Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La grammatica della preghiera

Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli Luca 11,1

Dopo aver affrontato il tema della cura e dell’ascolto, l’evangelista Luca ci parla della preghiera: Gesù insegna a noi, suoi discepoli, a pregare con il suo stile di figlio. Il Padre nostro che recitiamo abitualmente è una preghiera che non resta sulle labbra, ma si fa vita autentica, intreccio di lode, fiducia, richiesta di perdono e impegno verso il prossimo, una fraternità concreta che nasce dal cuore del Padre. Il titolo di Padre con cui apriamo la preghiera è l’indizio della fiducia. La paternità di Dio si rivela nella cura per le sue creature, anche quando dei figli non capiscono, non comprendono il bene che il Padre vuole loro. Non un Dio distante o formale, ma un Padre che accoglie e protegge, evocando il legame profondo di fiducia e amore tra creatore e creatura.

Santificare il nome di Dio vuol dire, con un linguaggio da bambini, far fare bella figura al Padre. Il nome infatti è la realtà stessa della persona. Un bambino può far fare brutta figura ai genitori, se si comporta male. Per questo gli chiediamo tutti i giorni, più volte al giorno: «Aiutaci a rendere santo il tuo nome, a presentarti bene, perché chi vede noi dia gloria a te». Venga il tuo regno, Signore vuol dire: «Sii tu a regnare nella mia vita». Sono io che esprimo il desiderio di lasciar comandare Dio.

Il pane quotidiano rappresenta le necessità concrete della vita, ma anche un simbolo della fiducia nella Provvidenza di Dio, che si prende cura di ogni aspetto dell’esistenza.

Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, esprime il legame inscindibile tra il perdono ricevuto da Dio e la capacità di perdonare gli altri, condizione necessaria per una vita autenticamente cristiana. E non abbandonarci alla tentazione: lo supplichiamo perché ci tenga per mano nel momento della difficoltà, perché con lui siamo al sicuro.

Il dono più grande, però, di cui abbiamo bisogno, che comprende tutto, è riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. Questa è la preghiera che, secondo la promessa di Gesù, viene sempre esaudita. Non promette la guarigione quando siamo malati o il superamento di un esame o il conseguimento di un buon posto di lavoro. Gesù promette lo Spirito che «il Padre darà a tutti quelli che glielo chiedono». Lo Spirito infatti può rivelarci il vero volto di Dio, volto di un Padre che rimane accanto a noi con una tenerezza quale nessun padre e nessuna madre sarebbero capaci di dimostrare verso il proprio bambino.

Il Padre nostro ci libera dalla preghiera magica che vuole usare Dio e dalla preghiera egoista centrata solo sui nostri bisogni. Pregare il Padre nostro è uscire da noi stessi per entrare nel progetto di Dio. Sappiamo bene che non basta insistere, battere i piedi per ottenere quello che vogliamo: non è infatti questo l’atteggiamento cristiano. Siamo figli e amici e ci fidiamo di colui che è veramente buono. Anche nelle situazioni più difficili ci mettiamo nelle sue mani e gli chiediamo di fare quello che vuole lui! Se chiediamo la forza per vivere bene una situazione difficile, certamente l’avremo, come dice il Salmo 138 (v. 3): «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto; hai accresciuto in me la forza».

XVI Domenica del Tempo Ordinario

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padre Ermes Ronchi “Marta cuore del servizio, Maria cuore dell'ascolto” –  #InCammino

 

Marta è cole che accoglie Gesù in casa sua, in un piccolo villaggio. Grazie all’accoglienza e all’ospitalità di Marta, il villaggio diventa un villaggio accogliente e ospitale che contrasta fortemente con il villaggio dei Samaritani, quelli che non ricevettero Gesù (cfr. Luca 9,51-56) e con le case-città che rifiutano i missionari di Gesù (Luca 10,10- 12). Maria appare in situazione di discepolo, cioè è seduta ai piedi del Signore (Kyrios) e ascolta la sua parola, così come i giudei che studiavano la Torah si sedevano attorno al loro rabbino per ascoltare e imparare i suoi insegnamenti.

Maria ascolta il Maestro, però non parla, non pone delle domande, non fa delle obiezioni, non discute, soltanto ascolta. Essa riceve la parola e la conserva nel cuore, come faceva Maria la madre di Gesù in Luca 2,19.51. Marta ha accolto Gesù, però quella che in realtà gli ha dedicato la sua attenzione e il suo tempo è stata Maria. Marta era distratta con tante cose da fare. Maria invece era concentrata sulle parole di Gesù. Alla distrazione di Marta si oppone l’attenzione di Maria, e al molto servizio di Marta si oppone la concentrazione di Maria.

