Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Il potere dell'ascolto

Il Potere dell'ascolto

– Qual è la cosa di cui hanno più bisogno gli esseri umani?
– Il desiderio sconfinato di essere ascoltati.

(Eugenio Borgna)

Quando un bambino piccolo inizia la sua esplorazione del mondo e fa le sue prime esperienze relazionali, impiega un tempo prima di apprendere che la comunicazione con un'altra persona è fatta di pause: di momenti in cui si parla e altri in cui si ascolta.

Nel processo evolutivo dell’individuo questo comprendere che esiste un’alternanza è un momento decisivo nello sviluppo, perché prevede l’aver acquisito il concetto che non tutto ruota attorno a noi, ma esiste l’altro con il quale si può avviare una relazione comunicativa e al quale dobbiamo dare uno spazio.

Con la crescita e la vita frenetica che spesso siamo portati a condurre, questo ritmo fatto di pause e di affermazioni o domande, nel nostro intento di comunicare si perde e la nostra attenzione inizia via via a concentrarsi sulla cosa da dire, sull’avere ragione, sullo smentire la posizione altrui, sul dimostrare il perché del proprio punto di vista.

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Praticamente, se da un lato i nostri scambi con il mondo che ci circonda diventano sempre più frequenti e intensi (soprattutto oggi con la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione), dall’altro il nostro modo di relazionarci diventa sempre più autoreferenziale e privo di reali e nutrienti condivisioni.

Per comprendere in modo semplice questo dato vi basterà accendere la televisione su un qualsiasi canale dove trasmettono un dibattito. Tutti sono più intenti a dire la propria opinione che a rispondere realmente a quello che gli altri hanno affermato prima di loro. Spesso, la frustrazione di non riuscire ad affermare il proprio punto di vista o il percepire di non essere ascoltati, è così intensa da creare un disagio, provocare reazioni di rabbia, spingere all’utilizzo di parole inappropriate.

Quello che avviene in televisione e che potrebbe sembrarci il frutto di un contesto irreale, in verità è un fenomeno esasperato e ingigantito di quanto accade nel nostro quotidiano.

Se segui la mia rubrica, in più di un articolo ti dovrebbe essere capitato di leggere a proposito dell’importanza che dovremmo dare all’ascolto.

Saper ascoltare, per quanto ci possa sembrare scontato e naturale è in realtà un’abilità che non tutti sviluppano e coltivano nella propria vita. La maggior parte di noi sente, ma non ascolta.

Sentire è un’azione legata al senso dell’udito e ha a che fare con la ricezione passiva dei suoni e dei rumori. Automaticamente, ognuno di noi, se posto all’interno di una stanza, sente tutte le onde sonore che colpiscono le sue orecchie senza poter far nulla per impedirlo. Noi sentiamo anche senza rendercene conto.

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Parlare è un bisogno. Ascoltare è un’arte
(Goethe)

La prima differenza fondamentale che dunque possiamo sottolineare: ascoltare è un atto volontario, un’arte per Goethe: uno sforzo attivo, un impegno da parte del soggetto che deve intenzionalmente “mettersi in ascolto”. Un’abilità da potenziare. Legata al senso dell’udito, coinvolge in realtà tutti e cinque i sensi e richiede specifici comportamenti che vanno imparati ed allenati.

Dal punto di vista pratico, un buon ascolto prevede:

  • Una buona osservazione di ciò che accade fuori e dentro di noi
  • Curiosità e autentico interesse per il nostro interlocutore
  • Sospensione del giudizio
  • Avere il giusto tempo a disposizione senza distrazioni
  • Concentrazione
  • La possibilità di prendersi un momento di riflessione subito dopo

Saper ascoltare, sia in famiglia che sul lavoro, è una capacità che può letteralmente trasformare la qualità della nostra vita. Il suo potere è… disarmante. Quando ci poniamo di fronte alle persone con un atteggiamento di reale ascolto non soltanto siamo aperti a comprendere la posizione dell’altro ma siamo vigili nell’osservare il dentro e il fuori di ciò che sta accadendo simultaneamente: le emozioni di chi ci parla e quelle che noi proviamo, le energie che si muovono, la coerenza tra il linguaggio verbale e il non verbale, il messaggio nella sua interezza.

Dovendoci concentrare su quanto sta avvenendo siamo presenti, nel qui ed ora, con tutte le nostre capacità percettive. Senza distrazioni, avendo deciso di dedicare un tempo a quella conversazione, siamo più pazienti, aperti, tolleranti. Sospendendo il giudizio ci poniamo in una posizione simmetrica rispetto all’altro, sullo stesso piano, facilitando la comunicazione e la trattazione di tematiche magari difficili da affrontare in altri contesti.

Essere concentrati sull’ascolto non ci obbliga a dover rispondere, non implica che si debba necessariamente nell’immediato offrire un feedback. Ascoltare vuol dire esserci in modo totale, accogliere ciò che l’altro ha da offrirci per poi restituire ciò che ci è arrivato, magari arricchito dalle nostre riflessioni.

Allenarsi all’ascoltare attivamente gli altri è una pratica che ci regala i suoi doni fin dall’immediato. Se praticato con regolarità, un buon ascolto potenzia l’empatia, sviluppa le nostre capacità attentive, stimola l’apprendimento e la nostra crescita personale, migliora l’efficacia delle nostre strategie comunicative e relazionali, favorisce una graduale distinzione tra l’agire e il re-agire.

Parlare è il modo di esprimere sé stesso agli altri.
Ascoltare è il modo di accogliere gli altri in sé stesso.
(Wen Tzu)

Se mentre leggevi questo articolo ti sono venute in mente delle relazioni all’interno della tua quotidianità dove la comunicazione non è efficace, ti sembra di non essere compreso o che quando parli in realtà la tua posizione è assai distante da quella dell’interlocutore, è possibile che ci sia un problema. In questo caso può essere molto utile fermarsi a riflettere su cosa noi possiamo fare per migliorare la situazione. Ricordandoci sempre che non ci è possibile cambiare gli altri, ma solo lavorare su noi stessi, portare l’attenzione sul nostro modo di ascoltare può fare la differenza. Con costanza e impegno, esercitati quotidianamente a dedicare un tempo, in almeno una conversazione al giorno, ai punti prima trattati.

Può essere utile appuntarsi cosa accade su di un quaderno.

