Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

VI Domenica di Pasqua

logo BFM286726 Icon from Crete depicting the Holy Trinity (tempera on wood) by Greek School, (18th century); 30.3x24.4 cm; Lindenau Museum, Altenburg, Germany; (add.info.: Die Allerheiligste Dreifaltigkeit;); Bildarchiv Foto Marburg. , Bridgeman Images

 

Il Paràclito, respiro di Dio nel cuore dei discepoli

Nel clima intimo dell’ultima cena, il Vangelo di Giovanni ci mostra Gesù che parla ai suoi come chi affida un testamento. Egli sa che sta per concludersi il tempo della sua presenza visibile, e con parole piene di tenerezza prepara i discepoli a ciò che verrà. Ma non sono parole di addio: sono parole di promessa. La sua presenza non finirà, cambierà soltanto forma. Gesù parte da ciò che è più essenziale: la relazione con lui. «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».

Non è il linguaggio del dovere, ma quello dell’amore. Gesù non chiede un’obbedienza fredda; i suoi comandamenti sono un dono, la via per imparare ad amare come lui ha amato. Custodirli significa proteggere la fiamma del suo amore, come si veglia una piccola luce perché continui a illuminare la notte. A chi vive questo legame, fa una promessa sorprendente: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito». Il termine indica qualcuno chiamato a sostenere, a difendere come un avvocato che accompagna chi deve affrontare una prova difficile.

Nel Vangelo di Giovanni, la vita di Gesù appare spesso come un grande processo in cui il mondo sembra giudicare e rifiutare la sua verità. In quella stessa tensione anche i discepoli sono coinvolti. Per questo Gesù promette lo Spirito che li guiderà alla verità. Gesù lo chiama “un altro” Paràclito, perché il primo è stato lui stesso. Durante la sua vita terrena egli è stato guida, difesa e consolazione. Li ha sostenuti nei momenti difficili. Ora, però, annuncia qualcosa di ancora più grande.

Fino a quel momento, la sua presenza era “presso” i discepoli; dopo la Pasqua, sarà “dentro” di loro. Ed è qui il cuore del cambiamento. Un maestro parla dall’esterno, istruisce, incoraggia, corregge; ma non può trasformare dall’interno. Lo Spirito invece illumina la mente e il cuore, rende comprensibile ciò che prima sembrava oscuro, trasforma il modo di vedere e di vivere. È come se Gesù dicesse: io ho seminato il Vangelo nella vostra vita, ma sarà lo Spirito a farlo germogliare. Per questo promette: «Non vi lascerò orfani». La sua partenza non significa abbandono; è come il tramonto del sole, che scompare all’orizzonte ma continua a diffondere la sua luce. Così la Risurrezione non allontana Gesù dai suoi, ma inaugura una presenza nuova e più profonda.

Il mondo non lo vedrà più con gli occhi del corpo, ma i discepoli lo riconosceranno, perché la sua vita diventerà la loro. Gesù riassume tutto con parole che risuonano come un centro di luce: «Io sono nel Padre, voi in me e io in voi». Non si tratta più solo della vicinanza tra maestro e discepolo: è comunione di vita. Così la vita di Dio scorre nel cuore dei credenti, introducendoli nella comunione d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito.

La condizione è custodire il dono di Gesù. «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama». In chi ama accade lo straordinario: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». L’amore di Dio non resta a senso unico; chi ama entra in un movimento di reciprocità e di rivelazione.

Gesù non lascia ai suoi solo parole o ricordi, ma il dono dello Spirito: una presenza viva che continua la sua opera, illumina, consola, guida alla verità tutta intera. Come il vento che non si vede ma gonfia le vele e spinge la barca al largo, così lo Spirito accompagna il cammino dei discepoli, fino a condurli nel cuore stesso di Dio.

V domenica di Pasqua

logo

Dimorare in Gesù, credere in Dio

Nelle ultime domeniche del tempo di Pasqua la liturgia ci conduce nel cuore dei discorsi che Gesù pronuncia durante l’Ultima Cena raccontate nel Vangelo di Giovanni. Sono parole intime, dette in una notte carica di attesa e inquietudine, quando Gesù sa che la sua ora è ormai vicina. In questi discorsi egli apre il suo cuore ai discepoli e consegna loro una chiave per comprendere ciò che sta per accadere.

Il racconto si apre con un clima di turbamento. I discepoli percepiscono che qualcosa sta cambiando: Gesù ha parlato della sua partenza e il loro cuore è inquieto. In questo contesto risuonano parole che hanno il tono di una consolazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Credete in Dio e in me credete». Gesù non ignora la fragilità dei suoi amici. Poco prima egli stesso aveva confessato di essere turbato nell’anima. Conosce bene il peso della paura e dell’incertezza. Tuttavia indica una strada per attraversarle: credere.

Nel linguaggio di Giovanni questa parola ha un significato molto concreto: non parla quasi mai di “fede” come sostantivo ma usa il verbo “credere”. È come se Giovanni volesse ricordare che la fede non è qualcosa che si possiede, ma un gesto che si compie. Credere significa affidarsi, consegnarsi, mettere la propria vita nelle mani di Dio. Anche l’ordine delle parole nella frase di Gesù è significativo: «Credete in Dio e in me credete». Le due espressioni si richiamano a indicare che sono inseparabili. Fidarsi di Dio e di Gesù è un unico atto.

Poi Gesù rassicura i discepoli con un’immagine semplice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Non un luogo lontano, ma una casa dove c’è posto per molti. “Dimora” richiama il verbo “rimanere”, così caro a Giovanni. La fede è questo: rimanere con Gesù, abitare nella sua amicizia.