Di fronte a Gesù le due sorelle entrano in conflitto, perché ambedue vogliono servirlo, benché in maniere diverse. E in un certo senso, Marta ha ragione. Se il lavoro è condiviso, diventa più leggero e si finisce prima. Se Marta è distratta è per colpa di Maria che l’ha lasciata sola. La risposta del Maestro – «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» – ricorda un’altra delle sue sorprendenti risposte, quella che aveva rivolto alla donna che ha fatto un bell’elogio di sua madre: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Luca 11,28).

Maria è stata una donna libera, perché ha voluto scegliere e ha scelto la parte migliore. Nessuno ha scelto per lei. L’iniziativa è stata tutta sua. Gesù non dice a Marta di continuare il lavoro, e nemmeno dice a Maria di continuare a starel’atseduta ai suoi piedi, ma pone l’accento sul valore che ha l’ascolto personale della parola per ambedue le sorelle. Egli non condanna Marta, ma le ricorda il rischio di vivere in una continua dispersione. Il troppo affanno per il servizio può separarci dalla Parola di Gesù che è la radice di ogni servizio. Gesù vuole una risposta di Marta e una risposta di Maria. Se da una parte Marta è invitata a superare la sua angoscia per il lavoro e a sedersi accanto a Gesù per ascoltarlo, Maria, dopo aver ascoltato la sua parola, dovrà alzarsi per mettere in pratica la parola al servizio dei fratelli. Perché mai dobbiamo sempre separare Marta da Maria, l’azione dalla contemplazione, la diaconia dalla parola? Tutti noi, uomini e donne, siamo Marta e Maria, attivi e contemplativi, servitori e ascoltatori della Parola.

Il Vangelo non ci invita, dunque, a scegliere tra Marta e Maria. Ci invita a riconciliare le due sorelle dentro di noi. Il servizio è necessario, ma senza ascolto, anche il servizio può diventare rumore. Occorre riscoprire un cristianesimo dell’ascolto, dello stupore, della contemplazione della parola di Gesù, capace di liberarci da quella vecchiezza dell’anima che è una fede abitudinaria e inerte.

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Solo i poveri sanno veramente amare

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Luca 10,33

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico », dice Gesù nel Vangelo. Un uomo qualunque, senza volto né nome. Arrivano il sacerdote e il levita, uomini religiosi, ma con lo sguardo distratto, rapito da altro. Poi passa lo straniero: un Samaritano. E si ferma, si china… Carica sull’asino. Accompagna. Paga. Una gestualità semplice, ma piena. Un sacerdote e un levita, ossessionati da un comandamento che proibiva di rendersi impuri con il contatto del sangue prima di un sacrificio, dimenticano l’impegno fondamentale della carità e si allontanano dall’uomo seviziato dai briganti. Un Samaritano, un uomo che i Giudei consideravano “senza legge”, nonostante l’antagonismo regionale e religioso, aiuta il proprio avversario perché riprenda la forza e viva.

Il sacerdote e il levita, rappresentanti ufficiali dell’amore di Dio nella struttura religiosa israelita, sono espressione di un culto arido, non innervato nell’esistenza. Il Samaritano, “razza dannata” ed eterodossa, è trasformato in modello di vita secondo la legge dell’amore.

Il rapporto strettissimo tra il buon Samaritano e Gesù è rivelato da un verbo che nella parabola introduce i gesti di pietà compiuti dal Samaritano: «Ebbe compassione ». È lo stesso verbo che più volte capita di incontrare nei Vangeli quando Gesù si trova davanti a creature infelici che invocano una salvezza. Il buon Samaritano è dunque Gesù stesso. È lui il divino straniero che durante il suo viaggio terreno ha avuto compassione di noi. In quell’uomo ferito e abbandonato sul ciglio della strada mezzo morto siamo rappresentati proprio noi: è la nostra umanità ferita soprattutto dal peccato, incapace di salvarsi da sola.

