Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

CORPUS DOMINI (LC 9,11-17)

 

Grupos de Jesús – Corpus Domini – C (Lc 9,11-17) - Grupos de Jesús -

QUEL PANE SPEZZATO CHE RIVELA CRISTO

           

            La solennità del Corpo e del Sangue di Cristo ci richiama a rinnovare lo stupore, la gioia e il rendimento di grazie per il dono che il Signore ci ha fatto di se stesso nell’Eucaristia; per questo dono che accompagna tutta la storia della Chiesa e la rende e la tiene in un legame vitale con il mistero della Pasqua del Signore, in modo che tutta la storia della Chiesa sia animata e generata dallo Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Cristo.

            La pagina evangelica ci narra la moltiplicazione dei pani secondo il racconto che ne fa Luca. Il ben noto miracolo che Gesù compie ha come sottofondo alcuni testi del Primo Testamento: il dono della manna (cf. Nm 11,21) e il miracolo compiuto dal profeta Eliseo (cf. 2Re 4,42-44); come un tempo Dio ha saziato il suo popolo, così ora Gesù sazia gli uomini in maniera nuova. E così come avverrà nell’ultima cena, il pane è benedetto, spezzato e consegnato perché sia distribuito alla gente. Per far questo Gesù chiede la collaborazione dei discepoli, i quali devono preoccuparsi del fatto che gli uomini non rimangano una grande massa, ma si raccolgano in gruppi di cinquanta, disposti come per un banchetto. Essi ricevono i pezzi di pane e devono distribuirli a tutti i presenti; dice loro: “date loro voi stessi da mangiare”. Ciò che opera l’agire dei discepoli per incarico di Gesù appare dal risultato: non soltanto tutti i presenti sono saziati, ma rimangono anche dodici ceste di pezzi di pane. Gesù si è preoccupato del bisogno fondamentale di cibo, dandolo in sovrabbondanza, e di questa moltitudine di persone ha fatto una grande, amichevole e gioiosa comunità.

Si comprende come l’agire di Gesù è un segno. Egli non ha il compito di offrire continuamente agli uomini pane per la vita terrena. Il fine della sua missione è offrire il suo corpo e offrendo il suo corpo, Cristo non ci dona qualcosa, o un bene qualunque, ma tutto ciò che Egli è, con i suoi sentimenti, la sua volontà, la sua intelligenza, il suo amore… E anche noi, se intendiamo metterci alla sua sequela, ricorda Paolo, siamo chiamati a “offrire” i nostri stessi corpi come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”, perché questo è il vero “culto spirituale” (Rm 12,1-2). E se è vero che questo nostro corpo, con l’incarnazione di Cristo, è stato “consacrato”, allora esso è dono di Dio, è dimora dello Spirito che abita in noi. Ed è in questo nostro corpo che noi dobbiamo glorificare Dio!

SANTISSIMA TRINITÀ (GV 16,12-25)

Trinità (cristianesimo) - Wikipedia

CONTEMPLANDO

IL MISTERO DELLA TRINITÀ

           

Terminato il tempo pasquale, la Chiesa celebra oggi la festa della Santissima Trinità. Come molti sapranno, c’è una famosa icona (che abbiamo riprodotto qui accanto), scritta nel 1422 da Andrej Rublëv e conservata oggi nel Museo Tretjakov di Mosca, che rappresenta la Trinità richiamandosi al racconto biblico dell’apparizione dei tre divini pellegrini ad Abramo e Sara (cf. Gen 18). È stata definita “l’icona delle icone” nel 1551 dal Concilio dei Cento Capitoli ed è un capolavoro di rara profondità teologica, di bellezza incomparabile e di finissima ricchezza di simboli.

Rublëv seppe rappresentare la sintesi del più grande mistero della nostra fede, rivelandoci l’unità e al tempo stesso la distinzione delle persone divine. Le tre figure sono in un atteggiamento di riposo, sono molto simili e si differenziano solo per l’atteggiamento di ciascuno nei confronti degli altri due: un solo Dio in tre persone che si completano l’una l’altra in un rapporto circolare, inesauribile, di comunione amorosa.

Varie sono le ipotesi sull’identità delle tre persone. Una in particolare vede il Cristo al centro. Tutti e tre vestono il color azzurro, segno della divinità. Nel Padre (angelo di sinistra) il colore azzurro è nascosto: Dio Padre nessuno l’ha mai visto, se non tramite la bellezza e la sapienza della creazione (manto rosa). Il Figlio è uomo (tunica rosso sangue); ha ricevuto ogni potere dal Padre (stola dorata) e si è manifestato come Dio attraverso le sue opere. Tutti abbiamo visto la sua divinità: “Chi vede me vede il Padre!”. Lo Spirito santo (angelo a destra) è Dio e dà la vita (verde: colore delle cose vive). La vita di amicizia con Dio ci viene da lui.

Dal Padre ha origine ogni cosa (posizione eretta). Egli chiama il Figlio indicandogli con mano benedicente la coppa al centro. Il Figlio comprende la volontà del Padre – farsi cibo e bevanda per gli uomini – e l’accetta (china il capo e benedice la coppa) chiedendo (col movimento del braccio destro) l’assistenza dello Spirito Consolatore. Questi accoglie la volontà del Padre e del Figlio (mano posata sul tavolo) e col suo piegarsi riporta la nostra attenzione sul Figlio e sul Padre: vuole metterci obbedienti davanti a Gesù e abbandonati e fiduciosi davanti al Padre.

