Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

III domenica di Quaresima

logoFIA5370909 Christ and Samaritaine at the well of Jacob. Christ and Samaritan Woman at Jacob\\\\\\'s Well (gouache on parchment) by Konig, Johann or Hans (1586-1642); Pushkin Museum, Moscow, Russia; (add.info.: Le Christ et la Samaritaine au puit de Jacob. Christ and Samaritan woman at Jacob\\\\\\'s Well. Peinture de Johannes Koenig (1586-1632/1635). Art allemand, style baroque. Gouache sur parchemin. Musee des Beaux Arts Pouchkine, Moscou.); \\u00A9 Fine Art Images. , Bridgeman Images

Quando la sete diventa sorgente

Il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna di Samaria è uno dei testi più densi del Vangelo di Giovanni. Tutto accade in un’ora impropria, in un luogo carico di memoria e sotto il segno di una stanchezza non solo fisica. Gesù, affaticato dal cammino, si siede presso il pozzo di Giacobbe, a Sicar. È mezzogiorno. Il caldo è intenso e il contesto è delicato: Gesù sta lasciando la Giudea per ritirarsi in Galilea, dopo aver incontrato forti resistenze da parte dei farisei. Che una donna venga ad attingere acqua a quell’ora è anomalo. Normalmente si va al pozzo al mattino o alla sera. La donna ha scelto quel momento per non incontrare nessuno.

Il pozzo, nella cultura biblica, è luogo di incontri decisivi: alleanze, accordi, talvolta storie d’amore. Presso un pozzo nascono relazioni destinate a segnare un destino. Non stupisce che Giovanni ambienti qui uno degli incontri più rivelativi del Vangelo. La vita umana, infatti, è impensabile senza incontri. Ciò che siamo è il risultato di relazioni che ci hanno generato o ferito, aperto o chiuso. Anche quello tra Gesù e la donna di Samaria aveva tutte le premesse per fallire: un uomo giudeo, un rabbì, che parla pubblicamente con una donna, per di più samaritana. Sarebbe bastato poco perché tutto si riducesse a una conversazione educata ma sterile.

Non è così. Gesù non resta in superficie e non guarda quella donna come un caso morale. Della sua vita sappiamo che aveva avuto cinque mariti e che ora conviveva con un sesto uomo. Il testo, però, non indugia su giudizi. Durante il dialogo emerge una donna intelligente, capace di pensiero, non schiacciata dal proprio passato né umiliata dalla propria condizione. La tentazione di ridurla alla sua irregolarità sarebbe stata forte. È una tentazione antica: usare la morale come strumento di distanza anziché di verità. Gesù non segue questa strada. Al contrario, si espone: chiede da bere e stabilisce una relazione fondata sulla reciprocità.

«Dammi da bere». È una richiesta elementare. L’acqua è il nutrimento fondamentale della vita: senza cibo si può resistere a lungo, senza acqua no. Gesù parte dall’acqua materiale per parlare di un’“acqua viva”, capace di dissetare in modo definitivo. Nella Bibbia l’acqua è simbolo della parola che dà vita e dello Spirito che rigenera. Non a caso questo brano faceva parte dell’antico cammino catecumenale verso il Battesimo. Chi beve dell’acqua donata da Cristo entra in una relazione nuova con Dio, filiale e libera, non mediata da luoghi o strutture sacre.

Quando la conversazione tocca la vita affettiva della donna, Giovanni introduce un dettaglio simbolico decisivo. È mezzogiorno, l’ora sesta. Sei sono anche i mariti. Il sei, nella simbologia biblica, indica l’incompiutezza: l’umanità che tende a una pienezza ancora attesa. In questo senso Gesù si presenta come il “settimo”: non un marito tra gli altri, ma colui che porta a compimento un’alleanza spezzata. La donna di Samaria diventa figura dell’umanità inquieta, alla ricerca di legami che promettono molto e mantengono poco. Non è un caso che la questione decisiva diventi religiosa: dove adorare Dio? La risposta di Gesù è una delle più alte del Vangelo: Dio non è legato a un luogo. Si adora “in spirito e verità”, cioè nello Spirito donato da Gesù, che rende possibile una relazione autentica con il Padre. Per la donna è una rinascita. Il passato non viene cancellato, ma non la condanna più. Il suo sguardo su Gesù cambia: da giudeo a profeta, fino al riconoscimento del Messia. Lei, venuta a mezzogiorno per evitare gli altri, diventa annunciatrice. Lascia la brocca, segno della vita di prima, e corre in città. La Samaria, terra disprezzata, si rivela ancora luogo di fede sorprendente.

I Domenica di Quaresima

logoGUL232028 Ms Hunter 36 f.110r The Three Scenes of the Temptation, from Vita Christi, by Ludolf of Saxony, c.1300-77/78 (vellum) by German School, (14th century); Glasgow University Library, Scotland; \\u00A9 University of Glasgow Library . , Bridgeman Images

Il deserto che plasma

Subito dopo il battesimo nel Giordano, quando la voce del Padre ha proclamato Gesù Figlio amato, egli si ritira nel deserto. Non è una fuga né una pausa casuale, ma un tempo necessario di silenzio, di vuoto e di confronto. Lo Spirito stesso lo conduce lì, in un luogo dove il cielo e la terra sembrano separati, dove le giornate si ripetono uguali e il tempo pesa, segnato dalla fame e dalla solitudine. È lo spazio in cui ogni scelta diventa chiara, dove il limite del corpo e la fragilità umana si mostrano senza veli.

