Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,24-35)

Il Vangelo di Domenica 5 agosto. A cura di Donato Calabrese -  Emozioninrete.com

“SIGNORE, DACCI SEMPRE QUESTO PANE” 

            L’uomo - come è ovvio - da sempre cerca il suo sostentamento, di cui il creatore stesso si fa garante: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gen 1,29). Lo sa bene il popolo di Israele, il quale per quarant’anni si è nutrito di un prodigioso alimento nel deserto, a dire il vero poco apprezzato dai beneficiari immediati: quello della manna. Un popolo che Dio ha nutrito e dissetato, un popolo che ha protetto con le nubi della gloria. In tutto questo tempo Dio si è preso cura di questo suo popolo, della sua vita materiale, ma soprattutto della sua vita di fede. Non va dimenticato che l’esperienza del deserto è stata una lunga scuola di fede durante la quale Israele è diventato il popolo di Dio, ha imparato ad obbedire, a fidarsi di lui, a vivere di provvidenza, a lasciarsi amare come Dio voleva amarlo, vivendo nella dipendenza radicale da lui, riconoscendo cioè la verità di Dio come Creatore e Signore. Non a caso l’evangelista Giovanni nella pericope odierna menziona l’evento prodigioso della manna, quando i Giudei dicono: «è stato un pane disceso dal cielo, quello che hanno mangiato i nostri padri». Ora, la manna è il pane “che Dio fa piovere dal cielo”; è un alimento che basta per soddisfare le necessità di ognuno ed evita di creare divisioni tra ricchi e poveri. È dono di Dio e gli uomini possono raccoglierne soltanto la propria razione quotidiana. “È – come dice il libro della Sapienza – il cibo degli angeli, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 15,20). Si comprende perciò come da sempre nella teologia la manna sia stata riconosciuta come un’anticipazione del pane eucaristico che è il corpo di Cristo. È questo infatti il vero pane in grado di saziare ogni fame del cuore dell’uomo: «chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

            La folla sembra intuire il valore di questo pane, tanto da chiedere: «Signore, dacci sempre questo pane», una domanda molto simile alla formula contenuta nel Padre nostro: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Si noti come all’improvviso essi chiamano “Signore” colui che poco tempo prima avevano contestato. Forse i presenti sono impressionati solo superficialmente dal dono promesso dal loro interlocutore e quello che chiedono è perciò un pane materiale, solo corruttibile. A tale domanda Gesù però non si sottrae, perché sa che essa nasce da un desiderio e un anelito profondo insito da sempre nel cuore dell’uomo: quello di mangiare non più un pane qualsiasi, ma il pane vero, il pane eterno, il pane della pienezza che è lui stesso. E la folla percepisce che quest’uomo è capace di assicurare loro il pane di cui vogliono vivere, in maniera che esso non venga mai a mancare nel corso della loro esistenza.

XVII DOMENICADEL TEMPO ORDINARIO (GV 6,1-15)

 

XVII domenica tempo ordinario Gv 6,1-15 - Arcidiocesi di Vercelli

IL PANE SUL MONTE

 

            Per le prossime cinque domeniche il ciclo B sospende la lectio cursiva del vangelo di Marco e presenta il famoso capitolo 6 sul “pane di vita” del vangelo di Giovanni. Lo sfondo antropologico dei primi versetti di questo capitolo è certamente quello della realtà umana della fame e del mangiare: Gesù, pastore come Mosè, offre un vero e proprio banchetto (cf. il miracolo del profeta Eliseo raccontato nella prima lettura).

            Attorno a questo “Pane” sul monte - specifica il narratore - si raduna in prossimità della Pasqua una folla numerosa e affamata che Gesù vede venire verso di lui (cf. Gv 6,5). «Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (Gv 6,11). Si noti che il miracolo della divisione dei pani e dei pesci non viene descritto nei particolari: significa che è segno ed insegnamento indirizzato ai discepoli perché condividano la sua preoccupazione per le folle. Gesù raduna e sfama le pecore perdute delle dodici tribù di Israele; i discepoli raccolgono dodici ceste, molto di più di quanto hanno dato (sono servitori del Regno ognuno con il proprio cesto pieno!).

            Il pane è dunque metafora della buona notizia, di tutto il progetto di liberazione dell’uomo portato avanti da Gesù: serve a far ragionare con la categoria della condivisione e non con quella dello scambio (Filippo ragiona in termini di denaro). La comunità viene educata a questo progetto caratterizzato dal donarsi/spezzarsi e dal servire nella logica della gratuità.

