parola eterna non rimane al di sopra della storia, ma entra nel tempo; non si limita a illuminare dall’esterno, ma assume la condizione umana nella sua concretezza. La “carne” non indica semplicemente l’umanità di Gesù, ma la sua esposizione al limite, alla fragilità, alla finitezza. È proprio la carne, così com’è, il luogo che Dio sceglie per rendersi presente.

Per descrivere questa presenza, Giovanni ricorre a un’immagine di grande bellezza biblica: la Parola «pose la sua tenda» in mezzo a noi. Il riferimento è alla tenda dell’incontro nel deserto, segno della vicinanza di Dio al suo popolo durante il cammino. Ora, però, quella tenda non è più uno spazio sacro separato, ma una vita umana. Dio non abita più in un luogo delimitato: abita la storia, condivide il tempo degli uomini. La rivelazione assume così una forma sorprendentemente sobria: non l’imponenza di un tempio, ma la discrezione di una dimora fragile.

Il Prologo non nasconde il paradosso che accompagna questa scelta. La Parola viene nel mondo che ha creato e tuttavia non è riconosciuta. La rivelazione non produce consenso automatico. Eppure Giovanni non si arresta davanti al rifiuto: accanto ad esso custodisce una promessa decisiva. A chi accoglie la Parola è dato il potere di diventare figlio di Dio: una vita nuova che nasce non da legami naturali o da iniziative umane, ma da un dono che viene da Dio.

L’inno si conclude con un’affermazione che riassume e illumina l’intero percorso: Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito lo ha rivelato. Dio resta invisibile, ma non inaccessibile. Si lascia conoscere attraverso una vita vissuta nella comunione con il Padre. In Gesù, grazia e verità – dono e rivelazione – coincidono pienamente.

Festa della Santa Famiglia (Anno A)

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The flight to Egypt by Giotto in Scrovegni chapel, Padua , Peregrine

Una voce più forte di ogni Erode

Il Vangelo della Santa Famiglia ci presenta una scena di grande concretezza: una famiglia costretta a fuggire per salvare un bambino. Giuseppe riceve un messaggio in sogno: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto». Quell’“alzati”, nel testo originale, richiama l’idea del risveglio. È come se Dio gli dicesse: non lasciarti paralizzare dalla paura, reagisci, custodisci la vita che ti è affidata.

La fede di Giuseppe nasce così: non dal comprendere tutto, ma da un piccolo, decisivo movimento del cuore. La fuga in Egitto non è un episodio isolato. È la storia stessa di Israele che ritorna: anche il popolo aveva conosciuto la minaccia, l’esilio e la protezione di Dio. Gesù rivive quelle tappe fin dall’inizio della sua vita. Il Figlio di Dio entra nella nostra storia non da spettatore, ma da dentro: sperimenta insicurezza, ostilità, precarietà. È un messaggio forte: Dio non ci salva rimanendo lontano dai problemi, ma condividendo fino in fondo la nostra condizione umana.

Tutti i movimenti di questa famiglia – partire, fuggire, tornare, cercare un luogo dove abitare – parlano ancora oggi. Ci sono famiglie costrette a lasciare la propria terra per guerra o persecuzione; e ci sono famiglie che non si muovono geograficamente, ma conoscono ugualmente la fatica: instabilità nel lavoro, tensioni negli affetti, malattie, preoccupazioni per i figli, lutti che lasciano senza fiato.

La Santa Famiglia non è un’immagine idealizzata, ma un compagno di strada per chi vive giorni difficili. La loro vicenda dice che Dio non abbandona chi attraversa la notte, e che la sua protezione spesso passa attraverso gesti semplici: una decisione fiduciosa, un passo coraggioso, una scelta custodita nel silenzio. Quando Erode muore, Giuseppe spera finalmente di rientrare a casa. È il desiderio di tutti: fermarsi, ritrovare stabilità, ripartire con serenità. Ma anche questo progetto viene rimesso in discussione: un nuovo pericolo costringe la famiglia a cambiare ancora direzione. Alla fine si stabiliscono a Nazaret, un villaggio povero e nascosto. Eppure proprio lì Gesù crescerà. È una lezione preziosa: la pace spesso si trova nei luoghi che non avevamo previsto, nelle parti più semplici e nascoste della vita. A questo punto sorge spontanea una domanda: perché noi non riceviamo sogni così chiari come quelli di Giuseppe? In realtà, come cristiani abbiamo un dono ancora più grande: il Vangelo. “Angelo” e “Vangelo”, in greco, condividono la stessa radice: entrambi rimandano all’annuncio. L’angelo porta un messaggio; il Vangelo è il messaggio stesso. Ma il Vangelo possiede qualcosa in più: il prefisso eu- che significa “buono, bello”. È la buona notizia che illumina la vita. Ciò che un angelo potrebbe sussurrarci in un sogno, il Vangelo ce lo offre con maggiore chiarezza, mentre siamo svegli.

