Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Specchi di vanità e giustizia

Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri Luca 18,9

Gesù racconta un’altra parabola a proposito della preghiera: dopo quella della vedova insistente presenta due uomini che pregano, ma con atteggiamenti diversi. Gesù dice che la preghiera di uno non serve a niente, mentre la preghiera dell’altro gli cambia la vita. Il fariseo e il pubblicano appartengono allo stesso popolo, salgono allo stesso tempio, pregano lo stesso Dio. Eppure vivono la religione in due modi opposti: il fariseo la vive come legge, il pubblicano come grazia.

Il fariseo non è un ipocrita: osserva i comandamenti, digiuna più del necessario, paga le decime persino oltre il prescritto. Ma proprio qui sta l’inganno: la sua religione funziona anche senza Dio. La legge prende il posto di Dio, e la sua giustizia diventa autosufficienza. Non ha nulla da chiedere, e così nulla riceve. È il rischio di ogni religione ridotta a norme e doveri: Dio diventa superfluo. Il pubblicano, al contrario, è un peccatore vero, non immaginario. Colluso con i Romani, arricchito a spese del popolo, vive in una situazione morale compromessa. Eppure trova la forza di bussare a Dio: non presenta meriti, non cerca scuse, non alza neppure gli occhi al cielo. Solo una supplica: «O Dio, abbi pietà di me peccatore!».

Il saggio Siracide afferma, nella prima lettura (35,12-14.16-18), che «la preghiera del povero attraversa le nubi», cioè arriva sempre a Dio. L’immagine suggerisce che non tutte le preghiere riescono a raggiungere la loro meta, ma quella del povero sì. Il “povero” in senso biblico non è semplicemente chi ha pochi mezzi materiali, bensì chi è umile, chi non fa affidamento sulle proprie forze, chi riconosce la propria fragilità e il proprio limite. È l’opposto del presuntuoso, che si fida solo di sé stesso e si illude di essere autosufficiente. La forza della preghiera del povero sta proprio in questa verità interiore: nasce da un cuore che non pretende, non si vanta, ma si affida totalmente a Dio. Per questo è una preghiera autentica, che non resta sospesa a metà strada, ma «attraversa le nubi», e raggiunge il Signore.

Dove ci collochiamo noi? Forse, più spesso di quanto pensiamo, siamo farisei che recitano la preghiera del pubblicano: peccatori immaginari, con peccati immaginari, che ricevono una grazia immaginaria. È quella che Dietrich Bonhoeffer chiamava «la grazia a buon mercato»: perdono senza conversione, fede senza sequela, Cristo senza croce. Eppure il Vangelo non lascia spazio a illusioni. Il peccato più grave non è solo fare il male, ma non fare il bene. Nessuno è veramente giusto; tutti abbiamo bisogno di misericordia.

Per il fariseo, la grazia è essere liberato dall’illusione di innocenza; per il pubblicano, la grazia è la liberazione dalla colpa. Entrambi devono guardarsi non nel proprio specchio, ma nello specchio di Cristo: il fariseo nella sua vita, che smaschera ogni falsa giustizia; il pubblicano nella sua croce, che cancella ogni peccato.

Così si compie il cerchio della misericordia: non esclusione, ma abbraccio universale. Come scrive Paolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia » (Romani 11,32). Raccontare la misericordia significa proprio questo: non c’è vita che ne sia fuori, non c’è cuore che non ne abbia bisogno.

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Il morbo dell’ingratitudine

[ ...] Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Luca 17,17

Gesù è in cammino verso Gerusalemme. In un villaggio gli si avvicinano dieci uomini lebbrosi. La lebbra, più che malattia fisica, è simbolo di separazione, di emarginazione, di esclusione dalla comunità e dal culto. Questi uomini non possono avvicinare gli altri né Dio; la loro vita è sospesa nella lontananza, nel grido, nell’attesa. Eppure il loro appello raggiunge Gesù. La sua misericordia non fa distinzioni. Tutti e dieci credono alla sua parola e, senza indugio, si mettono in cammino verso i sacerdoti secondo la Legge. Lungo la strada, come per un miracolo silenzioso, sono purificati. Ma tra loro solo uno torna indietro. È un samaritano, uno straniero, colui che la comunità disprezza e rifiuta. Il suo tornare non è un semplice gesto fisico: è un vero e proprio rivolgimento interiore. “Tornare”, nel linguaggio biblico, significa conversione. Significa ritornare a Dio, riconoscere la sorgente di ogni dono, abbandonare l’indifferenza e scoprire la gratitudine come via di trasformazione. Gesù loda la fede di questo uomo, sottolineando che il cuore che riconosce il bene ricevuto è ciò che salva.