Dopo quaranta giorni Gesù ha fame. Ed è in questo momento che si aprono le tentazioni. La prima riguarda il bisogno immediato: trasformare la pietra in pane. È una proposta sottile, che sembra ragionevole: usare il proprio potere per risolvere ciò che manca. Ma il Vangelo racconta con sobrietà che Gesù risponde con la parola della Scrittura: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Non si tratta di negare il corpo o il bisogno, ma di indicare che la vita non si regge solo su ciò che si può consumare: esiste una dimensione più profonda, che dà senso all’esistenza.

La seconda tentazione porta Gesù sul punto più alto del tempio, esposto agli sguardi di tutti. Qui la proposta appare sostenuta dalle Scritture stesse, citate per legittimare un gesto clamoroso: gettarsi e affidarsi a un intervento divino evidente. È l’uso distorto della Parola, che il diavolo mette in scena come strumento di pressione e spettacolo, trasformando ciò che dovrebbe guidare in uno strumento per ingannare. Gesù rifiuta anche questa via: la fiducia non nasce dal miracolo e non si impone, ma si offre nella libertà e nell’ascolto.

Infine, il panorama si apre: tutti i regni del mondo, con la loro gloria, vengono offerti in cambio di un atto di sottomissione. È la tentazione più esplicita: scegliere la scorciatoia del potere, governare senza fatica, imporre il bene dall’alto. Ancora una volta Gesù non cede. La sua strada non è la forza, non è la conquista, non è la visibilità. Il regno che annuncerà non nasce dalla prevaricazione, ma dall’amore, dalla fedeltà a Dio e dalla libertà di chi lo segue.

Quando il confronto termina, il deserto non scompare. Non c’è trionfo apparente, ma una scelta silenziosa e decisiva. Gesù emerge con una direzione chiara, che orienterà tutto il suo cammino, fino alla croce: un Messia fedele, libero, povero, che non si piega al potere, non cerca spettacoli e non risolve il cammino degli altri con scorciatoie. Il racconto non riguarda solo lui. Ogni credente, ogni comunità, riconosce in queste prove la propria vita quotidiana: la fame che spinge a soluzioni immediate, la tentazione di cercare segni che costringano la fede, la seduzione del potere e della sicurezza.

La Quaresima ci richiama a questo tempo favorevole, a fare spazio al silenzio e alla solitudine, a confrontarci con ciò che davvero conta. Attraverso il deserto impariamo che la prova non viene eliminata, ma attraversata. La tentazione può diventare un luogo di discernimento, di scelta e di crescita. E la risposta di Gesù resta: non la forza, non l’apparenza, non la conquista, ma la fedeltà, la discrezione e la libertà di servire Dio. È una strada più difficile, ma quella che genera vita, perché cammina nella verità, nel limite e nella responsabilità di ciò che è reale e necessario.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

VI Domenica del tempo ordinario

 

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Non moltiplicare divieti, ma crescere nella responsabilità.

Nel Vangelo di Matteo, l’affermazione di Gesù secondo cui egli non è venuto per abolire la Legge o i Profeti, ma per portarli a compimento, costituisce una chiave di lettura decisiva per comprendere l’intero rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Con l’espressione “Legge e Profeti” il mondo giudaico indicava l’insieme della Scrittura, cioè la forma storica attraverso cui Dio aveva progressivamente rivelato la propria volontà. Gesù si inserisce consapevolmente in questa storia e, lungi dal porsi in alternativa ad essa, ne assume il significato profondo, conducendolo verso una pienezza che non contraddice quanto è stato detto prima, ma ne svela l’orientamento ultimo.

Una lettura superficiale potrebbe indurre a pensare che il Vangelo introduca un nuovo sistema normativo o che sostituisca la Legge antica con precetti più severi. In realtà, il movimento compiuto da Gesù è di altra natura. Egli non interviene come un legislatore che corregge norme insufficienti, ma come colui che ne mette in luce il senso originario. La Legge non viene svalutata né relativizzata, ma ricondotta al suo vero interlocutore: l’uomo concreto, con le sue scelte, le sue intenzioni e le sue relazioni. Il punto decisivo non è più la semplice conformità esteriore a un comando, bensì la qualità interiore da cui nascono le azioni. Questo spostamento emerge con particolare chiarezza nelle cosiddette antitesi. Quando Gesù richiama il comandamento «Non uccidere», non lo contraddice né lo attenua, ma ne amplia radicalmente l’orizzonte. La violenza non si esaurisce nell’atto che toglie la vita, ma si manifesta anche in forme meno evidenti e tuttavia reali: nell’ira che si accumula, nel disprezzo che isola, nella parola che umilia.

