Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO (LC 23,35-43)

CRISTO RE ANNO C Lc 23, ppt scaricare

 

LA CROCE COME VIA DI REGALITÀ

Nella scena del Calvario raccontata dal terzo evangelista colpisce molto il comportamento del buon ladrone. Ci sono due suoi interventi. Il primo è rivolto all’altro malfattore: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male»; parlando così egli mostra una straordinaria umiltà: riconosce di essere peccatore e accetta la punizione che sta subendo come giusta!

Il secondo intervento è rivolto a Gesù ed esprime una fede sorprendente: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno». Dunque, il buon ladrone capisce che Gesù sta entrando nel suo Regno! Ci vuole uno sguardo di fede per vedere questo; perché gli occhi di carne vedono solo un Gesù umiliato, schernito, agonizzante; vedono solo la privazione di ogni forza e potere. E invece il buon ladrone riconosce la dignità di Gesù, vede la croce come una via di regalità.

Probabilmente ciascuno di noi si chiede come egli sia giunto a questo. Il buon ladrone sa di Gesù alcune cose: anzitutto sa che Gesù non ha fatto nulla di male; in secondo luogo sa che, nel momento della passione, Gesù continua a benedire e perdonare. Poco dopo infatti Gesù dirà: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Gesù continua a fare del bene anche quando riceve del male; ha un potere così forte da non essere bloccato nemmeno dalla sofferenza e dal male.

E si consideri anche la risposta di Gesù al buon ladrone: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Dunque Gesù ha ancora del potere, e un potere immenso: può ancora aprire le porte del paradiso; può introdurre nel regno dei santi un malfattore; può, quindi, creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia e la santità.

Commenta Giovanni Crisostomo: «Vedi che gran cosa è questa proclamazione del ladro? Proclamò Cristo Signore e aprì il paradiso; e acquistò tanta fiducia, che da un podio di ladro osò chiedere un regno. Vedi di quali beni la croce è sorgente? Chiedi un regno? Ma che cosa vedi che te lo faccia pensare? In faccia hai una croce e dei chiodi, ma la croce, egli dice, è simbolo di regno. Invoco il Re, perché vedo il Crocifisso; è proprio del re morire per i suoi sudditi. Questo stesso disse: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecore” (Jn 10,11). Dunque, anche un buon re dà la vita per i sudditi. Poiché dunque diede la sua vita, lo chiamo Re. “Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”» (Hom. de cruce et latrone, 2 s.).

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C (LC 21,5-19) X

 

XXXIII Domenica anno C - Matteo Farina

PERSEVERANTI

  Il tempio di Gerusalemme doveva presentarsi agli occhi dei pellegrini come un edificio grandioso e imponente. Ma di questo tempio Gesù dice: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta», come a ricordare che tutto passa! Di qui la domanda: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Nasce cioè l’ansia di prevedere il futuro, di voler sapere quello che accadrà. Ma non è questo l’atteggiamento giusto: «Badate di non lasciarvi ingannare». L’uomo è portato a cogliere nella storia alcuni segni che preannunciano la fine; e spesso queste esperienze infondono timore, perché rivelano la condizione effimera del mondo. Ma Gesù non vuole terrorizzare nessuno: «prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Bisogna prendere sul serio il tempo presente, viverne le sfide, orientarne i progetti. L’esistenza cristiana non cancella il tempo: vuole piuttosto trasfigurarlo rendendolo portatore della speranza.

Ma non basta: il tempo presente è anche tempo di persecuzione per il credente. I discepoli saranno perseguitati a «causa del nome» di Gesù. Soffriranno, alcuni saranno anche uccisi, non per delle idee o una dottrina, ma per il loro attaccamento e la loro fedeltà alla persona di Gesù; una persona per la quale sono pronti a sacrificare tutto il resto, la loro libertà, anche i legami più cari dell’amicizia e della parentela e perfino la loro stessa vita. L’ottica nella quale essi dovranno porsi è quella del rendere testimonianza.

In situazioni come queste i discepoli devono mantenere la fiducia: «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Non sembra che sia garantita, con queste parole, l’integrità fisica perché occorre pur fare i conti con la possibilità concreta del martirio. Ma anche questo non sarà per loro una sconfitta, un fallimento. Al contrario «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Era qui che l’evangelista voleva condurci: alla perseveranza, intesa come capacità di rimanere fedeli alla parola di Dio attraverso il tempo che passa.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 20,27-38)

Alla Risurrezione Di Chi Sarà Moglie Dio Non è Dei Morti Ma Dei Viventi;  Perché Tutti Vivono Per Lui. | un messaggio per te

 

FIGLI DELLA RISURREZIONE

            Composto soprattutto da ricche famiglie sacerdotali e di nobili laici, il partito dei sadducei – di scena nel vangelo odierno – concentrava la sua attività nel tempio e nella politica. Rispetto ai farisei, essi erano molto più conservatori e interpretavano diversamente la bibbia, riconoscendo letteralmente solo il Pentateuco, nei cui libri trovavano tutti gli elementi del culto dei quali avevano bisogno. Ora, dal momento che in questi primi cinque libri non si parla mai di risurrezione, di salvezza e di vita eterna, la conseguenza che essi ne traevano era che la vita e la relazione con Dio del credente terminassero con la morte.