E quando Gesù aggiunge: «Vado a prepararvi un posto», i discepoli non capiscono ancora pienamente. Egli parla della sua Pasqua, della strada che si aprirà attraverso la sua morte e Risurrezione. È come se dicesse: io vado davanti a voi per aprire la porta della casa del Padre, perché anche voi possiate entrare. Nonostante queste parole, restano confusi. Tommaso prende la parola: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». La risposta di Gesù illumina tutto il discorso: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente un cammino da seguire, ma afferma che la strada è Lui stesso. La via è la strada che conduce alla meta; la verità è la rivelazione che fa conoscere Dio; la vita è il dono ultimo a cui tutto tende. In Gesù queste tre realtà coincidono. Egli è la strada che porta al Padre, è la rivelazione del Padre ed è la vita che il Padre comunica.

Il dialogo continua con un’altra domanda. Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È il desiderio profondo dell’uomo religioso: vedere Dio. Ma Gesù risponde con parole sorprendenti: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Non c’è bisogno di cercare altrove: il volto di Dio si lascia riconoscere nella persona di Gesù, nelle sue parole e opere. Alla fine Gesù ritorna al cuore del suo invito: credere. «Credete a me… credete in me». Credere a qualcuno significa fidarsi della sua parola e affidargli la propria vita. È questo il movimento della fede secondo il Vangelo di Giovanni. Non una semplice convinzione religiosa, ma una relazione viva con Cristo. Quando l’uomo compie questo passo, il turbamento non scompare del tutto, ma perde la sua forza. Il cuore trova una stabilità nuova, perché scopre di non essere più solo: la strada esiste, la casa del Padre è aperta, e la via per arrivarci ha il volto di Gesù.

 

III Domenica di Pasqua

logo AMO1217788 Christ\\\\\\'s Appearance to the Two Disciples journeying to Emmaus, 1835 (oil on panel) by Linnell, John (1792-1882); 56x78 cm; Ashmolean Museum, University of Oxford, UK; \\u00A9 Ashmolean Museum . , Bridgeman Images

Quando la Parola mette in cammino

La strada che da Gerusalemme conduce a Emmaus non è soltanto una via geografica. È una soglia interiore. Su quella strada, nel pomeriggio di Pasqua, Luca colloca due discepoli che camminano allontanandosi dal centro della promessa, mentre il sole scende e con esso sembrano spegnersi le loro speranze. È l’ora del disincanto, il tempo in cui la fede appare smentita dai fatti. Essi parlano, ma le loro parole non aprono futuro. Ripercorrono gli eventi, li analizzano, li raccontano con precisione, e tuttavia tutto converge verso una conclusione amara: «Noi speravamo». La speranza è al passato. Il loro è un sapere chiuso, che conosce i fatti ma non ne coglie il senso. Gesù si accosta come uno straniero. Non rivendica un riconoscimento immediato. Cammina con loro, al loro passo, assumendo la forma discreta del compagno di viaggio. Luca annota che i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non perché Gesù sia irriconoscibile, ma perché il loro sguardo è ancora prigioniero di una lettura incompleta della storia. La prima parola del Risorto è una domanda. Chiede di che cosa parlino, che cosa li occupi, che cosa li renda tristi. È una domanda che scava, perché obbliga i discepoli a mettere in parola la loro ferita. La pedagogia pasquale comincia sempre dall’ascolto del dolore umano. Clèopa risponde con una punta di ironia: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme». In realtà, proprio colui che viene considerato estraneo è l’unico che conosce il senso profondo degli eventi. I discepoli raccontano tutto: Gesù profeta, la condanna, la croce, la tomba vuota, le parole delle donne. Raccontano il Vangelo intero, ma come una storia fallita. È possibile dire tutto su Gesù e non riconoscerlo. È a questo punto che il Risorto prende la parola con forza: «Stolti e lenti di cuore a credere». Non è un giudizio morale, ma una diagnosi spirituale. Il cuore, nella Bibbia, è la sede dell’intelligenza. La lentezza non riguarda il sentimento, ma la capacità di comprendere. Il problema dei discepoli non è l’emozione spenta, ma l’intelligenza non ancora convertita. Allora Gesù compie il gesto decisivo: interpreta le Scritture. Da Mosè ai profeti, rilegge l’intera storia di Dio come una storia che conduce alla croce e alla gloria. Non offre una spiegazione astratta, ma insegna a leggere la vita dentro la Parola e la Parola dentro la vita. La fede pasquale nasce qui: quando la Scrittura diventa chiave di lettura dell’esistenza. Mentre camminano e ascoltano, qualcosa muta dentro i discepoli. Più tardi lo diranno con parole semplici e vere: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore?». È il segno che la Parola, finalmente compresa, ha iniziato a generare vita. Giunti a Emmaus, Gesù fa come se dovesse andare oltre. I discepoli lo invitano a restare, mossi da un gesto di ospitalità che nasce dall’ascolto. E nel gesto dello spezzare il pane gli occhi si aprono. Il gesto eucaristico, così familiare e insieme decisivo, diventa il luogo del riconoscimento. Ma proprio quando riconoscono Gesù, egli scompare dalla loro vista. Non è più davanti a loro, perché ora è dentro: nella Parola compresa, nel pane condiviso, nella vita trasformata. Il racconto potrebbe finire qui, nella quiete della sera. Invece ricomincia. I due discepoli si alzano subito, nella notte, e tornano a Gerusalemme. La strada è la stessa, ma tutto è cambiato. Prima era una fuga, ora è una missione. Prima era discesa verso il tramonto, ora è salita verso la città della promessa. Emmaus è la storia di ogni discepolo: una storia in cui lo smarrimento può diventare rivelazione, la tristezza ardore, la strada di ritorno luogo di un nuovo inizio.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.