Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXV Domenica del Tempo Ordinario

logo3C8HJCM Painting Parable of the Workers in the Vineyard by Francesco Maffei, Museo di Castelvecchio, Verona, Italy. , Alamy/IPA

La parabola degli operai della vigna, al capitolo 20 del Vangelo secondo Matteo, riassume in modo efficace la varietà dei modi e tempi della sequela. Un padrone esce più volte sulla piazza per chiamare operai a lavorare nella sua vigna: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e infine alle cinque del pomeriggio, quando rimane soltanto un’ora prima del tramonto. È proprio questo continuo uscire del padrone a costituire uno degli elementi più significativi del racconto: Dio non si stanca di cercare l’uomo e continua a chiamarlo, qualunque sia l’ora della sua vita.

La stranezza emerge al momento della paga. Il padrone comincia dagli ultimi e dà a ciascuno un denaro, cioè la paga di una giornata intera, fino ad arrivare ai primi, che si aspettavano di ricevere di più. Anche a loro viene dato un denaro, esattamente quanto era stato pattuito. La loro protesta nasce da una logica che ci è familiare: abbiamo lavorato di più, dunque meritiamo di più. Ed è proprio qui che la parabola ci provoca, mettendo in discussione la nostra idea di giustizia, di merito e perfino di Dio.

Gesù non propone un codice di morale sociale, ma rivela il volto del Padre, la cui libertà non è mai arbitrio, perché in Dio libertà e amore coincidono: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Noi vorremmo che Dio seguisse i nostri criteri di proporzione e di ricompensa; Dio, invece, rimane libero e sorprendente, perché la sua libertà è sempre orientata al bene. Il problema non è la bontà di Dio verso gli ultimi, ma il nostro sguardo, che rischia di diventare “cattivo” proprio quando la sua bontà supera le nostre aspettative.

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, offre la chiave per comprendere questo capovolgimento: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». Dio non ragiona secondo i nostri criteri, perché la sua giustizia è inseparabile dalla misericordia. Il profeta ci invita perciò a cercare il Signore e ad abbandonare le nostre vie, lasciandoci raggiungere da una logica più grande della nostra.

Per Matteo gli operai della prima ora richiamano Israele, il popolo che per secoli ha lavorato nella vigna del Signore, custodendo l’alleanza di Abramo. Ma il capovolgimento annunciato da Gesù la apre anche a chi arriva dopo: la salvezza non è un privilegio da difendere, ma un dono da condividere. Così la parabola diventa una parola rivolta alla Chiesa di ogni tempo: nessuno può considerarsi proprietario della grazia, né guardare con sospetto chi arriva dopo.

Se guardiamo con sincerità alla nostra vita, scopriamo che, in fondo, ciascuno di noi è un operaio dell’ultima ora. Possiamo aver ricevuto la fede fin dall’infanzia o aver incontrato il Signore in età adulta, ma quale ricompensa potremmo pretendere? Il denaro della parabola non è semplicemente una paga: è il simbolo dell’unico dono che tutti desideriamo, l’incontro con il Signore, l’essere con lui, abitare nella sua casa «tutti i giorni della vita» (Salmo 27,4). Questa è la vera ricompensa, ed è la stessa per tutti.

Le diverse ore della giornata diventano allora immagine delle diverse stagioni dell’esistenza: c’è chi viene chiamato al mattino, chi nella maturità, chi quando il giorno sembra ormai declinare. Essere chiamati nella vigna non è una punizione, ma una grazia, la possibilità di vivere con e per il Signore. La vigna è la nostra interiorità, la famiglia, il lavoro, le relazioni e il mondo che ci viene affidato perché possiamo renderlo sempre più umano, accogliendo, perdonando, comprendendo e prendendoci cura di chi è più fragile.

 

 

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

logo LLR5238966 Episode in life of Jesus Christ (chromolitho) by French School, (19th century); Private Collection; (add.info.: Episode in life of Jesus Christ. Bible education card, late 19th century.); Look and Learn / Rosenberg Collection. , Bridgeman Images

 

Il perdono, l’unica strada che spezza il male

Ci sono parole di Gesù che, anche dopo duemila anni, continuano a disorientarci. Tra queste c’è il suo invito a perdonare senza misura. Una proposta che va contro la logica dell’uomo, abituato a fare i conti, a pretendere giustizia, a conservare memoria delle ferite ricevute. Eppure è proprio su questo terreno che il Vangelo di questa domenica ci rivela il volto più autentico di Dio e ci mostra lo stile della comunità cristiana.