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

AIUTARE IL PROPRIO FIGLIO A STUDIARE SI O NO? …e come?!!?

AIUTARE IL PROPRIO FIGLIO A STUDIARE SI O NO?

…e come?!!?

Qualche giorno fa mi trovavo a parlare con una mamma sconsolata dall’impegno quotidiano, piuttosto “importante” in termini di tempo e di energia, con i compiti quotidiani del proprio figlio.

Durante il colloquio raccontava di quanto fosse fondamentale la sua presenza costante e di quanto fosse stancante (e talvolta frustrante) dover passare ore e ore ad insistere con suo figlio affinché rimanesse seduto e concentrato.

Quanti genitori si identificano in questo quadretto pomeridiano?

Immagino che non sia un caso isolato… e, a prescindere dalle polemiche circa i quantitativi di compiti assegnati, l’utilità di assegnare degli esercizi fuori dall’orario scolastico… resta la necessità, all’interno della maggior parte delle famiglie, di doversi confrontare con: aiutare o no i propri figli a studiare? E se “sì”, in che modo?

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Le scuole sono ormai iniziate da qualche settimana e, dopo mesi turbolenti, al momento, sembra che il loro ritmo sia ripreso con regolarità. La lunga pausa che ha visto i bambini e i ragazzi lontani dai banchi e dalle loro consuete attività quotidiane, se aggiunta alla situazione che hanno dovuto affrontare dal punto di vista emotivo, oltre che pratico, ha sicuramente interrotto una routine e reso ancora più difficoltoso il normale sviluppo di crescita.

Se da un lato ci viene ripetuto costantemente che è importante accompagnarli e supportarli, soprattutto oggi che hanno più bisogno di noi e delle nostre attenzioni, d’altro canto spesso siamo combattuti e in difficoltà nel “dosare” la nostra presenza. Ci viene ripetuto che è necessario lasciarli sbagliare, che non dobbiamo, come adulti, fare i compiti al loro posto, ma allo stesso tempo ci viene chiesto di seguirli. Come trovare dunque la giusta misura?

Una prima riflessione che potremmo fare è quella sulla funzione che i compiti a casa possono avere nella crescita dei nostri piccoli. A prescindere dai numerosi studi e dalle diverse teorie sulle quali potremmo trascorrere diverse ore a disquisire, da Consulente Genitoriale, se mi trovassi con un genitore durante un colloquio a parlare di questa tematica, il primo aspetto che mi sentirei di affrontare è: l’unicità di ciascuna situazione. Non esiste una ricetta magica da seguire o un protocollo valido per tutti i bambini o tutti i ragazzi! …ciò che invece mi sentirei di ripercorrere sono alcune delle finalità con le quali solitamente gli insegnanti assegnano i compiti:

  • Fare i compiti è un esercizio di responsabilità: attraverso l’assegnazione di tanti piccoli incarichi, esercizi… da portare a termine, i bambini e i ragazzi imparano gradualmente ad avere dei compiti, al di fuori dell’orario scolastico, dei quali sono responsabili;
  • Fare i compiti durante l’orario pomeridiano, nel fine settimana o nei mesi estivi implica un’organizzazione e una gestione del proprio tempo, delle proprie risorse, delle proprie energie;
  • Fare i compiti tra un gioco e una partita di pallone o una lezione di tennis equivale ad un esercizio di valutazione, di assegnazione delle priorità, di organizzazione;
  • Fare i compiti a casa vuol dire trovare un metodo personale di studio, di memorizzazione, di lavoro, un’autonomia di lavoro.

e dunque, come genitore e come adulto, in che modo io posso supportare mio figlio nel raggiungimento di questi obiettivi?

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Quando mi siedo al suo fianco e insieme leggiamo il diario, verifichiamo quello che deve fare… lo sto aiutando nell’assumersi le sue responsabilità, nella gestione del suo tempo, nel comprendere quali sono le sue priorità, nel trovare un suo metodo e una sua autonomia? Oppure sto cercando di fare in modo che si sbrighi, che non faccia errori, che rispetti gli impegni familiari, che segua le mie indicazioni, che impari il mio metodo?

Dimmi e io dimentico;
mostrami e io ricordo;
coinvolgimi e io imparo.
(Benjamin Franklin)

Ogni volta che un genitore mi chiede in che modo poter aiutare il proprio figlio a studiare, la prima cosa che domando è: qual è la finalità che entrambi date allo studio?

 

Ricordarsi la propria motivazione è la miglior carica, nonché il primo gradino che dobbiamo salire per poter essere di aiuto. Ricordare l’obiettivo all’altro e porsi in una posizione di assenza di giudizio è il secondo.

Spesso, soprattutto con i bambini e con i ragazzi che non hanno particolari difficoltà, lo scoglio più grande nel farli studiare sta nel far capire loro il perché sia importante farlo, cosa potrà offrire loro la scuola, quali sono le abilità che dovranno acquisire e quali mete potranno, grazie anche allo studio, raggiungere. Indipendentemente dal nostro giudizio e dalle nostre valutazioni.

All’atto pratico, iniziamo dunque con il porci, da adulti, in uno stato di ascolto e chiediamoci: quali sono le difficoltà che mio figlio incontra? In cosa ha bisogno di aiuto? Come mi sto ponendo nei suoi confronti? Che linguaggio adopero quando cerco di aiutarlo a studiare? Quali sono gli aspetti sui quali si può lavorare?

LO SPAZIO

Per studiare è importante che il luogo sia adatto: un ambiente accogliente, ben illuminato può fare la differenza. La stanza dove solitamente studia mio figlio com’è? E’ silenziosa? Come ci si sente? Proviamo a chiederci. Potrebbe essere una strategia, qualora non lo abbiate già fatto, coinvolgerlo nel rendere il suo spazio di studio più a misura sua e dei suoi gusti. Non servono grandi investimenti. Magari anche solamente una lampada da scrivania nuova può bastare a trasformare energeticamente un luogo.

