Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

logoAW665W mosaic fish on the church floor at Tabigha where the multiplication of the loaves of bread and fishes took place , ipa

 

Non manca il pane, manca la condivisione

La notizia della morte di Giovanni Battista apre una delle pagine più intense del Vangelo di Matteo. Non è soltanto il racconto di un lutto: è il momento in cui Gesù vede delinearsi con maggiore chiarezza il destino che lo attende. Per questo cerca un luogo deserto. Nella Scrittura il deserto non è solo uno spazio geografico, ma è il luogo del silenzio, dell’essenziale, dell’incontro con Dio, dove anche il dolore può essere accolto e trasformato in preghiera. Quel progetto di solitudine, però, dura poco. La folla lo precede e lo attende. Matteo non racconta la delusione di Gesù, ma il suo sguardo: «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». È il verbo della misericordia, che indica un coinvolgimento profondo, quasi viscerale. È il volto di un Messia che non smette di amare nemmeno quando la sofferenza bussa alla sua porta.

In questa prospettiva, nella prima lettura (Isaia 55,1-3), risuona anche l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate senza denaro, mangiate senza pagare». Il profeta denuncia l’illusione di spendere la vita per ciò che non nutre davvero e invita a riscoprire la logica del dono. Prima della fame del corpo esiste infatti una fame più profonda: quella di senso, di speranza, di una parola capace di sostenere l’esistenza. È questa fame che Gesù riconosce nella folla e alla quale decide di rispondere.

Quando scende la sera, i discepoli vedono soltanto l’insufficienza dei mezzi: pochi pani, pochi pesci, una folla immensa. «Congeda la folla», dicono. Gesù cambia prospettiva con una parola che attraversa i secoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Non chiede ai discepoli di possedere ciò che manca, ma di consegnargli ciò che hanno. È questa la condizione del miracolo: Dio non parte dall’abbondanza, ma dalla disponibilità.

Il segno della moltiplicazione dei pani non è soltanto la risposta a una necessità materiale. Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che nutre il popolo nel deserto, ma rivela anche che Lui è Dio stesso che continua ad aprire la sua mano e a saziare ogni vivente. Per questo il banchetto nel deserto diventa l’immagine del tempo messianico, quando nessuno è escluso dalla mensa preparata dal Signore.

Il racconto custodisce anche un altro miracolo. Il pane, che nella storia degli uomini è spesso motivo di rivalità, di possesso e perfino di guerra, nelle mani di Gesù diventa principio di fraternità. Tutti ricevono, tutti mangiano, tutti sono saziati. È la condivisione, prima ancora della moltiplicazione, a rivelare il volto del Regno. Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione: il pane non è anzitutto il frutto delle nostre capacità, ma un dono ricevuto. E chi riconosce di vivere di un dono scopre che la vera ricchezza non consiste nel trattenere, bensì nel condividere.

È la provocazione che il Vangelo consegna alle nostre comunità. Di fronte alle tante forme di povertà siamo tentati di ripetere le parole dei discepoli: «Non basta». Gesù, invece, ci invita a partire da ciò che abbiamo, anche se ci sembra poco. Il problema non sono le poche risorse, ma la disponibilità del cuore. Quando il poco viene affidato a Cristo, smette di essere il limite delle nostre possibilità e diventa l’inizio di una storia nuova.

XVII Domenica del Tempo Ordinario

 

 

logoELS9197052 The parable of the precious pearl Workshop-copy after a lost original (poplar wood) by Fetti, Domenico (1589-1623); 60.5x44 cm; Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria; (add.info.: The parable of the precious pearl (Matthew, 13, 44-46) Workshop-copy after a lost original, belonging to the series of 13 parables, 1618-1621. Poplar wood, 60, 5 x 44 cm Inv. 3818. Creator: Fetti, Domenico. Location: Kunsthistorisches Museum, Gemaeldegalerie, Vienna, Austria); \\u00A9 Erich Lessing. , Bridgeman Images

 

Ogni esistenza cerca un centro

Tra le figure più affascinanti dell’Antico Testamento, Salomone occupa certamente un posto particolare. La tradizione biblica lo ricorda come il re sapiente per eccellenza, il costruttore del Tempio, il sovrano la cui fama oltrepassò i confini d’Israele. Eppure la prima lettura (1Re 3,5.7-12) ci riporta all’inizio della sua vicenda, quando tutto questo è ancora soltanto possibilità. Salomone è poco più di un ragazzo e si trova improvvisamente investito di una responsabilità immensa.

Alla possibilità di chiedere qualsiasi cosa, non domanda potere, successo, sicurezza o lunga vita. Chiede invece un cuore capace di ascoltare e di discernere. La sua richiesta non riguarda anzitutto il possesso di beni, ma la capacità di valutarli. Prima ancora di governare gli altri, occorre imparare a leggere rettamente la realtà.