La domanda di Pietro nasce dall’esperienza quotidiana: «Quante volte dovrò perdonare mio fratello?». Già il fatto di parlare di sette volte esprime una disponibilità fuori dal comune, ben oltre quanto insegnavano i rabbini del tempo. Ma Gesù sorprende ancora una volta: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Non propone una cifra da raggiungere. Elimina ogni contabilità. Il perdono evangelico non conosce misure perché nasce dall’amore di Dio, che non calcola i meriti e non pesa le colpe con il bilancino della convenienza.

Questa prospettiva illumina anche la prima lettura (Siracide). Il sapiente mette davanti ai nostri occhi una verità tanto semplice quanto esigente: il rancore e la vendetta non risolvono il male, ma finiscono per imprigionare anzitutto chi li coltiva. Chi vive ripiegato sulle offese subite, chi alimenta il desiderio di rivalsa o aspetta il momento per restituire il colpo, finisce per lasciare che il male dell’altro diventi anche il proprio male.

Gesù sviluppa questo insegnamento con la parabola del servo spietato. Un uomo riceve dal suo padrone il condono di un debito enorme, che non avrebbe mai potuto restituire. È un gesto di misericordia sproporzionato, che cambia radicalmente la sua situazione. Eppure, appena uscito, quell’uomo incontra un compagno che gli deve una cifra insignificante e pretende quanto gli spetta, fino a farlo mettere in prigione. È qui che il re pone la domanda decisiva: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

Questa domanda svela il cuore del Vangelo. Il punto di partenza non è il nostro sforzo di essere più buoni, ma la misericordia di Dio che ci precede sempre. Dio non ci ama perché siamo capaci di perdonare; è lui che, perdonandoci gratuitamente, ci rende capaci di fare ciò che umanamente sarebbe impossibile. Il perdono, allora, non è semplicemente un dovere morale, ma il segno che la grazia ricevuta sta realmente trasformando la nostra vita. Chi ha sperimentato la misericordia del Padre non può continuare a vivere secondo la logica della vendetta o del risentimento.

Per questo il perdono cristiano non coincide con il rimuovere superficialmente il male subito o far finta di niente. Dio stesso non perdona chiudendo gli occhi davanti al peccato. Il suo perdono è creativo: ricostruisce ciò che era stato distrutto, apre un futuro dove sembrava esserci soltanto una ferita, rende possibile una vita nuova. Perdonare significa non permettere che il male abbia l’ultima parola, scegliendo di non restarne prigionieri e offrendo all’altro la possibilità di ricominciare.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

logo2J2HGD7 Prophet Ezekiel - fresco - Filippo Comerio - last years of 18th century - Arcene (Bg), Italy, church of St.Archangel Michael , ipa

 

Chi ti vuole bene non tace

Matteo racconta la parabola della pecora smarrita in un modo diverso da Luca. Luca parla della pecora “perduta”, immagine di chi si è lasciato travolgere dal male; Matteo, invece, usa un verbo più delicato: la pecora si è “smarrita”, ha perso l’orientamento, ha imboccato una strada che la sta portando lontano. Non è una differenza da poco. Matteo non si concentra anzitutto sulla colpa, ma sul rischio di chi si allontana. Per questo, subito dopo la parabola, Gesù parla della correzione fraterna. Tutto nasce da una convinzione che attraversa il Vangelo: il Padre non si rassegna a perdere nessuno. «Il Padre vostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».

È questa la luce che illumina il Vangelo di questa domenica. Viviamo in una cultura che ci spinge a pensare che ognuno debba badare soltanto a sé stesso. “La mia vita è mia”, si dice spesso, quasi che le nostre scelte non abbiano conseguenze sugli altri. Eppure nessuno è un’isola. La nostra vita è intrecciata con quella di tante persone e ciò che siamo, nel bene e nel male, lascia sempre una traccia. Una parola può incoraggiare o ferire, un gesto può aprire una strada o chiuderla, una vita vissuta con autenticità rende tutti un po’ migliori, mentre l’indifferenza e il male impoveriscono anche chi ci sta accanto.

Per questo la prima lettura presenta il profeta come una sentinella. La sentinella non è chi controlla gli altri, ma chi veglia perché nessuno corra verso il pericolo senza essere avvertito. È l’immagine di una responsabilità che nasce dall’amore. Se voglio bene a una persona, non posso restare spettatore quando vedo che sta prendendo una strada che la farà soffrire.

Gesù, però, ci mette in guardia da due errori opposti. Il primo è credere di avere sempre ragione e pensare di correggere gli altri con durezza, come se la verità potesse essere imposta. Il secondo è rifugiarsi nell’indifferenza: “Sono affari suoi”. È la domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). Tra questi due estremi Gesù apre una strada diversa: quella della vicinanza, del dialogo e della pazienza.

«Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e parlane con lui, da solo». Colpisce la discrezione di Gesù. Non invita a umiliare, a esporre l’altro davanti agli altri, ma a custodirne la dignità. Lo scopo non è dimostrare di avere ragione, ma salvare una relazione, “guadagnare il fratello”. Solo chi ama davvero trova il coraggio di dire una parola scomoda e, nello stesso tempo, il rispetto per attendere i tempi dell’altro.

Anche quando Gesù dice: «Sia per te come il pagano e il pubblicano», non invita a chiudere una porta. Basta ricordare come lui ha trattato i pagani e i pubblicani: li ha cercati, li ha ascoltati, si è seduto alla loro tavola. Se una persona continua a non ascoltare, non smette per questo di essere amata. Anzi, è proprio allora che ha più bisogno di incontrare qualcuno che non perda la speranza su di lei.

Il Vangelo si conclude con parole che conosciamo bene: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Non è una promessa riservata ai grandi raduni. Gesù parla di una piccola comunità, di una famiglia, di due amici che scelgono di riconciliarsi, di persone che cercano insieme il bene, che pregano con un cuore solo, che si prendono cura l’una dell’altra. È lì che lui continua a rendersi presente.

Forse questo è il volto della Chiesa che il Vangelo ci consegna: non una comunità di persone perfette, ma di uomini e donne che non si rassegnano a perdere nessuno, che sanno correggere senza umiliare, attendere senza stancarsi, amare senza mettere condizioni. Perché agli occhi di Dio nessuna vita è senza valore e nessuno è mai così lontano da non poter ritrovare la strada di casa.

XXII Domenica del Tempo Ordinario

logo

 

La conversione più difficile

Esiste una conversione più difficile delle altre. Non è quella che porta a riconoscere Gesù come il Cristo, ma quella che ci conduce ad accettare il modo con cui egli ha scelto di essere il Messia. È questa la grande lezione del Vangelo di questa domenica. Dopo la solenne professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, l’evangelista introduce una nuova tappa del racconto con una formula significativa: «Da allora Gesù cominciò...» (Matteo 16,21). Da quel momento il Maestro non parla più soltanto della sua identità, ma del destino che lo attende: Gerusalemme, la passione, la morte e la Risurrezione.

È una svolta che disorienta i discepoli. Pietro ha riconosciuto il Messia, ma continua a immaginarlo secondo le attese del suo tempo: un re forte, un liberatore vittorioso, capace di restaurare la gloria di Israele. Gesù, invece, rivela un volto di Dio completamente diverso. La sua regalità passerà attraverso il dono della vita, non attraverso il potere; attraverso la croce, non attraverso il successo. Per questo Pietro reagisce con decisione: prende Gesù in disparte e tenta perfino di correggerlo. «Questo non ti accadrà mai». È il gesto di chi vuole bene al Maestro, ma pensa di sapere quale sia la strada giusta. La risposta di Gesù è tanto severa quanto illuminante: «Mettiti dietro di me, satana».

Quelle parole non significano: «Allontanati da me», ma piuttosto: «Torna dietro di me, torna a fare il discepolo». Pietro ha smesso di seguire e ha iniziato a precedere Gesù, pretendendo di indicargli il cammino. Per questo diventa uno scandalo, cioè un ostacolo. Il problema non è la sua buona fede, ma la sua mentalità: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». È questa la tentazione che attraversa ogni tempo. Si può professare una fede sincera e continuare a ragionare con i criteri del mondo. Pensare secondo gli uomini significa misurare tutto con il successo, il prestigio, il potere, cercando una superiorità sugli altri e fuggendo tutto ciò che sa di fragilità e di croce. In questa logica un Dio crocifisso appare incomprensibile.

Pensare secondo Dio, invece, significa lasciarsi trasformare dalla logica del dono. I privilegi diventano responsabilità, i talenti occasione di servizio, la forza capacità di sostenere chi è più debole. È lo stile dei santi, che hanno saputo vedere nei doni ricevuti non un motivo di vanto, ma un compito da condividere.

Per questo Gesù invita i discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Non propone una rassegnata sopportazione delle difficoltà quotidiane, ma il coraggio di rimanere fedeli al Vangelo anche quando questo comporta un prezzo da pagare. La croce non è la ricerca della sofferenza, ma la conseguenza dell’amore vissuto fino in fondo.

Il paradosso conclusivo racchiude il cuore del messaggio cristiano: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà». È la legge del Vangelo: la vita non si possiede trattenendola, ma donandola.

La vicenda di Pietro diventa così anche la nostra. Ogni giorno siamo chiamati a passare da una fede che vorrebbe un Dio secondo i nostri progetti a una fede che si lascia convertire dal pensiero di Dio. È un cammino che dura tutta la vita, ma è l’unico capace di condurci alla libertà e alla gioia autentica.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.