IL TEMPO

Studiare con efficacia richiede l’individuazione della miglior fascia oraria per ciascuno di noi. Aiutare nostro figlio nell’organizzazione del proprio tempo è uno degli aspetti più importanti. Soprattutto se all’inizio, pianificate un momento della settimana in cui potervi sedere insieme a tutti i membri della famiglia e pianificate la settimana secondo le diverse attività e i diversi impegni. Per ciascuna giornata, scrivete o disegnate (a seconda dell’età) quali sono le ore dedicate allo sport, allo studio, al gioco e alla merenda! Non dimenticate infatti di intervallare ogni ora dedicata allo studio con delle piccole pause di svago che comprendano, a metà pomeriggio, qualcosa da mangiare che dia energia fino all’ora di cena. Molto importante è poi fare in modo che tutti rispettino i propri impegni individuali. Potrebbe essere anche un modo per parlare quotidianamente di ciò che si è fatto ed eventualmente discutere di quali sono stati gli imprevisti.

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IL MATERIALE E L’ORGANIZZAZIONE

Per evitare che vostro figlio si alzi ogni 2 minuti per prendere qualcosa, fondamentale è che lui impari ad organizzare il suo piano di studio, il materiale che gli occorre, i libri, i quaderni e tutto ciò che può essergli utile. Soprattutto all’inizio facilitatelo nel fare una lista di quello che può servirgli. Non fate voi per lui lo sforzo di ricordargli le cose! Ricordate quale dovrebbe essere il vostro fine e tenetelo bene a mente.

IL METODO

Come accennavo all’inizio di questo articolo, i compiti a casa sono molto importanti per aiutare i bambini e i ragazzi a trovare un proprio metodo di studio. Anche in questo aspetto, non esiste una regola fissa: ci sono persone che apprendono meglio leggendo, altre ascoltando, alcune facendo schemi, altre ancora prendendo appunti. Man mano che si va avanti con il carico di responsabilità, dalle elementari all’università, ognuno di noi dovrebbe mettere a punto una metodologia sempre più personalizzata ed efficace al raggiungimento dei propri obiettivi. Facilitare, come genitori, l’individuazione di quale sia il metodo ottimale (dal punto di vista del rapporto costi/benefici) per i nostri figli è fondamentale. Ottimo è nell’illustrare il proprio metodo che può fungere da input. Deleterio può diventare l’imposizione di una procedura che non si addice all’altrui modo di apprendere e di ragionare! Via libera dunque al confronto e al dialogo, magari anche in presenza dell’altro genitore e degli altri fratelli… occhio però a lasciare libertà di sperimentazione e di scelta.

LA VERIFICA

Abbiamo detto che è importante non essere direttivi, ma questo non vuol dire che, soprattutto se ci accorgiamo che ci sono delle difficoltà non dobbiamo verificare come studia nostro figlio e quali risultati raggiunge. Parlando di autonomia, ricordiamoci che un’abilità molto importante che dovrà acquisire nostro figlio sarà quella di sapersi valutare da solo. Proviamo dunque, piuttosto che a calarci nei panni dell’insegnante, a coinvolgerlo nel raccontarci quello che ha studiato. Quali materie ti hanno maggiormente interessato? Quali difficoltà hai incontrato? Cosa ti ha incuriosito? Gli esercizi li hai trovati utili? In quale ambito del quotidiano potresti trovare utile una delle materie/degli argomenti che hai studiato?

Fate in modo che lo studio diventi uno spunto per dialogare e comunicare.

Coinvolgere gli adulti di domani ad interrogarsi su cosa stanno studiando, sull’importanza dei contenuti, la loro spendibilità… non solo li motiverà nel loro personale percorso di crescita e di istruzione, ma li aiuterà nel comprendere quali sono anche gli ambiti che maggiormente li coinvolono.

Se qualcosa per voi dovesse essere nuovo, chiedete loro maggiori spiegazioni. Date loro la soddisfazione di potervi spiegare quello che hanno imparato e gratificateli. Questo non solo li aiuterà nel rafforzare la loro autostima e senso di autoefficacia, ma li motiverà a proseguire.

La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.
(Plutarco)

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

Ti posso aiutare se mi aiuto per primo

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Come prendersi cura dei genitori anziani (senza ammalarsi)

Negli ultimi mesi mi è capitato davvero tanto spesso di trovarmi a parlare, sul setting o nella vita di tutti i giorni, con persone che mi portavano come problema o disagio, l’accudimento dei propri genitori. Seppur le situazioni fossero tra loro molto diverse, molti degli aspetti che raccontavano erano comuni e tante erano le emozioni che trapelavano dai loro racconti. Se da un lato era evidente la stanchezza, la sensazione di impotenza, il desiderio di essere alleggeriti da tanta responsabilità… dall’altro i sensi di colpa per non essere disponibili in ogni istante, la difficoltà nel chiedere aiuto, il doversi giustificare per voler stare una giornata in relax o con la propria famiglia… condizionavano a tal punto il quotidiano da non permettere, spesso, alcun tipo di attività al di fuori di quelle che riguardassero propri cari anziani.

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La vita si sa, è una ruota che gira e questo non è solamente un modo di dire, ma piuttosto è un dato di fatto. Si vive correndo e spesso non ci si accorge nemmeno degli anni che passano e che le persone che ci sono accanto invecchiano. E così in un attimo ci si ritrova con i genitori anziani che hanno bisogno di noi, delle nostre cure, delle nostre attenzioni e noi non eravamo pronti, anzi… piuttosto distratti, non ci avevamo nemmeno pensato a questa possibilità! Altre volte invece ci si è preparati a questa evenienza, ma comunque non ci si aspettava di vivere tante situazioni ed emozioni così contrastanti insieme.

Nella società di oggi, quando si hanno i nonni in piena salute, spesso è una grande fortuna: ci aiutano nel gestire i figli, la casa, gli animali domestici… ci supportano nei momenti di difficoltà, ci fanno la spesa se non abbiamo fatto in tempo, magari fanno perfino la fila alle poste o in banca al posto nostro!

…ma con il passare del tempo, le cose possono cambiare e così i ruoli, quasi improvvisamente, possono invertirsi.

Trovarsi ad essere genitori dei propri genitori, imparare a prendersi cura dei nostri papà e delle nostre mamme… non è scontato, anzi. Molte volte è doloroso, faticoso: emozionalmente e fisicamente assorbe incredibili energie vedere trasformata una relazione familiare in una relazione di aiuto.

Come fare dunque per affrontare al meglio questa situazione?

