Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

IV DOMENICA DI PASQUA (GV 10,27-30)

 

IV domenica di Pasqua - Gv 10,27-30 - Arcidiocesi di Vercelli

UNA COMUNIONE PROFONDA

Nei pochi e semplici versetti del vangelo odierno, l’immagine delle pecore del buon pastore, che “ascoltano” la sua voce e lo “seguono” per avere da lui la vita eterna e per non andare mai perdute, ci richiama alla mente diverse descrizioni dell’autentico credente. L’accenno alle pecore offre infatti a Gesù l’occasione per specificare, in modo simbolico, il rapporto che i credenti hanno con lui: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (v. 27).

Fra Gesù pastore e i suoi discepoli corre una profonda comunione: egli conosce i suoi discepoli come Dio conosce il suo popolo. I discepoli, da parte loro, ascoltano la sua voce, cioè non si limitano a eseguire le sue direttive, ma entrano in profonda sintonia con i valori che hanno ispirato la sua vita e che lo hanno portato a donarsi fino in fondo per loro. Si ricorderà come l’ascolto era una delle caratteristiche più importanti del rapporto tra Israele e il suo Dio (cf. Es 19,8; 24,7; Dt 6,4). Dall’ascolto deriva spontaneamente la sequela (cf. Dt 10,12), che consiste in una vita conforme a quella del Maestro. Gesù è infatti colui che le pecore seguono come loro legittimo e ben conosciuto pastore. Esse hanno dimestichezza con lui da lungo tempo, per cui lo riconoscono subito. Lo conoscono come coloro che sono “sua proprietà” ed hanno fiducia in colui che è venuto e che continuamente ritorna.

La conoscenza che Gesù ha delle sue pecore viene poi ulteriormente specificata: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano» (v. 28). L’espressione “dare la vita” indica l’amore che lo ha portato a morire sulla croce (cf. 15,13) e di riflesso la vita nuova che egli dà a chi crede in lui (cf. 6,47).

Questa mutua conoscenza di Gesù e dei discepoli si fonda sull’intimo rapporto di reciprocità fra Gesù e il Padre. Ciò significa che la comunione di Gesù con il Padre è il fondamento della comunione dei discepoli con Gesù, e Gesù è il buon pastore perché dà la vita per i suoi in conformità con il volere del Padre.

Vi è dunque una reciproca comunione di conoscenza e d’amore. «Dio ama ciascuno come fosse l’unico», dice sant’Agostino. Per questo Dio chiama ogni singolo individuo ad essere “figlio nel Figlio”, a entrare in quel giro singolarissimo di rapporti che intercorrono tra il Padre e il Figlio Unigenito in seno alla Trinità.

 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,13-35)

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore'', Gesù non chiede un  riconoscimento ma di essere amato - il Dolomiti

LA PRESENZA DEL RISORTO

NELLA VITA QUOTIDIANA

           

In questi giorni in cui la liturgia ci fa ascoltare i racconti della risurrezione, possiamo notare come le apparizioni di Cristo avrebbero potuto essere apparizioni gloriose, impressionanti, come quelle della trasfigurazione: una luce abbagliante, una manifestazione di potenza divina… Invece notiamo come Cristo non si è manifestato in questo modo, bensì in una maniera mite e discreta. Nella pagina evangelica odierna Gesù si presenta come uno sconosciuto che sta passando in riva al lago, dando così ai suoi discepoli la consapevolezza della sua presenza continua nella loro vita. Così facendo, Gesù ha insegnato loro a riconoscerlo presente nella vita di tutti i giorni.

Egli saluta come un passante che si trova presso il lago, s’inserisce nell’esistenza dei discepoli in una maniera del tutto naturale, familiare: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Qualsiasi persona avrebbe potuto parlare così. Il suo intervento ha però un’efficacia inaspettata: gettarono la rete e «non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci». I cuori attenti possono riconoscere il Signore da questa generosità che lo manifesta. Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore». E tutti riconoscono che è lui. La sua presenza ha qualcosa di inafferrabile; essi non osano interrogarlo. Devono imparare a vivere nella fede.

