Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

DOMENICA DELLE PALME (MT 26,14- 27,66)

Ingresso a Gerusalemme - Wikipedia

«L’AMORE È UN ALTO GRIDO»

«Elì, Elì, lemà sabachthàni?» - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Il terribile grido di Gesù poco prima di morire in croce, ispirato al salmo 22 - preghiera di un giusto perseguitato e salvato da Dio - rivela in tutta la sua tragicità il dramma della passione. Il grido rompe un lungo silenzio. Qualche ora prima infatti Gesù non aveva risposto nulla al sommo sacerdote Caifa che lo interrogava. Gesù, sottolinea con una certa insistenza l’evangelista, «taceva» (Mt 26,63). E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani «non rispondeva nulla». Anche a Pilato «non rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore» (Mt 27,12-14).

Dopo aver rapidamente ricordato il cammino verso il Calvario e la crocifissione, Matteo riporta le derisioni e gli insulti. Tutti si accaniscono a sottolineare l’impotenza alla quale quest’uomo è ridotto. Sono sempre gli stessi attori del momento della condanna: sacerdoti, scribi, anziani e folla anonima; sotto la croce anche i passanti e accanto a lui i due ladroni.

Gesù è completamente abbandonato e non può fare altro che gridare: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato». Sono le uniche parole di Gesù in croce nel vangelo di Matteo, l’unico momento nel quale Gesù si rivolge direttamente al Padre dopo la preghiera al Getsemani. Poi Gesù muore avvolto nel silenzio e senza aver ricevuto alcuna risposta dal cielo. Dio tace e Gesù muore con i suoi laceranti interrogativi.

A noi lettori di oggi, che conosciamo l’esito finale e sappiamo che Gesù è risuscitato dai morti, è quasi impossibile cogliere lo straziante senso di abbandono e di scoramento espresso da questo grido. Spesso dimentichiamo che i primi discepoli hanno vissuto la passione in tutt’altro modo e sono stati assaliti da terribili dubbi. Per essi la morte di Gesù in croce fu un momento di profondo sconforto e disorientamento. I loro sogni e le loro speranze andarono in frantumi. La conclusione era palese: ha fallito perché è finito nell’ignominia e nell’infamia, come i più deprecabili criminali.

I discepoli hanno però trovato nell’Antico Testamento e nella tradizione giudaica tardiva una figura che ha permesso loro di intravedere un barlume di speranza e, anche, di poter capire meglio il significato della passione di Gesù. Si tratta della figura del “giusto sofferente”, perseguitato ingiustamente e che Dio, alla fine, ristabilisce nei suoi diritti di fronte ai suoi avversari. Questa risposta divina, secondo il primo evangelista, la troviamo prima nei fenomeni cosmici, come il terremoto, che accompagnano la morte di Gesù, poi nella scena finale del vangelo (Mt 28,16-20).

Al lettore non può comunque sfuggire l’intensità di questo grido, che, al di là, di ogni precisa domanda, rappresenta il bisogno dell’umanità di gridare verso Dio. Questo grido Gesù lo lancia per sé e per noi. In lui ogni grido dell’uomo è il grido del Figlio verso il Padre. È per questo che l’Imitazione di Cristo riassume così il mistero: «L’amore è un alto grido».

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 11,1-45)

Vangelo Secondo Giovanni (Gv 11, 1-45) - Oratorio Don Bosco di Figline  Valdarno

«IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA»

La liturgia della Parola della V domenica di Quaresima ci mette di fronte a uno dei testi più commoventi del Nuovo Testamento: il racconto della risurrezione di Lazzaro. Un racconto così dinamico, drammatico e coinvolgente, che è impossibile restare impassibili o insensibili di fronte ad esso. Sono molti gli aspetti che si potrebbero sottolineare; forse qui è utile considerare i due diversi atteggiamenti delle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che rimproverano a Gesù che il loro fratello non sarebbe morto se egli fosse stato presente.

Esse personificano due atteggiamenti possibili di fronte alla prova della morte. Marta, appena sente che sta venendo Gesù, gli va incontro. Di Maria l’evangelista dice semplicemente che se ne stava seduta in casa.

La richiesta da parte di Gesù nei confronti di Marta è che essa non si lasci chiudere l’orizzonte dalla morte fisica, ma apra gli occhi di fronte a colui che è fonte della vita. Gesù la provoca perché riconsideri il suo modo di confrontarsi con la morte e perché mantenga viva la sua fede: «chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». Da qui l’interrogativo: «Credi tu questo?». Marta gli risponde: «Sì, Signore, ho creduto e continuo a credere che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». Siamo all’apice del cammino di fede di Marta, una fede viva e costante. Dal momento che continua a credere, Marta sta già sperimentando in se stessa la vita che non avrà più fine.

Dopo aver fatto il suo cammino di fede, Marta diventa annunciatrice della bella notizia della fede per sua sorella; va di nascosto a chiamare Maria, la quale si alza in fretta, accompagnata dai giudei, e corre incontro a Gesù. Di fronte a lui ha innanzitutto un atteggiamento adorante: «si prostrò ai suoi piedi». Maria non aggiunge nulla. Il suo gesto concreto di fede nella prostrazione contiene già il riconoscimento che Gesù è il Figlio di Dio che deve venire nel mondo. L’annuncio della fede di Marta l’ha completamente afferrata, e si è precipitata ad esprimere la stessa fede con un gesto di adorazione. All’interno di questa fede Maria dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di sorella ferita negli affetti più profondi. E proprio perché il grido del dolore è così intenso non può non toccare anche il cuore di Gesù, il quale «si commuove profondamente» e ridona la vita a Lazzaro.

Attraverso l’itinerario di fede di Marta e Maria si vede dunque che l’intento specifico dell’evangelista è manifestare qual è la vera missione del Figlio di Dio presso gli uomini: la vittoria della morte, l’ultimo nemico. La fede che ci è richiesta non è in Gesù come un grande taumaturgo, ma nel Cristo che è per ciascuno di noi «la risurrezione e la vita».

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