Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,39-45)

Signore Gesù, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi - Il Corriere  Apuano

LA PROFEZIA di ELISABETTA

           

            La quarta domenica di Avvento offre alla nostra meditazione un brano di singolare bellezza, in cui l’evangelista Luca racconta l’incontro e, in particolare, il dialogo tra Maria ed Elisabetta. Dopo aver brevemente descritto il viaggio della Vergine senza dare, tuttavia, nessun accenno alle motivazioni che l’hanno spinta a partire, il racconto concentra la nostra attenzione sul momento in cui la ragazza di Nazaret saluta l’anziana moglie di Zaccaria. Il saluto di Maria è ricordato da Luca ben tre volte (vv. 40,41,44), perché è proprio allora che il gesto si dimostra ben più di un semplice atto di cortesia o di carità. Si tratta, in realtà, di una teofania, cioè di una manifestazione di Gesù attaverso Maria. Quello stesso Spirito che ha reso la Vergine madre del Figlio di Dio, ora rende Elisabetta capace di profezia. Le parole, infatti, che quest’ultima rivolge a Maria non sono un augurio o un’intuizione personale, come potrebbe sembrare, ma un’interpretazione autentica di quanto Dio sta compiendo in Maria. Non è Elisabetta che benedice Maria, ma è Dio stesso che, attraverso la Vergine, sta benedicendo il suo popolo, dandogli il Salvatore!

            La Madre, da parte sua, partecipa pienamente di questa benedizione per aver creduto che le promesse dell’Altissimo avrebbero raggiunto il loro compimento. E la dimostrazione autentica di tutto questo è il fatto che Maria fa della sua risposta ad Elisabetta un cantico di lode alla gratuità e alla fedeltà dell’azione benevola di Dio nei suoi confronti. Così la Vergine accoglie in pienezza l’invito alla gioia che l’angelo le aveva rivolto all’Annunciazione. Sì, di fronte a quanto Dio sta facendo, Maria si dimostra non indifferente, ma capace di esultare perché l’Altissimo ha scelto la sua bassezza ed insignificanza sociale (questa è l’umiltà di Maria, non innanzitutto una qualità morale) per capovolgere le logiche degli uomini e portare salvezza all’umanità. Dio non ha affatto bisogno della nostra lode: siamo noi che abbiamo bisogno di occhi per vedere la sua salvezza e per saperne gioire, sia a livello personale che comunitario, come vediamo nel Magnificat. Solo chi gioisce dell’azione salvifica di Dio dimostra di averne accolto davvero la grazia perché, come ricorda la liturgia, anche la nostra lode è un dono dell’amore di Dio (prefazio comune IV).

 

III DOMENICA DI AVVENTO (LC 3,10-18)

 

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. E noi che cosa dobbiamo fare? (Lc  3,10-18)

“CHE COSA DOBBIAMO FARE?”

            Nel brano odierno Giovanni Battista accoglie gente ben disposta, e svolge la funzione di catecheta rivolgendosi a varie categorie sociali: le folle, gli esattori delle tasse, i soldati. L’interrogativo ripetuto, «che cosa dobbiamo fare?», è proprio dell’uomo che ha iniziato a convertirsi e lo udremo di nuovo ripetuto dalle folle dopo la Pentecoste (At 2,37). La risposta del Battista è in tutti e tre i casi centrata sulla necessità di una giustizia che è anche condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha…», «non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato» e «non maltrattate e non estorcete niente a nessuno…». Sono risposte che si possono riassumere nell’esigenza di amare. Egli non chiede dure penitenze, pratiche ascetiche speciali, non fa discriminazioni di mestiere. Il profeta vuole un’esistenza autenticamente umana; e per questo è il cuore dell’uomo che deve cambiare: non deve pensare di aver concluso il suo cammino di conversione ricevendo il battesimo. Al contrario egli deve continuamente concretizzarlo in un comportamento caritatevole verso i fratelli, soprattutto in un impegno operoso verso i più bisognosi, con la condivisione dei beni e con una condotta retta e onesta nell’esercizio del proprio lavoro

            Dalla predicazione morale, Giovanni passa poi all’annunzio che la fonda: la venuta del Signore («viene uno più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere il legaccio dei suoi sandali»). Quest’ultimo, in definitiva, è il vero centro della predicazione del Battista e ogni atto di conversione è in realtà un cammino fatto incontro al Signore che viene. Per l’evangelista, il “più forte” è senza dubbio Gesù: egli dà un battesimo che sarà inaugurato il giorno di Pentecoste con l’effusione dello Spirito e l’apparizione delle lingue di fuoco. Gesù ha il potere di comunicare la realtà più alta e più preziosa: lo Spirito, l’eterna potenza vitale di Dio, il contrario di ogni impotenza, debolezza e caducità.

            Luca riferisce inoltre che «con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella». Giovanni non era un predicatore di sventura, ma «annunziava la buona novella»: il lettore deve vedere quindi nel compito di colui che Giovanni preannunzia non l’esecutore del giudizio punitivo di Dio, ma il portatore della salvezza promessa dai profeti.

II DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C (LC 3,1-6)

Pin su Nicola Damiano

LO SPIRITO E LA POTENZA DI GIOVANNI

           

            Quattro sono i grandi personaggi dell’Avvento che attendono, preparano e annunciano che Dio viene, che il Signore si avvicina. Il primo di essi è il profeta Isaia. Il Nuovo Testamento annovera la vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e Giovanni il Battista, autentico prototipo dell’Avvento, ultimo profeta della venuta del Signore. È di quest’ultimo che ci parla il vangelo di questa seconda domenica di Avvento.

            La pagina lucana ha un inizio solenne. Attraverso l’ampia cornice storica Luca inserisce infatti l’annunzio del vangelo nell’alveo della storia universale, mettendo così in risalto come il tempo della salvezza, in cui Dio dà compimento alle sue promesse, si attua non in un ambito separato, ma nella trama complessa delle vicende umane. Ciò che accade in un luogo oscuro della Giudea dà un senso alla storia di tutta l’umanità in quanto proprio allora sta per iniziare l’epoca escatologica, nella quale la salvezza è accordata a tutta la terra.

            La missione di Giovanni viene introdotta come la vocazione di un profeta dell’Antico Testamento: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto» (cf. Ger 1,1). Così l’azione di Dio si insinua nello scorrere del tempo attraverso la sua parola, di cui l’uomo Giovanni è ora mediatore. La parola di Dio suscita una storia di salvezza quando alcuni esseri umani si lasciano prendere da essa, ascoltano, amano, obbediscono.

            Vengono poi menzionati il “deserto” e il “Giordano”. Il deserto è il luogo della vocazione del precursore, il luogo dell’intimità con Dio nella quale Giovanni è cresciuto. Dal deserto, in veste di profeta, viene nella regione del Giordano dove svolge la sua predicazione. Egli predica «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». La conversione - parola che significa cambiamento di rotta - è l’atteggiamento che l’uomo deve assumere nei confronti della Parola di Dio che lo raggiunge, si tratti della predicazione del Battista, o della predicazione di Gesù o della predicazione della Chiesa. La conversione è volgersi a Dio, essere disposti ad accoglierlo. Giovanni prepara, e questa preparazione è necessaria.

            Scrive Origene: «Credo che il ministero di Giovanni sia attivo ancor oggi nel mondo: se qualcuno comincia a credere in Cristo Gesù, lo spirito e la potenza di Giovanni vengono nella sua anima e preparano un popolo perfetto per il Signore, nei luoghi accidentati del cuore le vie saranno rese agevoli e i sentieri saranno raddrizzati».

I DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C (LC 21,25-28.34-36)

Liturgia I Domenica di Avvento Anno B - www.maranatha.it

VIGILANTI NELL’ATTESA

           

            Adventus: il termine latino da cui prende nome il tempo che apre il nuovo anno liturgico esprime un intreccio di presente e di futuro, di possesso e di attesa. L’incarnazione nel tempo del Figlio di Dio, di cui faremo memoria nel Natale, troverà il suo compimento definitivo come evento salvifico alla fine dei tempi, quando verrà il Signore nello splendore della sua gloria e ci chiamerà “accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli” (colletta della I domenica). La liturgia della Parola di questa domenica ci fa volgere l’attenzione proprio al compimento della storia dell’umanità: è lì il fine della nostra vita, in base al quale siamo chiamati ad impostare anche il presente, perché l’incontro con il Signore avvenga senza paura.

            Il Vangelo, tratto dal discorso escatologico di Gesù in Luca, mette sotto i nostri occhi la transitorietà di quanto (sole, luna, stelle, mare), pur essendo creato da Dio, è percepito dall’uomo come definitivo ma adesso, con lo sconvolgimento degli ultimi tempi, diventa segno della nuova creazione. Così Gesù annuncia la sua ultima e definitiva rivelazione, che concluderà e coronerà la storia della salvezza.

            Di fronte a tutto questo, l’umanità è assalita dalla paura e dalla confusione. Eppure, assicura il Maestro, questa è l’ora della liberazione: ora i discepoli possono partecipare alla luce della vita del Figlio dell’uomo, che si è rivelato con la potenza e la gloria del Padre. È necessario prepararsi, sollevando il proprio cuore verso Dio, tenendolo lontano da preoccupazioni e ubriachezze della vita terrena. È la vita stessa, semplicemente, che può appesantire il cuore, se non si rimane vigilanti, in preghiera. Il verbo “vigilare” non sta qui ad indicare innanzitutto un’azione, un fare qualcosa, ma una vera e propria modalità d’essere. «Vigilare non fissa il momento del passaggio dal sonno alla veglia, ma piuttosto la condizione che ne segue: l’essere desto» (Bruno Maggioni).

            La nostra liberazione è vicina non perché temporalmente imminente, ma perché prossima ad ogni generazione. In questa prospettiva è il nostro presente ad essere decisivo! Siano l’attesa e il desiderio del ritorno del Signore a muovere i nostri passi di ogni giorno, per non essere nel numero di quei cristiani che, secondo Ignazio Silone, “attendono Cristo con lo stesso entusiasmo con cui si attende l’autobus alla fermata”.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.