Gesù si fa presente con gesti delicati: è stata preparata un po’ di brace con sopra del pesce e del pane. Gesù ha preparato la colazione, e questo cibo offerto dal Signore risorto richiama il dono che egli fa di se stesso. Vuole però che sia un pasto di vera comunione, di vero incontro. Perciò, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani, chiede ai discepoli di portare anch’essi qualcosa: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Questo pesce è un dono che lui ha fatto ad essi, ma ora è anche un dono che essi fanno a lui. Si realizza così la promessa dell’Apocalisse: «Se uno mi ascolta, cenerò con lui e lui con me».

L’Eucaristia è questo pasto di comunione che ha la sua origine nella passione e risurrezione di Gesù. È il dono che egli ci dà. Ma ogni giorno ci chiede, o meglio ci fa la grazia, di poter portare anche noi qualche cosa: ci chiede la nostra vita di tutti i giorni, perché ci vuole associare veramente al suo amore.

II DOMENICA DI PASQUA (GV 20,19-31)

II domenica di Pasqua Gv 20,19-31 - Arcidiocesi di Vercelli

LA GIOIA E LA FEDE, DONI DEL RISORTO

         Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

            Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell’amore. Questa gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

            A Tommaso, che nel frattempo si era allontanato dal gruppo, i discepoli che hanno incontrato il Risorto diranno: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione - fa notare il card. Martini- è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell’esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l’intensità del primo incontro, l’attesa e l’aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell’amore, che l’esperienza Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

            Possa ciascuno di noi farsi interprete di questa esperienza dell’incontro con Gesù risorto durante questo tempo pasquale.

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA (LC 24,1-12)

RISUSCITATI DAL RISUSCITATO

           

Il racconto della risurrezione secondo Luca – proclamato dalla liturgia durante la Veglia pasquale nella notte santa – è soffuso di gaudio, di gioia, così come era soffuso di gioia il vangelo dell’infanzia; una gioia, però, che non esclude momenti di dramma, anche angoscioso, vissuto dai protagonisti.

Nel nostro brano, per esempio, si può osservare il dramma delle tre donne che insieme con altre, dice il testo, avevano preparato tutti gli aromi, col pensiero fisso su Gesù fino all’alba del terzo giorno da quando era stato sottratto al loro sguardo. Ma ora, arrivate alla tomba, non lo trovano e provano un’angoscia enorme.

Il rimprovero che le donne ricevono dai due uomini può apparire molto duro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». È la prima volta che Luca utilizza questo termine: “il vivente”. E così i due uomini riportano alla memoria delle donne le parole di lui: «Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea». Il vivente ha parlato e dunque anche la sua parola è viva. È una parola che agisce ancora, è una parola che non può essere relegata nel passato. La parola di Dio opera continuamente, è continuamente creativa, è continuamente portatrice di vita. Ecco perché è la parola che vince l’angoscia, vince il dubbio, vince la morte, non escludendoli, ma portandoli alla soluzione. Il tradimento e la crocifissione sono solo gradini verso la risurrezione. La memoria della parola viva del Signore, della parola creatrice di vita, trasforma interiormente le donne, le quali sono ormai orientate verso la missione: «tornate dal sepolcro - scrive l’evangelista - annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri».

È stato dunque risuscitato Gesù, come dicono i due uomini, ma è stata risuscitata anche la memoria delle parole di Gesù. Non solo, ma sono state risuscitate anche le donne, così come saranno risuscitati i due discepoli di Emmaus. C’è una sorta di contaminazione benefica: la risurrezione di Gesù porta alla risurrezione della memoria, e la risurrezione della memoria porta alla risurrezione delle donne e dei discepoli. Tutto questo però non elimina le obiezioni possibili. Le donne possono testimoniare, possono annunziare con gioia ciò che hanno visto, ma la loro esperienza resta una proposta. L’annunzio della bella notizia non è mai cogente: «non credettero loro». È amaro. Ma è ciò che succede.

A meno che non venga fuori ciò che è venuto fuori in Pietro che, dopo aver tradito, si è sentito perdonato dallo sguardo fugace di Gesù, e che, proprio per questo, non riusciva più a contenersi, a stare nei suoi panni, e smaniava di incontrarlo per guardarlo in faccia, e leggergli negli occhi che lo aveva perdonato davvero. «Pietro tuttavia si alzò (ma si potrebbe tradurre anche “risuscitò”) e corse al sepolcro… E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto». Il dramma personale di Pietro ci indica la strada che ogni credente, ogni uomo, ogni donna, dovrebbero percorrere di fronte alla proposta, alla testimonianza della vitalità della sua parola. Buona Pasqua!

 

 

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