Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

VI DOMENICA DI PASQUA (GV 15,9-17)

AMICI E NON SERVI

           

            Il brano evangelico che la liturgia oggi ci propone è, in qualche misura, una spiegazione e un approfondimento dell’allegoria della vite e dei tralci che abbiamo trovato nel vangelo di domenica scorsa. La medesima linfa scorre dalla vite ai tralci, unendoli; la realtà che unisce Gesù e i suoi discepoli altro non è che l’amore eterno del Padre per il Figlio, che quest’ultimo ha dato ai suoi e che vuol vedere circolare fra di loro.

            Il testo, insistendo infatti sui termini “amore”, “amare”, “amici”, mette in evidenza il tema fondamentale dell’amore fraterno, che ha per modello l’esempio dato da Gesù con il dono della propria vita. Uno dei versetti però che colpisce maggiormente il lettore è il seguente: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamati amici” (Gv 15,15). Qui viene espresso concretamente il punto di arrivo della disciplina spirituale a cui il Quarto evangelista sottopone il discepolo: il Verbo è ricevuto tra noi nell’intimità misteriosa dell’amicizia.

            Il concetto di amicizia veniva già utilizzato nell’Antico Testamento per indicare il rapporto con Dio a proposito di Abramo (cf. Gen 18,17), di Mosè (cf. Es 33,11) e di coloro che abitano con la Sapienza (cf. Sap 7,27-28). Se accostiamo il Nuovo Testamento, lo sguardo è subito attratto da due icone dell’amicizia: quella che Gesù aveva intessuto con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria (cf. Gv 11) e quella che lo legava in maniera privilegiata all’apostolo Giovanni (cf. Gv 13,23). Nel Nuovo Testamento, però, il dato antropologico dell’amicizia è ripensato e vissuto in un’ottica di fede, e non più semplicemente come un’esperienza umana tra le altre. Per questo Giovanni designa con il termine “philos”, “philein” il rapporto con Cristo. Dalla pura e semplice obbedienza i discepoli vengono portati nella confidenza, nella conoscenza, nella rivelazione del cuore di Cristo. Per Gesù l’amico è come un altro se stesso, al quale può svelare tutto il suo cuore. Gesù rivela ai suoi amici discepoli tutto il suo mistero nel quale è racchiuso il mistero del Padre e dello Spirito Santo. La conoscenza del cuore non è del servo. Il servo ascolta solo la voce del suo Signore. Il servo non conosce il cuore del suo Padrone.

            Ciascuno di noi è dunque spinto verso l’acquisizione di un’intimità col Signore davvero nuova, un’intimità, un rapporto che dev’essere coltivato, ma che in verità ci è preparato come dono da Dio stesso.

V DOMENICA DI PASQUA (GV 15,1-8)

 

“SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”

            Il passo evangelico della quinta domenica di Pasqua, il cui contesto è il grande discorso di addio che Gesù rivolge ai discepoli durante l’ultima cena, ci presenta un altro simbolo giovanneo molto noto: quello della vite. La vite suggerisce il concetto di unione vitale. Come in una pianta vivente la stessa vita, che scorre nel tronco, si diffonde anche nei rami e si traduce in frutto, così anche nell’unione tra Cristo e i discepoli.

            Per ben sette volte, quasi come un ritornello, nel brano ricorre il verbo “rimanere” insieme con la preposizione “in”: “Rimanete in me e io in voi…”, “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto…”, “Chi non rimane in me viene gettato via…”. Il senso, come si può ben immaginare, equivale ad “aderire fedelmente”. “Rimanere in Gesù” esige cioè da parte del discepolo una fedeltà che domina lo scorrere del tempo, e lo sguardo si porta al di là, verso il frutto da produrre, di cui l’unione con il Figlio è la condizione. “Rimanere” diventa così un appello per ogni discepolo di Gesù.

