Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Il pesciolino rosso

Anni fa, una persona che conoscevo, mamma di una bimba di circa 9 anni, di fronte alla morte del pesce rosso di sua figlia, decise di gestire l’accaduto, acquistando in fretta e furia un altro pesciolino “in sostituzione”.

Alla bimba non venne raccontato l’accaduto. Non le venne spiegato che esiste una ciclicità nella vita di ciascuno di noi, compresi gli animali, per la quale, esiste la nascita, la crescita, la vita, ma anche la morte.

Non venni mai informata se poi, a distanza di tempo, la bimba avesse, o meno, compreso che le era stata nascosta la verità.

Spesso accade che ai bambini “certe cose” non vengano dette. E’ per il loro bene che di alcuni argomenti è meglio che non se ne parli.

Ed ecco che allora, tra questi argomenti troviamo tantissimi temi di attualità come il Covid, la pandemia, la guerra, il sesso, la morte, la malattia… eppure, considerato che ormai, già dalle elementari il cellulare viene con estrema facilità dato in uso (se non regalato) ai più piccoli, non è difficile immaginare come “queste cose”, di cui sarebbe meglio non parlare, diventino in realtà come il famoso segreto di Pulcinella. Tutti le sanno, ma nessuno ne parla.

…pensate allora come possa divenire un disagio, una difficoltà, per un bambino, non riuscire a capire cosa stia accadendo, ma non sapere in quali termini chiedere spiegazioni o come rivolgersi al mondo degli adulti che con tanta fatica cercano di fare gli indifferenti.

I non detti, quelle tante, spesso troppe cose, delle quali sarebbe meglio non parlare. Sono proprio gli argomenti considerati tabù a creare distanze nelle relazioni.

Immaginate di avere la sensazione che qualcosa non vada bene. Di tornare a casa, vedere il vostro pesciolino rosso nella sua solita vaschetta, ma avere la sensazione che qualcosa sia diverso. Sarà frutto della mia fantasia? Oppure mamma e papà non mi stanno raccontando la verità? Potrebbe pensare un bambino. …e se fosse così, perché?

Spesso alle domande dei bambini si cerca di non rispondere, credendo che il silenzio, l’evasione, l’oscuramento… siano tutte strategie che alla lunga diano risultati migliori. Probabilmente si pensa che accudiscano, preservino, difendano i più piccoli.

Eppure ormai tutti quanti lo sanno che i bambini hanno il sesto senso, la capacità di “sentire” cosa non va, prima ancora di saperne il motivo.

Sono proprio loro, i più piccoli, coloro che ci mostrano come sia importante essere in contatto con la parte più profonda di noi, quella che “sente”, prima di “agire” (e che noi spesso evitiamo di ascoltare). Nel processo educativo sarebbe bello se questa capacità di intuire le cose venisse custodita, se da adulti, ci impegnassimo tutti nel far sì che le nuove generazioni mantengano viva quest’abilità di percepire la realtà, non solo per come ci appare, ma anche nella sua essenza, aldilà delle sembianze.

Ci lamentiamo della superficialità, critichiamo coloro che non vanno in profondità, eppure, quotidianamente, non facciamo nulla per far sì che i più piccoli imparino a fare il contrario. Ci spaventiamo del disagio e nel tentativo di evitare una sofferenza, creiamo confusione, perplessità, mancanza di fiducia. Soprattutto nella propria capacità di lettura della realtà. Fingiamo che vada tutto bene pensando che sia una strategia efficace, eppure ci dimentichiamo di come sia per noi importante sapere la verità. Siamo tutti genitori, prima di tutto di noi stessi e di quella parte vulnerabile che ci abita. La vita non è perfetta, ma è bene impararne ad apprezzarne le sfumature fin dal principio. Non ci sarà sempre la luce, a volte scenderà la notte. Magari in questo momento il buio ci appare essere perfino più scuro del solito, più lungo di quanto ci saremmo aspettati… ma tornerà la luce e c’è sempre una buona ragione per sorridere. Se fosse la mia situazione penserei che vale sempre la pena di provare a spiegare il perché delle cose e la meraviglia di questo mondo. Specialmente ad un bambino. …e penserei che è ancora più importante farlo quando ci sembra che sia difficile trovare le parole, quando gli accadimenti lasciano un vuoto, creano una sofferenza, mettono paura. Può sembrare banale, eppure è proprio questa quella che viene comunemente chiamata: educazione emozionale. Ci si mette nei panni dell’altro, si ascoltano le domande, le richieste… e poi piano piano, con cautela, si risponde. Siamo tutti esseri umani ed anche se bambini, ci si sente più accuditi se ascoltati, piuttosto che ignorati.  

Per seguire le dirette di "Gocce di benessere mattutino", ti aspetto sulla mia pagina Facebook o dell'Associazione Bambini e Genitori o sul mio profilo Instagram. 

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), Coach Relazionale Senior, specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

Poco prima che il silenzio venga estinto

Poco prima che il silenzio venga estinto

È stata inaugurata lunedì 4 febbraio la mia nuova rubrica. “Gocce di benessere mattutino” è il suo nome e l’idea è nata per caso, parlando con la presidente dell’Associazione Bambini e Genitori con la quale collaboro per promuovere iniziative a sostegno dei minori e della genitorialità.

È un periodo denso quello che stiamo vivendo. A volte grigio potremmo definirlo. Le emozioni e gli stati d’animo che spesso vengono esternati sono pesanti e le persone fanno sempre più fatica a trasformare i loro disagi in risorse. Ci si sente sempre più spesso vittime e sempre meno di frequente ci si rende conto invece di quanto ognuno di noi sia a sua volta carnefice, complice, osservatore e comunque, parte integrante delle dinamiche disfunzionali in cui vive e di un sistema che ci vuole sempre più pecore incattivite piuttosto che farfalle leggere.

