Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,7-13)

Lectio divina quotidiana e continua sul Vangelo di Marco – Carmelitane DCJ

LO STILE DEL DISCEPOLO

 

            Gesù, dopo aver fatto toccare con mano come la sua buona notizia crei scandalo, davanti al rifiuto di Nazaret manda i discepoli a tutto Israele. Gesù li invia per ampliare il raggio della sua azione, per contrastare i demoni e per far prendere coscienza ai discepoli che la sua azione non è quella di un navigatore solitario: vengono inviati infatti a due a due, per mostrare a loro e ai loro ascoltatori che non vengono a nome proprio, bensì sono testimoni del messaggio che hanno ricevuto da Gesù

            Si noti poi come la logistica e la strategia missionarie sono estremamente esigenti: i discepoli non devono preoccuparsi di portare con sé nulla, se non un bastone, sandali e una veste. Dev’essere chiaro ai discepoli e ai loro uditori che essi non hanno niente e che non possono portare niente, tranne il loro messaggio e il loro potere. Proprio in corrispondenza con questo corre alla mente quello che Pietro dirà allo storpio, alla porta “Bella” del tempio: «Argento e oro non ho. Ma ti do quello che ho: In nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6). Se essi vengono accolti, non devono avere pretese, ma essere contenti di quello che capita. Se vengono rifiutati, non devono semplicemente andarsene, ma far capire le conseguenze di un tale comportamento.

            Come si vede, il testo più che insistere sul contenuto dell’annuncio si sofferma molto sullo stile di colui che viene inviato. Lo stile che deve avere il discepolo di Gesù è all’insegna di un atteggiamento interiore di grande libertà. In questo modo egli suggerisce, con molta concretezza, come sciogliersi dalle catene dei bisogni. Se si pensa quanti bisogni oggi sono indotti da interessi economici dentro la nostra società, si coglie a fondo quale lieto messaggio di libertà vi sia nella Parola di quest’oggi.

            Lo aveva ben compreso la grande mistica francese Madeleine Delbrêl che scriveva: «Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messo è per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato».

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,1-6)

 

incammino – #InCammino

LA CONOSCENZA DI GESÙ

 

            Dopo la formazione dei discepoli tra le due sponde del mare di Tiberiade, nella pericope odierna Marco presenta la missione personale di Gesù a Nazaret e nei villaggi vicini. Gesù se ne va spontaneamente, assieme ai suoi discepoli, nella sua patria, lì dove ci sono quelli che lo conoscono da tempo. Evidentemente a Gesù sta a cuore parlare alla sua gente.

            L’inizio del racconto è assai simile a quello di Cafarnao: Gesù insegna di sabato nella sinagoga, e i suoi ascoltatori sono profondamente colpiti (cf. 1,21-22). Altrettanto sorprendenti sono le differenze successive. Anche in Cafarnao ci si chiedeva: «Che è mai questo?». Ma poi si chiamava l’azione di Gesù «un insegnamento fatto con autorità», e si riconosceva il suo potere sui demoni. I compaesani di Gesù pongono solo domande e si scandalizzano di lui, chiudendosi alla sua persona e alla sua missione.

            All’inizio dicono: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?». E proseguono: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Le prime domande sull’origine e sulla natura delle due principali forme in cui Gesù opera – insegnamento e azioni di potenza – sono di una importanza decisiva. Le altre sono chiaramente retoriche. L’evangelista constata infatti che la gente del suo villaggio “sa” già chi egli è. Conoscere Gesù “alla maniera umana”, per riprendere un’espressione di Paolo (2Cor 5,16: “secondo la carne”), significa sicuramente rimanere scandalizzati. Se Gesù è proprio colui che essi conoscono, allora nulla di ciò che possono vedere o sentire da lui riuscirà a convincerli di qualcos’altro rispetto a ciò che già sanno. Si rammenti qui la frase di Lutero: “È molto meglio per te che Cristo venga attraverso l’evangelo. Se entrasse ora dalla porta si troverebbe in casa tua e tu non lo riconosceresti”.

            Questa accoglienza negativa da parte della gente del suo paese è l’occasione scelta da Marco per riportare la celebre dichiarazione di Gesù: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Di solito si presta attenzione solo alla prima parte della frase, dimenticando che Gesù aggiunge: «tra i suoi parenti e in casa sua». Così facendo Marco sostiene che anche la famiglia di Gesù ha impiegato del tempo prima di riconoscere il profeta di Dio.

            L’episodio si conclude con un’annotazione un po’ disincantata da parte dell’evangelista: «E lì non poteva compiere nessun prodigio». Commenta a questo proposito Origene: «Queste parole ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti, poiché “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza” (Mt 25,29), mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo. Fa’ attenzione, infatti, a queste parole: “Non poté compiere alcun miracolo”; difatti, non ha detto: “Non volle”... bensì: “Non poté”... (Mc 6,5), perché si sovrappone al miracolo che sta per compiersi una collaborazione efficace proveniente dalla fede di colui su cui agisce il miracolo, e che l’incredulità impedisca tale azione» (Origene, Comment. in Matth., 10, 17-19).