Iniziamo con il riconoscere ed accettare questo momento della vita come ad un passaggio. Accogliere la vecchiaia dei propri genitori implica tanti aspetti e tra questi: il dover accettare che non si è più “figli”, ma adulti che dall’essere accuditi devono accudire a loro volta, prendere delle decisioni, amministrare delle risorse, facilitare una relazione che improvvisamente si modifica. Se avvertite delle resistenze, delle difficoltà, non abbiate fretta. È naturale, ma non è scontato o facile. Siate indulgenti con voi stessi e con la persona che vi sta chiedendo aiuto. Un equilibrio si è rotto e questo richiede un tempo per potersi ristabilire in un’altra forma e con delle nuove regole.

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Se sentite di averne bisogno, chiedete aiuto. Non soltanto ad una o più figure che vi possano supportare con loro, ma ad una persona che professionalmente possa facilitare voi nel prendere consapevolezza delle emozioni che si stanno muovendo ed in quello che sta accadendo. Non sentitevi in difetto se pensate di non essere all’altezza, non crediate di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, non cercate di fare i supereroi. Si è in grado di aiutare gli altri solo quando si è sereni, quando si sta bene, quando ci si prende degli spazi per ricaricare le pile. Prendersi cura di qualcuno non significa annullarsi, ma fare in modo che all’altro giungano le nostre attenzioni in modo funzionale alle sue esigenze.

E con gli altri membri della famiglia? Quante volte l’accudimento di un genitore anziano scopre delle dinamiche tra fratelli e sorelle che erano rimaste sopite o che si evitava di guardare per non doverle affrontare? Doversi relazionare per prendere delle decisioni, gestire i momenti di convivialità, far fronte a delle emozioni forti… non sempre è facilitato quando si è in più persone. Occorre mediare, ma prima ancora ascoltare l’altro, entrare in empatia, far capire il proprio punto di vista.

Se da un lato l’accudimento implica il dover far fronte a tutta una serie di problematiche pratiche e logistiche da dover gestire a seconda della situazione, dall’altro c’è un mondo emozionale con il quale ci si deve confrontare.

Riconoscere i propri limiti è importante in una relazione di aiuto: sapere fino a dove siamo in grado di arrivare e quando è necessario fermarsi perché non si è più efficaci.

Si dice che gli anziani tornino un po’ bambini… ma anche che stanno andando in contro ad un passaggio che li spaventa. E allora perché ci stupiamo nel sentire tanta difficoltà nello stare loro accanto? Accogliamo la polarità che loro ci mostrano, le contraddizioni, il disagio con il quale ci troviamo a fare i conti, le relazioni con le quali ci dobbiamo confrontare in un’ottica di evoluzione e crescita per la nostra persona. Non siamo chiamati a rinunciare a tutto, anche se ci sembra che qualcuno ce lo chieda, ma a trovare un nuovo centro.

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Come comunicare in modo efficace con i nostri bambini

Come comunicare in modo efficace con i nostri bambini

(e non solo con loro)

Nella giornata di ieri stavo navigando sui social, quando mi sono imbattuta in una immagine molto carina: su di una lavagna con il gesso vi era scritto:

5 cose da chiedere ai tuoi figli invece di “Com’è andata a scuola?”

Cosa ti ha fatto sorridere oggi?

Con chi ti sei seduto a pranzo?

Se potessi cambiare una cosa di oggi, quale sarebbe?

Qual è stata la regola più difficile da seguire oggi?

Dimmi qualcosa che sai oggi e che non sapevi ieri.

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Subito mi è venuto in mente di condividere il post, e poi ho iniziato a pensare su quanto spesso nella nostra vita ci venga spontaneo fare delle domande automatiche alle quali ci vengono, il più delle volte, date delle risposte altrettanto automatiche.

“Com’è andata a scuola?”

“Bene”

“Hai mangiato?”

“Si”

“Ti sei divertito in classe?”

“Si”

Questo tipo di “conversazione” che in apparenza ci può sembrare del tutto normale, in realtà è una non comunicazione, uno scambio di frasi piuttosto asettiche che non esprimono un contenuto, delle emozioni… non creano una connessione, un’intimità tra le parti, ma piuttosto, alla lunga, una lontananza, un distacco.

Ma cosa si intende realmente con la parola “comunicare”?

I bambini fin da piccoli iniziano a comunicare con il mondo che li circonda. In modo graduale, dapprima per esprimere i loro bisogni e poi per scambiare informazioni: attraverso lo sguardo, il pianto, il sorriso, i vocalizzi, la lallazione, le prime parole, fino ad esprimere dei concetti veri e propri… i bambini si relazionano con gli altri (adulti e coetanei) ed è importante facilitarli ed accompagnarli in questo processo perché pone loro le basi per imparare ad esternare le proprie esperienze, le proprie emozioni, le proprie richieste in modo efficace.

Comunicare con efficacia significa infatti sapersi esprimere in modo chiaro e coerente con il proprio stato d’animo, in ogni situazione e con qualunque interlocutore si ha davanti.

Una cosa semplice, no?

Quando ognuno di noi emette un messaggio lo fa servendosi di due forme di comunicazione: una verbale: la parola ed una non verbale: le espressioni del volto, la voce, la postura… Comunicare in modo efficace implica che questi due “livelli” siano tra loro congrui ed allineati. Saper gestire la propria comunicazione affinché non ci siano dei contrasti, non solo ci assicura in massima parte, man mano che cresciamo, di inviare ai nostri interlocutori dei messaggi coerenti con il nostro sentire, ma anche e soprattutto, di limitare fraintendimenti e disagi nelle relazioni.

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“La comunicazione parte non dalla bocca che parla ma dall’orecchio che ascolta.”

(Anonimo)

Uno degli aspetti più importanti per imparare una sana comunicazione è l’ascolto. Saper ascoltare chi abbiamo di fronte, saper stare in silenzio di fronte a qualcuno che ci sta parlando è la prima abilità che ognuno di noi dovrebbe apprendere e poi insegnare al proprio bambino. In “comunicazione” fare tutto ciò con presenza in modo totale, in un atteggiamento di accoglienza e non giudizio viene chiamato “ascolto attivo”.

Quante volte, fermandoci a pensare al nostro quotidiano, ci troviamo in delle situazioni dove ognuno parla, racconta il suo vissuto, afferma il suo punto di vista, ma non ascolta noi o quello che gli viene risposto? Quante volte nelle nostre relazioni ci troviamo nella condizione di poter veramente e autenticamente esprimere ciò che sentiamo?

Sia che si tratti di una conversazione in ambito personale che in ambito professionale, saper prestare realmente attenzione a quello che gli altri ci stanno dicendo è forse la prima abilità che nelle nostre relazioni può fare la differenza.

