Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 5,21-43)

image5 - Il Popolo Veneto

LA FEDE CHE SALVA

E DONA LA PACE

 

            Finita la “giornata delle parabole”, Gesù, sempre nella stessa barca, traversa due volte il lago di Tiberiade. Egli continua il programma di formazione dei discepoli, questa volta con atti concreti, facendo loro sperimentare diversi tipi di liberazione con altrettanti gesti di potenza. Nel brano che la liturgia ci offre quest’oggi, li mette a contatto in particolare con la malattia incurabile di una donna e con la morte prematura di una giovinetta.

            Il clima emotivo che domina le due scene evidenzia chiaramente la verifica della fede. Alla donna emorroissa Gesù dice: «Figlia la tua fede ti ha salvata»; al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». Si noti poi come Gesù è mostrato dall’evangelista nella sua profonda umanità; accetta di toccare l’impurità di due donne senza futuro: un’adulta che perde sangue da dodici anni (impura secondo la legge ebraica; dissanguata anche economicamente per spese mediche!) e una giovane di dodici anni che sta morendo. Gesù identifica la prima in mezzo alla folla per rivelare che, entrando in comunione con la nostra umanità, ha preso su di sé il peso della malattia. Di seguito, pur deriso dalla gente in lutto, solleva la seconda dal sonno della morte (il verbo usato è quello della risurrezione), alla presenza dei genitori e di tre discepoli.

            Si realizzano così le parabole del Regno, anticipate dalla buona notizia iniziale: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (1,15). La vita nuova si manifesta incontrando e toccando Gesù, segno della misericordia di Dio verso l’umanità. Egli inaugura il tempo in cui ristabilire la piena dignità delle persone, a partire dalle più fragili e discriminate: desidera infatti reintegrare le nostre relazioni affinché possiamo diventare testimoni dell’incontro personale con lui.

            Negli incontri descritti, Gesù conferma che la vera pace, la vera guarigione e la vera vita per l’uomo dipendono dalla profondità della fiducia che si ha verso di lui: quando si fa l’esperienza di toccare la persona di Cristo vivente e la forza della sua risurrezione, è allora che si è guariti dalle nostre paure, dalle nostre malattie e si è salvati dalla morte. Forse per questo André Louf, monaco trappista e autore spirituale tra i più noti anche in Italia, ha scritto: «Posso benissimo sapere molto a proposito della fede, e anche condividere molto questa conoscenza con altri, senza mai compiere il passo decisivo della fede, che implica sempre un abbandono esistenziale a Gesù».

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 4,35-41)

Nella tempesta, fidarsi di Gesù - Punto Famiglia

 

LA PICCOLA BARCA IN BALIA DELLE ONDE

Il racconto della tempesta sedata manifesta Gesù come liberatore. L’esercizio di un potere sul mare è, nel Primo Testamento, una delle immagini principali associate al «Dio liberatore». Il rapporto è evidente. L’episodio della tempesta sedata è un miracolo della manifestazione del mistero di Dio che è presente in Gesù. Attraverso Gesù, Dio opera la liberazione, e la opera come liberazione potente.

I diversi elementi del brano hanno un valore simbolico: il viaggio in barca è uno dei grandi simboli della vita; il mare è figurativo degli ostacoli: attraversandolo, l’uomo s’imbatte nell’impedimento per antonomasia. Nella mitologia babilonese, non a caso, il mare è rappresentato come mostro. Nei salmi è spesso presente, invece, l’immagine di Dio che ne tiene a bada la forza, che ne custodisce le acque affinché non superino il limite che è stato loro fissato; la piccola barca che si muove in mezzo alle onde, e le onde che la riempiono fino quasi a riempirla, richiamano con immediatezza espressiva la condizione del limite umano di fronte alla grandezza delle forze del mondo.

Il mondo è evidentemente più grande di noi: c’era da prima della nostra esistenza e probabilmente continuerà dopo di noi. I suoi elementi sfuggono al nostro controllo, non si lasciano dominare alle nostre attese. È, appunto, l’immagine evocata da quella piccola barca che appare in balia delle onde: è l’unico luogo di sicurezza nell’insicurezza costitutiva rappresentata dal mare, secondo la tradizione biblica.

Mentre la burrasca imperversa, Gesù è a bordo della barca, a poppa, e dorme. Appare ai presenti (e ai lettori) inspiegabilmente impassibile. È questo contrasto che mette in movimento la dinamica del brano e che stimola quella della nostra fede. È una tensione nota, per esperienza, ad ognuno di noi: il silenzio di Dio esattamente quando avremmo bisogno che parlasse ed intervenisse, che si facesse vedere e sentire. «Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?», recita in apertura il Salmo 10. Il brano è costruito su questo movimento tra paura e fede: la paura del mare – la tempesta, le onde, la morte – e la fiducia in quella presenza che c’è, ma appare non operante.

È proprio la fede, in questo movimento, a rivelarsi oltre la paura di ciò che non tocchiamo con mano: si rivela come forza più grande di ciò che non possiamo controllare. Ed è l’interrogativo impegnato che il brano ci suscita: riusciamo ad avere fede nell’aiuto del Signore anche se sta “dormendo”, se del suo intervento non vediamo immediatamente gli effetti? Nei momenti critici della vita, davanti a bisogni e preoccupazioni, alla minaccia che ci sovrasta, sino alla realtà della morte incombente, riuscire a custodire la fede è segno del nostro rispondere con verità alla sfida del credere.

CORPUS DOMINI (MC 14,12-16.22-26)

L’EUCARISTIA, SCUOLA DI GRATITUDINE

Corpus Domini 2021 al tempo del Coronavirus: IMMAGINI, VIDEO, FRASI e  CITAZIONI da condividere su Facebook e WhatsApp | Stretto Web

 

            La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.

            Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.

Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

SS. TRINITÀ (MT 28,16-20)

UNO PER UNO FA SEMPRE UNO

 LA SANTA TRINITÀ E LA SUA LEGGE - CALABRIAPOST

            Per la solennità della SS. Trinità, spero di fare cosa gradita nel presentare un breve testo di don Tonino Bello, che ci permette di entrare con intelligenza nell’incommensurabile mistero della Trinità, un Dio Uno e Trino: «Carissimi fratelli, l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale. Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della

Diocesano Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e Luce e vita, Molfetta 1994, II, 336-338). Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

            Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci ha insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto. E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

            Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra. E sai come concludo? Dicendo che questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

            Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti. Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito. Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle. Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente (“Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità”, pubblicato nel volume “Antonio Bello, Omelie e scritti quaresimali. Scritti di mons. Antonio Bello, Edizioni Archivio

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