Eppure, ognuno di noi è libero nella misura in cui si concede il diritto di pensare e acquisire una consapevolezza e un’opinione a sua volta che gli permetterebbero di spiccare il volo.

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“Gocce di benessere mattutino” è uno spazio giornaliero, dal Lunedì al Venerdì alle ore 6.45 che ho deciso, insieme ad Ilaria Zamboni, di attivare con l’obiettivo, attraverso il Counseling e il Coaching, di divulgare un pensiero ottimista e aperto al confronto, un’opportunità di dialogo quotidiano, fatto anche di pochi messaggi su una chat, ma dove si parli di argomenti e tematiche a sostegno delle nostre energie, delle nostre vibrazioni, del bello e del buono che ognuno di noi può e deve sforzarsi di coltivare e portare nella sua vita di tutti i giorni.

È proprio quando si è più in difficoltà che non si deve perdere l’abitudine di prendersi cura di sé, del proprio benessere, di portare avanti con dedizione e perseveranza, abitudini che ci portano ad avere una sana e corretta alimentazione, un più equilibrato rapporto tra il nostro Corpo, la nostra Mente, il nostro aspetto emozionale e il nostro lato più spirituale.

Siamo esseri complessi. Non possiamo pensare che tutto accada da sé. Ognuno ha la sua parte di responsabilità. E ognuno di noi può, nel suo piccolo, lavorare per riportare la sua attenzione anche su tutti quei gesti quotidiani che lo elevano dall’abitudine e dal dare tutto per scontato a un gradino più alto dove si inizia ad intravedere la sua parte attiva, propositiva e soprattutto…creativa.

…se avete ascoltato la diretta dell’altra mattina, il tema che ho trattato è stato quello del silenzio. Lo avete presente? Non mi stupirebbe se lo aveste considerato estinto.

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Così bombardati da input e sollecitazioni continue, è importante ricordare, prima di tutto a noi stessi, che non sono solo i suoni che fanno rumore, ci disturbano e ci distraggono dai nostri obiettivi e dal nostro ben-essere. Anzi! …oggi potremmo dire che sono proprio tutte le altre continue e infinite interferenze che ci distolgono dal perseguire con costanza e passione i nostri intenti. Pensate a quanto accade nella vostra giornata: dagli infiniti messaggi che vi arrivano sul cellulare, dalle mail, le telefonate, gli stimoli continui dei social… è facile comprendere come tutto corra veloce e come, con altrettanta facilità ci si possa allontanare da sé e da ciò che è veramente importante per noi.

Inserire un sano rapporto con il silenzio e con dei momenti quotidiani che salvaguardino la nostra relazione intima con noi stessi è un’abitudine che ognuno può iniziare a praticare.

Se sei solito svegliarti calcolando il tempo esatto che ti occorre per prepararti, fare colazione ed uscire, potrebbe essere un’idea proprio quella di rallentare i tuoi ritmi ed introdurre, magari proprio al mattino, due minuti di silenzio. Magari prima della colazione. Non pensare che sia sufficiente spegnere il televisore e la radio. Imposta il telefono in modalità aereo. Chiudi il portatile… e, in una posizione comoda, seduto o sdraiato, porta l’attenzione sul tuo respiro. Puoi lasciare che i pensieri fluiscano solamente e respirare o puoi, dopo un breve momento di osservazione di quello che si muove dentro di te nello stare nel silenzio, recitare una preghiera cara con la quale desideri iniziare la tua giornata.

Sono sufficienti anche solo 2 minuti del tuo tempo, tutte le mattine, per innescare un processo. Non aver fretta, ma sii costante e disciplinato nei tuoi intenti. Ci vuole pazienza perché qualcosa accada.

Il silenzio non fa domande, ma può darci una risposta a tutto.
(Ernst Ferstl)

arrow 304729 1280Se hai provato a fare l'esercizio e vuoi condividere con noi la tua esperienza, non esitare a contattarmi!

 

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Trasformiamo il nostro passato per scrivere il nostro futuro

Trasformiamo il nostro passato per scrivere il nostro futuro

Oggi mi piacerebbe iniziare il nostro articolo proponendovi un esercizio. Prendete un foglio protocollo a righe o più fogli A4 bianchi… l’importante è che abbiate a disposizione più facciate. Ora scegliete una penna e, dopo esservi messi comodi, al sicuro da interruzioni o distrazioni, lontani dal cellulare e dal citofono…, iniziate a scrivere la vostra storia.

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Non soffermatevi troppo sul perché, sul per come… il mandato è: scrivere un'autobiografia in massimo 4 pagine. Lasciate che la scrittura sia fluida, non fermatevi per verificare la correttezza grammaticale od ortografica. Nessuno ad eccezione di voi leggerà quello che avrete scritto, a meno che non lo decidiate voi stessi.

Terminato questo compito, riponete il foglio (o i fogli) in un posto sicuro per almeno due giorni e poi, quando vi sentirete nuovamente pronti, riprendeteli in mano e rileggeteli. Immaginate di essere degli estranei e di avere sottomano la storia di una persona che non conoscete.

Leggete lo scritto tutto di un fiato e annotatevi la prima sensazione che vi arriva, le emozioni che avvertite, le frasi che vi hanno maggiormente colpito, l’impressione complessiva che vi è rimasta.

Fatto questo, rileggete le vostre risposte con un pochino di distacco.

Cosa ve ne sembra?

“Il mondo non è perfetto, scegliere come vederlo è l’unico modo che abbiamo di cambiarlo”.

E questo vale anche per il nostro vissuto e la nostra storia.

Ognuno di noi, prima ancora di venire al mondo ha la sua storia. La mamma è solitamente colei che avvia il processo narrativo della nostra vita e, fin dalla gravidanza, inizia a raccontare e a raccontarci ciò che viviamo, il nostro contesto, il nostro comportamento, le nostre vicende… Attraverso i suoi occhi iniziamo, fin da piccolissimi ad assorbire un modo di vedere la nostra esistenza e il nostro posto nel mondo.