Se accolto ogni giorno, anche per pochi istanti, il Vangelo diventa una luce che orienta i passi: nei conflitti apre alla riconciliazione, nelle difficoltà invita a rimettersi in cammino, nelle fatiche quotidiane fa intravedere orizzonti più ampi.

Finché sapremo lasciarci guidare da questa Parola e custodire la capacità di sognare, il nostro cuore resterà giovane.

 

Natale del Signore (Anno A) – 25 dicembre 2025

 

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L’umile sapienza del bue e dell’asino

Tra le figure che abitano stabilmente il nostro presepe, il bue e l’asino occupano un posto affettivo e quasi inevitabile. Ma Luca non li nomina e Matteo neppure. La scena evangelica della nascita è molto sobria; non appare né una stalla né una grotta, ma solo una parola che ricorre con insistenza, a segnare il luogo dell’evento: la mangiatoia. Vi è un’essenziale povertà di dettagli. Da dove, dunque, provengono il bue e l’asino? Non dalla volontà di colmare lacune narrative, né dal desiderio di rendere più realistica la scena. L’origine è molto più antica e teologicamente articolata e nasce dall’ascolto della Scrittura nella liturgia dei primi secoli, quando la comunità cristiana meditava l’inizio del libro di Isaia nei giorni immediatamente precedenti al Natale.

Il profeta, all’inizio del suo libro, lancia un’accusa all’ingratitudine del popolo: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Isaia 1,3). È un versetto di grande forza simbolica: gli animali riconoscono chi li nutre, mentre l’uomo smarrisce la memoria del suo Dio. Quando questo testo veniva ascoltato insieme al racconto lucano – dove il bambino è deposto proprio in una mangiatoia – il legame era immediato. In latino Isaia dice: asinus novit praesepe domini sui. La parola praesepe, “greppia”, è la stessa che la tradizione cristiana avrebbe poi scelto per designare la scena della nascita.

Da questa vicinanza linguistica e teologica nacque l’intuizione: accanto al Bambino deposto nel prato della sua umiltà, si collocarono gli animali che, secondo Isaia, sanno riconoscere il loro Signore. Il bue e l’asino sono dunque un commento visivo alla Scrittura, una predicazione muta che parla per contrasti: gli animali comprendono ciò che spesso sfugge all’uomo. Non sono elementi decorativi, ma figure profetiche. Nel presepe, la loro presenza chiede a chi guarda di comprendere: il Signore è qui, ti nutre, si offre a te. Lo riconosci? La tradizione patristica ha poi arricchito il simbolo con ulteriori sfumature. Il bue, animale del sacrificio nel tempio di Gerusalemme, è stato letto come rappresentazione di Israele, la comunità della promessa e dell’attesa messianica. L’asino, considerato impuro nella legislazione antica, è diventato il simbolo delle genti, dei popoli lontani, di chi ancora non conosceva il Dio di Abramo. Nel presepe, dunque, questi due animali stanno insieme come immagini dell’intera umanità: chi appartiene alla storia d’Israele e chi arriva da orizzonti remoti, entrambi raccolti attorno a un Bambino che viene per tutti. Significativa è, poi, la postura con cui l’arte cristiana li ha raffigurati: non distesi in un atteggiamento di riposo, ma in posizione vigile, quasi adorante. È il mondo creato che riconosce la sua origine; è la realtà umile e quotidiana che intuisce la presenza del suo Signore.

Questi simboli antichi non sono estranei al nostro tempo. Oggi, più dell’ostilità verso il Vangelo, pesa la distrazione: una sorta di anestesia dello sguardo che ci abitua a tutto e non ci fa riconoscere più nulla. Il Natale ripropone la domanda di Isaia: che cosa siamo capaci di riconoscere davvero? La frenesia delle feste, le luci, gli impegni possono trasformarsi in una grande mangiatoia che non nutre più: tutto è pieno, e tuttavia tutto resta vuoto.

Il presepe, con la sua calma disarmante, ci restituisce la capacità di vedere. Il Natale non chiede di riempire la scena, ma di riconoscere ciò che dà vita. Davanti a una mangiatoia, un Dio che si fa piccolo continua a cercare il nostro stupore.

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