Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

UN TEMPO PER DIVENTARE UOMINI NUOVI - I DOMENICA DI QUARESIMA - B

 

            Rispetto agli altri evangelisti, Marco racconta il brano delle tentazioni di Gesù nel deserto in modo molto scarno. Si tratta di due versetti semplici, ma carichi di simboli e allusioni. Egli non riferisce singoli fatti, ma descrive uno stato; non parla di nessuna azione o reazione di Gesù. Non dice che egli ha digiunato o pregato. Narra soltanto che per tutti i quaranta giorni Gesù è tentato da Satana, è tra le bestie feroci e gli angeli lo servono, cioè gli forniscono cibo. In poche righe vengono cioè chiarificati i suoi rapporti con gli esseri viventi inferiori e superiori.

            Il termine ebraico satan significa letteralmente “avversario”, ma sappiamo che nella bibbia a questo personaggio sono attribuiti diversi titoli: il serpente, il tentatore, il nemico, l’accusatore, il calunniatore, il divisore, il mentitore. Si comprende come ognuna di queste realtà esprime bene quella complessa sfera del male di cui satana è il primo responsabile. Da parte sua Marco non indica il contenuto della tentazione, né alcuna reazione di Gesù. Tuttavia fa parte dell’esperienza umana di Gesù e della sua solidarietà con gli uomini il fatto di essere tentato.

            Il deserto è il luogo della prova, ma anche della purificazione e della comprensione della propria identità. Il riferimento alle bestie selvatiche è un’altra indicazione misteriosa. Nella tradizione profetica questi animali sono il segno del giudizio o del castigo, ma il messia potrà giocare vicino alla buca dell’aspide e mettere la mano nel covo di serpenti velenosi (Is 11,8). La loro presenza segnala che è ormai riconquistata quell’armonia dell’uomo con la natura che si era perduta con il peccato. Gli angeli, infine, appartengono all’immediato ambito di Dio e agiscono solo per suo ordine. Se servono Gesù, questo indica quanta cura Dio ha per lui e quanto egli è legato a Dio.

            In questa prima domenica di Quaresima, la liturgia ci presenta dunque Gesù che nel deserto, lontano dall’umanità, si dimostra come l’uomo nuovo, perché non sottostà al tentatore come Adamo, ma gli resiste e rimane fedele a Dio. Per questo la Chiesa, durante questo tempo forte, vuole ricordarci che la vita cristiana è, di per sé, una lotta seria, pericolosa e il suo esito è incerto. In questi quaranta giorni anche noi abbiamo bisogno di andare nel deserto del nostro cuore per recuperare il senso vero della vita, difendendoci dalla tentazione e producendo frutti di conversione. E questo perché, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo Principe, «nel deserto un uomo sa quanto vale: vale quanto valgono i suoi dèi», cioè i suoi ideali, le sue risorse interiori.

 

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (MC 1,40-45)

GESÙ E GLI INTOCCABILI

            L’incontro tra il lebbroso e Gesù è caratterizzato da un’insolita fede e “disobbedienza” da parte del primo e da una particolare partecipazione interiore da parte del secondo.

            Dell’uomo che va incontro a Gesù non si dice chi fosse e da dove venisse; viene menzionata solamente la sua condizione di malato: era un lebbroso, che, secondo la legge mosaica, veniva considerato impuro e non poteva avere quindi contatti con il resto del popolo. Questo prescrive infatti il libro del Levitico per quelli che sono come lui: «porterà le vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: “Immondo! Immondo!”... Se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento» (Lv 13,45-46). Quest’uomo, pur nella sua emarginazione e contravvenendo a quanto prescritto (segno che vuole guarire!), non teme di farsi avanti e con umile fiducia si getta in ginocchio davanti a Gesù e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi». Egli si rimette così alla volontà di Gesù e dichiara espressamente di credere nel suo potere: «Se vuoi, tu puoi». È certamente una dichiarazione di grande fede.

            L’evangelista osserva che, di fronte alla richiesta dell’uomo, Gesù “si commuove” (splagchnistheis: “preso dalla compassione”), “lo tocca con la mano” e gli dice: “Lo voglio, sii purificato”, e subito la lebbra scompare. Raggiunto fin nel profondo delle viscere, stende la mano – segno dell’agire potente di Dio (cf. Es 3,20; 7,5) – e tocca il lebbroso. Tocca cioè un intoccabile, perché egli è al di sopra della Legge, e così facendo supera le leggi di purità, che impedivano a chiunque di venire a contatto con questi malati. Questo verbo, “toccare”, rappresenta dunque l’apice di tutto il racconto evangelico, a testimoniare che il Regno di Dio, annunciato da Gesù, supera definitivamente le barriere del puro e dell’impuro. Colui che nessuno poteva più toccare si sente toccato, tanto che non può più tacere la sua fiducia, la sua gioia e la sua testimonianza. Descrive bene questa scena Giovanni Crisostomo: «Il Signore vuol mostrare che egli guarisce non da servitore, ma da padrone, e perciò tocca il lebbroso. Non è la mano infatti che diventa impura al contatto con la lebbra: al contrario, il corpo lebbroso è purificato dal tocco di quella santa mano» (Comment. in Matth., 25, 1s).