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 5,21-43)

image5 - Il Popolo Veneto

LA FEDE CHE SALVA

E DONA LA PACE

 

            Finita la “giornata delle parabole”, Gesù, sempre nella stessa barca, traversa due volte il lago di Tiberiade. Egli continua il programma di formazione dei discepoli, questa volta con atti concreti, facendo loro sperimentare diversi tipi di liberazione con altrettanti gesti di potenza. Nel brano che la liturgia ci offre quest’oggi, li mette a contatto in particolare con la malattia incurabile di una donna e con la morte prematura di una giovinetta.

            Il clima emotivo che domina le due scene evidenzia chiaramente la verifica della fede. Alla donna emorroissa Gesù dice: «Figlia la tua fede ti ha salvata»; al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». Si noti poi come Gesù è mostrato dall’evangelista nella sua profonda umanità; accetta di toccare l’impurità di due donne senza futuro: un’adulta che perde sangue da dodici anni (impura secondo la legge ebraica; dissanguata anche economicamente per spese mediche!) e una giovane di dodici anni che sta morendo. Gesù identifica la prima in mezzo alla folla per rivelare che, entrando in comunione con la nostra umanità, ha preso su di sé il peso della malattia. Di seguito, pur deriso dalla gente in lutto, solleva la seconda dal sonno della morte (il verbo usato è quello della risurrezione), alla presenza dei genitori e di tre discepoli.

            Si realizzano così le parabole del Regno, anticipate dalla buona notizia iniziale: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (1,15). La vita nuova si manifesta incontrando e toccando Gesù, segno della misericordia di Dio verso l’umanità. Egli inaugura il tempo in cui ristabilire la piena dignità delle persone, a partire dalle più fragili e discriminate: desidera infatti reintegrare le nostre relazioni affinché possiamo diventare testimoni dell’incontro personale con lui.

            Negli incontri descritti, Gesù conferma che la vera pace, la vera guarigione e la vera vita per l’uomo dipendono dalla profondità della fiducia che si ha verso di lui: quando si fa l’esperienza di toccare la persona di Cristo vivente e la forza della sua risurrezione, è allora che si è guariti dalle nostre paure, dalle nostre malattie e si è salvati dalla morte. Forse per questo André Louf, monaco trappista e autore spirituale tra i più noti anche in Italia, ha scritto: «Posso benissimo sapere molto a proposito della fede, e anche condividere molto questa conoscenza con altri, senza mai compiere il passo decisivo della fede, che implica sempre un abbandono esistenziale a Gesù».

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 4,35-41)

Nella tempesta, fidarsi di Gesù - Punto Famiglia

 

LA PICCOLA BARCA IN BALIA DELLE ONDE

Il racconto della tempesta sedata manifesta Gesù come liberatore. L’esercizio di un potere sul mare è, nel Primo Testamento, una delle immagini principali associate al «Dio liberatore». Il rapporto è evidente. L’episodio della tempesta sedata è un miracolo della manifestazione del mistero di Dio che è presente in Gesù. Attraverso Gesù, Dio opera la liberazione, e la opera come liberazione potente.

I diversi elementi del brano hanno un valore simbolico: il viaggio in barca è uno dei grandi simboli della vita; il mare è figurativo degli ostacoli: attraversandolo, l’uomo s’imbatte nell’impedimento per antonomasia. Nella mitologia babilonese, non a caso, il mare è rappresentato come mostro. Nei salmi è spesso presente, invece, l’immagine di Dio che ne tiene a bada la forza, che ne custodisce le acque affinché non superino il limite che è stato loro fissato; la piccola barca che si muove in mezzo alle onde, e le onde che la riempiono fino quasi a riempirla, richiamano con immediatezza espressiva la condizione del limite umano di fronte alla grandezza delle forze del mondo.

Il mondo è evidentemente più grande di noi: c’era da prima della nostra esistenza e probabilmente continuerà dopo di noi. I suoi elementi sfuggono al nostro controllo, non si lasciano dominare alle nostre attese. È, appunto, l’immagine evocata da quella piccola barca che appare in balia delle onde: è l’unico luogo di sicurezza nell’insicurezza costitutiva rappresentata dal mare, secondo la tradizione biblica.

Mentre la burrasca imperversa, Gesù è a bordo della barca, a poppa, e dorme. Appare ai presenti (e ai lettori) inspiegabilmente impassibile. È questo contrasto che mette in movimento la dinamica del brano e che stimola quella della nostra fede. È una tensione nota, per esperienza, ad ognuno di noi: il silenzio di Dio esattamente quando avremmo bisogno che parlasse ed intervenisse, che si facesse vedere e sentire. «Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?», recita in apertura il Salmo 10. Il brano è costruito su questo movimento tra paura e fede: la paura del mare – la tempesta, le onde, la morte – e la fiducia in quella presenza che c’è, ma appare non operante.

È proprio la fede, in questo movimento, a rivelarsi oltre la paura di ciò che non tocchiamo con mano: si rivela come forza più grande di ciò che non possiamo controllare. Ed è l’interrogativo impegnato che il brano ci suscita: riusciamo ad avere fede nell’aiuto del Signore anche se sta “dormendo”, se del suo intervento non vediamo immediatamente gli effetti? Nei momenti critici della vita, davanti a bisogni e preoccupazioni, alla minaccia che ci sovrasta, sino alla realtà della morte incombente, riuscire a custodire la fede è segno del nostro rispondere con verità alla sfida del credere.

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