Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 20,27-38)

Alla Risurrezione Di Chi Sarà Moglie Dio Non è Dei Morti Ma Dei Viventi;  Perché Tutti Vivono Per Lui. | un messaggio per te

 

FIGLI DELLA RISURREZIONE

            Composto soprattutto da ricche famiglie sacerdotali e di nobili laici, il partito dei sadducei – di scena nel vangelo odierno – concentrava la sua attività nel tempio e nella politica. Rispetto ai farisei, essi erano molto più conservatori e interpretavano diversamente la bibbia, riconoscendo letteralmente solo il Pentateuco, nei cui libri trovavano tutti gli elementi del culto dei quali avevano bisogno. Ora, dal momento che in questi primi cinque libri non si parla mai di risurrezione, di salvezza e di vita eterna, la conseguenza che essi ne traevano era che la vita e la relazione con Dio del credente terminassero con la morte.

            Con loro Gesù affronta una discussione in merito ad una signora che aveva avuto sette mariti. Per un ordine di Mosè, infatti, se un uomo moriva senza figli, il fratello ne avrebbe sposato la vedova dando al fratello una discendenza (cf. Dt 25,5-6). A tale riguardo i sadducei rivolgono a Gesù una domanda che presuppone però una visione piuttosto materiale dell’aldilà: avendo avuto sette mariti, questa donna nella risurrezione di chi sarebbe stata moglie?

            Rispondendo, Gesù contesta l’idea che le condizioni nelle quali gli uomini vivono nel mondo attuale siano le uniche che Dio ha previsto e dice che la condizione d’esistenza nella vita futura è radicalmente diversa: sarà una vita immortale presso Dio. I risorti, di conseguenza, non hanno più bisogno dell’attività sessuale in vista della procreazione. L’immortalità è dunque la caratteristica dell’essere come gli angeli.

            Dopo aver confutato la premessa dei sadducei, Gesù, richiamandosi all’autorità di Mosè, cita un passo del libro dell'Esodo (3,6) quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente. Questa citazione, facendo parte del Pentateuco, era riconosciuta come sacra dai sadducei, i quali a questo punto non possono più controbattere. Dicendo di essere il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ed usando il tempo presente, benché questi fossero morti da molto tempo, egli lascia intendere che in un qualche modo essi siano ancora vivi, e quindi siano risorti in Dio.

            La chiave del racconto potrebbe dunque essere questa: chi prende il nome da Dio non muore più. La vita che Dio dona con la risurrezione a coloro che ne ritiene degni non è una semplice continuazione della vita terrena, e neppure un tempo vuoto che si deve riempire con qualche attività, ma è la partecipazione alla vita divina. Ne è profondamente convinto Efrem il Siro il quale scrive: «Folle chi vede che il sonno finisce la mattina, e crede che la morte sia un sonno che dovrà durare in eterno! Se la speranza ravviva i nostri occhi, vedremo ciò che è nascosto: il sonno della morte finirà un mattino. Svanirà il meraviglioso profumo del tesoro della vita nel corpo, nella dimora dell’anima, donde era uscito. Bellissimo sarà il corpo, diletto tempio dello Spirito, rinnovato si muterà nella casa della beata pace. Allora squillerà la tromba sulle sorde arpe: “Svegliatevi, cantate gloria davanti allo Sposo!”» (Carmen Nisib., 70).

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 19,1-10)

Riflessione Vangelo Lc 19,1-10

“ZACCHEO SUL SICOMORO,

NUOVO FRUTTO DELLA NUOVA STAGIONE”

Gesù si trova a Gerico e qui «un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vederlo». Zaccheo è un uomo ricco; ma in quanto esattore delle tasse, appartiene alla categoria di coloro che, secondo la prassi giudaica, sono socialmente disprezzati. Aveva sentito parlare del maestro, ma non lo conosceva veramente. Egli, sottolinea il narratore, cercava di vedere. Con questo semplice accenno Luca ci permette di entrare dentro il cuore di quest’uomo ricco, in cerca del Salvatore. “Cercare”, infatti, è un verbo importante per l’evangelista e può indicare la ricerca della verità, della salute, di un senso nella vita o della salvezza. Zaccheo ha in sé un desiderio fortissimo e, anche se è immerso nella folla ed è piccolo di statura, si mette in movimento e prende l’iniziativa di arrampicarsi su un albero per poter vedere. Uomo della vista, così come della parola, l’evangelista considera il verbo “vedere” una metafora della conoscenza, dell’amore o della fede.

Il desiderio del pubblicano si compie oltre ogni aspettativa: Gesù passa veramente di là, ma non si limita a passare. Alza gli occhi e vede, così come anche Zaccheo aveva sperato di vedere. Si noti: era lui che voleva vedere, ma inaspettatamente si trova ad essere visto. Gesù penetra col suo sguardo all’interno del cuore di quest’uomo e lo conosce nel momento stesso in cui si lascia conoscere. E così Zaccheo - di cui Gesù nella sua onniscienza sovrumana conosce il nome - dovette affrettarsi a scendere. Infatti, «oggi - gli dice Gesù - bisogna che io dimori in casa tua». Il maestro interrompe il suo viaggio verso Gerusalemme per “restare”, per “dimorare” a casa di Zaccheo. E l’“oggi” a cui fa riferimento, è certamente l’oggi del calendario, ma è anche un oggi senza tramonto. Zaccheo prima ancora di aprire la porta della sua casa, non esita ad aprire la porta del suo cuore all’ospite inaspettato. Accoglie il maestro con gioia - dice il testo - perché lì dove arriva il Signore, insieme con lui arriva la vita, insieme con lui arriva la gioia. E così la casa di uomo disprezzato dalla gente diventa la casa della salvezza.

