Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 18,9-14)

Il Signore è il mio Pastore non manco di nulla - VANGELO DEL GIORNO 13  MARZO 2021 + Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14 Il pubblicano tornò a casa  giustificato, a differenza

L’UMILTÀ CHE OTTIENE IL PERDONO

 

         «Due uomini salirono al tempio per pregare…». Inizia così la celebre parabola lucana che la liturgia ci offre in questa domenica. Si tratta di un fariseo, di uno cioè che è pratico della legge e che è esperto di Scritture, e di un esattore, meglio conosciuto come pubblicano, che nulla sa di leggi e che non conosce i modi con cui rivolgersi a Dio.

            L’evangelista quasi si diverte a descrivere con tratti caricaturali l’atteggiamento del primo: «stando in piedi e parlando a se stesso, pregava così: “O Dio, io ti ringrazio per il fatto che non sono come il resto degli uomini…”». Si noti l’onnipresenza della prima persona, la messa in primo piano di opere che vanno oltre il dovere e il disprezzo generale per il resto dell’umanità, compreso l’esattore. Certamente il fariseo dice il vero e delle cose da lui dette non si deve dubitare poiché compie regolarmente delle ottime azioni. Ma la sua valutazione di esse lo fa cadere in un’ondata di orgoglio spirituale e di ipocrisia: in realtà, così facendo, egli mostra quanto sia compiaciuto di se stesso e dice anche a Dio come debba esserlo di lui.

            Del secondo invece si dice che «tenendosi a distanza, non voleva nemmeno alzare gli occhi al cielo». Nella tradizione biblica, conservare una distanza è preservare la possibilità di un incontro o di un dialogo. Il pubblicano preferisce persino mantenere il suo sguardo abbassato, mentre il tempio è il luogo in cui normalmente, per tradizione, gli occhi sono rivolti in alto per contemplare la gloria di Dio. Non ha vergogna di provare vergogna. L’invocazione, «o Dio», è identica a quella del fariseo, ma il contenuto e l’intensità della preghiera divergono completamente. Le sue parole sono letteralmente: «O Dio, lasciati riconciliare con me peccatore». In questo modo egli riconosce la sua colpa con sincerità, mostra di cercare un grande desiderio di pace con Dio ed è fiducioso nella sua bontà.

            L’epilogo è chiaro: l’unico modo giusto di mettersi dinanzi a Dio è evitare ogni presunzione e arroganza e sentirsi costantemente bisognosi del suo perdono e del suo amore. Non a caso, ha scritto B. Pascal, «la grandezza dell’uomo sta in questo: che egli ha coscienza della propria miseria».

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,11-19)

La guarigione dei dieci lebbrosi nell'arte (Lc 17,11-19): un commento di  Micaela Soranzo – La parte buona

LA VERA FEDE CHE DÀ LA SALVEZZA

 

            Gesù sta andando verso la città santa. Attraversa la Galilea e la Samaria ed entra in un villaggio dove gli vengono incontro dieci lebbrosi che si fermano alla distanza che i sani hanno loro imposto. Nella loro emarginazione e impotenza gli chiedono: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Ed egli, pur con uno sguardo improntato a compassione, inaspettatamente li manda lontano da sé. Li invia dai sacerdoti, senza aver fatto nulla - almeno a prima vista - per la loro guarigione. Secondo la legge infatti i sacerdoti erano gli unici a poter dichiarare puro un lebbroso e a reintegrarlo nella sua famiglia. Ora, dice il testo, «accadde che durante il loro cammino furono guariti», in termini biblici “purificati”.

            La seconda parte del racconto dimostrerà che se la loro fede nella parola di Gesù li ha “purificati”, non è stata sufficiente però per “salvarli”. Infatti solo le orecchie del lebbroso samaritano udranno la bella espressione di Gesù: «La tua fede ti ha salvato». Il contrasto è palesemente chiaro: in dieci avevano supplicato e ottenuto soddisfacimento, uno solo tra loro è stato capace di lodare Dio. Si potrebbe dire che, rispetto agli altri nove, solo il samaritano, cioè uno straniero, vede realmente la sua guarigione: il suo vedere, vale a dire, non solo constata la salute fisica ritrovata, ma implica l’apertura della fede. L’aver visto bene non gli fa capire solo che è guarito, ma che ha incontrato la salvezza di Dio. Senza esitare e senza recarsi dai sacerdoti, egli torna (con un’accezione maggiore rispetto al semplice “tornare indietro”) da Gesù, ma, prima di ringraziarlo, loda Dio dal momento che riconosce nella guarigione operata da lui l’agire di Dio. Ciò che i nove fanno davanti al tempio, il samaritano lo fa davanti a Gesù, a ricordare che d’ora in poi la sola via per ringraziare Dio è di andare a Gesù.

