Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 12,20-33)

È VENUTA L’ORA

            Il vangelo di questa V domenica di Quaresima ci fa entrare più in profondità nel significato dell’“ora” che Gesù si appresta a vivere (“È venuta”). L’occasione viene dalla richiesta fatta da alcuni Greci giunti a Gerusalemme in occasione della Pasqua giudaica: “Vogliamo vedere Gesù”. Sono dei “timorati di Dio”, ellenisti simpatizzanti del giudaismo che, mossi da un desiderio fermo e profondo (“vogliamo”), si rivolgono a Filippo, l’unico discepolo, insieme ad Andrea, dal nome greco, per incontrare il loro Maestro. Si mostrano vere, così, le parole dei farisei: “Il mondo è andato dietro a lui!” (Gv 12,19). Se i Giudei si ostinano nel non comprendere Gesù, i Greci chiedono invece di vederlo, a dimostrazione della destinazione universale del Vangelo, incompatibile con ogni logica che tenda a restringerne la diffusione.

            L’“ora” di Gesù è segnata da un paradosso: da un lato la glorificazione (l’“innalzamento” del vangelo della scorsa domenica), dall’altro la caduta a terra e la morte. È la sorte del chicco di grano, che richiama l’immagine del seme, molto cara ai vangeli sinottici. Per l’evangelista Giovanni, il seme è Gesù stesso che proprio nel vivere fino in fondo la sua autodonazione per amore dell’uomo diventa pienamente rivelazione della gloria di Dio. Al frutto di questa morte Gesù associa quanti sono disposti a vivere la loro vita secondo una logica ben precisa: non quella della conservazione egoistica di sé, ma quella del dono gratuito di sé. È questa l’unica strada che ha l’uomo per godere fin d’ora della vita eterna, in grado di appagarlo pienamente sia qui che nell’aldilà. L’ora dell’esaltazione, però, non risparmia dalla sofferenza, dal turbamento profondo che anche Gesù sperimenta fino in fondo dinanzi alla sorte che lo attende: il Cristo glorioso è stato veramente uomo! Ma anche adesso è incrollabile in lui la certezza che il Padre, di cui ha sempre accettato la volontà, lo aiuterà a superare anche quest’ora.

            “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Tutta l’umanità sarà attratta dal Cristo che, sulla Croce, è già il Signore. Ma qual è la forza in grado di attrarre ogni uomo? È quella della bellezza del volto di Dio, che in Gesù crocifisso mostra tutta la profondità e la forza dell’amore, ma al contempo anche la sua scandalosa debolezza. Soltanto ciò che è vero non ha bisogno di imporsi per essere accolto. Queste le parole di un “Greco” più vicino ai nostri giorni: «Credo che nonostante la palese assurdità, la vita abbia nondimeno un senso. Ciò che la vita da me richiede voglio cercare di realizzarlo, anche se è cosa che va contro le mode e le leggi consuete. Questa fede non si può impartire per comando, né alcuno vi può costringere se stesso: è dato solo viverla» (Herman Hesse).

IV DOMENICA DI QUARESIMA (GV 3,14-21)

LA CROCE E LA GLORIA

            “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Inizia così la pagina evangelica della IV domenica di Quaresima, che narra un passaggio relativo all’incontro notturno di Gesù con Nicodemo. Ora, quando Giovanni scrive il suo vangelo, la morte di Gesù non è più vista come un dramma ed una sconfitta; essa, infatti, è considerata soprattutto come “elevazione”: è sollevamento da terra per sedere sul legno della croce (crocifissione), ma è anche elevazione alla gloria (glorificazione) e ritorno al Padre.

      In tal senso la croce non ha più l’aspetto di umiliazione e di sconfitta, ma diventa segno della sovranità regale di Gesù, il trono dal quale domina con la potenza del suo amore e del suo perdono. È quanto annunciava la profezia di Isaia sul Servo sofferente: “costui sarà innalzato e pienamente glorificato”; con la differenza che quest’ultimo viene innalzato e glorificato dopo la morte (Is 52,13), mentre per Giovanni il Gesù crocifisso è il Gesù glorificato.

      Per la mentalità umana e giudaica, svincolare la “croce” dal giudizio di maledizione e di impotenza è impossibile con le proprie forze, sia per un grande maestro quale Nicodemo, come pure per un semplice credente giudaico ed anche cristiano. Gesù cerca di introdurre Nicodemo e noi in questo grande mistero mediante una prefigurazione presente nell’Antico Testamento e ben conosciuta anche nella fede popolare: il popolo ebraico nel deserto doveva alzare lo sguardo verso il serpente di bronzo sollevato da terra, per essere liberato dalla morte (cf. Nm 21,4-9), così con l’inizio del tempo finale bisognerà alzare lo sguardo verso l’Ucciso per venire liberati dalla morte ed entrare nella pienezza della vita.

      Gesù dice che “bisogna” che il Figlio dell’uomo sia innalzato. Questo “bisogna” esprime il piano di amore del Padre che dona il suo Figlio totalmente e senza riserve fino ad accettare la sua morte, negativa risposta umana all’amore infinito di Dio e del Figlio. La sapienza di Dio passa attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà; accetta le sofferenze, il ripudio e l’uccisione; e proprio così vince il male fatto dalla sapienza dell’uomo, che ricerca l’avere, il potere e l’apparire, provocando la morte propria e altrui.