 

 

 

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (MC 1,29-39)

IL MEDICO MISERICORDIOSO

 

            La pericope di questa domenica ci presenta una giornata tipo di Gesù. L’evangelista racconta che egli ha compassione dei malati e li guarisce. Ciò accade la prima volta per una donna ammalata, a casa, nell’ambito di una famiglia. La suocera di Pietro è ciò che di più quotidiano e di più comune si possa pensare, così come niente è più comune della febbre. La febbre – a pensarci bene – rappresenta semplicemente la normalità di ogni persona umana. Gesù che ha dimostrato di possedere una forza così efficace nei confronti dello spirito immondo, a fortiori potrà prendere per mano la suocera di Pietro e restituirle la salute, perché con gioia possa esprimere il suo servizio, il suo modo di essere all’interno della casa. È un gesto spontaneo, molto semplice e quotidiano, che ci rende un’immagine di Gesù squisitamente delicata nella sua semplicità. L’evangelista rimarrà sempre coerente con questo tratto descrittivo, preoccupandosi di far emergere soprattutto la dimensione umana di Gesù.

            Marco sottolinea inoltre che Gesù impediva ai demoni di parlare, perché la testimonianza deve venire dal cuore e dalla fede, non da chi non crede. Infine egli ci mostra un Gesù che all’intensa attività di annunzio e di guarigione unisce un tempo di silenzio e di preghiera: “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. Quello che Gesù compie è un gesto di grande libertà: la gente lo cerca, lo vuole trattenere, vuole che sia suo possesso esclusivo, e lui, invece, cerca la solitudine, mostrando che egli non porta a termine un’opera sua, ma quella di Dio.

            Di fronte ai suoi discepoli che si mettono sulle sue tracce, egli manifesta il desiderio di andare negli altri villaggi vicini e chiarisce: “Per questo sono venuto”. Queste sue parole possono essere di grande consolazione anche per noi, perché, quando ci troviamo ad affrontare tentazioni, malintesi, umiliazioni, amarezze, anche noi possiamo dire: “per questo sono venuto”; qui mi trovo perché “con la mia sofferenza partecipo alla sofferenza di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa”, come dice san Paolo (cf. Col, 24).

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (MC 1,21-28)

UN INSEGNAMENTO NUOVO E AUTOREVOLE

 

            Dopo aver riferito la chiamata dei primi quattro discepoli, l’evangelista Marco presenta una serie di brani ambientati a Cafarnao, l’unica città che dopo Gerusalemme è menzionata più volte nei vangeli. Gesù ne fece “la sua città”, vi scelse Pietro e gli altri apostoli, vi ha compiuto numerosi miracoli e, così come racconta il quarto vangelo, ha pronunciato nella sinagoga il discorso sul pane di vita.

            In giorno di sabato Gesù insegna nella sinagoga. L’evangelista per il momento non ci mette al corrente dei contenuti del suo insegnamento, ma evidenzia gli effetti e le impressioni della sua istruzione attraverso l’esperienza degli ascoltatori: “erano stupiti dal suo insegnamento”; “insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. La folla avverte che si tratta di un modo nuovo di insegnare, improntato all’autorevolezza, diverso da quello degli altri. È anzitutto un insegnamento che colpisce e scuote gli animi e per questo non è assimilabile agli altri schemi conosciuti. La gente giustamente si chiede con timore: “che è mai questo?: un insegnamento nuovo?”. Nuovo non nel senso di non mai detto prima o di non mai sentito altrove, ma nel senso qualitativo: la dottrina nuova insegnata da Gesù consiste nell’annunzio dell’imminente venuta del regno di Dio. E i segni di questa novità sono subito evidenti con l’eliminazione effettiva di ogni potere che si oppone a Dio. Dio – ricorda Gesù attraverso la liberazione dell’indemoniato – è più forte del male che domina il mondo. Con una sola parola egli vince la potenza dei demoni; libera gli uomini dalla schiavitù, restituendo loro la libera disponibilità di se stessi. È questo uno dei modi in cui Gesù mostra la vicinanza del regno di Dio nella sua potenza liberatrice e amica dell’uomo. Non soltanto la parola potente, ma anche il gesto potente è proprio dell’operare di Gesù.

            In merito a questo episodio, si domanda san Girolamo: «Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi. Non parlava come un maestro ma come il Signore: non parlava per l’autorità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità. Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti. “Io che parlavo, ecco, sono qui” (Is 52,6)» (Comment. in Marc., 2).

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