Il Cristo si è fatto carico della nostra umanità, ma non ci ha portato a piena guarigione, ci ha portati in un albergo in cui ci affida a qualcuno che si prenda cura di noi. È la Chiesa questo luogo che accoglie tutta l’umanità, aperta e disponibile per ospitare l’umanità ferita e continuare l’opera di cura iniziata dal Cristo. L’albergatore è figura di ciascuno di noi, a cui Cristo dice: «Prenditi cura dell’umanità. Io l’ho salvata, ma non è ancora guarita: la porto da te perché tu te ne prenda cura». Il Samaritano tira fuori due denari e li consegna… due denari. Richiamano i due precetti fondamentali, i due precetti dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il tuo prossimo». «Usali» – ci dice – «spendili questi denari!».

Ecco che cosa significa per Gesù amare concretamente: è dare all’altro parte del proprio tempo e del proprio avvenire. È chiaro che questa pietà è possibile solo a coloro che conoscono la sofferenza per averla personalmente provata. È stata possibile al Samaritano del Vangelo perché, essendo nella società di quel tempo un emarginato, portava nel cuore una ferita che lo rendeva sensibile a ogni miseria.

Solo i poveri sanno veramente amare. I ricchi possono fare elemosine anche generose, ma normalmente non sanno che cosa significhi essere buoni samaritani. A meno che, meditando su questa pagina del Vangelo, si lascino conquistare dall’immagine del buon Samaritano che rimanda all’immagine di Cristo, il buon Samaritano che è sempre pronto a curvarsi sulle nostre ferite con gesti di grande tenerezza e di dolcissima pietà.

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

S. Messa nella XIV Domenica per annum /C – 6 luglio 2025 « Arcidiocesi di  Amafi – Cava de' Tirreni

 

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Un cuore libero, sciolto e generoso

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Luca 10,5

All’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme l’evangelista Luca racconta la missione di altri settantadue discepoli in cui rientrano tutti coloro che, nel corso della storia, sono diventati collaboratori di Gesù. Là dove arriveranno dovranno dire: «Pace a questa casa». È Gesù che li manda, anche se prevede i non pochi pericoli che dovranno incontrare: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». E li manda sprovvisti di tutto. Il discepolo, infatti, è finalizzato al Maestro e all’annuncio che deve proclamare; non si pone come centro del messaggio né sente la sua vocazione come fonte di potere. Tre sono gli impegni essenziali del missionario: preghiera, annunzio e povertà. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Annunciare il Vangelo è un evento spirituale, la preghiera è il suo organo percettivo. La preghiera “serve per vedere” che la messe è molta e gli operai sono pochi! Ma chi ci crede? Diceva il grande teologo Karl Barth: «Noi cristiani non dobbiamo metterci a sedere in mezzo ai miscredenti come gufi malinconici».

Il rischio esiste. Non è vero che possiamo sembrare gufi malinconici quando non facciamo altro che deplorare i mali del mondo (la morale di una volta non è più rispettata, le buone abitudini si perdono, il mondo va peggiorando di giorno in giorno…) senza vedere il bene immenso che pure non sarebbe difficile scoprire, dentro la Chiesa e anche tra coloro che non si dicono credenti? L’annuncio deve essere sereno e coraggioso: non bisogna mai lasciarsi tentare dal fascino della violenza e dall’imposizione forzata, ma sempre essere rispettosi della libertà altrui e mai scendere a compromessi o accomodamenti. Infine, la povertà. Chi annuncia l’Evangelo non è legato al denaro e al vestito, è distaccato dagli incubi economici e dalla preoccupazione maniacale del domani. Riceve ciò che gli viene offerto e dona gratuitamente ciò che ha, cioè la sua parola, il suo amore per i malati e i sofferenti.

Oggi più che mai siamo chiamati anche noi a una missione povera con i poveri e per i poveri, per le tante forme di povertà, soprattutto quelle interiori, che sono paradossalmente più difficili da superare. È la libertà dalle cose, la libertà dal tempo e la libertà del cuore. Il testimone cristiano è uno che sa usare bene le cose, il tempo e che ha il cuore libero. Il cardinale Martini usava tre aggettivi molto belli: un cuore libero, sciolto e generoso. Dovremmo essere una chiesa libera, sciolta e generosa. Tanto quello che non abbandoneremo noi, ce lo faranno lasciare gli altri o le circostanze d’intorno.

E il papa san Paolo VI nella esortazione Evangelii nuntiandi scriveva: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e resurrezione. Invitata ad evangelizzare, a sua volta invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva, spiega loro il messaggio di cui lei è depositaria: dà loro il mandato che lei stessa ha ricevuto. Ma non a predicare le proprie persone, le loro idee personali, bensì un Vangelo di cui né essa, né essi sono padroni» (n. 14).

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