Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

Santissima Trinità

 

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Un Dio fatto di legami

Terminato il tempo pasquale, la solennità della Santissima Trinità ci invita a rileggere la storia della salvezza alla luce del Dio che Gesù ci ha rivelato: un Dio che non è solitudine, ma comunione; non chiusura, ma relazione; non distanza, ma amore che si dona.

Di fronte a questa festa possiamo sentirci un po’ smarriti, perché il mistero della Trinità è grande e difficile da spiegare. Del resto, la parola stessa “Trinità” non compare nelle Scritture. Eppure la nostra fede resta semplice: noi crediamo in Gesù Cristo, nelle sue parole, nei suoi gesti, in tutto ciò che ha insegnato e vissuto. Gesù è il volto più luminoso e trasparente di Dio. Egli si rivolgeva a Dio chiamandolo Padre e ci ha rivelato che anche noi siamo figli amati.

Gesù ci ha parlato anche dello Spirito Santo e ce lo ha donato come presenza viva nella Chiesa e nel mondo, perché il Vangelo continuasse a parlare a tutti in ogni tempo. Così ci è stato fatto intuire che Padre, Figlio e Spirito Santo vivono in una perfetta comunione d’amore, come un unico respiro che continuamente si dona. Questa è, in fondo, la più semplice professione di fede trinitaria: non spiegare tutto, ma lasciarsi stupire. Davanti alla Trinità conta più la meraviglia che la pretesa di capire pienamente. Non siamo davanti a una verità fredda e astratta, ma a una realtà viva e palpitante. Il nostro Dio non è chiuso in sé stesso: in Lui esistono relazione, dialogo e dono reciproco. La Trinità è il luogo dell’amore.

In realtà tutto il Vangelo si racchiude proprio qui: Dio è amore. Per questo è difficile comprendere come, anche nella storia cristiana, il nome di Dio sia stato associato alla violenza. Ogni volta che i cristiani hanno usato la forza, persino per imporre la propria fede, hanno tradito il cuore stesso del Vangelo. È forse questa la più grave delle eresie, perché colpisce ciò che nel cristianesimo è essenziale e irrinunciabile: l’amore.

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: «Dio ha tanto amato il mondo». Il nostro non è un Dio che cerca di condannare, ma un Dio che ama, chiama, perdona e vuole salvare tutti. E il “mondo” di cui parla Gesù è quello amato da Dio che comprende tutti, anche coloro che spesso preferiremmo tenere lontani, quelli che ci infastidiscono o ci fanno paura. Certo, sono necessarie leggi giuste per proteggere soprattutto i più fragili e impedire la violenza. Ma sarebbe grave se tali norme fossero vissute con spirito di sospetto e diffidenza verso chi è diverso da noi. Ogni forma di razzismo, di esclusione e di intolleranza nega il volto del Dio che oggi contempliamo come comunione e amore condiviso.

Il mistero della Trinità, allora, è una verità profondamente attuale, perché tocca il nostro modo di vivere le relazioni. Forse una delle immagini più belle della Trinità è quella della famiglia vissuta nel rispetto e nel dono reciproco. Tra le esperienze che più richiamano il mistero trinitario vi sono la preghiera fatta di ascolto, fiducia e rispetto, lontana dalla pretesa di imporre agli altri il proprio “tu devi”; e un perdono capace di far ricominciare dopo ogni contrasto. Solo così viviamo a immagine di Dio e impariamo a conoscerlo meglio. Scriveva Vincent van Gogh: «Il mezzo migliore di conoscere Dio è amare molto». È davvero così: se imparassimo ad amare di più, comprenderemmo meglio anche il mistero della Trinità.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

