Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

MARIA SS.MA MADRE DI DIO (LC 2,16-21)

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO. (Anno A) - Lc 2,16-21 - L'adorazione dei  pastori. | Maria Valtorta nel cuore

 

SOTTO LA BENEDIZIONE DI DIO

Nel nome del Signore, con gioia, iniziamo un anno nuovo con il desiderio che sia un cammino di pace per tutti gli uomini, che sia per la comunità cristiana un cammino di maturazione nella fede e nella carità, che sia per ciascuno di noi una risposta gioiosa e integra alla chiamata del Signore.

Nella prima lettura troviamo la benedizione che Dio dona ad Aronne e ai suoi figli perché ne rendano partecipi gli israeliti. La “benedizione”, come sappiamo, è una energia di vita che produce bellezza, bontà, giustizia, arricchimento vitale, gioia, consolazione, perdono.

Secondo la Bibbia questa benedizione di Dio accompagna la storia complessa e a volte ambigua dell’uomo sulla terra. La possiamo raccordare con un tema, che era caro in anni passati alla spiritualità cristiana, quello della Provvidenza divina. “Provvidenza” non significa che Dio intervenga con miracoli per migliorare la sua creazione o per correggere gli errori e le stupidità dell’uomo, in modo che tutti i drammi abbiano un lieto fine. Al contrario, la Provvidenza opera attraverso le “cause seconde”, attraverso le leggi che regolano il corso della natura, ma soprattutto attraverso i comportamenti liberi e responsabili dell’uomo. Potremmo dire che la benedizione di Dio non ci esonera affatto dalla responsabilità di decidere con saggezza e di agire con giustizia, ma piuttosto ci dà la forza di pensare e di operare in questo mondo. La benedizione di Dio ci permette di non essere attaccati al nostro interesse immediato, ma di saper decidere e scegliere il bene di tutti, essere capaci di sacrificare il nostro vantaggio perché tutti ne abbiano a guadagnare.

Come i pastori del Vangelo torniamo «senza indugio» sempre di nuovo a Betlemme per «trovare Maria e Giuseppe e il bambino, che giace nella mangiatoia». Questa contemplazione ci fa bene, ci consola da tante esperienze negative che minaccerebbero di intristire la vita, ci apre a tante speranze che rendono prezioso il tempo che viviamo. Vorremmo anche noi come i pastori potere percorrere il cammino dell’anno nuovo glorificando e lodando Dio per tutto quello che avremo udito e visto.

NATALE, FESTA DEL DIO CHE AMA

Natività di Gesù (Giotto) - Wikipedia

NATALE, FESTA DEL DIO CHE AMA

Nel giorno di Natale leggiamo il prologo di Giovanni, straordinariamente ricco e alto, ma
che non lascia quasi niente all’immaginazione. Non c’è la capanna, né il presepe, non c’è il
bambino, non ci sono i pastori, non c’è niente di tutto questo.
Quello invece che il vangelo di Giovanni sottolinea è il dramma dell’incarnazione. Il fatto
che la parola di Dio, «il Verbo di Dio si è fatto carne». Il centro è proprio quel versetto che dice: «E
il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come
di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità».
Se c’è qualcosa nella fede cristiana che sembra cozzare contro il pensiero umano, è proprio
questo mistero dell’incarnazione. È impensabile che un Dio infinitamente grande si manifesti in una
natura umana debole. C’è solo una strada, c’è solo un sentiero che dal cielo di Dio possa condurre
alla terra degli uomini, e questa strada è quella dell’amore. L’unica spiegazione dell’incarnazione è
questa: l’affermazione che Dio è amore. Perché l’amore è fatto così: l’amore può essere
potentissimo, ma è capace di farsi debole con la persona che ama, può essere pieno di conoscenza e
di trascendenza, ma si fa piccolo, si accosta alla persona che ama e si mette al suo livello. L’amore
è fatto essenzialmente così. Ebbene, proprio questo vuol dire il Natale: il Dio della rivelazione è il
Dio dell’amore.
È certamente il Dio onnipotente, il Dio onnisciente, è il Dio eterno, è il Dio immenso, ma è
soprattutto il Dio che ama. E il rapporto tra uomo e Dio lo dobbiamo inevitabilmente concepire in
questo modo, come il rapporto tra Dio amore e l’uomo amato, amato da Dio. E forse proprio per
questo il mistero del natale è un mistero così profondo, ma, nello stesso tempo, affascinante.
Scopriamo qualche cosa di dio che ci meraviglia, che ci mette in un atteggiamento di stupore e di
rendimento di grazie.

IV DOMENICA DI AVVENTO (MT 1,18-24)

incammino – #InCammino

 

GIUSEPPE E IL RISCHIO DELLA FEDE

Nella domenica che precede il Natale, Matteo ci presenta l’annunzio della nascita di Gesù a Giuseppe. È tipico del primo evangelista riallacciare il racconto a testi o a episodi dell’Antico Testamento, dal momento che Gesù non è un semplice “trovatello”, ma un membro del popolo di Israele, con pieni diritti. Secondo il narratore, infatti, Giuseppe sapeva che Gesù non era suo figlio, sapeva che lo Spirito Santo era all’origine della sua vita. In lui la storia di Israele giunge al suo compimento e allo stesso tempo con lui l’umanità potrà aprirsi ad un orizzonte completamente nuovo.

