Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

DOMENICA DELLE PALME (LC 22,14-23,56)

Il pensiero del giorno

DIETRO LA CROCE DI GESÙ

           

            Il racconto della passione secondo Luca - che la liturgia ci fa ascoltare nella domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa -, tra le altre cose, sembra disegnare una strada che il discepolo deve seguire dietro i passi del suo Signore. Apparentemente sembra che si voglia parlare solo dell’ascesa di Gesù verso il luogo del supplizio; in realtà il terzo evangelista ci sta ponendo di fronte a una vera e propria condivisione di questa ascesa, che non riguarda soltanto Simone di Cirene, in cui si può vedere simbolizzato il discepolo (“gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù”), ma anche il popolo e tutti gli abitanti, la folla di Gerusalemme, compresi i capi e i malfattori che, insieme con lui, salgono carichi di sofferenze verso il luogo del supplizio. Ognuno di questi sale verso il luogo della crocifissione portando se stesso, le proprie scelte interiori, così che a mano a mano che si procede verso il luogo della crocifissione si svelano gradualmente i segreti di tutti i cuori.

            C’è poi la menzione del popolo. Quello stesso popolo che, sobillato dai nemici di Gesù, aveva gridato: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”, una volta che il tradimento è stato compiuto, comincia a battersi il petto e a fare lamenti sopra di lui. Quel popolo che era stato manipolato dalle autorità, si salva grazie alla sua semplicità di cuore.

            Fra coloro che sono chiamati alla sequela di Gesù sembra che Luca voglia evidenziare in modo particolare la presenza delle donne. Sono le donne che hanno accompagnato Gesù nei suoi viaggi di predicatore del regno di Dio, accudendolo, standogli vicino, mettendo a disposizione anche tutto ciò che avevano oltre tutto ciò che erano. Sono le donne “figlie di Gerusalemme”, simbolo di tutta la città, simbolo di tutto il popolo di Dio, simbolo di tutti i discepoli che si porranno, anche nelle generazioni successive fino alla fine dei tempi, dietro la croce di Gesù.

            L’evangelista vuole che prendiamo parte anche noi a questo corteo dietro a Gesù. E mentre camminiamo lungo questo crinale della montagna può paradossalmente farsi spazio una gioia particolarissima: quella di essere stati scelti per seguire lui, per portare la croce insieme con lui. È la gioia di chi quotidianamente accoglie la croce di lui, che è anche la sua, e si avvia con lui verso il luogo del supplizio, che sarà, per colui che crede, anche il luogo del passaggio dalla morte alla vita.

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 8,1-11)

 

Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» - Omelie su Gv 8, 1-11 - p. G. Paparone o.p. | Abbà - Comunità Cattolica per  l'evangelizzazione

LA PROFONDITÀ DEL CUORE DI CRISTO

           

            Il volto di Dio, che la parabola del padre e dei due figli ci ha rivelato domenica scorsa nell’abbraccio accogliente del padre misericordioso, si riflette oggi nello sguardo e nella parola che Gesù rivolge a una donna adultera in procinto di essere condannata alla lapidazione dagli scribi e dai farisei, secondo i dettami della legge mosaica.

            Sorpresa in flagrante adulterio – almeno così sostengono i suoi accusatori – essa è condotta da Gesù perché sia da lui giudicata. Gli scribi e i farisei si aspettano che il maestro rompa il silenzio iniziando la sua risposta con quella parola che spesso hanno udito: «Mosè vi ha detto... ma io vi dico...». Ciò che Gesù fa, invece, è sorprendente e mette costoro con le spalle al muro.

In due successivi momenti, ritmati dal silenzio e dalla parola, Gesù riesce a creare il vuoto attorno a questi uomini e, quasi sospendendoli su di esso come su di un abisso, li obbliga a spostare lo sguardo sul loro cuore, sul loro comportamento, sul loro modo di giudicare, sul loro modo di rapportarsi a Dio. E tutto avviene attraverso un gesto e una parola. Un gesto misterioso ripetuto due volte, un gesto che ha suscitato molte interpretazioni: «Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra... e chinatosi di nuovo, scriveva per terra» (vv. 6.8). È un gesto profetico, simbolicamente carico della forza del giudizio di Dio su ogni uomo, un gesto che potrebbe tradurre questa parola di Geremia: «coloro che si allontanano da me, saranno scritti per terra» (Ger 17,13). Gesù non pronuncia alcun giudizio contro questi uomini così sicuri della loro giustizia; li rimanda al tribunale della loro coscienza perché in esso facciano la verità. E la parola che finalmente Gesù pronuncia, rompendo quel silenzio carico di attesa, è come una spada che penetra nel cuore di questi uomini: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7).

            Alla donna, rimasta da sola nel mezzo, Gesù riserva una parola che è come un balsamo che le ridà la forza per camminare nuovamente verso la vita: «neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Qualche commentatore osserva che di fronte a una donna adultera «ci aspetteremmo un discorso sul peccato, sulla sua gravità e sulla conversione. L’invito alla conversione c’è: “Non peccare più”. Ma si riduce a una sola parola, e viene dopo il perdono: “va”». Gesù dunque non nega il peccato della donna, ma non la condanna, la perdona e la invita a una esistenza nuova.

Si legge nei detti dei Padri: «Un brigante del deserto venne un giorno a morire davanti alle porte del monastero di Scete. Dio mi perdonerà - disse al fratello che era subito accorso. Perché ne sei sicuro? – chiese questi. Perché è il suo mestiere» (R. Kern, Arguzie e facezie dei Padri del deserto, Torino, 21987, 87).