            Mi piace a questo proposito sottolineare la seguente formula: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Sembra che l’immagine vegetale venga forzata: non si sono mai visti infatti tralci liberi di rimanere o no nella vite; tuttavia in questo modo si fa evidente la necessità per i discepoli di restare in Gesù, per poter portare frutto. I tralci sono nella vite, esistono solo per la vite che li porta. Allo stesso modo il discepolo è trasfigurato dall’interno: il suo nuovo essere è quello del Figlio. D’altra parte, poiché l’amore richiede l’esistenza di due, non c’è mai fusione né confusione tra Dio e uomo. Così la rivelazione sulla vite implica, in secondo luogo, un’esigenza radicale: divenuto, grazie alla Parola, tralcio dell’unica vite, il discepolo rimane tale solo per la sua fedeltà, sempre rinnovata. Dipendente da un Altro, la sua vita nuova esige da lui un consenso personale, mai compiuto una volta per tutte.

            Il v. 5 sfocia poi in una frase lapidaria: “Senza di me non potete far nulla”, che ricorda il v. 3 del Prologo: “Fuori di lui nulla fu”. Essa deve essere compresa non come se negasse all’uomo ogni capacità, ma secondo la prospettiva del frutto, che regge il contesto. Se i credenti sono esortati a rimanere in Cristo, non è solo per metterli in guardia contro l’infedeltà che li insidia e per ricordare loro la condizione sine qua non per il frutto: è anche per manifestare sino a che punto è reale la loro appartenenza, la loro identificazione con Gesù; senza di essi Gesù non potrebbe essere concretamente presente alle “altre pecore” che bisogna condurre a lui, a coloro che si interrogano sul senso dell’esistenza umana o che disperano della sincerità dell’amore.

“Rimanete in me”. Scrive Elisabetta della Trinità: «È il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma “dimorate” in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate e agite in me. Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa».

 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,35-48)

I SEGNI DELLA FEDE

 

            Prima dell’ascensione di Gesù al cielo (24,50-53), Luca racconta un’apparizione “ufficiale” di Gesù agli Undici, in stretta connessione con l’episodio precedente dei discepoli di Emmaus. «Gesù in persona - scrive - stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”». Di fronte al dubbio e all’incredulità dei suoi discepoli egli saluta, domanda e rimprovera, mostra le sue mani e i suoi piedi e infine siede a mensa con loro. Se nell’episodio di Emmaus l’evangelista aveva presentato Gesù sotto forma di un viandante qualsiasi, che non si fa riconoscere, qui evidenzia l’altro aspetto: Gesù non è un fantasma, ma una persona reale: “Sono proprio io!”.

            Viene rilevata l’oggettiva difficoltà di descrivere in modo credibile la presenza verificabile di Gesù risorto, ma allo stesso tempo l’evangelista con questa scena ricorda ai suoi lettori il modo in cui il maestro sarà presente d’ora in poi nella comunità.

            Si noti che Luca non dice che i discepoli si precipitano a toccarlo. Tutt’altro. Descrive i discepoli impietriti nella loro incredulità, ma la loro è una strana incredulità. È l’incredulità propria di chi è messo di fronte a una cosa troppo desiderata, troppo voluta, troppo bella per essere creduta. È lo stesso sentimento che aveva sperimentato Pietro di fronte al sepolcro vuoto, dove aveva trovato soltanto delle bende ed era rimasto senza parole. La risposta allo stupore che genera silenzio è il segno della convivialità: “mangiò davanti a loro”. Luca insegna così alla comunità che, da qui in avanti, la presenza di Gesù in mezzo a loro si farà sentire in occasione di questi pasti familiari, nei quali essi spezzano il pane come Gesù aveva insegnato, leggono le Scritture che parlano di lui e ricordano le sue parole. C’è infatti una circolarità nei due approcci che conducono al riconoscimento dell’identità di Gesù di Nazaret: si riconosce la sua identità quando i nostri occhi lo vedono come colui che spezza il pane; ma si riconosce l’identità di Gesù anche quando ci si lascia ammaestrare dalle Scritture e si scopre che proprio di lui parlavano la Legge, i Profeti e i Salmi.

            “E aprì loro la mente alla comprensione delle Scritture”. Questo è l’obiettivo che il credente deve raggiungere nel suo itinerario di fede. Perciò, dicevano i padri antichi, “finché leggendo le Scritture non riesci a capire che esse parlano di Gesù e si compiono in Gesù, ancora non hai compreso le Scritture”. E d’altra parte gli stessi padri aggiungono: “se vuoi conoscere il mistero che si nasconde in Gesù di Nazaret, lasciati illuminare dalle Scritture”.

 

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