            Le domande finali, lungi dal rivolgersi al samaritano per felicitarsi con lui, sono dirette a ciascuno di noi dando vita ad una nuova diagnosi: non più quella della lebbra ma quella della fede stagnante: che cosa ha più valore per noi, il dono o il donatore? Il dono, così il come miracolo, può essere un grande aiuto, ma non basta. La fede invece, quella vera, è sempre accompagnata dalla riconoscenza.

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,5-10)

27ª domenica tempo ordinario Lc 17,5-10 - Arcidiocesi di VercelliPOVERI SERVI DI DIO IN CERCA DI FEDE

Coscienti che le loro risorse sono ben poca cosa di fronte all’ampiezza del compito che hanno ricevuto, gli apostoli, nella pericope evangelica odierna, chiedono al Signore: «Aumentaci la fede!». Riconoscono cioè la loro debolezza e chiedono una rinnovata dose di fiducia in Dio. Occorre notare che essi non si tirano indietro né vengono meno ai loro doveri, ma fanno l’unica cosa giusta: dinanzi alla mancanza delle loro forze umane invocano un’unione più profonda con Dio.

Gesù, da parte sua, anziché soddisfare il loro desiderio sembra invece accrescerlo usando un’espressione paradossale: «Se aveste fede quanto un granello di senape…». In altre parole, con l’immagine della senape - seme minuscolo - egli afferma che non ci vuole molto per ottenere meraviglie. Proprio necessario, ai suoi occhi, non è un di più di fede quanto una fede viva e autentica, un briciolo di fede che permette però di realizzare ciò che secondo i criteri umani sarebbe impossibile.

Dopo l’insegnamento sulla forza della fede, Gesù presenta agli apostoli un altro aspetto essenziale del loro rapporto con Dio attraverso la parabola del servo, che si riferisce alla vita quotidiana di un modesto contadino e del suo schiavo, la cui giornata di lavoro non termina nei campi, ma in casa dove ancora deve preparare e servire la cena. La parabola non descrive il comportamento di Dio nei confronti di noi uomini, ma indica in quale posizione l’uomo si trova di fronte a lui: non di pretesa o presunzione ma di piena disponibilità e di sincera gratitudine. È Dio che da senso alla nostra vita e quando viviamo secondo la sua legge non abbiamo alcun motivo di gloriarci.

L’insegnamento della parabola è dunque questo: chi ha fatto bene il suo dovere, non pretenda di accampare particolari diritti al cospetto di Dio; eviti di vantarsi e non faccia confronti con gli altri. Riconosca solamente di aver fatto quanto doveva fare. Ma non dica: «sono un servo inutile», come generalmente si traduce. Ogni lavoro ben fatto infatti è prezioso e utile agli occhi di Dio. Dica piuttosto: «sono un povero servo», o meglio ancora, «sono semplicemente servo».

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 16,19-31)

26ª domenica tempo ordinario Lc 16, 19-31 - Arcidiocesi di VercelliI POVERI, NOSTRI AVVOCATI

La parabola lucana di questa domenica presenta due personaggi di cui è definita la situazione sociale, l’aspetto fisico e il genere di vita: un ricco anonimo che gode dell’abbondanza e dei piaceri e un povero di nome Lazzaro (il cui significato è “Dio aiuta”) che è ammalato e non si può muovere. Malgrado contemporanei e vicini, durante la loro vita i due si ignorano e sembrano non sfiorarsi neppure.

Ma ecco che lì dove solitamente le storie finiscono, cioè nel momento della morte, qui invece la storia ha inizio e inverte i destini dei due uomini. Lazzaro, che giaceva tra la sporcizia della strada ed era in compagnia dei cani, viene portato nel seno di Abramo, mentre l’uomo ricco, che vestiva in modo fine e lussuoso, ora è tra i tormenti ed è circondato dal fuoco. In tale condizione il ricco - che intanto ha perduto un po’ della sua superbia - si rivolge ad Abramo perché siano alleviate le sue pene infernali e perché metta in guardia i suoi cinque fratelli in vita che rischiano la stessa sorte; entrambe le richieste vengono però rifiutate.

Si noti che il ricco non è condannato perché violento ed oppressore, ma semplicemente perché vive da ricco, ignorando il povero. Così come dovrebbero fare ora i suoi fratelli, anche lui avrebbe potuto ascoltare Mosè e i profeti, attraverso i quali Dio ha comunicato la sua volontà, dando delle norme per una vita giusta e retta che tenga conto della responsabilità sociale nei confronti dei poveri. Per il ricco il tempo è ormai scaduto perché ha trascurato la volontà di Dio; ma noi siamo ancora in tempo per renderci conto che la vita terrena non è tutto, che le situazioni attuali possono mutare e che occorre avere un cuore libero e aperto. Scrive infatti Gregorio Magno: «Voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa… Ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro» (Hom., 40, 3 s.10).

 

 

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