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È come se ci fosse in realtà un vero e proprio filtro, durante la nostra infanzia, un setaccio di ciò che deve restare e ciò che invece dev’essere lasciato andare, su quello che è bene e quello che invece ci danneggia, sull’immagine che piano piano iniziamo a costruirci nei confronti del mondo che ci circonda e su quegli aspetti che non è opportuno mostrare agli altri.

La narrazione di sé, il cosiddetto racconto autobiografico, è fondamentale da un punto di vista educativo, così come diventa cruciale, quando si diventa più grandi perché, se il pensiero veicola energia, il nostro modo di pensarci, di vederci, di raccontarci, influenza il nostro modo di porci, di presentarci, di agire, di interagire. Potremmo affermare addirittura che, attraverso le autobiografie noi possiamo rispondere (o meno) ad un bisogno di autodeterminazione.

Duccio Demetrio, filosofo e pedagosta scrive: “per suturare una ferita, per colmare un vuoto, per non dimenticare, per riorientarsi e per prendere coraggio” è necessario raccontarsi.

Giorni fa ero con un cliente in un setting. Stavamo facendo un lavoro di orientamento professionale. Il cliente non era alla sua prima seduta: lo avevo già seguito per delle altre situazioni in passato, pertanto il suo vissuto non mi era completamente sconosciuto. In questo frangente gli chiesi, ai fini dell’aggiornamento del suo curriculum, di raccontarmi la sua storia. Pur essendo una persona adulta con tante esperienze professionali e personali alle spalle, nel narrare di sé, tutta la sua attenzione si focalizzò solo ai primi 20 anni di vita e solo a tutti quegli aspetti dolorosi e disfunzionali che li avevano caratterizzati.

Era come se dell’uomo maturo, professionista… in quel racconto, non ce ne fosse rimasta alcuna traccia. Provai a chiedergli di proseguire il racconto. Di portare l’attenzione su cosa era accaduto “dopo i suoi 20 anni”, ma, più la seduta andava avanti, e più in realtà l’attenzione era sul prima, sul passato… su ciò che non era andato, piuttosto che su quello che invece aveva imparato, colto, trasformato.

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Il bisogno di raccontar-si, di narrare in generale è qualcosa di arcaico: sin dalla notte dei tempi l’uomo ha cercato nella condivisione del suo racconto un modo per alleggerirsi, per sdrammatizzare, a volte per ironizzare. Ma in passato, quando non esisteva ancora la tecnologia e i social, narrare rappresentava anche l’unico modo che l’essere umano possedeva per far conoscere un accaduto o la propria storia.

Secondo Bruner il pensiero umano è essenzialmente di due tipi: logico-scientifico e narrativo. Quest’ultimo, presente sin dalla primissima infanzia, si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni dell’uomo, delle vicissitudini e dei risultati. Il suo intento è quello di situare l’esperienza nel tempo e nello spazio.

L’identità della persona è in continua trasformazione. Ognuno di noi, ogni giorno fa delle esperienze, impara delle cose nuove, prova delle emozioni, si relaziona con il mondo che lo circonda… e la narrazione diventa così un modo per riflettere su quanto si è vissuto e su chi si è diventati. Giorno dopo giorno.

Ma se da un lato, la narrazione è e deve essere, una riflessione sul passato e su quanto ci è accaduto, fondamentale è il concepirla, al tempo stesso, come uno strumento creativo per il nostro futuro.

Raccontarci infatti ci permette, come faceva la mamma per noi quando eravamo piccoli, di filtrare le informazioni che desideriamo trattenere e scegliere in che modo continuare a riviverle. Tra noi e noi. Tra noi e gli altri.

Pensate all’importanza di sapersi presentare durante ad un colloquio di lavoro. In che modo pensate che potreste trovare un’occupazione se non raccontando la vostra vita valorizzandone le risorse, i passaggi più importanti che hanno segnato per voi delle svolte, delle rivelazioni, dei nuovi inizi?

Come da qualsiasi narrazione, sia essa un libro, un racconto… dalla narrazione di sé si impara. Impariamo noi nel momento che la doniamo ad un interlocutore, impara l’altro nel momento in cui si concede di ascoltarla e di farla sua.

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Potremmo affermare inoltre che: raccontarci è un processo creativo: non perché inventiamo un passato che non esiste! …ma perché, narrando la nostra storia, la creatività ci consente di guardare al nostro passato da un'altra ottica, secondo un'altra prospettiva: non dalla parte di coloro che tante situazioni le hanno subite, ma dalla parte di chi la propria vita l’ha vissuta come protagonista attivo.

Rileggere con creatività ed ottimismo le proprie esperienze, non vuol dire che tutto ci è sempre andato bene, che non ci sono stati intoppi, che non abbiamo mai affrontato problemi, disagi, difficoltà, momenti di crisi… ma che, al contrario, abbiamo saputo cogliere i diversi insegnamenti che la vita ci ha mostrato. Abbiamo imparato dal nostro fare esperienza, dal nostro sporcarci le mani, dal nostro sbagliare. Abbiamo fatto tesoro del nostro vissuto per programmarci un nuovo futuro.

Ed ecco che l’esercizio con il quale abbiamo iniziato il nostro articolo può diventare un ottimo strumento nelle nostre mani per vedere dove siamo e dove stiamo andando. Concederci del tempo di tanto in tanto per raccontare chi siamo, cosa abbiamo affrontato, quali scelte abbiamo fatto, che tipo di risorse abbiamo colto dalle diverse esperienze… può diventare un modo per trasformare il nostro passato, la sua incombenza sul nostro presente e gettare nuova luce sul nostro domani.

arrow 304729 1280Se desideri scrivere la tua storia e lavorare sugli aspetti che emergeranno, sulla sua trasformazione in un'ottica creativa e costruttiva per il tuo quotidiano... Se vuoi anche solo parlarne insieme, scrivi una mail o telefona per richiedere un appuntamento!