La questione non è soltanto religiosa. È profondamente umana. Non viviamo in un tempo segnato dalla scarsità delle possibilità, bensì dalla loro proliferazione. Le opzioni si moltiplicano, gli orizzonti si allargano, le opportunità crescono. Ciò che diventa difficile non è solo scegliere tra il bene e il male, ma riconoscere, tra molti beni possibili, quello che merita di occupare il centro dell’esistenza. È in questo orizzonte che si collocano le parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa. Due racconti gemelli, brevi e intensi, che hanno al loro centro non un’idea, ma un’esperienza: quella di un incontro che cambia il valore delle cose. Il centro delle due parabole non è la rinuncia, ma la scoperta. Gesù non insiste su ciò che i protagonisti lasciano, ma su ciò che trovano.

Le due scene, pur simili, introducono una differenza significativa. Nel primo caso il tesoro emerge quasi per caso, dentro la trama ordinaria del lavoro quotidiano; nel secondo è il frutto di una ricerca lunga e intenzionale. In un caso la sorpresa, nell’altro la perseveranza. Ma in entrambi, ciò che accade è lo stesso: quando appare ciò che vale davvero, tutto il resto si ridimensiona.

Tutto dipende da uno sguardo. Lo stesso campo, osservato da altri, rimarrebbe un campo qualunque. La stessa perla potrebbe passare inosservata a occhi meno attenti. Il gesto finale – vendere tutto per acquistare quel bene – non nasce da un sacrificio imposto, ma dalla logica interna della scoperta.

Il Vangelo suggerisce così che la qualità di una vita dipende da ciò che essa riconosce come decisivo. Ogni esistenza si organizza attorno a un centro, a un bene che orienta scelte e priorità. Il problema non è l’assenza di un centro, ma la sua verità.

La parabola della rete, che conclude il capitolo, amplia lo sguardo. La rete raccoglie ogni genere di pesci: buoni e inutili convivono nello stesso spazio, senza distinzione immediata. Solo al momento della riva avviene la separazione. L’immagine richiama la complessità del reale, dove il discernimento definitivo non appartiene al presente, ma al compimento.

Il brano si chiude con una domanda rivolta ai discepoli: «Avete capito tutte queste cose?». Non si tratta di una verifica intellettuale, ma di una comprensione che coinvolge la vita. Perché nelle parabole si intrecciano dimensioni che non si lasciano separare: dono e ricerca, sorpresa e decisione, iniziativa di Dio e risposta dell’uomo.

Il tesoro non è semplicemente qualcosa da trovare, ma qualcosa che si lascia riconoscere. E quando accade, non è più necessario spiegare perché valga la pena orientare tutto a esso. È la scoperta stessa a ridisegnare l’ordine delle cose, con una sobrietà che non impone nulla, ma rende evidente ciò che conta.

XVI Domenica del Tempo Ordinario

logoXOS9010071 Parable of the Weeds among the Wheat, 1590-1610 (oil on panel) by Swanenburgh, Isaac Claesz (1537-1614); 129.4x148 cm; Rijksmuseum, Amsterdam, The Netherlands; (add.info.: The parable of the tares among the wheat (Matthew XIII). In the middle a standing farmer who, during harvesting, directs the field workers with sheaves of weeds to a pyre where the weeds are burned; however, the sheaves of wheat are collected and stored in a storehouse on the left. Painting by Isaac Claesz. van Swanenburg). , Bridgeman Images

Quando Dio delude i perfezionisti

La seconda parabola che Gesù propone nel capitolo 13 di Matteo è quella del grano e della zizzania, una delle più note e significative del Vangelo. Anche questa, come la parabola del seminatore, non va letta semplicemente come un racconto agricolo, ma come una chiave per comprendere il mistero del Regno di Dio e il modo in cui esso si realizza nella storia. Un uomo semina buon grano nel suo campo, ma durante la notte un nemico vi sparge la zizzania. Quando le piante crescono, i servi si accorgono del problema e propongono di intervenire subito. Il padrone, invece, sorprende tutti: vieta di strappare la zizzania, perché nel tentativo di eliminarla si rischierebbe di sradicare anche il grano. Occorre attendere il tempo della mietitura.

La parabola nasce da una domanda che accompagna ogni generazione: se Dio è all’opera nel mondo, perché il male continua a esistere? Gesù non offre una spiegazione teorica del problema, ma invita a guardare la realtà con gli occhi di Dio. Il male c’è, è presente e non va ignorato; tuttavia Dio non agisce con la fretta degli uomini. La sua pazienza lascia aperto uno spazio alla conversione, alla crescita, al cambiamento. In questo senso il Vangelo si collega molto bene alla prima lettura tratta dal libro della Sapienza (12,13.16-19). L’autore sacro afferma che Dio, pur essendo il Signore di ogni cosa, governa il mondo con mitezza e dà ai peccatori la possibilità di convertirsi. La vera forza di Dio non consiste nella punizione immediata, ma nella misericordia. La sua giustizia non è impaziente né vendicativa: è una giustizia che sa attendere.