In genere nella croce noi vediamo soltanto la sofferenza, l’umiliazione, la morte, ma difficilmente sappiamo vedervi il segno e la prova suprema dell’amore immenso del Signore per noi e, di conseguenza, la via attraverso la quale soltanto si può giungere alla glorificazione, alla salvezza, alla vita eterna. Scrive Madre Teresa: «Guarda la Croce: vi vedrai la testa di Cristo inclinata per baciarti, le sue braccia distese per abbracciarti, il suo Cuore aperto per racchiuderti nel suo amore. Sapendo che la Croce di Cristo rappresenta il suo più grande amore per te e per me, accettiamola in tutto ciò che egli desidera mandarci… Ricorda, poi, che la Passione di Cristo si conclude sempre con la gioia della risurrezione: quando perciò provi nel tuo cuore le sofferenze di Cristo, ricorda che deve venire la risurrezione, deve albeggiare la gioia della Pasqua. Non devi mai permettere a nessuna cosa di colmarti così di dolore da farti dimenticare la gioia del Cristo Risorto».

 

III DOMENICA DI QUARESIMA - B (GV 2,13-25)

 

IL TEMPIO DEL CROCIFISSO RISORTO

            È un segno strano quello che indica Gesù, in risposta ai Giudei che lo sfidano, nel vangelo di questa terza domenica di Quaresima: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. E infatti quei Giudei non capiscono, pensano ad un segno di distruzione, inutile e dannoso.  Ma - il vangelo lo dice - Gesù ha in mente un altro tempio, quello del suo corpo. Come capita spesso nel quarto vangelo gli ascoltatori fraintendono le parole di Gesù, in quanto non pensano al tempio escatologico, ma a una ricostruzione materiale del tempio storico, dopo una sua eventuale distruzione, e si meravigliano che ciò possa avvenire nel breve periodo di tre giorni.

            Era grandioso il tempio di Erode, come ancora prima quello di Salomone: segno perenne (così si sperava) di una impensabile vicinanza di Dio all’uomo, luogo di preghiera, di espiazione, di festa e di incontro, di unità del popolo. Eppure, anche quel tempio non basta più, e Dio si è mosso altrimenti per mostrare la sua dedizione. Ed effettivamente nell’anno 70 esso sarà raso al suolo dall’esercito di Tito. Se il giudaismo dell’epoca ha pensato di riconoscere e di fissare la presenza di Dio nel dono inalienabile della Legge e in particolare nello studio della Legge, giudicato talvolta superiore alla stessa preghiera, per i cristiani, i quali, dopo la morte di Gesù, avevano continuato a frequentare assiduamente il tempio per la preghiera, è il Signore crocifisso e risorto il vero “Tempio”. Il vangelo suggerisce cioè che ora la nuova «casa del Padre», il luogo dell’incontro con Dio, sia piuttosto da cercare in quel corpo donato, che contempleremo in croce come agnello immolato, a cui «non sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,36).

      Gesù è dunque il vero segno della presenza di Dio nel mondo, non in opposizione al vecchio tempio, che sarà distrutto per il peccato dei suoi frequentatori, ma come adempimento della promessa di Dio.

II DOMENICA DI QUARESIMA - B (MC 9,2-10)

LA RIVELAZIONE DI DIO SUL VOLTO DI CRISTO

      Dopo l’esperienza delle tentazioni nel deserto, nella seconda domenica di Quaresima il brano evangelico è ambientato in uno scenario completamente diverso: quello del monte. L’evangelista non dice quale fosse questo “alto monte”. Esso è stato identificato con il Tabor, situato nei pressi di Nazaret, o con l’Hermon, nel Libano meridionale; in senso simbolico il monte indica però il luogo in cui Dio si rivela al suo popolo (cf. Es 33,12-34,28). Su questo monte, alla presenza di Pietro Giacomo e Giovanni, Gesù fu trasfigurato.

      Si noti come l’evangelista sottolinea la separazione di questi discepoli dagli altri specificando che Gesù li prende: con sé, in disparte, loro soli, su un alto monte. È davanti a loro infatti che Gesù fu trasfigurato. È a loro che appare Elia con Mosè. È a loro che la voce si rivolge. E alla fine essi vedono Gesù solo con loro. È chiaro che tutto l’evento non si verifica per Gesù oppure per Elia e Mosè ma per i discepoli. La trasfigurazione è un’esperienza dunque che Gesù riserva in particolare a questi tre amici e allo stesso tempo è anche chiaro però che l’esperienza di costoro riguarda la persona di Gesù.

      Come sia trasformato Gesù, è indicato dalle sue vesti, che splendono di una bianchezza ultraterrena. Per mezzo della potenza di Dio, Gesù dunque diventa visibile agli occhi dei tre discepoli nella figura che egli acquisterà con la sua risurrezione, quando sarà partecipe a pieno della vita di Dio. Egli - secondo la prospettiva di questo racconto - è il luogo definitivo della “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo. Ecco perché la voce che proviene dalla nube dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. È la parola che completa la rivelazione. Dio si rivela nel suo Figlio, la rivelazione di Dio si fa sul volto di Cristo. Sul monte viene rivelata anche la legge di Cristo: una legge diversa, trasformata, contenuta in una sola parola: “Ascoltatelo”. Invece delle due tavole di pietra del Sinai, come legge abbiamo una persona da ascoltare, una persona viva; e la visione ci aiuta ad aderire a questa persona. Chi ha riconosciuto il Figlio di Dio, lo ascolta, lo segue, è pronto a seguirlo fino alla risurrezione, attraverso la passione.

L’episodio della Trasfigurazione si inserisce allora molto bene nell’itinerario di conversione proposto dalla Quaresima. Il volto trasfigurato, le vesti splendenti, la nube e la voce celeste svelano che il cammino di Gesù verso la croce nasconde un significato pasquale. Quest’uomo incamminato verso la Croce è in realtà il Signore risorto e glorioso.

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