Ascensione del Signore

logoDUCCIO di Buoninsegna (b. ca. 1255, Siena, d. 1319, Siena) Appearence on the Mountain in Galilee 1308-11 Tempera on wood, 36,5 x 47,5 cm Museo dell\\'Opera del Duomo, Siena The Appearance on the Mountain in Galilee is simpler and barer and descriptive details are deliberately left out: Christ is entrusting the apostles with the task of spreading the faith (the books that two of the disciples are holding are a reminder of preaching) and nothing must distract attention from his words. --- Keywords: -------------- Author: DUCCIO di Buoninsegna Title: Appearence on the Mountain in Galilee Time-line: 1301-1350 School: Italian Form: painting Type: religious , ipa

Abitare l’invisibile: la fede nei giorni comuni

Gesù ci ha lasciato una promessa semplice e decisiva: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». E tuttavia questa presenza non si impone con l’evidenza delle cose visibili; dopo l’Ascensione, essa si consegna a una forma più discreta, che non sempre è facile riconoscere. È per questo che, soprattutto nei momenti di fatica o di solitudine, può affiorare nel cuore una domanda sincera: «Signore, dove sei?».

Questa domanda, però, non nasce contro la fede, ma spesso la attraversa e la purifica. Può diventare l’inizio di un cammino più profondo, perché esiste un modo di essere presenti che non riempie subito il vuoto, ma lo abita, accendendo il desiderio e rendendo più attento lo sguardo. In questo senso, la fede non è soltanto adesione a delle verità, ma è anche un modo nuovo di vedere. È uno sguardo che si affina, che impara a cogliere ciò che, a prima vista, rimane nascosto. E i segni della presenza del Signore, seppure discreti, non mancano: sono piccoli, spesso silenziosi, ma reali.

Essi si lasciano intravedere là dove qualcuno ama con sincerità, dove un gesto gratuito rompe la logica dell’interesse, dove una persona si prende cura dell’altra senza cercare riconoscimento. Si manifestano nella fedeltà di tante vite semplici, nella pazienza di chi resiste al male, nella dedizione di chi serve senza apparire. E ancora, in modo particolare, in una comunità che prega, che condivide il pane e la vita, che prova a vivere il Vangelo con sobrietà e verità.

Anche l’amore tra due persone, forse inconsapevolmente, può diventare luogo di una presenza più grande, perché nel dono reciproco si apre uno spazio che li supera. E c’è un luogo ancora più vicino, spesso trascurato: il cuore, quando si raccoglie nel silenzio e si dispone ad ascoltare. Tuttavia, il Vangelo non si limita a invitarci a riconoscere questa presenza; ci affida anche una responsabilità. L’invito di Gesù – «Andate» – è chiaro: portate nel mondo ciò che avete ricevuto, lasciate che la misericordia, il perdono e la speranza prendano forma nelle vostre scelte concrete. Questo compito non richiede gesti straordinari, ma una vita credibile. Le parole sono importanti, ma è la testimonianza a renderle persuasive. Quando parla qualcuno che condivide le nostre stesse fatiche e domande, lì il Vangelo diventa più vicino, comprensibile e incisivo.

Il nostro tempo, segnato da una forte ricerca di senso, sembra spesso offrire risposte fragili. In particolare i giovani portano dentro una sete di infinito che difficilmente trova spazio in una cultura dell’immediato come la nostra. Per questo diventa sempre più decisivo chiedersi: quali segni concreti offriamo loro? Non servono discorsi complessi, ma persone capaci di ascolto, accoglienza e rispetto, che sappiano allargare lo sguardo e non chiudersi nelle divisioni, che scelgano la fraternità invece della contrapposizione. Il cristiano è chiamato a costruire legami, a generare comunione. L’Ascensione invita proprio a questo: ad alzare lo sguardo senza fuggire dalla terra. Più lo sguardo si apre, più il cuore si dilata e riconosce gli altri come fratelli. Resta allora una certezza che orienta tutto: la nostra vita non è chiusa nel provvisorio. In Cristo si è aperto un passaggio oltre ciò che passa, e nulla di ciò che è vissuto nell’amore va mai perduto. Per questo possiamo vivere con fiducia, imparando a riconoscere i segni della sua presenza e, insieme, a diventarne noi stessi, con semplicità e verità, dei segni vivi.

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