E nella pratica? Come possiamo fare per imparare o potenziare la nostra capacità di “ascolto attivo”? Innanzitutto possiamo iniziare a fare attenzione nelle nostre conversazioni a non accavallare la nostra voce a quella dell’interlocutore. Con i nostri bambini, abituiamoci per esempio a fare delle domande “aperte” che richiedano delle risposte più articolate dei semplici “si e no” (l’immaginetta che ho condiviso sul mio profilo Facebook ne offre diverse come spunto)… e poi alleniamoci ad aspettare che il nostro giovane interlocutore finisca di parlare. Lasciamo che si esprima, senza interromperlo… mantenendo il contatto visivo, magari assecondando il suo racconto con dei sorrisi, delle parole accoglienti che gli facciano comprendere che “ci siamo”, lo stiamo ascoltando, siamo attenti e presenti a ciò che ci sta dicendo. Solo una volta che avrà finito di parlare faremo un’altra domanda che lo inviti ad approfondire alcuni aspetti o piuttosto il suo vissuto emotivo. Non preoccupiamoci di dover necessariamente commentare quanto ci è stato riferito! Non scivoliamo sulla buccetta di banana di farci prendere dall’ansia di dover dare delle risposte. Spesso il solo fatto di sentirci accolti, non giudicati, ascoltati… di fronte magari ad un disagio o ad una situazione che ci ha messo in una posizione scomoda, ci aiuta a stare meglio, a vedere l’accaduto da un’altra prospettiva, a trovare una risorsa o un aspetto che non avevamo visto prima. Questo vale per noi adulti, ma anche per i nostri bambini!

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La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare.
(Carl Rogers)

Allenarsi ad una comunicazione empatica che presta realmente attenzione all’altro, al suo mondo, al suo sentire è un’abilità che spesso viene tralasciata. Imparare ad accogliere il vissuto dell’altro nella sua interezza, senza giudicarlo come “giusto sbagliato”, specie del nostro bambino, non soltanto ci permetterà di costruire nel tempo una relazione più intima dove ci si sentirà liberi di esprimersi e di condividere quanto accade e quali emozioni si muovono, ma anche di rafforzare l’autostima, la crescita.

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E' tempo di tornare a scuola...

Come gestire le emozioni della prima campanella 

Ormai è già da qualche settimana che non si sente parlare d’altro: il ritorno tra i banchi. Il suono della campanella è sempre stato un evento che muoveva emozioni e creava agitazioni, ma oggi più che mai questo argomento è sotto la luce dei riflettori. Le questioni: “vaccino”, “tamponi”, misure “anti-covid”, DAD… creano ansie e generano dinamiche all’interno delle famiglie, a volte difficili da gestire.

E se da un lato c’è la gioia nell’aspettare questo inizio di anno scolastico, dall’altro c’è preoccupazione e incertezza.

Come aiutare il proprio bambino nell’affrontare al meglio questo momento di passaggio?

Nonostante siano passati degli anni, personalmente, ricordo distintamente le emozioni che ogni anno avvertivo all’inizio del nuovo anno scolastico: l’adrenalina, la curiosità, la paura per le novità… Con la mia famiglia c’era l’usanza di andare insieme ad acquistare il diario e le penne con le quali avrei avviato “le attività di studio” … e questo piccolo rito era per me fonte di tanta serenità.

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Un inizio è sempre fonte di interrogativi e stati d’animo contrastanti, ma nel momento che stiamo attraversando, alle normali questioni si aggiungono i tanti quesiti legati al Covid: tornerà la DAD? Mio figlio sarà in grado di portare la mascherina? Saranno rispettate le norme per la sicurezza? La mancanza di contatto fisico, il distanziamento sociale…porteranno delle conseguenze? E se sì, come gestirle? Cosa posso fare io?

Proviamo dunque a vedere insieme qualche piccola riflessione che può aiutarci ad affrontare al meglio questo momento…

Iniziamo con il precisare che l’ansia non è un virus, ma si trasmette ugualmente. Se sei un genitore è importante che tu impari a sentire e riconoscere le tue emozioni così da gestirle ed insegnare ai tuoi figli come elaborare a loro volta i diversi stati d’animo. Se sei sempre di corsa, indaffarato, preso da mille attività… concediti una pausa, un momento solo per te e cerca di sintonizzarti su quali sono le sensazioni che avverti, i pensieri che affiorano, le preoccupazioni che emergono. Avere chiaro ciò che ci agita e quali sono gli aspetti che avvertiamo essere per noi fonte di agitazione ci permette di poterli analizzare, razionalizzare e magari discuterne con altri adulti. Se sei iscritto a delle chat di gruppo, può essere utile chiedere a degli altri genitori un confronto su come stanno gestendo il momento. Parlare e condividere ciò che stiamo attraversando con altre persone che si trovano nella nostra stessa situazione spesso è fonte di soluzioni, idee, alternative, rassicurazioni, risorse.

Se sei agitato da come la scuola affronterà il Covid e i rischi ad esso connessi, pensa che è nell’interesse di tutti salvaguardare la sicurezza e ridurre la possibilità di eventuali contagi. Richiedi i protocolli che sono stati stilati, chiedi spiegazioni in merito alle procedure che verranno adottate e discutine in casa insieme a tuo figlio. Parlare con serenità, senza allarmismi, di quello che sarà necessario fare nelle prossime settimane permetterà a tutti di acquisire maggior consapevolezza e senso di responsabilità.

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Preparati a dover affrontare eventuali chiusure improvvise, magari parlando preventivamente con dei familiari o una baby sitter che possono aiutarti nel caso tuo figlio non dovesse andare a scuola. Organizzati anche con qualche altro genitore: se lo stare a casa non è motivato da una quarantena, si potrebbe fare a turni per supportare la DAD e ridurre le problematicità.

Informati su quanto sia importante per tuo figlio socializzare, stare con i coetanei e associare allo studio anche il gioco e tutte le altre attività. Essere consapevole di quanto la scuola sia fondamentale nel processo educativo e di crescita di una persona ti aiuterà a bilanciare le paure e le preoccupazioni legate a questo rientro con gli aspetti di risorsa.