Il samaritano non si limita a percepire la guarigione: egli unisce nella stessa lode Dio e Gesù. La sua gratitudine diventa riconoscimento, adorazione e azione di grazie. Riconosce davanti a tutti che la salvezza è dono, che la misericordia non ha confini né pregiudizi. La fede, allora, non è un fatto privato, ma un gesto visibile che trasforma chi lo compie e chi lo osserva. Spesso, rifletteva il cardinale Carlo Maria Martini, ci troviamo tra i nove che non sanno tornare indietro. La fede rischia di diventare abitudine, il dono appare scontato. Così perdiamo la forza di stupirci, la capacità di tornare a Dio e di riconoscere che ogni istante della vita è un’occasione di grazia. Il samaritano, invece, ci mostra che la vera libertà nasce dal cuore che sa dire grazie, dalla coscienza che ogni gesto di bene, ogni parola, ogni incontro è dono da lodare.

Questa pagina invita a riflettere anche sul nostro tempo. Viviamo in un mondo che corre, che separa, che distingue tra “noi” e “gli altri”. La vita ci pone davanti a molte occasioni per dimenticare di riconoscere i doni ricevuti: salute, amicizia, fede, possibilità di essere generosi. Eppure, come il samaritano, possiamo tornare indietro. Possiamo fermarci, volgere lo sguardo verso chi ci ha preceduto nel dono, scorgere la presenza di Dio nei gesti più piccoli e ordinari, e trasformare la nostra gratitudine in vita concreta, aperta e luminosa.

La domanda di Gesù resta aperta: «E gli altri nove dove sono?». Non è una condanna. È un invito a fermarsi, a voltarsi, a ritrovare la sorgente della propria vita spirituale. È un richiamo a scoprire la bellezza del dono ricevuto e a lasciarsi trasformare dalla gratitudine. L’Eucaristia è il gesto supremo del ringraziamento. La Messa domenicale non è un obbligo né una tassa da pagare al Signore, ma l’autentico atto di affetto di chi riconosce la sua presenza e i doni ricevuti. Partecipare significa accorgersi della grazia di ogni istante e offrire a Dio la propria gratitudine. Trascurare la Messa è segno di una fede che rischia di diventare abitudine, fino a lamentarsi quando i progetti e la vita vengono sconvolti. La vera fede, invece, si manifesta nel ritorno quotidiano al Signore, nel riconoscere la sua grazia e trasformarla in gesti concreti di amore e di lode.

Quale fede ti muove? XXVII Domenica del T.O.

Se aveste fede quanto un granello di

senape, potreste dire a questo gelso:
«Sràdicati e vai a piantarti nel mare»,
ed esso vi obbedirebbe (Luc 17,6)

 

Gli apostoli, consapevoli
di avere risorse
limitate, si rivolgono
a Gesù con una richiesta
sincera: «Accresci
in noi la fede!». Con queste
parole chiedono una fiducia più
profonda in Dio. Non si tirano indietro
e non rinunciano ai loro
compiti; al contrario, cercano una
relazione più stretta con il Signore,
consapevoli che da soli non potrebbero
arontare tutto ciò che li
attende. Gesù, tuttavia, non risponde
semplicemente con un sì
immediato, ma con una parola che
sorprende: «Se aveste fede quanto
un granello di senape…». Con l’immagine
di un seme piccolo e apparentemente
insignificante, mostra
che non è la quantità di fede a determinare
la sua
efficacia, ma la
qualità e la vitalità
di una fede autentica.
Anche un
piccolo frammento
di fede, se sincero
e vissuto con
costanza, può
compiere meraviglie
che, agli occhi
umani, sembrerebbero impossibili.
Non conta la quantità della
fede, ma la sua qualità.
Nella prima lettura, il profeta
Abacuc (1,2-3; 2,2-4) ci offre un
esempio concreto di questa fiducia.
Scrive in un periodo drammatico
per Israele, quando Gerusalemme
è minacciata e la società
appare corrotta. Il profeta si lamenta con Dio per la violenza e l’ingiustizia
che vede intorno a sé,
esprimendo sentimenti che rispecchiano
i nostri stessi dubbi: sembra
che Dio non intervenga, sembra
che il male domini e che il
Signore resti silenzioso.
Ma Dio risponde con chiarezza:
ha stabilito un tempo preciso per le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.
fare giustizia e ricorda che la condizione
fondamentale per vivere è
la fedeltà: «Il giusto vivrà per la
sua fede». In ebraico, la parola
“fede” (‘emunáh) significa solidità
e fiducia, indica un fondamento saldo
su cui costruire la propria vita.
Non significa pretendere che Dio
faccia ciò che vogliamo noi o secondo
i nostri tempi, ma accogliere
il suo agire, affidandosi pienamente,
anche quando non comprendiamo
tutto. Come scrive Manzoni
ne I promessi sposi: «Dio dispone latutte
le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.