Il rischio, invece, è quello di voler dividere subito i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti. Gesù mette in guardia proprio da questa tentazione. Gli uomini non possiedono uno sguardo così limpido da poter distinguere perfettamente il grano dalla zizzania. Solo Dio conosce veramente il cuore delle persone e solo lui può compiere il giudizio definitivo. Per completare l’insegnamento sul Regno, Matteo accosta a questa parabola quelle del granello di senape e del lievito. In entrambi i casi l’attenzione si concentra sulla sproporzione tra l’inizio e il risultato finale. Un seme minuscolo diventa un grande arbusto; una piccola quantità di lievito trasforma tutta la pasta. Così è il Regno di Dio: spesso appare fragile, marginale, quasi invisibile, eppure possiede una forza interiore capace di trasformare il mondo. Quando poi Gesù rimane solo con i discepoli, offre loro la spiegazione della parabola. Il seminatore è il Figlio dell’uomo, il campo è il mondo, il buon seme rappresenta i figli del Regno, mentre la zizzania indica coloro che si oppongono al progetto di Dio. La mietitura, infine, sarà il momento conclusivo della storia, quando il Signore manifesterà pienamente la verità.

Il messaggio che emerge da queste parabole è profondamente consolante. Dio non ha abbandonato il campo del mondo, anche quando la presenza del male sembra prevalere. Il Regno cresce silenziosamente, secondo tempi che non coincidono con quelli degli uomini. Ai discepoli è chiesto di non cedere né allo scoraggiamento né alla presunzione del giudizio, ma di confidare nella pazienza di Dio, che continua a operare nella storia con la discrezione del seme e la forza nascosta del lievito.

XV Domenica del Tempo Ordinario

 

logoGrimmer, Abel; The Parable of the Sower; The Bowes Museum; <a href=

Quando il Vangelo mette radici

La parabola del seminatore (Matteo 13,1-23), con cui si apre il grande discorso delle parabole nel Vangelo di Matteo, racconta anzitutto l’avventura della parola di Dio. Gesù la paragona a un seme: una realtà piccola e apparentemente insignificante, che tuttavia racchiude una forza vitale straordinaria. Chi guarda soltanto alle apparenze vede un granello; chi sa attendere vede già il raccolto nascosto dentro quel seme. Per comprendere la parabola non bisogna fermarsi subito ai diversi tipi di terreno. L’accento principale cade sul risultato finale. È vero che una parte del seme cade sul sentiero, tra i sassi o in mezzo alle spine, ma questi particolari servono soprattutto a mettere in evidenza il contrasto con l’esito conclusivo: il seme che cade nella terra buona produce un raccolto sorprendente, addirittura il cento per uno, una resa impensabile per l’agricoltura del tempo.

La parabola nasce in un momento difficile della vita di Gesù. Attorno a lui crescono le incomprensioni e i rifiuti, e anche i discepoli possono essere tentati dallo scoraggiamento. Ecco allora il messaggio che Gesù intende consegnare: non bisogna misurare l’efficacia della parola di Dio dai risultati immediati. Ci saranno sempre resistenze e fallimenti, ma la fecondità finale della parola supererà ogni aspettativa.

Questa parola è profondamente diversa dalle nostre parole, spesso consumate nel rumore e nelle discussioni sterili. Come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura (55,10-11), essa non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Nella Bibbia il dire di Dio coincide con il suo agire: la sua parola non è soltanto un messaggio, ma una forza che trasforma la realtà. Tuttavia questa forza non si impone mai. Gesù sceglie il linguaggio delle parabole proprio perché desidera coinvolgere la libertà dell’ascoltatore. La parabola non offre risposte preconfezionate, ma invita a riflettere e a prendere posizione. Per questo alcuni rimangono in superficie, mentre altri si aprono a una comprensione più profonda. Il problema non è che Dio si rifiuti di parlare, ma che l’uomo può chiudere il cuore e diventare incapace di ascoltare davvero.

La spiegazione della parabola mette in evidenza i diversi modi di accogliere la parola. C’è chi la perde subito per superficialità, chi si entusiasma per un momento ma non resiste alla prova, chi la lascia soffocare dalle preoccupazioni e dagli interessi della vita. Solo il terreno buono è colui che la ascolta, comprende e custodisce. Matteo insiste particolarmente su questo verbo: “comprendere”. Non basta udire; occorre lasciare che la parola illumini l’intelligenza e trasformi la vita.

Il messaggio finale rimane però quello della speranza. Gesù non si sofferma sui terreni sterili, ma sul raccolto abbondante. Dio continua a seminare anche quando il terreno sembra poco promettente. Per questo nessun genitore deve disperare per un figlio che si è allontanato dalla fede, nessun educatore deve considerare inutile il bene seminato, nessun cristiano deve lasciarsi vincere dallo scoramento. Il seminatore continua a gettare il seme che, prima o poi, troverà la terra buona in cui germogliare. Possiamo allora pregare: «Signore Gesù, rendi il nostro cuore terra buona. Liberalo dalla superficialità e dalle distrazioni, perché il seme del tuo Vangelo possa mettere radici profonde e portare frutti abbondanti».

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.