Il Covid è ormai nelle nostre vite da diverso tempo… non lasciare che la sua presenza offuschi i momenti più belli del quotidiano tuo e della tua famiglia. L’ingresso a scuola è un momento importante, onoralo. Nel rispetto del tuo sentire, delle normative, dei protocolli… fai comunque in modo che sia un passaggio vissuto responsabilmente, ma con serenità. Coinvolgi tuo figlio nell’acquisto del materiale scolastico: andate insieme a scegliere lo zaino, i quaderni, il diario…; condividete l’ordinazione dei libri di testo… e perché no, magari concordate l’abbigliamento e tutto quello che sarà necessario. Per il primo giorno di scuola organizza un pranzo o una cena speciali. Se riesci, fai in modo che quella data resti impressa nella mente e nel cuore di tutti come una “bella giornata” e… e poi… respira. Ci sono cose che non possiamo controllare né noi, né coloro che ci stanno accanto, quindi è importante che ci sia una buona dose di fiducia nell’intraprendere ciò che la vita ci pone davanti.

Tanta buona energia per questo nuovo anno scolastico!

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

 

Me lo posso concedere!

Vademecum per tutti quei genitori che hanno dimenticato di essere anche delle persone

Se sei genitore lo sai bene… se invece non lo sei ancora diventato è un concetto che ti è stato sicuramente ripetuto nell’arco della tua vita almeno quel centinaio di volte… soprattutto quando si stavano attraversando dei momenti di criticità, di passaggio: non c’è lavoro più intenso e ricco di sfumature come quello di “fare il genitore”.

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La natura, non sempre in modo intenzionalmente da noi “programmato” ci rende genitori, ma l’esserlo non vuol dire che noi lo faremo. Sebbene la sfumatura sia sottile, decidere di voler fare il genitore è qualcosa che va oltre… e che rivoluziona a tal punto la vita di una persona “prima” e di una “coppia” poi, da richiedere spesso dei momenti di riflessione, delle messe in discussione.

Ieri leggevo un libro molto interessante a proposito dell’autismo. Scritto da Fabiana Sonnino con la prefazione di Michele Zappella psichiatra e neuropsichiatra infantile, riportava ad un certo punto una serie di suggerimenti per la famiglia che mi hanno colpita e che desidero condividere in questo spazio.

Spesso allo sportello di Consulenza Genitoriale, mi trovo a parlare con dei genitori che sono così tanto coinvolti dal lavoro di educare, sostenere, crescere, accudire, spronare… i loro figli, che faticano a ricaricare le loro pile, a trovare un momento per sé, per i propri interessi, un tempo da poter dedicare alla cura della “coppia”, non solo genitoriale… E così nel percorso insieme, spesso, ci si trova ad affrontare, prima ancora dei disagi o delle problematiche specifiche che li vede arrivare nello studio, la necessità di riportare al centro la persona nella sua interezza.

Non si è solo genitori.

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Si è sempre prima di tutto uomini, donne, mariti, mogli, amici, amiche… e poi papà e mamme. Ricordare a sé stessi che si è tanti ruoli e non uno solo, ritagliarsi del tempo per fare qualcosa che appaga sé stessi e non soltanto la famiglia… non soltanto amplia le possibilità, gli strumenti, le prospettive, arricchisce i dialoghi, le condivisioni… ma soprattutto permette ai figli stessi di poter crescere in un ambiente sereno, pieno di stimoli, di esempi, con persone soddisfatte e gratificate.

Leggere in un testo rivolto a famiglie che hanno un figlio speciale alcuni concetti credo che sia una carezza per molti, una coccola, un’autorizzazione, un modo per poter finalmente dire: me lo posso concedere.

“Di seguito vorrei riportare un prontuario di semplici, ma buoni suggerimenti per una qualità della vita migliore, che vale la pena tenere sempre a mente:

1 Dedicare del buon tempo per sé: ovvero, dedicare del tempo piacevole ogni giorno per la propria persona! Fare sport o alimentare i propri hobby o attività di relax. Tale tempo prezioso fornirà la carica necessaria per affrontare con successo le sfide quotidiane che la vita vi pone e creare nuove soluzioni di problem solving.

2 Dedicare tempo per la coppia genitoriale. La coppia dovrebbe essere abbastanza affiatata da collaborare, senza entrare in competizione ma sostenendosi a vicenda. Semplici accorgimenti potranno rivelarsi preziosi: non delegittimare mai l’altro anche in caso di errore, ritagliatevi momenti di scambio e confronto senza la presenza dei bambini, anche per mettere a punto nuove strategie educative comuni. Periodicamente organizzate delle uscite solo tra di voi, prevenite possibili momenti di chiusura e rigidità, evitate di colpevolizzarvi a vicenda: (se) state affrontando un grave stress, avete bisogno di alleati per poter vincere la battaglia del cambiamento!

love couple 6053570 19203 Dedicare del tempo esclusivo per ogni figlio. … Un ottimo suggerimento è quello di dedicare del buon tempo a ciascuno, anche 30 minuti qualitativamente significativi possono essere sufficienti. Comunicate prima la vostra intenzione: create l’atmosfera di un appuntamento speciale.

4 Curare l’alimentazione del bambino.

Regolarizzate il ritmo sonno/veglia per il benessere di tutta la famiglia.

5 Prestare attenzione alla cura e all’igiene. …creare un rituale di pulizia e vestizione la mattina e la sera, scomponendo le varie attività in piccoli passi da perseguire facendo in modo che molti passaggi diventino dei momenti di gioco tra genitori e bambino.

6 L’educazione alle regole sociali

7 La sensibilizzazione e l’informazione

8 Rispettare la personalità di vostro figlio

(“Se fosse autismo” di Fabiana Sonnino con la prefazione di Michele Zappella)

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

Come cambiare prospettiva e migliorare la propria qualità di vita

Come cambiare prospettiva e migliorare la propria qualità di vita

Qualche mese fa iniziai a soffrire ripetutamente di maldischiena e problemi alla cervicale. Mi consultai così con uno specialista che mi suggerì una serie di esercizi e tra i vari, uno mi colpì particolarmente: sdraiata su di un tappetino dovevo alzare le gambe al cielo e tenerle appoggiate dritte contro una parete per dieci minuti.

L’effetto fin da subito mi stupì per le sue diverse sfumature: quella posizione non soltanto faceva sì che il mio corpo si sentisse più leggero e rilassato ma, il fissare il soffitto o stare con gli occhi chiusi in quella inusuale posizione, mi dava la possibilità di stare e guardare i miei pensieri da un’altra prospettiva.