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Orientarsi per orientare. Orientarsi per far scegliere.

Orientarsi per orientare. Orientarsi per far scegliere.

Nel titolo che oggi vi propongo, due sono le parole che ricorrono: il verbo orientare, nella sua forma attiva e riflessiva e il verbo scegliere.

La parola orientare viene da oriente, dal latino oriens, participio del verbo orior: volgere verso Oriente, sorgere, cominciare. Nella sua accezione etimologica potremmo affermare che il termine indica l’azione che permette all’individuo di identificare la sua posizione rispetto ai punti cardinali, dunque di trovare la direzione del suo cammino.

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Scegliere è una parola, sempre latina, che deriva invece dal verbo exlego: eleggere e richiama la competenza di estrarre (dunque eleggere) dal mare delle possibilità quella più vicina al nostro sentire.

Abbinare le due azioni: quella dell’orientamento e quella dello scegliere, credo che sia fondamentale ai giorni nostri e ritengo, sia sulla base della mia esperienza, sia delle numerose ricerche che ci sono a tal proposito, che sia davvero importante anche e soprattutto nei contesti familiari.

Nonostante si dica spesso, a proposito degli adolescenti, che sono: disattenti, distratti, che non ascoltano mai gli adulti, meno che mai i genitori… da studi fatti è stato possibile verificare che l’influenza del contesto familiare sulla scelta scolastica e/o professionale ha un peso enorme. Anche se a volte il dialogo risulta essere complesso, la comunicazione non dobbiamo mai pensare che si interrompa, anzi…! Quando si smette di parlare in modo fluido, si è solo iniziato a comunicare per altre vie, altri canali, a volte meno diretti.

Diventare consapevoli di questi concetti: che tutto è comunicazione – anche il silenzio – e che i giovani ascoltano i messaggi - specialmente se indiretti - dei loro genitori è fondamentale. Sapere di avere una responsabilità e di essere delle persone che hanno un’influenza sugli altri non può lasciarci indifferenti, né deve spaventarci, ma bensì invitarci ad assumere una posizione più “presente” rispetto a certe tematiche.

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Se l’orientamento ha a che fare con la nostra direzione e con la posizione che ognuno di noi ricopre in un determinato momento, se la scelta è la capacità di eleggere tra tante opzioni quella più congeniale per noi, per i nostri valori, per i nostri desideri… allora vien da sé che la prima cosa che un genitore è invitato a fare è quella di documentarsi e orientarsi a sua volta per poi facilitare il proprio figlio.

Spesso siamo infatti soliti pensare che l’orientamento, fortemente legato al concetto di scelta, sia qualcosa che riguarda i soli giovani: dimenticando che fino ad una certa età, e oggi sempre più tardi rispetto al passato, i processi decisionali sono legati all’intero nucleo familiare, alla storia genitoriale, ai valori che sono stati tramandati, alle ideologie, ai pregiudizi. Nonostante ci possa sembrare strano o distante da noi, dal nostro modo di pensare… è comune avere dei pregiudizi o dei preconcetti! Spesso ne abbiamo e ne siamo inconsapevoli. Avete presente quando avvertite quelle vocine dentro di voi che vi sussurrano cose del tipo: “Il medico è una di quelle professioni che non passerà mai di moda”. “Il posto fisso è una garanzia”. “Se uno trova un impiego in banca si è sistemato per tutta la vita”. “Ah! Se potessi tornare indietro! Sarei diventato un avvocato! Quello sì che fa i soldi!”

Bene, tutte queste frasi più o meno comuni fanno tutte parte di quello stesso gruppo di idee che spesso condizionano noi e i nostri cari perché non sono il frutto di un’esperienza, di una riflessione consapevole, bensì sono il risultato di un luogo comune. È risaputo, tramandato, lo sanno tutti, è scontato…etc…etc…

E ora diciamo anche questo: non è detto che quello che ha funzionato sempre, fino ad oggi, per tutti, funzionerà ancora, nel futuro, per noi o per nostro figlio. Anzi!

Questi due anni dovrebbero avercelo dimostrato… a volte basta un attimo e tutto si trasforma. Tutto può diventare “altro” rispetto a quello che noi pensavamo, avevamo immaginato… e allora? Credere in quello che facciamo, amare il nostro percorso di vita, di studio, di lavoro… fa la differenza. Essere motivati. Sapere perché abbiamo scelto una strada, cosa ci ha spinto, quali ragionamenti, quali intuizioni, che emozioni… fa la differenza. Aver fatto una scelta ponderando le diverse opzioni ci permette di essere protagonisti attivi del processo, di aver valutato, considerato l’intero scenario e noi. Noi come persone che hanno delle peculiarità, dei sogni, delle caratteristiche uniche, non uguali al figlio del vicino, al cugino di secondo grado, alla sorella del tabaccaio. Uniche e speciali.

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Se siamo genitori e abbiamo un figlio, orientarci per orientare, orientarci per far scegliere è la prima cosa che dovremmo veramente avere a cuore di fare. Perché noi siamo importanti. Anche solo con il nostro esempio, con il nostro pensare. Con il nostro commentare il telegiornale. Documentarci su cosa offre oggi il mondo della formazione, del lavoro, del mercato… e ascoltare, osservare… quello che nostro figlio o nostra figlia amano: le loro passioni, le loro doti, le loro attitudini. Perché è vero che tutto si può imparare, ma se non c’è la motivazione, il mordente, la spinta… gli obiettivi sono più difficili da raggiungere e l’impegno costa più fatica nel tempo.  

arrow 304729 1280E se tu dovessi dire in questo momento quali sono le tue convinzioni dal punto di vista formativo e professionale... cosa scriveresti? In che modo "orienteresti" una persona a te cara? E tu, come ti orienti per raggiungere i tuoi obiettivi?

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"Cara Me..." è arrivato il momento dei bilanci e dei buoni propositi

"Cara Me..."