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA (LC 15,1-3.11-32)

LA PARABOLA DEL FIGLIO PRODIGO - GLI INSEGNAMENTI DI GESU'

LA RIVELAZIONE DEL PADRE

           

            Ascoltiamo oggi nella liturgia la celebre parabola del padre e dei due figli, che è una delle pagine più belle di tutto il Nuovo Testamento e che è stata definita “un vangelo nel vangelo”. 

            Tra le altre cose, è evidente come l’evangelista faccia cadere l’accento soprattutto sul padre e sul suo affetto specialissimo. Se all’inizio egli è menzionato solo per il gesto di dare soddisfazione alla richiesta del figlio minore, in un secondo momento, al ritorno del figlio, di lui conosciamo sentimenti interiori, azioni e parole.

            Il primo atteggiamento del padre è la commozione al rivedere il figlio minore (“provò una compassione viscerale”). Tanta è la gioia che “egli correndo gli si gettò al collo e lo coprì di baci”. Fa notare qualche commentatore che per un pater familias correre era un atto sconveniente e per nulla consono alla sua autorità ed età, al punto che un simile gesto lo avrebbe reso ridicolo in ordine alla propria dignità personale e sociale.

            Inoltre il padre, senza far dire nemmeno una parola al prodigo, dà una serie di ordini ai suoi servi: “portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa…”. La stola è l’abito regale, così come l’anello è segno di regalità, mentre i sandali sono distintivi del nobile, del principe, dell’erede al trono. Come se questo non bastasse, c’è poi l’invito ai servitori a portare il vitello, quello ingrassato. L’amore lo ha reso profeta: ha infatti preparato il vitello, l’ha ingrassato…

            Anche nei confronti del figlio maggiore, nonostante le dure dichiarazioni, il padre mostra attenzione e affetto: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. La sua logica è ben diversa dalla teoria della retribuzione, ben differente dal do ut des; tutto quanto il padre ha lo condivide, senza alcuna gelosia.

            Chi legge con attenzione questa pagina non può non cogliere il senso delle reazioni del padre e non stupirsi di questo suo modo di agire. I suoi comportamenti appaiono infatti come stravaganti rispetto alle norme tradizionali di comportamento.

            Attraverso questo brano Luca fa emergere dunque questa figura paterna, la quale dispiega tutta la sua grandezza sia nelle scelte che compie a favore dei figli sia nelle parole che indirizza loro. Se la relazione dei figli col padre era ridotta a criteri economici e retributivi, la relazione del padre coi figli ha tutt’altro sapore. Essa si manifesta nel pieno rispetto della libertà, nella vigile attenzione verso di loro, nel ristabilimento della dignità perduta, nella condivisione dei propri beni e nell’invito alla gioia.

Di questo Padre, S. Agostino ha scritto: “Te voglio, giustizia e innocenza, bella ed ornata di luci pure e d’insaziabile sazietà. Accanto a te la quiete profonda e la vita imperturbabile. Chi entra in te, entra nella gioia del suo Signore; non avrà timore e si troverà benissimo nel sommo bene. Mi dispersi lontano da te ed errai, mio Dio, nel tempo della mia adolescenza per vie troppo lontane dalla tua stabilità. Così divenni io stesso un paese in miseria” (Agostino, Confessiones, 2,10,18).

III DOMENICA DI QUARESIMA (LC 13,1-9)

25/10 Lc 13,1-9 EQUIVOCI - Get up and Walk

SCRUTARE I SEGNI DEI TEMPI

           Nel brano evangelico di questa terza domenica di quaresima troviamo un invito alla conversione (vv. 1-5) e la parabola del fico sterile (vv. 6-9).

L’evangelista presenta innanzitutto due esempi presi dalla cronaca. Uno è di cronaca politica e l’altro di cronaca nera. Nel primo si narra che Pilato aveva mescolato il sangue di alcuni galilei con quello dei loro sacrifici, con l’aggiunta di un interrogativo aperto al mistero: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?». Per quanto si possa parlare di colpa, sia di Pilato sia di coloro che si sono ribellati, resta senza risposta il perché proprio quei galilei e non altri hanno subìto la morte. Implicito è il suggerimento a non perdersi nel labirinto delle spiegazioni più o meno logiche, economiche o altre, perché il modo più appropriato di leggere gli eventi è quello di lasciarsi interpellare dagli eventi stessi.

            Anche dopo il secondo esempio la risposta è la stessa: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Occorre imparare a leggere i segni dei tempi nascosti nel quotidiano, in cui possono succedersi episodi quasi senza valore ed episodi tragici accompagnati da morte violenta. In questi eventi - sembra suggerirci Gesù - è presente sempre un richiamo esplicito a cambiare vita.

            La parabola del fico poi richiama certamente l’incapacità di ciascuno di noi di portare il frutto atteso dal Signore: «sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo». I tre anni sono un riferimento simbolico (per esempio i tre anni della predicazione di Gesù…). C’è però una particolarità: qualcuno è intervenuto in nostro favore per garantirci in vita durante questi tre anni. L’agricoltore che intercede ha buoni rapporti con il padrone ma, nello stesso tempo, è molto affezionato a questo albero. La sua è dunque una grandissima parola di speranza, nonostante la minaccia in quel “se no, lo taglierai”: un’evenienza che l’agricoltore è sicuro di poter escludere, perché sarà lui stesso a fare tutto il possibile affinché questo non avvenga.

            Le parole di Gesù sono dunque un invito a vivere una vita fatta di successive e progressive conversioni. Lo sapeva bene il cardinal Newman, il quale diceva: “per l’uomo vivere è cambiare, ed essere perfetti è aver cambiato spesso”.

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