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Provate ora ad immaginare di essere come questo ragazzino nella foto e di osservare ciò che vi circonda dalla sua posizione. Cosa accadrebbe?

Se cambiamo prospettiva cambia anche quello che stiamo osservando e considerando che: lo stesso evento, lo stesso oggetto, la stessa persona… hanno infiniti punti di osservazione, attraverso la nostra scelta del punto di vista che vogliamo prendere in considerazione, determiniamo la qualità dell’immagine che ci ritorna.

Se la realtà che noi percepiamo è dunque influenzata dal soggetto e da noi stessi, cioè dal modo in cui noi scegliamo di guardare (e dunque poi di interpretare…) potremo fare dunque una distinzione tra: una realtà soggettiva che condiziona la nostra vita e il nostro quotidiano e una realtà oggettiva che non ha alcuna valenza o qualità assoluta. Semplicemente, potremmo dire… è.

Attraverso questa premessa, è facile dunque giungere alla conclusione che, ciascun evento può, in potenza, essere l’origine, la causa… di un’infinità di conseguenze, di emozioni, di pensieri, di riflessioni. Sta a noi e alla nostra responsabilità, intesa come capacità di saper rispondere alla vita e alle situazioni che ci accadono, la scelta del punto di vista che vogliamo adottare.

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Le reazioni agli eventi esterni capita che non siano controllate ma vengano gestite inconsciamente. Nella vita di tutti i giorni, spesso ci accade di vivere delle situazioni dove, è come se, avessimo impostato il pilota automatico. La fretta, le  tante cose da fare… (il caldo di questi giorni, la stanchezza…) molto frequentemente ci portano ad affrontare nervosismi, malumori, emozioni negative… e non sempre riusciamo con prontezza a fornire al contesto la risposta adeguata. E quando parlo di adeguata, non intendo “educata”, ma rispettosa di noi stessi prima di tutto, e degli altri. A volte accade di dover smorzare delle tensioni, passare sopra delle situazioni… altre volte, al contrario è necessaria la nostra autorevolezza, fermezza.

Saper stare con quello che c’è e fornire una risposta ecologica è un’abilità per niente scontata: non facile, ma neanche difficile. Imparare a guardare le cose da altri punti di vista è un inizio e lo si può fare allenandosi tutti i giorni.

…quando sei in fila davanti alle poste e una persona ti passa avanti, prova, prima di re-agire come avresti fatto sempre, a fermarti un attimo. Conta fino a 10 (come ci avevano insegnato da bambini) …e chiediti quali sono le emozioni prevalenti. Rabbia? Frustrazione? Come puoi rispondere nel rispetto tuo e del contesto?

A volte sono proprio le situazioni più banali del nostro quotidiano che ci offrono le opportunità più grandi per lavorare sui nostri automatismi e “disinnescarli”. Imparare a stare nelle situazioni gestendo le emozioni che arrivano, spostando il nostro punto di vista e scegliendo come re-agire a ciò che ci accade… in principio ci sembrerà difficoltoso, ma piano piano, con pazienza e perseveranza, ci regalerà tante soddisfazioni ed una maggior serenità.

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…e se il cambiamento di prospettiva vorrai portelo come tuo personale obiettivo prossimamente, per tornare all’inizio di questo articolo ed allenarti quotidianamente, ti suggerirei (se non hai particolari problemi di schiena o prescrizioni) di introdurre nella tua routine quotidiana, alla sera, 15 minuti con le gambe alzate verso il muro. Oltre a rilassare il corpo e la mente, sarà un ottimo promemoria per ripercorrere la giornata appena conclusasi ed individuare, da un’altra posizione, gli aspetti di disagio e soprattutto di risorsa che hai incontrato.

“Cambia il modo di guardare le cose e le cose cambieranno”

Wayne Dyer

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

Il valore della noia

Estate inoltrata. Tempo di vacanze. Le città si spopolano. Le famiglie partono. Non tutte. Alcune restano per motivi di lavoro. E così ci si organizza, ci si prova… a trovare la miglior soluzione possibile per far sì che anche i più piccoli abbiano un loro contesto in cui stare e ricaricare le pile dopo l’anno scolastico e l’impegno (anche emotivo) di questo inverno.

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Ma non sempre ci si riesce. A volte accade che ci si debba affidare, fidare e…arrangiare. Non siamo perfetti. Nessuno lo è di noi. (E’ importante ricordarselo sempre, aiuta a sentirsi più leggeri ?) …e così, nonostante gli sforzi, le accortezze… senza la solita frenetica routine di sempre, per qualcuno, nonostante l’impegno ad organizzare delle situazioni familiari divertenti e piacevoli per tutti (specie se si è in vacanza), la giornata si arricchisce di momenti privi di attività, di cose da fare… della noia.

Inizia così la folle ricerca di “come impegnare il tempo”, “degli hobby”, delle attività sportive mai fatte (o abbandonate anni fa…) e il dover stare senza fare niente si trasforma rapidamente in una condanna, piuttosto che in un privilegio. Anche per i bambini.

Ma se invece di affrettarci a trovare “come riempire l’improvviso vuoto che si è creato”, ci fermassimo e provassimo a dare spazio al nostro corpo e alla nostra mente per stare, rallentare, godere in modo diverso delle sfumature delle giornate, della attività quotidiane… potremmo apprezzare i colori dei paesaggi che ci circondano, dedicarci con maggior lentezza alle piccole cose del quotidiano, scoprire il piacere di avere del tempo davanti a noi non programmato… e potremmo insegnare tutto questo anche ai nostri bambini.

 

Tutti noi (ma i più piccoli in modo particolare), per poter dare spazio alla creatività, fantasia, immaginazione… abbiamo bisogno di interrompere le nostre abitudini e dedicarci del tempo. La mente, l’ispirazione… vogliono poter vagare senza meta prima di offrirci una risposta, un’alternativa, un nuovo input. E quale migliore occasione della pausa estiva?

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Lasciare per un po’ il bisogno di controllare sempre tutto, di avere le giornate perfettamente organizzate non soltanto ci permetterà come adulti di rilassarci, ma soprattutto offrirà ai nostri bimbi un’occasione importantissima per sperimentarsi, ingegnarsi in attività diverse dal solito, farsi delle domande. Conoscersi.