è arrivato il momento dei bilanci e dei buoni propositi

Cara me,

come stai? Lo so a cosa stai pensando…  non te lo chiedo quasi mai. In verità è una domanda che preferisco non farmi. Chiederselo vorrebbe dire poi fermarsi per ascoltarsi, concedersi un momento per identificare lo stato d’animo, dare un nome alle emozioni che si muovono… magari prendersi anche la responsabilità di accudire quelle ferite che sentiamo essere un po’ scoperte…

Cara me,

lo so che ti ho un po’ trascurata. Presa dai tanti impegni del quotidiano, ho sempre anteposto tante cose a te. Ero convinta di essere nel giusto quando mi sono dedicata anima e corpo al lavoro, a mio figlio, all’amico in difficoltà. Credevo che tu avessi capito il perché preferivo stare davanti al pc fino a tardi piuttosto che andare a dormire! …ma ora, come mai, anche quando mi metto a letto presto, tu non vuoi proprio smettere di farmi pensare? Sembra come se il cervello, non appena la testa poggia sul cuscino, inizi la sua attività preferita: ricordare, ripensare, rimuginare.

Cara me,

a volte è così difficile ascoltarti! Lo so che vorresti parlarmi, darmi dei suggerimenti, dei consigli… ma… nei momenti di difficoltà, quando ho provato a fare come mi suggerivi tu, con quella vocina sottile che dall’interno provava a farmi cambiare idea, a mostrarmi altre strade, nuove prospettive… tutto mi sembrava così diverso da come lo volevo vedere io! Certo, devo ammettere che la maggior parte delle volte hai avuto ragione tu.  Ah! Se ti avessi ascoltato! Magari mi sarei risparmiata tante fatiche. Certo, a posteriori sono bravi tutti a dirlo, ma la verità è che… ogni volta che dovevo prendere una decisione su qualcosa, preferivo sempre rivolgermi altrove, ad altri, e mai a te. Almeno se sbagliavo potevo dire di esser stata consigliata male!

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Cara me,

è stato un anno impegnativo. Sono stanca. Pensavo che se mi fossi tanto dedicata a tutto quello che avevo intorno avrei raggiunto i miei obiettivi e questo mi avrebbe appagata. Lo so che ho mantenuto dei ritmi folli per tantissimi mesi: poco riposo, alimentazione sbagliata… ma ero certa che la soddisfazione del traguardo mi avrebbe ricompensata! Ora invece non capisco più se sono felice oppure triste. Sono ingrassata, faccio fatica a recuperare uno stile di vita sano e, con difficoltà, riesco ad immaginare cosa desidero dal nuovo anno che sta per arrivare.

Cara me,

hai ragione te quando mi dici di rallentare. Sono sempre così concentrata sul prossimo passo da fare che ho dimenticato come ci si ferma e, allo stesso tempo, mi sono rifiutata di voler scorgere la risorsa che tu hai sempre cercato di mostrarmi nei silenzi, nelle pause, nelle attese. Stare fa paura. Quando la mia attenzione si sofferma sul chi sono mi incupisco… Lo so che sembra essere un controsenso, eppure, quando faccio-faccio-faccio mi sento meglio. Mi sento bene. O forse così mi sembrava fino ad oggi.

Cara me,

scrivendoti mi accorgo che tante cose che in questo anno non sono andate come mi sarei aspettata, se devo essere sincera, tu le avevi predette fin dal principio. Non ti ho voluto ascoltare. Ho preferito portare l’attenzione su quello che mi dicevano gli altri, sulle scelte che mi sembravano essere più facili… non ho investito su di te. Le mie energie le ho sempre spese per le persone che mi erano accanto, per le cause altrui, per guarire ferite non mie. Credevo che per me avrei avuto tempo. Più tempo a disposizione. Oppure che qualcuno lo avrebbe fatto al posto mio. Di prendersi cura di te.

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Cara me,

guardandomi allo specchio in questa vigilia di Natale mi sono accorta, come per magia, che forse stavo sbagliando: che non c’è una seconda possibilità per apprezzare ciò che abbiamo, per onorare il nostro presente, il valore del nostro quotidiano. Cara me, quest’anno decido che riparto da Te. Se fino ad oggi non l’ho mai fatto fino in fondo, da domani mi fiderò del tuo intuito, del tuo sentire. Accetterò che essere è più importante che fare; che imparare a fermarsi è ancora più importante dell’imparare a correre. Mi allenerò nell’essere disciplinata, non perché rigida, ma perché dedita al raggiungimento dei miei obiettivi che mi donano piacere, gioia, soddisfazione. Quando sani.

Cara me,

da domani sarai la prima persona alla quale penserò al risveglio e l’ultima alla sera alla quale rivolgerò la mia gratitudine. Mi prenderò cura di te e della tua salute. Coltiverò i tuoi talenti, mi dedicherò al tuo benessere, ai tuoi sogni, alla custodia dei tuoi valori e dei tuoi ideali. Imparerò ad amare te, prima di tutti gli altri e a sanare io per te le tue ferite. Senza delega alcuna.

Cara me, grazie per essere così come sei.

Imperfetta, ma bellissima.

 

arrow 304729 1280E se tu dovessi scrivere la tua lettera personale... quali aspetti metteresti in evidenza e quali impegni senti di doverti prendere con te stessa o con te stesso per il nuovo anno? Se pensi di aver bisogno di una mano, possiamo farlo insieme! ...sarà un modo diverso di onorare il passaggio che il Natale ci porta a vivere e un'opportunità di iniziare il nuovo anno con maggior consapevolezza

Tanti carissimi auguri!

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), Coach Relazionale Senior, specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

 

Lo zero democratico

Lo zero democratico

Venerdì scorso sulla pagina Facebook di Bambini e Genitori ho avuto il piacere di condurre una diretta insieme a Franca Errani, Counselor Coach Relazionale, Metodo Voice Dialogue, nonché mia collega nel progetto del libro “Il Cibo come via, gli Archetipi come guida”, a proposito della vulnerabilità e delle strategie che ognuno di noi mette in campo per difendersi.