            I gesti compiuti da Gesù sono gli stessi del pasto ebraico e saranno quelli che egli ripeterà anche nell’ultima cena. «Dal deserto - commenta un esegeta - si è come inavvertitamente condotti nel Cenacolo. Da maestro di sapienza e messia taumaturgico Gesù diventa il sommo sacerdote della nuova alleanza. Sembra che l’evangelista abbia dimenticato le operazioni e i gesti compiuti in occasione del miracolo del pane e li abbia sostituiti con quelli compiuti nel corso dell’ultima cena». Moltiplicando i pani Gesù sazia le moltitudini e dona la vita mediante il pane abbondante. È il “segno” di quanto egli, pane di vita eucaristico, farà per la vita del mondo. C’è dunque un pane di cui l’uomo vive, senza il quale le persone muoiono; ma si tratta di un pane - ed è qui la novità - che dipende dal Figlio dell’uomo perché soltanto lui lo provvede.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,30-34)

UNO SGUARDO ATTENTO E PREMUROSO

 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Gesù e gli apostoli - Il  Corriere Apuano

            I “discepoli” che erano andati in missione ritornano come “apostoli” da Gesù e gli rendono conto del loro operato. Gli raccontano, probabilmente pieni di gioia, i prodigi che hanno potuto compiere per suo incarico, e quello che hanno insegnato. Gesù allora li invita a recarsi con lui in un “luogo solitario”, in modo da restare “per proprio conto”, perché la folla era talmente numerosa da impedire loro persino di mangiare. Con questo suo invito Gesù riconosce la fatica e lo sforzo sostenuto dai Dodici. Anche lui infatti si reca spesso in luoghi solitari per pregare e desidera che chi è con lui faccia lo stesso, procurandosi un tempo di pace e di riposo. Come dire, c’è il momento della missione e dell’impegno e c’è il momento del riposo, c’è il momento dell’accoglienza e c’è il momento della solitudine. Un riposo però che si mantiene aperto ad una fondamentale disponibilità.

            Al suo arrivo nel luogo prescelto - precisa l’evangelista - Gesù “vide” una grande folla e ne “ha compassione” perché erano come pecore che non hanno pastore, e immediatamente si mette a insegnare loro molte cose. Gesù si rende conto della condizione dei molti uomini che con un simile zelo si sono precipitati ad aspettarli sulla riva. Vede in loro pecore che non hanno pastore: un popolo che nessuno guida, del quale nessuno ha cura, che corre il pericolo di smarrirsi e di andare in perdizione. Questa miserevole condizione del popolo desta la compassione di Gesù e lo induce a comportarsi come un nuovo Mosè.

            Gesù ha compassione dell’uomo perché lo vede vagare senza direzione, affamato e assetato. Gesù ha fame di persone libere e felici. Egli ci chiama in disparte per chiederci: e voi, quale fame avete? Ci invita a riposarci senza avere la presunzione di sentirci indispensabili: per coloro che restano in piedi con i loro ragionamenti non c’è né pane né pesce. Il tempo estivo può essere dunque una buona occasione per vivere un po’ di questo riposo. «Quando entriamo nel raccoglimento - diceva infatti Romano Guardini - lo spazio interiore si apre e la divina Presenza può annunciarsi in noi».

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,7-13)

Lectio divina quotidiana e continua sul Vangelo di Marco – Carmelitane DCJ

LO STILE DEL DISCEPOLO

 

            Gesù, dopo aver fatto toccare con mano come la sua buona notizia crei scandalo, davanti al rifiuto di Nazaret manda i discepoli a tutto Israele. Gesù li invia per ampliare il raggio della sua azione, per contrastare i demoni e per far prendere coscienza ai discepoli che la sua azione non è quella di un navigatore solitario: vengono inviati infatti a due a due, per mostrare a loro e ai loro ascoltatori che non vengono a nome proprio, bensì sono testimoni del messaggio che hanno ricevuto da Gesù

            Si noti poi come la logistica e la strategia missionarie sono estremamente esigenti: i discepoli non devono preoccuparsi di portare con sé nulla, se non un bastone, sandali e una veste. Dev’essere chiaro ai discepoli e ai loro uditori che essi non hanno niente e che non possono portare niente, tranne il loro messaggio e il loro potere. Proprio in corrispondenza con questo corre alla mente quello che Pietro dirà allo storpio, alla porta “Bella” del tempio: «Argento e oro non ho. Ma ti do quello che ho: In nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6). Se essi vengono accolti, non devono avere pretese, ma essere contenti di quello che capita. Se vengono rifiutati, non devono semplicemente andarsene, ma far capire le conseguenze di un tale comportamento.

            Come si vede, il testo più che insistere sul contenuto dell’annuncio si sofferma molto sullo stile di colui che viene inviato. Lo stile che deve avere il discepolo di Gesù è all’insegna di un atteggiamento interiore di grande libertà. In questo modo egli suggerisce, con molta concretezza, come sciogliersi dalle catene dei bisogni. Se si pensa quanti bisogni oggi sono indotti da interessi economici dentro la nostra società, si coglie a fondo quale lieto messaggio di libertà vi sia nella Parola di quest’oggi.

            Lo aveva ben compreso la grande mistica francese Madeleine Delbrêl che scriveva: «Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messo è per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato».

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.