Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

TUTTI I SANTI

Commento alla Festa di Tutti i Santi

1 Novembre 2020

Lampada ai miei passi 

L’AMORE È TUTTO

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A

(Mt 22,34-40)

25 ottobre 2020

L’AMORE È TUTTO

 

La scena narrata in questo brano del Vangelo ha come sfondo un’atmosfera religiosa in cui sacerdoti e maestri della Legge classificano centinaia di comandamenti della legge divina in “facili” e “difficili”, “gravi” e “leggeri”, “piccoli” e “grandi”. Gli scribi parlavano di seicento e tredici comandamenti presenti nella Legge, e le persone semplici si sentivano perse.

Come orientarsi in una rete così complicata di precetti e proibizioni? La questione giunge anche a Gesù: “Maestro qual è il più grande comandamento della legge?”. Gesù non ci pensa due volte e risponde ricordando le parole che tutti i giudei ripetevano ogni giorno all’inizio e alla fine della giornata: “Ascolta Israele, il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Egli stesso aveva pronunciato queste parole quella mattina. Lo aiutavano a vivere centrato in Dio. Per Lui questo era l’essenziale.

Ma, subito dopo, aggiunge ciò che nessuno gli aveva chiesto: “Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Ora ci è detto con tutta chiarezza: l’amore è tutto! Quello che ci è chiesto nella vita è amare. Questa è la chiave. Potremmo poi tirare ogni tipo di conseguenze, ma l’essenziale è vivere dinanzi a Dio e dinanzi agli altri in un atteggiamento di amore. Nulla è più importante di questo, nemmeno le pratiche di una religione. Tutto si focalizza nell’amare Dio e nell’amare il prossimo. Secondo Gesù da lì deriva tutto: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i Profeti”.

Gesù sorprende con la sua risposta definendo l’unico atteggiamento dell’amore nei due aspetti che non si possono separare: l’amore a Dio e l’amore al prossimo.

 

RENDERE A DIO CIÒ CHE GLI È DOVUTO

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A

(Mt 22,15-21)

18 ottobre 2020

RENDERE A DIO CIÒ CHE GLI È DOVUTO

Quello che oggi la pagina evangelica ci presenta è un episodio molto noto. Alcuni discepoli dei farisei ed erodiani si avvicinano a Gesù in modo capzioso e gli chiedono se sia lecito pagare la tassa all’imperatore. Si tratta del denarius, la tassa imposta dai romani a tutti gli ebrei dopo l’occupazione della Palestina. Il denarius era una moneta d’argento che riportava su una faccia l’immagine dell’imperatore Tiberio, con l’iscrizione latina Tiberius Augusti filius Augustus, e sull’altra la scritta Pontifex Maximus. In quanto imperatore, Cesare assommava il potere politico e quello religioso.

Gesù - definito un maestro “veritiero”, che insegna la via di Dio “secondo verità” e che non “guarda in faccia nessuno” - si fa portare un denaro, chiede di chi sia l’immagine e l’iscrizione e pronuncia il famoso detto: “quello che è dell’imperatore, restituitelo all’imperatore”; non dice “datelo”, ma “restituitelo”, perché la moneta è dell’imperatore. Egli dunque non si oppone al pagamento del tributo, ma allo stesso tempo approfitta per dire ciò che più gli sta a cuore: “ma quello che è di Dio restituitelo a Dio”. Così, se da un lato riconosce l’autonomia della sfera politico-civile-amministrativa, dall’altro ne delimita chiaramente i confini e afferma il primato di Dio. Soltanto se si è chiarito che cosa spetta a Dio, si può determinare in quale cornice qualcosa possa essere dovuto a Cesare o a un altro potere terreno.

Ma che cosa significa restituire a Dio quello che gli è dovuto? Pensiamo di poter davvero rendere a Dio in proporzione del nostro debito? Non dimentichiamo che siamo sue creature e tutto ciò che ci è dato è suo! A lui dunque soprattutto il ringraziamento, la lode e l’obbedienza.

Di questo episodio S. Agostino dice: «Come Cesare cerca la propria immagine su una moneta, così Dio cerca la propria nella tua anima. Il Salvatore dice: “Rendi a Cesare quello che è di Cesare”. Cosa vuole da te Cesare? La sua immagine. Che cosa vuole da te il Signore? La sua immagine. Ma l’immagine di Cesare è scolpita su una moneta, mentre l’immagine di Dio è dentro di te. Se la perdita di una moneta ti rattrista, perché hai perso l’immagine di Cesare, a maggior ragione non dovrebbe farti piangere l’aver disprezzato l’immagine di Dio che è in te?» (Sermone 24).

 

IL REGNO DI DIO NON È SOLO LAVORO, MA ANCHE FESTA E GODIMENTO

XXVIII DOMENICA T.O. - A

(Mt 22,1-14)

11 ottobre 2020 

IL REGNO DI DIO NON È SOLO LAVORO, MA ANCHE FESTA E GODIMENTO

Gesù, con la parabola del banchetto nuziale, vuole invitare noi, la Chiesa, l’umanità, ad unirci a lui, per gustare l’esperienza di Dio, fonte di felicità, e vuole illuminarci sui motivi per i quali di fronte ad un bene così grande, spesso ci chiudiamo. “Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio”.

Gesù non parla mai in astratto, ma sempre di propria esperienza: è lui il figlio per il quale il re, quindi il Padre, fa una festa di nozze. Tutto è nuovo: il regno dei cieli non appartiene ad un sovrano che domina su dei sudditi, ma ad un padre che fa la festa per le nozze di un figlio. Il termine “nozze” ricorre sette volte in questa parabola: se ne vuole sottolineare quindi l’importanza, per descrivere il senso nuovo della relazione tra Dio e il suo popolo, normalmente chiamata “alleanza”.

Il simbolo delle nozze, non molto abituale tra noi, è invece presente nella Bibbia per un progetto di Dio per l’umanità, descritto in termini di amore coniugale. “Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio”: Gesù ci offre la stupenda visione di una festa di nozze del figlio di Dio con l’umanità.

Gesù continua la sua parabola avvertendo: “Il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma “questi non vollero venire”. Se la storia è una festa di nozze che Dio prepara per il figlio, è pure la storia della passione di Dio che non cessa di invitare alle nozze, di implorare gli uomini perché credano al suo amore. Ma l’uomo preferisce costruirsi la propria storia, e sceglie i suoi progetti.

L’incontenibile forza dell’amore del Padre continua comunque ad invitare a prendere parte alla sua festa, nonostante le resistenze di chi segue solo una logica umana. Gesù ci presenta la visione del mondo come una comunità fatta di persone “buoni e cattivi”, con l’unica condizione di “rivestire l’abito nuziale”, cioè “credere nell’amore”, goccia dell’infinito oceano di Dio.

“Amico, perché sei entrato senza l’abito nuziale?” Non è importante gareggiare per essere i primi, non conta essere i più attivi nel “fare”: conta vivere da figli abbandonati all’amore del Padre. Urge una risposta. L’invito si può rifiutare, ma si può essere anche indifferenti. Mettere l’abito nuziale, significa cambiare vita, rivoltare i propri stili di abitudine ed indossare il nostro abito, Cristo stesso.

 

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