Lasciamo che siano anche loro parte attiva di come trascorrere il tempo libero dagli impegni e diamo loro fiducia. Se continueremo ad essere noi i registi delle giornate, non saranno mai stimolati nel fare qualcosa in prima persona… e nemmeno nel prendersi la responsabilità di come investire le proprie energie (anche temporali). Cogliamo questo momento per fare ciò che ci concediamo raramente (come il non controllare) e che facciamo fatica solitamente a fare perché siamo presi da tante preoccupazioni che non riusciremmo a gestirne delle altre (come il lasciare spazio ai figli).

Godiamo dell’estate nella sua totalità e nelle sue caratteristiche. Portatrice di svaghi, di colori, di leggerezza… è la stagione che ci invita, allo stesso tempo, a stare con quello che c’è, con il silenzio pomeridiano dopo aver pranzato, con alcune notti insonni per il troppo caldo, con la lontananza dalle proprie certezze e comodità, con l’assenza dagli impegni… e con l’opportunità di darsi modo (e concederlo ai nostri figli) di prepararsi al nuovo anno.

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È proprio quando ci si ferma e ci si concede una pausa da tutto ciò che ci circonda normalmente che iniziamo ad accorgerci di ciò che è veramente importante, delle nostre priorità, di come vorremmo essere, di cosa ci piacerebbe realmente fare.

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

 

 

Come gestire il fascino dei videogiochi sui più piccoli

...e ottimizzare le risorse di uno strumento sempre più demonizzato

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Qualche anno fa durante un viaggio di lavoro mi trovai ad assistere ad una scena piuttosto insolita: una mamma era immersa a scrivere qualcosa con il suo cellulare mentre il suo bimbo di pochissimi anni guardava un cartone animato da un altro cellulare saldamente ancorato al suo passeggino. In un negozio di giocattoli.

Questa scena mi è rimasta fortemente impressa. Ricordo la mia emozione nello stare in uno spazio così pieno di colori e di stimoli che, assistere alla loro non curanza, tanto erano immersi nei loro mondi, mi fece riflettere a lungo.

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I bambini si sa, fin da quando sono piccolissimi amano giocare. Il gioco per loro, non solo un’attività divertente, ma è anche un mezzo per scoprire il mondo, accrescere le loro conoscenze, interagire con gli altri, sviluppare le loro capacità relazionali e comunicative.

Man mano che i bambini crescono e i giochi via via diventano più complessi, queste abilità si sviluppano e i giochi, da senso-motori, piano piano, gradualmente diventano simbolici, di ruolo… fino a prevedere regole ben precise, specifiche abilità e una maggior consapevolezza di sé.

Negli ultimi anni però, è ormai sotto gli occhi di tutti, un ruolo importantissimo lo stanno svolgendo i videogiochi, (cellulari e tablet inclusi). Ma quali effetti questi dispositivi hanno sui bambini? In quale misura possono essere dannosi o funzionali al processo di crescita?

Come tutte le cose, la giusta misura è nel mezzo. Demonizzare in modo categorico la tecnologia che in questo momento accompagna la crescita dei bambini che ci circondano sarebbe un’esagerazione, un porsi in modo eccessivamente polare rispetto a qualcosa che indubbiamente offre delle risorse.

Facendo infatti una riflessione il più possibile oggettiva, grazie anche ai numerosi studi che sono stati fatti recentemente, i videogiochi (cellulari e tablet inclusi) facilitano l’approccio al pensiero tecnologico, stimolano alcuni processi mentali di memoria e pensiero induttivo, le capacità logiche e la formulazione di strategie, la coordinazione oculo-motoria… ma, se non gestiti dalle figure di riferimento (genitori ed insegnanti) tendono ad avere degli effetti negativi, a volte anche piuttosto gravi: estraniamento dalla realtà, mancanza di empatia, sedentarietà, sovrappeso, eccessivo senso di potere e di controllo, disturbi della vista, cattive relazioni sociali.

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Molto importante, di certo da non trascurare, è la scelta poi dei contenuti dei videogiochi! Se ci soffermiamo infatti a considerare quelli dai contenuti violenti, è ormai assodato come questi desensibilizzino il cervello da certe immagini e provochino, a lungo andare, l’insorgere di comportamenti aggressivi.

Proviamo dunque a trovare una mediazione con i nostri bambini, fin dal principio. Scegliamo insieme a loro i giochi che desiderano acquistare, documentiamoci in anticipo sull’argomento e l’ambientazione e stabiliamo delle fasce orarie in cui permettere loro di usare i dispositivi tecnologici.

Uno dei problemi più grandi è infatti l’abuso da videogiochi, il trascorrere ore e ore davanti ad uno schermo rischiando, con il tempo, di non avere più la perfetta consapevolezza da ciò che è finzione e da ciò che non lo è, da ciò che è lecito e da ciò che non lo è.
Uno dei rischi più grandi quando si passa troppo tempo videogiocando è quello connesso all’insorgenza di una vera e propria dipendenza. Inoltre, quando si sta per un tempo eccessivamente lungo di fronte ai videogiochi, spesso si può incorrere in un sovraccarico di informazioni che rende i bambini incapaci gestire, elaborare ed interpretare, la mole di dati cui si trovano esposti.

Ricapitolando, potremmo concludere dicendo che:

*È importante che un adulto supervisioni i contenuti e il tempo trascorso dai bambini sui videogiochi e che questa attività non diventi prevalente nell’arco della giornata (due ore sarebbe il tempo massimo consigliato da più esperti);

*Inserire delle pause durante l’utilizzo del videogioco così da permettere il riposo del bambino, sia dal punto di vista del sistema cognitivo che di quello visivo, ma anche e soprattutto per fargli riprendere in modo costante contatto con la realtà che lo circonda;

*Incentivare sfide con amici o fratelli così da rendere il videogioco un pretesto per socializzare e stare in compagnia, piuttosto che per isolarsi.

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Nella società in cui viviamo è difficile pensare che un bambino possa essere tenuto lontano dalla tecnologia e dai rischi ad essa connessi. Quello che premia, anche in questo caso è il buon senso, l’investimento energetico nei momenti di scambio, di dialogo, di condivisione… e di supervisione.

È importante che gli adulti osservino quello che fanno i più piccoli intervenendo all’occorrenza; perché grandi si diventa poco a poco, superando i propri limiti, nella sicurezza di avere qualcuno accanto che crede in noi, ci permette di sbagliare, ma è pronto ad intervenire qualora ce ne fosse bisogno.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

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