Il titolo, un po’ ironico era “La cipolla che non fa piangere”, un modo per sottolineare, con leggerezza, l’involucro a strati che ogni persona costruisce, nel corso della sua esistenza a protezione di quel prezioso cuore che è la nostra essenza.

La diretta (che se volete potete riascoltare al seguente link) è stata un’occasione molto interessante per mettere in luce alcuni concetti che spesso trascuriamo perché troppo presi da altro o troppo spaventati dall’idea di poterci fermare a pensare…a stare.

La parola vulnerabilità deriva dal latino, dove vulnus significa ferita (non solo facendo riferimento a delle ferite fisiche ma anche a quelle dell’anima) e habilis, agile, maneggevole.  Vulnerabile è colui che si trova in una condizione in cui può essere ferito.

Ma habilis è la stessa parola latina da cui deriva un’altra parola importante per noi: responsabilità, la capacità di saper dare responsi alla vita. Se da un lato dunque, la vulnerabilità è una possibilità a ricevere qualcosa (in senso negativo), la vulnerabilità ci offre anche il dono di poter ricevere qualcosa e di aprirci ad un più ampio ventaglio di sfumature e di emozioni.

Ognuno di noi quando nasce riceve, a sua insaputa e senza intenzionalità alcuna, una ferita. Una prima ferita potremmo dire e, su questa base, inizia piano piano a svilupparsi la nostra personalità. Il nostro modo di rapportarci al mondo che ci circonda.

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Questo “trauma” è inevitabile per far sì che si sviluppino determinati comportamenti e ci si identifichi con alcune parti di noi (chiamate sé primari) e porta come aspetto secondario che se ne isolino delle altre parti complementari e si inizino a percepire alcune situazioni come possibili fonti di sofferenza.

Quando siamo piccoli infatti la nostra ferita è scoperta. Sono i nostri genitori che si prendono cura di noi e di lei e spesso questo non avviene. Anche in questo caso non è intenzionale e voluto. Ci vuole del tempo affinché si inizi a comprendere che ognuno deve essere una buona madre e un buon padre di sé stesso. Occorre fare pratica e avere pazienza per arrivare a sapersi accudire in autonomia la propria ferita.

Ecco che allora, in questo intervallo di tempo, da quando siamo nati a quando impariamo a prenderci cura di noi, la probabilità di sentirsi feriti è più alta e, man mano che questo accade, per evitare che ciò avvenga sviluppiamo delle strategie, ispessiamo di strati, come una cipolla, la nostra essenza, così da sentirci meno vulnerabili.

E cosa accade così facendo? …che a lungo andare, se non impariamo a gestire le nostre difese, nelle relazioni iniziamo a limitarci. Per paura di essere feriti, ci irrigidiamo, ci chiudiamo. A volte scappiamo. Altre attacchiamo per primi. In alcune occasioni arriviamo a congelarci.

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La paura di sentire la nostra ferita se da un lato ci mostra la nostra vulnerabilità, dall’altro però ci offre una grandissima risorsa: la consapevolezza che non è qualcosa che riguarda solamente noi. La paura è uno zero democratico. Riguarda tutti. Ognuno di noi la avverte.

Accogliere questo essere vulnerabili, umani, imperfetti è il primo passetto per imparare a gestire le nostre difese. Riconoscere che la perfezione non esiste è un fondamentale. Ci rende umani. Ci fa entrare in relazione. Apre un dialogo più autentico con gli altri, con i nostri cari. La consapevolezza di essere tutte persone che possono essere ferite in egual misura, ci mette sullo stesso piano.

Permettersi di essere vulnerabili è un atto di coraggio. Dopotutto, non è forte chi sopporta di più o chi indossa la maschera della felicità più a lungo. Forte è colui che mostra ciò che sente, ammettendo i propri errori e le proprie ferite.

(Valeria Sabater)

Leggevo qualche giorno fa una frase in un articolo di Paola Bonavolontà: la fede e la vulnerabilità aprono la via al dialogo.

Questa frase mi è rimasta così impressa che la cito con grande piacere ad introduzione di un altro importante passaggio. Nel momento in cui ci riconosciamo persone vulnerabili e accettiamo di essere noi i veri responsabili della misura in cui gli altri possono ferirci, permettiamo a tutte le parti di noi di emergere, di entrare in relazione, anche intima con gli altri.

L’intimità ha infatti molto a che vedere con la vulnerabilità! Nelle relazioni costruiamo infatti una vera intimità solo quando ci concediamo di essere noi stessi, e diamo all’altro la possibilità di apprezzarci e accettarci così come siamo.

Aprirsi e lasciare che il nostro cuore possa scambiare della sana energia ci nutre e nutre l’altro.

Qualcuno venerdì durante la diretta chiedeva se la vulnerabilità sia sinonimo di fragilità. Al contrario! Fragilità deriva dal latino frangere, rompere. Se io riconosco la vulnerabilità non mi rompo, ma riconosco che posso essere ferito e soprattutto che posso ferire a mia volta. Essere consapevole di quello che posso ricevere, ma anche di quello che posso fare all’altro mi restituisce un potere attivo; una possibilità di scelta nel come voglio stare in una relazione.

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Con Franca nella diretta portavamo come esempio il protagonista di un suo nuovo romanzo, DivinDinero. Giuseppe, un uomo adulto che ha deciso, per evitare di essere ferito, la fuga… è proprio quando si trova solo con sé stesso a pensare, lontano da tutti e dal suo grande amore Gina, che comprende di come anche lei abbia usato delle strategie per difendersi ed evitare di soffrire e forse vale la pena concederle un’altra possibilità.

