Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 16,1-13)

La Parola del giorno dal Vangelo secondo Luca 16,1-8. - La Luce di Maria

SAGGIA SCALTREZZA

Il vangelo odierno - considerato uno dei brani di difficile interpretazione della bibbia che sviluppa il tema dell’uso cristiano della ricchezza - presenta una parabola nota per l’imbarazzo e il disagio che suscita. Come è possibile infatti lodare un amministratore disonesto (letteralmente un “amministratore d’ingiustizia”), che si appropria indebitamente dei beni altrui e si procura amici a spese del padrone?

Uno sguardo più attento permette però di osservare come non la sua ingiustizia viene approvata, bensì la sua astuzia e il suo pronto savoir-faire. Nel momento del bisogno, “parlando con se stesso”, l’amministratore comincia a pensare al proprio futuro considerando le diverse ipotesi possibili. Egli si rende conto della situazione e, senza esitare, agisce prontamente e con risolutezza garantendosi il futuro nel poco tempo rimasto a sua disposizione. Questa sua scaltrezza viene lodata, ma non viene lodato il mezzo ingiusto che egli adotta per assicurarsi il futuro.

Ora, i “figli della luce”, cioè i discepoli di Gesù, possono imparare molto dai figli di questo mondo riguardo ad un’analisi approfondita della situazione, a un’accorta riflessione e a un comportamento conseguente. Anch’essi devono agire con la stessa abilità dell’amministratore perché, senza tentennamenti e attraverso un atteggiamento previdente, abbiano il coraggio di prendere decisioni al momento opportuno e assicurarsi così nel tempo presente il regno di Dio.

Perché l’insegnamento parabolico non rimanga però vago, l’evangelista l’indirizza verso un caso concreto che gli sta particolarmente a cuore: l’uso della ricchezza e la necessità di amministrarla bene. È la scelta fondamentale di Dio, senza compromessi, che detta il comportamento da seguire nell’uso dei beni terreni. La fedeltà o meno nell’uso della ricchezza è in effetti un test efficace della fedeltà a Dio. Chi riconosce Dio come Signore, lo riconosce anche come Signore di tutti i beni materiali e sa di non poter essere egli stesso “padrone” assoluto di questi beni, bensì solo “amministratore”.

«Chi ama il denaro - dice Qoèlet - non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti» (5,9), mentre chi serve veramente Dio è libero da mammona, che è la ricchezza “disonesta”, l’accumulo esagerato e mai sazio. Solo il legame con Dio ci fa diventare amministratori fedeli e fidati.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 15,1-32)

La parabola della pecora perduta, della dracma perduta, del figlio  perduto…e ritrovati (Lc 15,1-32) | nuovozenith

UNA MISERICORDIA CHE URTA I GIUSTI

           

Il capitolo 15 di Luca, che oggi viene proclamato nella liturgia, è conosciuto come il capitolo delle parabole della misericordia. I primi due versetti costituiscono lo sfondo di comprensione di tutte e tre le parabole: una scena di simposio di Gesù con i peccatori. Questo maestro amico dei pubblicani e dei peccatori provoca critiche nell’ambiente dei “giusti”.

Si noti l’accento sull’uno-solo che attraversa le tre parabole: una pecora su cento, una moneta su dieci, un figlio su due. Tutto si concentra intorno a quell’“uno solo” che si perde! Il Dio di Luca è quello che si occupa dell’unico uomo o dell’unica donna che si perde in mezzo a una moltitudine. Forse per questo François Mauriac ha scritto: «Il Dio lucano ci ha insegnato che non dobbiamo irridere il pianto dei bambini!».