C’è posto anche per me in questo circolo d’amore delle tre Persone: davanti c’è spazio perché io possa partecipare al colloquio intimo e segreto, gioioso e impegnativo: è lo spazio dei martiri (finestrella dell’altare), di chi dà la vita. Il mio posto ha la forma di calice (lo spazio libero tra i due angeli di destra e sinistra). Il Padre chiede anche a me se voglio mangiare e bere alla sua mensa e offrire la mia vita insieme a Gesù come cibo e bevanda per gli uomini; e lo Spirito, se accetto, mi fa entrare nel riposo di chi è finalmente alla soglia della casa del Padre!

PENTECOSTE (GV 14,15-16.23-26)

Pentecoste Anno C - www.maranatha.it

LO SPIRITO, MAESTRO INTERIORE

            Nella solennità di Pentecoste la liturgia ci presenta alcune parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli nel contesto dei “discorsi di addio”: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Al dono dello Spirito viene attribuita dunque da Gesù una duplice funzione: anzitutto quella di vincere la solitudine del discepolo nel mondo; poi quella di illuminare l’esistenza del discepolo attraverso un insegnamento definitivo.

Non passi inosservato però che la venuta e la permanenza dello Spirito presso il discepolo è collegata strettamente all’amore; all’amore del credente per Cristo e all’amore di Cristo e del Padre per il credente. Lo Spirito sembra essere il sigillo di questo amore e, proprio in quanto forza di amore, in grado di produrre vicinanza e comunione.

Lo Spirito è promesso per sciogliere ogni paura e dare al discepolo la convinzione ferma di non essere abbandonato, di avere con sé la presenza del suo Signore, anzi la presenza di Dio stesso; «se Dio è con noi - dirà Paolo - chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ancora: lo Spirito è designato come «un altro Paràclito». Si sottintende, dunque, che Gesù è stato un primo Paràclito, cioè un primo difensore dei discepoli; di fronte al mondo è stato lui, Gesù, che li ha difesi, lui che li ha rafforzati nella fede e nella speranza, lui che li ha aperti al dono dell’amore e alla scelta del servizio. Ma ora la presenza di Gesù viene meno e qualcun altro deve prenderne il posto: lo Spirito Santo.

Egli, mandato dal Padre nel nome di Gesù, «v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». E il discepolo è chiamato a non lasciar cadere nessuna delle parole di Gesù; le dovrà meditare e custodire nel proprio cuore, cercando di coglierne tutti i significati e i valori. Lo Spirito, da parte sua, non farà altro che suscitare e dirigere questa opera di assimilazione.

Chiediamo allo Spirito, maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

ASCENSIONE DEL SIGNORE (LC 24,46-53)

 

Araldi del Vangelo - L'Ascensione del Signore

FIGLI CHE GENERANO ALTRI FIGLI

            Il Vangelo secondo Luca presenta la vita di Gesù come un cammino orientato decisamente verso l’Ascensione. Lo si vede già al cap. 9, quando l’evangelista dà inizio a quell’ampia sezione della sua opera che va sotto il nome di “viaggio verso Gerusalemme” (cf. capp. 9 e 19); lì si legge: «Mentre stavano compiendosi (si noti il verbo) i giorni in cui sarebbe stato assunto (così il testo greco) dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51). Un cammino, dunque, come la vita di ogni uomo; un cammino verso la morte, secondo le Scritture; ma soprattutto un cammino verso la risurrezione e l’ascensione, perché giunga a compimento il progetto di Dio che è progetto di salvezza.

Prima di salire al cielo Gesù viene in mezzo a tutti i suoi, che lo riconoscono e lo ascoltano spiegar loro la coerenza degli eventi accaduti fin dall’inizio. Facendosi riconoscere da quelli che hanno condiviso il suo cammino fin dalla Galilea, che avevano visto i segni e ascoltato il suo insegnamento, il Risorto porta a termine la testimonianza oculare. Se i suoi non l’avessero incontrato, come avrebbero potuto annunciare che egli è glorificato, risorto, vivo?

            Ma a questo “vedere” ora si sostituisce il “non vedere più”, indicato nel brano dalla menzione dalla separazione fisica: è infatti a questa condizione che i discepoli potranno annunciare il Signore dappertutto e testimoniare della sua presenza operosa e invisibile. La testimonianza è ormai affidata a loro ed è attraverso la loro predicazione che l’umanità conoscerà il loro maestro e Signore.

            «Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse». Come i patriarchi al momento del distacco benedicevano i figli, così Gesù fa con i suoi discepoli. Li accetta cioè come eredi, perdonandoli. Questo vangelo era iniziato con il dono dei figli (Giovanni Battista e Gesù) e ora termina coi discepoli costituiti figli e destinati, a loro volta, a generare altri figli con l’evangelizzazione.

Diventa allora possibile ai discepoli vivere in «una grande gioia»; è la gioia messianica, annunciata dagli angeli (Lc 2,10), che incomincia a espandersi. «E stavano sempre nel tempio, lodando Dio». Facile da capire: dove Dio agisce e salva, gli uomini devono rispondere lodando e ringraziando; in Gesù, Dio ha agito vincendo la morte; è quindi cosa buona e giusta che i credenti rendano grazie a Lui sempre e in ogni modo.

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