La vulnerabilità è un valore. Anche se facciamo fatica a pensarla in questi termini. Non siamo super eroi e, come spesso ripeto con i miei clienti, anche Superman aveva il suo tallone di Achille, la criptonite! Sapere quali sono i nostri punti deboli e comprendere quelli di chi abbiamo di fronte ci offre la possibilità di essere prudenti, di non pensare di avere sempre la verità in tasca, ma anche, e soprattutto, di essere indulgenti verso di noi e verso gli altri.

In un mondo che ci chiede sempre più di essere forti, duri e prestativi, la grande rivoluzione sarebbe quella di imparare ad abbracciare gli opposti e saper essere dolci, emotivi, vulnerabili.

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"La Famiglia al Centro" continua il suo servizio

La Famiglia al centro

Lo sportello di ascolto “La Famiglia al centro” continua il suo servizio. Non solo per le famiglie, ma anche per tutte quelle persone che hanno bisogno di un supporto e di un orientamento.

Quante volte ci accade nel corso della nostra vita di attraversare dei momenti di difficoltà, di smarrimento, di non sapere come gestire i disagi che sentiamo o di cercare un aiuto per prendere una decisione? Spesso ci rivolgiamo ai nostri amici, al medico curante, al collega di lavoro… e, altrettanto spesso, dopo esserci confidati e aver parlato del nostro problema… la sensazione che avvertiamo è di delusione. Ripercorriamo la conversazione, ci soffermiamo sulle frasi che non ci sono sembrate empatiche ed accoglienti, rimuginiamo sulle parole che ci hanno ferito… e così, non soltanto, non abbiamo affrontato in modo ecologico e funzionale il nostro disagio, ma piuttosto abbiamo demandato agli altri la responsabilità di offrirci delle risposte, delle soluzioni, una strategia per poter stare meglio.

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Nei colloqui è frequente parlare con clienti che raccontano di come si siano sentiti poco ascoltati e compresi dalle persone a loro vicine nel momento del bisogno.

Ma siamo veramente sicuri che spetta ai nostri cari aiutarci? …o sarà forse che spesso investiamo un po’ troppe aspettative nelle relazioni e sulle persone che ci accompagnano quotidianamente?

Essere amici non significa necessariamente essere in grado di saper risolvere i problemi dell’altro. Essere colleghi non implica essere in grado di saper facilitare le decisioni o le scelte altrui. Essere medico curante non vuol dire essere tuttologo. E allora?

Intanto familiarizziamo con questi concetti… e prendiamo atto che, nella nostra vita, può essere utile al nostro benessere individuare delle figure di riferimento che ci accompagnino e sostengano nei momenti di difficoltà. Scegliere un professionista della relazione di aiuto non vuol dire infatti ammettere di essere delle persone problematiche, anzi, al contrario! Diventare consapevoli che, come il dentista, il nutrizionista, il dermatologo… può essere fondamentale avere una persona con la quale parlare dei propri problemi emotivi, relazionali, decisionali… ci pone in una posizione di enorme vantaggio. Sapere a chi rivolgersi, avere una rete di protezione che al momento opportuno si attiva per aiutarci nel trovare le energie e le strategie necessarie a trasformare i nostri disagi in risorsa… non è una condizione che dipende dal caso! È una scelta, non scontata ma personale, dove ognuno può, riconoscendo la sua vulnerabilità e non invincibilità, attivarsi per contattare quella figura in grado di sostenerlo, accompagnarlo, orientarlo quando ne sente il bisogno.

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Lo sportello di ascolto “La Famiglia al centro” è oggi al suo secondo anno di attività. Rivolto a chiunque avverta un disagio, un problema, una difficoltà… grazie alla presenza di un Counselor Relazionale con una qualifica come Consulente Genitoriale, su prenotazione è possibile fissare un colloquio orientativo per valutare l’intervento e le strategie più efficaci al proprio benessere.

Come può aiutarvi un Counselor

Il counseling è una professione relativamente nuova che nasce agli inizi del 1900 negli Stati Uniti d’America per supportare tutti quei soldati che dopo la guerra, tornati a casa, sentivano la necessità di ricominciare una vita, trovare un lavoro, accudire delle ferite, guarire dei dolori, superare delle perdite, rielaborare dei lutti.

Basata sull’empatia, tutta l’attenzione nel counseling è centrata sul cliente affinché questi possa focalizzare le proprie risorse e trovare, facilitato, ma in autonomia, le strategie e gli strumenti necessari al superamento del momento di disagio che sta attraversando.

Il setting è lo spazio all’interno del quale si instaura la relazione tra il Counselor e il Cliente ed esso prevede che, in un ambiente protetto il cliente si senta libero di potersi esprimere e raccontare le proprie fragilità, sicuro di avere davanti a sé un counselor attento che lo ascolta e ne accudisca le vulnerabilità.

Attraverso un percorso personale, teorico ed esperienziale, il Counselor è una figura professionale che ha studiato per orientare il prossimo nelle sue scelte, facilitarlo nel prendere consapevolezza di sé e del contesto in cui vive. Comprese le persone con cui si relaziona.

Il Counselor non dà consigli, non offre soluzioni, non cura patologie e non ha la bacchetta magica. Il counseling è una relazione che si fa in due (o in gruppo, a volte) dove: il counselor mette la sua professionalità e il cliente decidendo di intraprendere un percorso di consapevolezza e di trasformazione, investe le sue energie e il suo impegno.

Lo sportello

Non sempre gli obiettivi sono chiari fin dal principio. Spesso, il primo passetto che il cliente ha bisogno di fare con un supporto è quello di guardare alla sua vita, alle relazioni, alle dinamiche che la caratterizzano, da un’altra prospettiva.

Guardare con oggettività il proprio vissuto non è scontato, spesso occorre un periodo di allenamento… ma questo è fondamentale per poter individuare le mete alle quali si vorrebbe giungere! …e soprattutto per poter, di conseguenza, delineare il tragitto da seguire, le tappe intermedie, il percorso e la strategia migliore.