“Non temere di prendere con te Maria, tua sposa”, gli dice un angelo del Signore in sogno. Se l’angelo dice “non temere”, vuol dire che ciò di cui è stato spettatore Giuseppe appartiene ai grandi eventi rivelatori di Dio nella storia. “Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. È la ragione ultima per cui Giuseppe non deve temere. Con un silenzio eloquente, questo padre, non a caso definito “uomo giusto”, si dimostra aperto alle possibilità di Dio. Ha bisogno, però, di una conferma e la conferma viene dalla stessa Scrittura: “tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”. Dalla conferma delle Scritture, Giuseppe è fortificato abbastanza per fare la sua scelta; scelta non della giustizia della legge ma della fiducia in Maria. Tra la fedeltà alla legge e l’accettazione di Maria, Giuseppe ha il coraggio di rischiare e prende con sé Maria.

In pochi versetti Matteo delinea il ritratto di un uomo vero, gigante nella fede. Si potrebbe dire che dal racconto Giuseppe viene fuori non soltanto come un uomo, veramente uomo, tormentato dal dubbio come ogni uomo, ma come uomo disponibile ad accettare che Dio possa compiere anche l’impossibile e che, per questa fiducia nell’onnipotenza di Dio, è disposto a mettere a repentaglio anche le sicurezze che gli derivano dal potersi definire giusto secondo la legge.

Giuseppe è dunque un modello per noi. Gli eventi della storia, quando sono avvertiti nella loro profondità, pongono infatti anche noi di fronte alla necessità di compiere delle scelte. Possiamo essere tentati di restare fermi in ciò che ha garantito certe nostre sicurezze, oppure, come Giuseppe, intuire che, attraverso quel fatto, Dio abbia rivelato qualcosa di più grande per cui valga la pena di rischiare forse la reputazione.

La Scrittura, ne sono oltremodo convinto, ci dà quegli strumenti necessari per deciderci a rompere con le nostre sicurezze acquisite, affidandoci al “nuovo” che ci è posto davanti. Quello che si avvicina sia dunque per noi un nuovo Natale. Auguri!  

III DOMENICA DI AVVENTO A (MT 11,2-11)

Domenicane di Santa Maria del Rosario » Mt11, 2-11

APRIRE BENE GLI OCCHI

Ci incuriosisce forse nel brano odierno la domanda che Giovanni Battista fa porre a Gesù da due dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Come a dire, sei il compimento delle promesse di salvezza o sei ancora un profeta che indica il futuro, che rivolge ancora l’attenzione degli ascoltatori verso l’opera che Dio compirà in seguito?

È indicativo che Giovanni faccia porre questa domanda a Gesù, perché all’inizio del vangelo, il riconoscimento di Gesù, nel battesimo, poteva sembrare sufficiente, ma è evidente che il Battista ha qualche perplessità sul ministero di Gesù. Non corrisponde a ciò che lui aveva immaginato: la rivelazione della salvezza di Dio come un’opera così potente che avrebbe annientato e cancellato e bruciato tutto il male e l’ingiustizia del mondo e invece il male e l’ingiustizia continuano; Gesù non ha annullato il peccatore e al contrario ha un atteggiamento di accoglienza.

Nella sua risposta Gesù rimanda alle sue parole e alle sue opere. Le sue opere sono i miracoli, cioè manifestazioni di una potenza che viene esercitata a favore dell’uomo; dell’uomo che sperimenta dei limiti e che viene liberato per poter esprimere totalmente se stesso; dell’uomo malato che viene ricuperato all’integrità della salute e dell’uomo peccatore che viene ricondotto alla pienezza del suo rapporto con Dio. Ma Gesù rimanda anche alle sue parole dicendo: «ai poveri è annunciato il Vangelo», cioè una notizia di felicità e di speranza. Il vangelo raggiunge cioè anche le condizioni più misere, più basse dell’esperienza umana e le recupera. Il vangelo è capace di recuperare ogni uomo, anche il più disgraziato che si possa immaginare. In questo modo Gesù ricorda che Dio si è fatto vicino e invita ad avere gli occhi abbastanza acuti per vedere quanto sta accadendo; si vedranno certamente delle ingiustizie ma si potranno anche vedere dei segni della presenza di Dio, di un’azione d’amore, di salvezza, di vita e di speranza che Dio solo è capace di inserire dentro al tessuto della vita umana.

Le parole di Gesù ci ricordano qual è dunque il senso dell’Avvento. È tempo di speranza, tempo in cui ogni cristiano è invitato a rinnovare il desiderio e l’attesa di un mondo più integro e di un uomo più autentico.

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