Tutto il racconto è coagulato poi attorno al motivo “perdere”/“trovare”: si tratta di una pecora perduta che il pastore cerca “finché non l’abbia ritrovata”, di una moneta perduta che una donna cerca e ritrova, di un figlio che “era perduto ed è stato ritrovato!”. Un altro motivo ricorrente è quello della gioia per il ritrovamento avvenuto; forse è meglio dire della condivisione della gioia. Al v. 6 la reazione del pastore sembra perfino poco realistica: invece di portare la pecora nel deserto dove aveva lasciato le altre 99 convoca amici e vicini (da dove vengono?) per festeggiare, dicendo: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». E così la gioia della donna che ritrova la moneta viene condivisa con le amiche e le vicine.

Ma ciò che più di ogni altro aspetto ci colpisce di questa pagina è il volto di Dio che emerge soprattutto nell’ultima parabola, composta da due scene antitetiche: quella riguardante il figlio minore e quella riguardante il figlio maggiore; il vero perno che unisce le due scene è proprio la figura del padre. Manca la madre in questa famiglia, ma i tratti di Dio sono più femminili che maschili: per descrivere la sua commozione viene utilizzato il verbo splanchizomai, un verbo che evoca le viscere materne, l’utero, la sede dei sentimenti e degli affetti nella mentalità ebraica. Questo padre non solo si commuove, ma pur anziano gli corre incontro, si getta al collo e lo bacia, quasi non lo lascia parlare e gli offre l’abito migliore, l’anello della dignità filiale ritrovata, i calzari dell’uomo libero… Diciamo la verità: un troppo che urterebbe chiunque o, comunque, che urta certamente chi misura gli atteggiamenti con il compasso di un minimo senso di giustizia. Ma proprio qui è il punto: il prodigo rappresenta l’uomo peccatore che non ha niente da offrire, nessuna prestazione da esibire… Il Padre in fondo ha una “giustizia” tutta propria. Questa giustizia si chiama “misericordia”, scandalosa per i “giusti” che di fronte a ciò diventano aggressivi: “questo tuo figlio”; e il padre risponde: “questo tuo fratello”.

Torna alla mente il famoso monologo di Marmeladov in “Delitto e castigo” di Dostoevskij: «E allora Cristo ci dirà: “Venite anche voi, tutti voi, voi beoni, voi fiacchi, voi dissoluti…”. Allora i giusti protesteranno e i prudenti resteranno perplessi: “Ma, Signore, accetti anche loro?”. E il Cristo dirà: “Se li accetto, signori giusti, se li accetto, signori prudenti, lo faccio perché nessuno di loro se ne è mai giudicato degno”. E ci stenderà le mani, ci aprirà le braccia e noi cadremo ai suoi piedi e capiremo tutto. Sì, allora capiremo tutto…».

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 14,25-33)

Archivio meditazioni - Discepole del Vangelo

CALCOLARE, RIFLETTERE E SCEGLIERE

           

Il brano del vangelo odierno termina con delle parole sorprendenti, che probabilmente qualcuno di noi vorrebbe tanto addolcire: «chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Gesù spiega questa affermazione, questa richiesta radicale, con le due parabole che vengono prima e che sono un invito alla riflessione. Con esse egli invita gli uditori a soppesare bene le proprie forze, prima di mettersi alla sua sequela, che rappresenta un ideale molto alto, ma pieno di rischi e di difficoltà. In entrambe le parabole si consiglia, prima di iniziare un’impresa, di verificare attentamente se si hanno i mezzi per portarla a termine, per evitare di doverla lasciare a metà. E così Gesù sembra dirci che la sequela non è fatta per i superficiali, per gli avventati, per coloro che sono forse solo infatuati dalla sua parola. Prima di accingersi a seguirlo occorre “calcolare e riflettere bene”, occorre cioè rinunciare a qualcosa e fare scelte consapevoli. Fino a che uno non rinuncia a niente, non ha ancora scelto; scegliere vuole dire eliminare delle possibilità, prendere una strada e lasciare le altre. 

E a chi desidera seguirlo, il Signore propone di rinunciare praticamente a tutto; bisogna rinunciare al possesso, cioè al diritto di usare e di abusare dei propri averi; e occorre soprattutto accettare la logica della croce!