Non sempre il counselor è la figura professionale più idonea. A volte può essere necessario un supporto da parte di altri professionisti per aiutare la persona a raggiungere il proprio benessere… e in quel caso il counselor indirizza, orienta e, se il cliente lo desidera, accompagna.

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Il Vescovo Bruno Forte incontra i giovani e l’Associazione Orizzonte ODV

Il Vescovo Bruno Forte incontra i giovani e l’Associazione Orizzonte ODV

“Al centro della vostra idea c'è la dignità della persona umana. Far sì che ognuno si senta amato, incoraggiato...a dare il meglio di sé. Dio nasconde perle in ognuno di noi. A volte può sembrare faticoso farle emergere, ma è un lavoro dal valore immenso”.

Bruno ForteEsordisce così il Vescovo Bruno Forte durante l’incontro che ha visto riuniti insieme i giovani ragazzi prossimi a ricevere il Sacramento della Cresima e le famiglie dell’Associazione Orizzonte ODV, realtà di Francavilla al Mare che dedica le sue energie ai ragazzi diversamente abili e alle loro famiglie.

Far sì che ognuno si senta amato, incoraggiato...a dare il meglio di sé.

Provate a chiudere gli occhi, a fare 3 respiri profondi e a ripercorrere con la vostra memoria i momenti salienti della vostra adolescenza o di quella dei vostri figli. Quante volte avete avuto la chiara sensazione di essere amati e incoraggiati a dare il meglio di voi e quante volte potete dire con certezza di aver spronato e sostenuto i vostri figli nel fare tutto quello che era nelle loro possibilità? Magari l’incoraggiamento è più facile da ricevere e offrire, ma il sostegno… bè quello non è così scontato.

A volte può sembrare faticoso farle emergere, ma è un lavoro dal valore immenso.

Far emergere i nostri talenti e quelli dei nostri figli. Come si fa? Quale ricetta magica dovremmo adottare nel nostro quotidiano?

Questo il tema affrontato questa mattina nella Chiesa degli Angeli Custodi.

Come Consulente Genitoriale sono stata molto colpita dalle domande che sono emerse e da come ci sia, oggi più che mai il bisogno di confrontarsi con la propria capacità di saper affrontare le scelte che la vita ci pone davanti, con la propria abilità di saper gestire le emozioni, i passaggi… e di come parole quali Fede, Fiducia, Responsabilità, Accoglienza, Accettazione… siano fondamentali per la qualità del nostro quotidiano.

  • Bruno Forte 2 ridCos'ha provato quando ha ricevuto la Cresima?

Chiede il primo ragazzo che coraggiosamente si fa avanti…

  • Ero piccolo, avevo 6 anni e mezzo... un tempo si usava così: la Comunione e la Cresima Insieme. Il valore e la profondità del dono che avevo ricevuto l'ho compreso soltanto 10 anni dopo...quando ho ricevuto la vocazione e a 17 anni ho deciso di diventare sacerdote.
  • In un momento complesso come quello che stiamo vivendo di grande incertezza e cambiamento, visto che abbiamo qui con noi dei ragazzi che si stanno apprestando a fare delle scelte importanti dal punto di vista scolastico e professionale… ha mai avuto paura di aver fatto la scelta sbagliata? E, se dovesse raccontare loro come ha gestito i Suoi momenti di difficoltà, come potrebbe raccontarci l’accudimento delle Sue vulnerabilità?
  • Con fiducia. Pregando. Mi rivolgevo al Signore per farmi sostenere nei momenti di difficoltà, ma ringraziando Dio non ho mai avuto ripensamenti.
  • Come ha capito la sua vocazione?
  • Ero in un momento di grande difficoltà. Andai ad un campo estivo con la Chiesa e sentii parlare il Vescovo di allora. Provai una grandissima gioia nell’ascoltare le sue parole e compresi che Quella era la mia strada. Lo dissi a mia madre. Lei scoppiò in lacrime. Aveva già capito tutto; come tutte le madri. Quando lo dissi a mio padre, lui non aveva invece capito nulla (come tutti i padri) e mi disse vai. Siamo felici e orgogliosi di te, ma sappi che se dovessi cambiare idea e decidere di tornare a casa...io non perderò la stima che ho dite. Noi non perderemo la stima e la fiducia in te.

Importantissimo fu per me sentirmi libero.

  • Come ha capito che aveva fatto la scelta giusta?
  • Quando ho preso la decisione di diventare Sacerdote ho avvertito una grande gioia. La gioia mi ha indicato che era la via giusta.
  • Cos'ha provato quando ha fatto le prime Cresime?
  • Erano 17 anni fa, oggi ne ho fatto oltre 50000... ed ho sempre pensato che fosse un gran privilegio e una grande gioia poter accompagnare tanti ragazzi, adulti… in un passaggio tanto importante per la loro vita. Cristiana e personale.
  • Come possiamo ben disporci a ricevere lo Spirito Santo?
  • Facendo una richiesta specifica allo Spirito Santo. Mettendoci in un atteggiamento aperto all'accoglienza e al ricevimento.
  • Spesso assistiamo a famiglie dove di problema non ce n'è uno, ma moltissimi. Che risposta dare quando ci vengono fatte delle domande e ci viene chiesto di offrire loro un aiuto al perché tanta sofferenza tutta insieme?
  • Più che la risposta teorica è la Vita stessa che ci offre le risposte che chiediamo e che stiamo cercando. Il nostro compito non è offrire delle risposte, ma orientare le persone a vivere secondo i loro valori, ad imparare a saper accogliere, accettare, ad aver fiducia, ad avere fede.

…la dignità della persona umana.

E che cos’è la dignità della persona umana se non la capacità di vivere nell’ascolto di quelli che sono i nostri valori più alti, nell’accettazione di quello che siamo, nell’accoglienza di ciò che incontriamo, nella fiducia in noi e nei doni che ci sono stati dati e nella fede in un Disegno più grande di quello che noi immaginiamo, pensiamo e comprendiamo?

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