 

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Nel Vangelo secondo Luca, Gesù ci propone un’altra parabola: quella del ricco che banchettava ogni giorno senza pensieri e del povero Lazzaro, giacente davanti alla sua porta, affamato e coperto di piaghe. Dopo la morte, le sorti si rovesciano: il ricco sperimenta la condanna, mentre Lazzaro trova finalmente consolazione nel grembo di Abramo. Del ricco si dice solo che viveva nel lusso, mangiava e beveva in abbondanza, ma non gli viene dato un nome. Il povero, invece, si chiama Lazzaro, che significa “Dio aiuta”. Questo contrasto non è casuale: il ricco, immerso nei piaceri della vita, resta anonimo, quasi cancellato dalla storia, mentre Lazzaro, pur nella sua miseria, è riconosciuto e custodito da Dio. La parabola ci mostra il vuoto interiore del ricco. La sua vita, centrata esclusivamente sul piacere e sull’apparenza, è come una bulimia: un’abbondanza che nasconde un’anima affamata di senso e di relazioni. Mangiare e bere senza limiti non colma la solitudine; anzi, rivela un cuore incapace di uscire da sé per vedere l’altro.

Lazzaro invece non ha neppure una sepoltura: è l’uomo schiacciato dal peso della sua condizione, simbolo di tutta quell’umanità dimenticata che ancora oggi muore senza un funerale, senza un luogo, senza uno sguardo di pietà. È l’immagine di chi non riesce ad alzarsi da solo, di chi porta un fardello troppo grande.

Questa pagina non va letta secondo la logica del contrappasso, come se chi gode in questa vita fosse destinato a soffrire nell’altra e viceversa. Gesù mette solo in guardia da un atteggiamento preciso: quello del ricco che, pur avendo ogni giorno davanti agli occhi il povero Lazzaro, non si accorge di lui, non lo riconosce, non lo soccorre. Il peccato non è la ricchezza in sé, ma l’indifferenza, l’incapacità di vedere le necessità dell’altro. È qui che la parabola ci provoca: non tanto su ciò che accadrà dopo la morte, ma se sappiamo aprire gli occhi, condividere e farci prossimi. Solo dopo la morte, nell’aldilà, il ricco si accorge di Lazzaro e invoca un sollievo: chiede ad Abramo di mandarlo per bagnargli la lingua con un dito d’acqua. Ma ormai è troppo tardi: l’abisso tra loro non è creato da Dio, ma dalle scelte del ricco, dalla sua indifferenza.

Interessante notare come la Bibbia assegni un nome al povero e non al ricco: Dio non si dimentica mai di chi soffre, lo chiama per nome, lo riconosce, lo custodisce. L’anonimato del ricco diventa simbolo della sua solitudine spirituale e del vuoto interiore. Anche il piacere più abbondante, senza amore per gli altri, non salva né consola. Gesù ci invita così a guardare oltre il piacere immediato e la vita terrena come fine a sé stessa. Ogni giorno davanti a noi c’è qualcuno che ha bisogno di un gesto, di uno sguardo, di una parola: il povero, il malato, chi è solo, chi soffre. Riusciamo a vederlo e ad aprire cuore e mani prima che sia troppo tardi? Ogni nostra scelta, ogni atto di indifferenza o di amore, costruisce ponti o abissi che possono durare anche oltre questa vita. In fondo, questa parabola ci ricorda che la vera ricchezza non sta nel lusso o nel piacere, ma nella capacità di accorgersi degli altri, di farsi prossimi al povero, al bisognoso, all’invisibile. Come riflette Dostoevskij nelle sue opere, la grandezza dell’uomo si misura nel suo rapporto con il dolore altrui: è in quell’attenzione che si misura la nostra vita e la nostra eternità.

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