            Con loro Gesù affronta una discussione in merito ad una signora che aveva avuto sette mariti. Per un ordine di Mosè, infatti, se un uomo moriva senza figli, il fratello ne avrebbe sposato la vedova dando al fratello una discendenza (cf. Dt 25,5-6). A tale riguardo i sadducei rivolgono a Gesù una domanda che presuppone però una visione piuttosto materiale dell’aldilà: avendo avuto sette mariti, questa donna nella risurrezione di chi sarebbe stata moglie?

            Rispondendo, Gesù contesta l’idea che le condizioni nelle quali gli uomini vivono nel mondo attuale siano le uniche che Dio ha previsto e dice che la condizione d’esistenza nella vita futura è radicalmente diversa: sarà una vita immortale presso Dio. I risorti, di conseguenza, non hanno più bisogno dell’attività sessuale in vista della procreazione. L’immortalità è dunque la caratteristica dell’essere come gli angeli.

            Dopo aver confutato la premessa dei sadducei, Gesù, richiamandosi all’autorità di Mosè, cita un passo del libro dell'Esodo (3,6) quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente. Questa citazione, facendo parte del Pentateuco, era riconosciuta come sacra dai sadducei, i quali a questo punto non possono più controbattere. Dicendo di essere il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ed usando il tempo presente, benché questi fossero morti da molto tempo, egli lascia intendere che in un qualche modo essi siano ancora vivi, e quindi siano risorti in Dio.

            La chiave del racconto potrebbe dunque essere questa: chi prende il nome da Dio non muore più. La vita che Dio dona con la risurrezione a coloro che ne ritiene degni non è una semplice continuazione della vita terrena, e neppure un tempo vuoto che si deve riempire con qualche attività, ma è la partecipazione alla vita divina. Ne è profondamente convinto Efrem il Siro il quale scrive: «Folle chi vede che il sonno finisce la mattina, e crede che la morte sia un sonno che dovrà durare in eterno! Se la speranza ravviva i nostri occhi, vedremo ciò che è nascosto: il sonno della morte finirà un mattino. Svanirà il meraviglioso profumo del tesoro della vita nel corpo, nella dimora dell’anima, donde era uscito. Bellissimo sarà il corpo, diletto tempio dello Spirito, rinnovato si muterà nella casa della beata pace. Allora squillerà la tromba sulle sorde arpe: “Svegliatevi, cantate gloria davanti allo Sposo!”» (Carmen Nisib., 70).

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 19,1-10)

Riflessione Vangelo Lc 19,1-10

“ZACCHEO SUL SICOMORO,

NUOVO FRUTTO DELLA NUOVA STAGIONE”

Gesù si trova a Gerico e qui «un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vederlo». Zaccheo è un uomo ricco; ma in quanto esattore delle tasse, appartiene alla categoria di coloro che, secondo la prassi giudaica, sono socialmente disprezzati. Aveva sentito parlare del maestro, ma non lo conosceva veramente. Egli, sottolinea il narratore, cercava di vedere. Con questo semplice accenno Luca ci permette di entrare dentro il cuore di quest’uomo ricco, in cerca del Salvatore. “Cercare”, infatti, è un verbo importante per l’evangelista e può indicare la ricerca della verità, della salute, di un senso nella vita o della salvezza. Zaccheo ha in sé un desiderio fortissimo e, anche se è immerso nella folla ed è piccolo di statura, si mette in movimento e prende l’iniziativa di arrampicarsi su un albero per poter vedere. Uomo della vista, così come della parola, l’evangelista considera il verbo “vedere” una metafora della conoscenza, dell’amore o della fede.

Il desiderio del pubblicano si compie oltre ogni aspettativa: Gesù passa veramente di là, ma non si limita a passare. Alza gli occhi e vede, così come anche Zaccheo aveva sperato di vedere. Si noti: era lui che voleva vedere, ma inaspettatamente si trova ad essere visto. Gesù penetra col suo sguardo all’interno del cuore di quest’uomo e lo conosce nel momento stesso in cui si lascia conoscere. E così Zaccheo - di cui Gesù nella sua onniscienza sovrumana conosce il nome - dovette affrettarsi a scendere. Infatti, «oggi - gli dice Gesù - bisogna che io dimori in casa tua». Il maestro interrompe il suo viaggio verso Gerusalemme per “restare”, per “dimorare” a casa di Zaccheo. E l’“oggi” a cui fa riferimento, è certamente l’oggi del calendario, ma è anche un oggi senza tramonto. Zaccheo prima ancora di aprire la porta della sua casa, non esita ad aprire la porta del suo cuore all’ospite inaspettato. Accoglie il maestro con gioia - dice il testo - perché lì dove arriva il Signore, insieme con lui arriva la vita, insieme con lui arriva la gioia. E così la casa di uomo disprezzato dalla gente diventa la casa della salvezza.

S. Ambrogio esprime tutto ciò con un un’immagine molto bella: «per l’elevatezza della sua fede Zaccheo emerge tra i frutti delle nuove opere, come dall’alto di un albero fecondo... Zaccheo sul sicomoro è il nuovo frutto della nuova stagione» (In Luc., 8, 90).

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