Ma come se non bastasse, c’è poi nel Vangelo un’altra frase ancora più impegnativa e più dura: «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Questa espressione non toglie il rispetto e l’obbedienza e l’onore verso i genitori. Vuole dire anzitutto che il rapporto con i genitori o con i figli o con chiunque altro, viene subordinato al rapporto con il Signore. Il criterio ultimo delle scelte diventa dunque Gesù Cristo; Gesù Cristo deve essere messo al di sopra di qualunque altra cosa, al di sopra dei nostri guadagni, ma anche al di sopra di ogni altro impegno, di ogni altro legame. L’affetto per i genitori o figli o amici non può essere il criterio ultimo di scelta; non deve prevalere, in caso di conflitto, sulla volontà del Signore.

Impariamo dunque a dare al Signore tutto noi stessi. E tutto quello che diamo al Signore, il Signore ce lo ridà in cambio, ma trasfigurato, trasformato con la ricchezza dell’amore e dello spirito della fede.

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 14,1.7-14)

XXII Domenica del Tempo Ordinario (C) Commento – Comboni2000 – Spiritualità  e MissioneLEZIONI DI UMILTA’ E CARITA’

           

Nel brano di Luca di oggi Gesù dà lezioni di umiltà e di carità.

Luca è l’unico evangelista a raccontare che Gesù ha accettato gli inviti a pranzo dei farisei. Ma invitare Gesù significa esporsi, perché non è un maestro simile agli altri, prevedibile ed eventualmente manipolabile, del quale già si conoscono il pensiero e il comportamento, è uno che oggi si potrebbe definire “una mina vagante”. Gesù accetta facilmente inviti a pranzo in giorno di sabato presso i farisei perché da tale invito si ripromette un insegnamento. Egli approfitta infatti dell’occasione per rivolgere ai suoi ospiti i rimproveri che stima opportuni, senza però venire meno alle regole della cortesia e della buona educazione.

Gli invitati sono persone convinte di avere diritto ai posti d’onore e Gesù non intende illustrare una semplice regola di buona educazione e di modestia e, tanto meno, suggerire una tecnica raffinata per essere poi invitati a salire più in alto. Anche questa parabola parla del Regno di Dio e la critica di Luca è dura nei confronti di chi cerca per sé i primi posti.

Alla luce degli altri brani di Luca si comprende che la parabola intende colpire non una vanità di superficie, che farebbe soltanto sorridere, ma una presunzione di fondo, convinta, concreta, tale da snaturare il rapporto con Dio e, al tempo stesso, il rapporto con gli uomini. È sempre la solita pretesa di ritenersi giusti, più meritevoli degli altri: un atteggiamento che genera, inevitabilmente, arroganza e differenziazioni; è l’arroganza di presentare a Dio dei bilanci in pareggio e in credito.

Se Gesù colpisce con tanta forza la vanità di chi vuole primeggiare è perché sa che Dio non si comporta in quel modo. Un punto fermo del vangelo è che Dio si manifesta attraverso il “farsi servo”, non il “farsi primo”. Qui va cercato il fondamento che sorregge la parabola trasformandola in una “lieta notizia”: il rapporto che Dio instaura con l’uomo è la chiave di lettura di ogni parabola; è un rapporto di dono, offerta, servizio.

Queste parole di Gesù vanno lette anzitutto alla luce del discorso della montagna al quale certo fanno riferimento: “se amate coloro che vi amano, quale merito ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso”. L’indicazione del vangelo non è quella di proibire le festa tra amici, ma è ancora la sottolineatura dell’intenzione: per che cosa dare una festa? Se è per avere il contraccambio non dare la festa; l’intenzione deve essere quella della gioia, non dell’interesse e allora, forse, si riscopre la gioia dell’incontro, dello stare assieme, della comunione.

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