Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 9,38-43.45.47-48)

E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via - il Dolomiti

LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE

            Nella pericope odierna l’evangelista menziona un colloquio privato tra Gesù e i suoi discepoli. Il racconto è infatti ambientato in casa. Giovanni, che è uno dei tre più vicini a Gesù, racconta un’esperienza che essi hanno avuto: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Come si vede, l’impedimento al compiere l’esorcismo è dato dal fatto che questo tizio non era membro del gruppo dei discepoli.

            Gesù dà altri criteri di valutazione e corregge i suoi discepoli: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». Dicendo questo egli riconosce che anche altri, al di fuori della sua cerchia più stretta, possano perseguire le stesse finalità da lui proposte ai suoi discepoli. Il fatto che essi facciano uso del suo nome indica la loro sintonia con il suo messaggio. Nei loro confronti egli richiede la massima apertura e disponibilità, perché l’impegno per il regno di Dio si manifesta anzitutto nella capacità di lottare contro il potere del male in stretta collaborazione con tutti coloro che perseguono le stesse finalità. La stessa apertura viene raccomandata ai discepoli nei confronti di quanti, chiunque essi siano, danno da bere anche solo un bicchiere d’acqua ai discepoli nel nome di Gesù e proprio per la loro qualifica di discepoli.

            Allo stesso tempo il Maestro insegna concretamente ai discepoli come considerare il rapporto con chi non è dei loro e come agire in questo ambito: mette in guardia dallo scandalizzare, ossia dall’indurre in errore, soprattutto i piccoli, cioè le persone comuni e semplici. E quanto questo modo di agire sia cattivo, Gesù lo spiega in modo drastico (attraverso un discorso cosiddetto iperbolico) a chi se ne rende colpevole. Chiaramente Gesù non esige dai suoi che siano perfetti, ma piuttosto che sappiano ritornare sempre a ciò che costituisce il fulcro del suo messaggio, senza scendere né in teoria né in pratica a compromessi con la mentalità di questo mondo. In gioco c’è la fine del cammino, il destino definitivo dell’uomo: o egli entrerà nella vita, nel Regno di Dio, oppure la sua meta è il fuoco inestinguibile.

            Commenta così queste parole di Gesù il card. Martini: «Apre le porte a Cristo chi si mette nella sua posizione, chi impara ad amarlo e ad amare con Lui e in Lui ogni altro uomo, ogni altro gruppo, razza e popolo. Le porte chiuse a Cristo sono quelle del razzismo, delle diffidenze, delle chiusure mentali, l’entrare nella ruota dannata delle contrapposizioni, per cui io non posso definirmi se non contro qualcuno».

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 9,30-37)

Io e un po' di briciole di Vangelo: (Mc 9,30-37) Il Figlio dell'uomo viene  consegnato. Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.

"CON UN CUORE DA “PICCOLO”

 

            Dopo la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Gesù inizia ad insegnare ai suoi discepoli cosa significa andargli dietro sulla strada verso Gerusalemme. Egli attraversa in incognito la Galilea e, per la seconda volta, annuncia la passione-morte-risurrezione del Figlio dell’uomo; a Cafarnao, in casa, chiede conto di una discussione tra i discepoli lungo la strada e, con un bambino in braccio, offre nuovi insegnamenti sulle modalità della sequela.

            È curioso notare come questi pochi versetti menzionano i tre spazi principali del vangelo di Marco: “Cafarnao”, luogo degli inizi, la città in cui Gesù svolge il suo ministero; la “casa”, luogo in cui avvengono le conversazioni intime e istruttive, luogo della catechesi comunitaria; la “via”, luogo in cui i discepoli imparano a seguire Gesù verso Gerusalemme.

            In questo contesto Gesù chiede ai discepoli di che cosa avevano discusso «lungo la via». La domanda di Gesù è accolta da un silenzio imbarazzato: «Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande». I discepoli sanno di aver affrontato un tema non certo gradito a Gesù, quello cioè di chi tra loro dovesse essere considerato come primo. Sotto sotto sperano sempre di poter ricavare privilegi e gloria dal loro coinvolgimento nel gruppo di Gesù.

            «Allora, sedutosi - dice il v. 35 - chiamò i Dodici e disse loro: Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Sedendosi, Gesù assume l’atteggiamento tipico del maestro, e si rivolge espressamente ai Dodici, che hanno condiviso con lui la missione e che in seguito avranno un ruolo direttivo nella comunità: anche qui il suo insegnamento è rivolto alla chiesa di tutti i tempi, e in modo speciale ai suoi capi. Smaschera la logica del migliore a favore di quella del primo che si fa servo di tutti. Ed esprime questo attraverso un gesto molto simbolico: mette in mezzo al gruppo un bambino che sta a significare che discepolo e servo è colui che sa accogliere i deboli. Il bambino è qui infatti colui che è in condizioni di dipendenza, esattamente come uno schiavo.