Lo stesso per l’adulterio. Anche qui Gesù non nega il valore della norma, ma invita a riconoscerne la radice. Il tradimento non nasce improvvisamente in un gesto, ma si prepara nel desiderio coltivato, nello sguardo che riduce l’altro a oggetto, nella progressiva erosione del rispetto reciproco. Letto così, il discorso di Gesù restituisce alla Legge una funzione che va oltre il solo controllo delle azioni. Essa diventa uno strumento di discernimento, capace di illuminare ciò che costruisce l’esistenza e ciò che la impoverisce, ciò che rende le relazioni più giuste e ciò che le svuota di senso. Non si tratta di moltiplicare i divieti, ma di educare lo sguardo e la responsabilità personale.

È in questo quadro che va compresa anche l’affermazione secondo cui la giustizia dei discepoli deve superare quella degli scribi e dei farisei. Matteo non intende stabilire una contrapposizione moralistica tra persone sincere e persone ipocrite. Scribi e farisei sono figure rigorose, attente alla coerenza, spesso animate da un autentico desiderio di fedeltà. Il limite, tuttavia, è il rischio di fermarsi a una osservanza che non coinvolge fino in fondo la persona. La giustizia di cui parla Gesù non chiede un impegno quantitativamente maggiore, ma una qualità diversa, che nasce dall’interiorità e da una libertà chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Il compimento della Legge non coincide, dunque, con una perfezione morale priva di limiti, ma con una più profonda comprensione di ciò che rende l’uomo umano. È questa attenzione all’esperienza concreta, più che la ricerca di un’osservanza impeccabile, a conferire al messaggio di Gesù una attualità che continua a interpellare il lettore contemporaneo.

V Domenica del tempo ordinario

 

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Più luce e sapore, meno protagonismo

Nel Discorso della montagna, subito dopo le beatitudini, Gesù affida ai discepoli due immagini semplici, ma insieme ricche di significato: il sale della terra e la luce del mondo. Esse non introducono nuove norme o prescrizioni, ma aiutano a comprendere cosa significhi, in maniera concreta e quotidiana, vivere da discepoli nella storia. Dopo aver delineato il volto interiore del credente, Gesù ne mostra la presenza visibile nel mondo. Colpisce subito il modo in cui Gesù si esprime: «Voi siete il sale della terra», «voi siete la luce del mondo». Non usa il linguaggio dell’imperativo, ma quello dell’indicativo. Non dice ciò che i discepoli dovrebbero diventare attraverso uno sforzo, bensì afferma ciò che già sono.

Questa identità non nasce da qualità personali o meriti particolari, ma dalla relazione con lui. Cristo è la luce vera e la sapienza autentica; chi rimane unito a lui partecipa della sua vita e, per questo, può diventare sale e luce per gli altri. L’immagine del sale richiama anzitutto il gusto. Il sale rende saporito ciò che altrimenti sarebbe insipido e permette di apprezzarne il valore. Applicata alla vita cristiana, questa immagine evoca una sapienza concreta, capace di dare profondità alle esperienze quotidiane e di viverle con il senso di Dio.

Allo stesso tempo, Gesù mette in guardia da un rischio reale: il sale può perdere il suo sapore e, in tal caso, non serve più a nulla. È un richiamo sobrio, ma serio: quando il discepolo perde il legame vitale con Cristo, rischia di smarrire anche la propria forza testimoniale. Il sale, inoltre, va usato con misura. Ne basta poco per dare gusto, mentre un eccesso rovina. Questo dettaglio illumina bene lo stile della testimonianza cristiana. I discepoli non sono chiamati a imporsi né a occupare ogni spazio, ma a inserirsi nella realtà con discrezione, valorizzandola dall’interno. Il Vangelo non è zucchero che addolcisce tutto, ma sale che dà sapore e verità alla vita, anche quando ciò richiede sobrietà, pazienza e discernimento.

Accanto al sale, Gesù propone l’immagine della luce. La luce ha una funzione essenziale: illuminare. Una lucerna nascosta sotto il moggio perde completamente il suo senso. La fede, dunque, non può restare confinata nell’ambito del privato. Tuttavia, Gesù non invita all’esibizione. La luce di cui parla non abbaglia e non cerca attenzione su di sé, ma permette di vedere meglio ciò che ci circonda. Le opere buone, infatti, non hanno bisogno di essere ostentate: diventano visibili attraverso uno stile di vita coerente e riconoscibile. Una vita illuminata dal Vangelo si lascia percepire nel tempo, nei gesti e nelle relazioni.

Come diceva Madre Teresa, «Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore». Questa frase ricorda che ciò che rende la vita significativa non è apparire, ma agire con autenticità, generosità e attenzione agli altri: essere sale e luce significa incidere positivamente sul mondo attraverso gesti concreti e discreti.

Il fine ultimo dell’essere sale e luce è chiaramente indicato da Gesù: «Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Il discepolo non è mai il centro, ma rimanda sempre oltre sé. Essere sale e luce significa, in definitiva, vivere della vita di Cristo e, con una presenza pacata, sobria e credibile, aiutare il mondo a riconoscere il volto buono del Padre.

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