S. Ambrogio esprime tutto ciò con un un’immagine molto bella: «per l’elevatezza della sua fede Zaccheo emerge tra i frutti delle nuove opere, come dall’alto di un albero fecondo... Zaccheo sul sicomoro è il nuovo frutto della nuova stagione» (In Luc., 8, 90).

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 18,9-14)

Il Signore è il mio Pastore non manco di nulla - VANGELO DEL GIORNO 13  MARZO 2021 + Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14 Il pubblicano tornò a casa  giustificato, a differenza

L’UMILTÀ CHE OTTIENE IL PERDONO

 

         «Due uomini salirono al tempio per pregare…». Inizia così la celebre parabola lucana che la liturgia ci offre in questa domenica. Si tratta di un fariseo, di uno cioè che è pratico della legge e che è esperto di Scritture, e di un esattore, meglio conosciuto come pubblicano, che nulla sa di leggi e che non conosce i modi con cui rivolgersi a Dio.

            L’evangelista quasi si diverte a descrivere con tratti caricaturali l’atteggiamento del primo: «stando in piedi e parlando a se stesso, pregava così: “O Dio, io ti ringrazio per il fatto che non sono come il resto degli uomini…”». Si noti l’onnipresenza della prima persona, la messa in primo piano di opere che vanno oltre il dovere e il disprezzo generale per il resto dell’umanità, compreso l’esattore. Certamente il fariseo dice il vero e delle cose da lui dette non si deve dubitare poiché compie regolarmente delle ottime azioni. Ma la sua valutazione di esse lo fa cadere in un’ondata di orgoglio spirituale e di ipocrisia: in realtà, così facendo, egli mostra quanto sia compiaciuto di se stesso e dice anche a Dio come debba esserlo di lui.

            Del secondo invece si dice che «tenendosi a distanza, non voleva nemmeno alzare gli occhi al cielo». Nella tradizione biblica, conservare una distanza è preservare la possibilità di un incontro o di un dialogo. Il pubblicano preferisce persino mantenere il suo sguardo abbassato, mentre il tempio è il luogo in cui normalmente, per tradizione, gli occhi sono rivolti in alto per contemplare la gloria di Dio. Non ha vergogna di provare vergogna. L’invocazione, «o Dio», è identica a quella del fariseo, ma il contenuto e l’intensità della preghiera divergono completamente. Le sue parole sono letteralmente: «O Dio, lasciati riconciliare con me peccatore». In questo modo egli riconosce la sua colpa con sincerità, mostra di cercare un grande desiderio di pace con Dio ed è fiducioso nella sua bontà.

            L’epilogo è chiaro: l’unico modo giusto di mettersi dinanzi a Dio è evitare ogni presunzione e arroganza e sentirsi costantemente bisognosi del suo perdono e del suo amore. Non a caso, ha scritto B. Pascal, «la grandezza dell’uomo sta in questo: che egli ha coscienza della propria miseria».

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,11-19)

La guarigione dei dieci lebbrosi nell'arte (Lc 17,11-19): un commento di  Micaela Soranzo – La parte buona

LA VERA FEDE CHE DÀ LA SALVEZZA

 

            Gesù sta andando verso la città santa. Attraversa la Galilea e la Samaria ed entra in un villaggio dove gli vengono incontro dieci lebbrosi che si fermano alla distanza che i sani hanno loro imposto. Nella loro emarginazione e impotenza gli chiedono: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Ed egli, pur con uno sguardo improntato a compassione, inaspettatamente li manda lontano da sé. Li invia dai sacerdoti, senza aver fatto nulla - almeno a prima vista - per la loro guarigione. Secondo la legge infatti i sacerdoti erano gli unici a poter dichiarare puro un lebbroso e a reintegrarlo nella sua famiglia. Ora, dice il testo, «accadde che durante il loro cammino furono guariti», in termini biblici “purificati”.

            La seconda parte del racconto dimostrerà che se la loro fede nella parola di Gesù li ha “purificati”, non è stata sufficiente però per “salvarli”. Infatti solo le orecchie del lebbroso samaritano udranno la bella espressione di Gesù: «La tua fede ti ha salvato». Il contrasto è palesemente chiaro: in dieci avevano supplicato e ottenuto soddisfacimento, uno solo tra loro è stato capace di lodare Dio. Si potrebbe dire che, rispetto agli altri nove, solo il samaritano, cioè uno straniero, vede realmente la sua guarigione: il suo vedere, vale a dire, non solo constata la salute fisica ritrovata, ma implica l’apertura della fede. L’aver visto bene non gli fa capire solo che è guarito, ma che ha incontrato la salvezza di Dio. Senza esitare e senza recarsi dai sacerdoti, egli torna (con un’accezione maggiore rispetto al semplice “tornare indietro”) da Gesù, ma, prima di ringraziarlo, loda Dio dal momento che riconosce nella guarigione operata da lui l’agire di Dio. Ciò che i nove fanno davanti al tempio, il samaritano lo fa davanti a Gesù, a ricordare che d’ora in poi la sola via per ringraziare Dio è di andare a Gesù.

            Le domande finali, lungi dal rivolgersi al samaritano per felicitarsi con lui, sono dirette a ciascuno di noi dando vita ad una nuova diagnosi: non più quella della lebbra ma quella della fede stagnante: che cosa ha più valore per noi, il dono o il donatore? Il dono, così il come miracolo, può essere un grande aiuto, ma non basta. La fede invece, quella vera, è sempre accompagnata dalla riconoscenza.

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