            Un piccolo in braccio guarisce dalla voglia di concorrenza per arrivare primi, e ci fa assumere quello stile che porta a prendersi cura di chi non conta. Un piccolo in mezzo educa a moderare la voglia di conquistare o possedere gli altri. Un piccolo al centro premunisce dalla logica di ferire coloro che sono più deboli nell’affrontare la vita.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 8,27-35)

Pietro rispose a Gesù: «Tu sei il Cristo» - il Portico

L’EQUIVOCO DI CESAREA

 

            Il brano evangelico di questa domenica rappresenta un punto di svolta nel vangelo di Marco: è collocato infatti quasi al centro della narrazione e pone l’importante questione dell’identità di Gesù.

            Il maestro si incammina per recarsi nei villaggi intorno a Cesarea di Filippo e in questo luogo rivolge le sue domande ai discepoli. Innanzitutto chiede: “La gente, chi dice che io sia?”; sembra però che non gli interessino particolarmente le opinioni degli altri e voglia in realtà solo preparare e provocare un contrasto.

            La seconda domanda, quella forse più importante che Gesù pone in tutto il vangelo, è propriamente rivolta ai discepoli, a coloro che hanno seguito e dunque conosciuto il maestro durante il suo ministero in Galilea: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro risponde anche a nome degli altri e per la prima volta dice chiaramente quello che i lettori sanno fin dall’inizio: “Tu sei il Cristo”, tu sei cioè il re che Dio dona al suo popolo, il re che si occupa come un pastore di questo popolo, conducendolo alla pienezza della vita. Pietro ha risposto davvero bene. Tuttavia è necessario che sia lui che gli altri comprendano veramente a quale tipo di messianicità il loro maestro si riferisce. Per questo Gesù sente subito il bisogno di precisare: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto…”. È la via della croce che completa il discorso, chiarificandolo. Non basta dire qualcosa di vero su Gesù per parlarne in modo appropriato. C’è sempre il rischio di fraintendere. Infatti Pietro diventa subito dopo un “satana”, cioè un ostacolo al cammino stesso di Gesù, perché pensa a un messia a misura sua, secondo una logica del tutto umana. Pietro è scioccato ed estremamente deluso. Non accetta questo destino-vocazione di Gesù e vuole stravolgere la logica del discepolato. Ha la pretesa di mettersi lui stesso davanti a Gesù, che è costretto ad ammonirlo: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu pensi secondo gli uomini”. La sottile tentazione di Satana è il tentativo di distogliere dalla via tracciata da Dio (la via della croce) per sostituirla con una via elaborata dalla saggezza degli uomini.

            In questo modo, grazie a Pietro, accogliamo l’insegnamento di Gesù sul nucleo profondo dell’identità del discepolo: chi vuole liberamente seguire Gesù deve smettere di porre se stesso come criterio di misura, fare la scelta personale di giocarsi tutto per appartenere a Cristo (la sua croce) e mettersi in relazione permanente con lui (seguirlo).

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 7,31-37)

Io voglio la tua guarigione, voglio la tua salvezza!” - Punto Famiglia

UNA NUOVA CREAZIONE

 

            La pagina evangelica di questa domenica ci presenta Gesù che lascia la zona di Tiro, città della Fenicia, dove aveva guarito la figlia della sirofenicia, passa per Sidone e si dirige verso il mare di Galilea, ma invece di fermarsi in questa regione, si reca nella zona orientale (Decapoli) abitata anch’essa da popolazioni non giudaiche. Qui gli conducono un uomo, che è sordo e sa solo balbettare, perché egli imponga le mani e invochi la benedizione divina su di lui. Tale richiesta mostra chiaramente la fiducia di queste persone nel suo potere, ma credo sia importante notare una serie di gesti attraverso i quali Gesù procede e che manifestano molti aspetti particolari. Più che le parole infatti in questo racconto contano i gesti con i quali Gesù si prende cura di questo malato.

            Gesù prende da parte l’uomo e lo allontana dalla folla. Tocca gli organi privi della loro funzione: orecchie e lingua. Guarda il cielo - ad indicare che questo è un segno che viene da Dio e non da un potere umano - manda un sospiro e dice la sua potente parola. Il sospiro di Gesù indica la sua interiore partecipazione allo stato compassionevole di questo malato e l’unica parola che viene detta da Gesù è in aramaico: “Effatà! Apriti!”. Il successo segue immediatamente: l’uomo si apre, può udire e parlare. A questo punto egli impone il silenzio, ma ottiene esattamente l’effetto contrario.

            Come si può notare, sullo sfondo del messaggio biblico la guarigione di questo sordomuto ha una forte valenza simbolica. Non per niente quelli che sentono annunciare tale fatto esclamano: «Ha fatto bene ogni cosa!». Chi ha un po’ di familiarità con la Bibbia si accorge subito che questa frase si ispira da una parte al racconto della creazione dove si sottolinea più volte la bontà delle cose fatte da Dio («... e vide che era cosa buona»), e in modo speciale dell’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza («vide che... era cosa molto buona»); d’altra parte queste parole alludono al testo della prima lettura in cui è già presente lo stile e il messaggio del Deuteroisaia: «...si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto»). Per l’evangelista Marco la guarigione del sordomuto, così come un giorno il ritorno dall’esilio, rappresenta una nuova creazione.

            Il cardinale Carlo Maria Martini nella lettera pastorale del 1990-1991, “Effatà, Apriti”, scrive che «in quest’uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale… Il comunicare autentico non è solo una necessità per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. È anche un dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è comunicazione».

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