Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

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La Chiesa, una grande famiglia di testimoni

Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti» Matteo 16,18

Le chiese d’oriente e d’occidente celebrano oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella data in cui, secondo un’antica tradizione, sarebbe avvenuto nel 64 il loro martirio a Roma. Nella pagina del Vangelo offerta dalla liturgia si nota come Pietro abbia avuto un’illuminazione straordinaria, addirittura una rivelazione sulla persona di Gesù. «Voi, chi dite che io sia?». Questa domanda, dopo avere attraversato la coscienza di Pietro e dei discepoli, rimbalza ora sulla sponda della nostra esistenza e si ripercuote dentro la cella segreta della nostra interiorità.

Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta per la nostra vita? Se mancasse Gesù, cambierebbe qualcosa nel nostro modo di affrontare l’esistenza? È chiaro che ciascuno viene personalmente interpellato e deve dare una risposta che nasca dal suo particolare rapporto con Gesù. Certamente potrebbe utilizzare intuizione e parole che appartengono alla tradizione cristiana (anche Pietro, del resto, nella sua risposta si serve di categorie religiose preesistenti), ma ciò che conta è che vengano investite di quel particolare pathos che rivela un legame personale, insostituibile e irrinunciabile.

Forse le risposte più belle per Gesù sono quelle che, discostandosi dal linguaggio tradizionale, esprimono fede e amore in forme nuove, con la libertà che è propria degli innamorati quando sanno inventare un “lessico famigliare” pieno di immaginazione e di freschezza poetica. E quando il pensiero di Dio potrebbe alimentare qualche paura, è ancora Gesù che ci restituisce la pace che andiamo invocando.

Per questa via possiamo anche capire che cosa significhi appartenere a quella Chiesa a cui Gesù allude quando dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa». Questa Chiesa, prima di essere immaginata come una comunità strutturata per mezzo di una precisa gerarchia che trova in Pietro il suo punto di coesione, dovrebbe essere vista come una grande famiglia di testimoni in cui ciascuno, facendo eco alla confessione di fede data da Pietro, è chiamato a dire a Gesù: «Grazie, o Signore, perché tu mi riveli la prossimità, la tenerezza, l’amicizia di Dio, tu che di Dio sei il volto e l’immagine più vera. Grazie perché è meraviglioso sapere che c’è Dio che ci ama e a noi chiede anzitutto di lasciarci amare».

Ci è di aiuto anche la testimonianza di san Paolo. La seconda lettura offre infatti il testamento spirituale in cui lui, consapevole della morte imminente, fa il bilancio della propria vita ed esprime la sua profonda convinzione di fede: «Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Timoteo 4,6-8). Nonostante l’abbandono di tanti uomini e la difficoltà dell’ora presente, Paolo non si sente solo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutte le genti: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (4,17-18).

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO

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Dove c’è una fame, facciamoci pane

«Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla». Luca 9,16

Al termine del tempo pasquale la liturgia riprende il ricordo dell’Eucaristia e della istituzione del sacramento con cui Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi per sempre. L’evangelista Luca mostra come nel mezzo del deserto, al calar della notte, Dio ripete gli antichi prodigi della storia del suo popolo; sebbene gli uomini credano di essere soli e abbandonati, Gesù si ritrova in mezzo a loro e distribuisce a piene mani il suo mistero: insegna, guarisce, offre cibo. Per mezzo di Gesù, Dio si rivela come colui che offre l’alimento della vita al popolo.

In prospettiva ecclesiale, il miracolo è divenuto un’anticipazione di ciò che compirà uno o due anni dopo all’interno della sala del cenacolo nell’ultima sera della sua vita terrena. Egli «prende i pani, leva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li dà ai discepoli». Per capire, gustare, assaporare l’Eucaristia è necessario prendere coscienza della fame che abita dentro di noi e rode in profondità le risorse del nostro vivere abituale.

Si partecipa alla celebrazione eucaristica non per un senso del dovere o per i valori simbolici che essa esprime, ma perché si è mossi da una fame profonda. Per rimediare a questa fame Gesù ci parla di pane, quasi a ricordarci che non si tratta di un mangiare in senso metaforico, ma di un mangiare concreto, come concreto è un pane che compare sulla nostra tavola, come concreto era il pane che egli aveva moltiplicato per sfamare la folla che lo seguiva.

È Dio che in qualche modo si rende presente nel pane così che questo viene a intridersi di una luce particolare. Nell’Eucaristia riscontriamo il pieno avverarsi di quel progetto di amore per cui il figlio di Dio è disceso dal cielo, si è abbassato fino a farsi carne e sangue come uno di noi. Ma con l’incarnazione non aveva ancora toccato l’ultima soglia della sua divina umiltà. Cristo non ci dà soltanto una dottrina o un modello da imita re. E neppure ci dà solo la presenza dell’Emmanuele, del Dio con noi, ma la presenza di un Dio che è in noi come è in noi il pane che noi mangiamo. Se poteva bastare toccare le frange del mantello di Gesù per sentirsi miracolati, abbiamo mai pensato quale forza potrebbe esprimere l’Eucaristia che le liturgie orientali chiamano “fuoco e Spirito”?

Questa riflessione ci permette di renderci conto del valore che hanno le nostre celebrazioni eucaristiche. Quando possiamo dire di avere partecipato a una Messa che fosse veramente viva? Ci capita talvolta di confidare: “Ho partecipato a una bella Messa”. Perché è stata bella? Forse perché i canti eseguiti dal coro erano stati preparati con molta cura? O anche perché c’è stato qualcuno che ha parlato molto bene, spiegando il Vangelo?

Una Messa è bella quando, comunicando con la presenza reale di Cristo, diventiamo noi stessi presenza reale di Cristo nel mondo. A volte siamo troppo preoccupati di noi stessi. Ci sono persone che pregano e fanno la comunione per godere della sua presenza pacificante e rassicurante. Ma non è questo un modo esemplare di vivere l’Eucaristia. Fare la comunione è nutrirsi della sua presenza viva, dei suoi pensieri, del suo amore così da allargare i confini del nostro cuore. Si viene alla Messa come mendicanti e si ritorna come donatori.

SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ (ANNO C)

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Uno sguardo all’interno del mistero di Dio

«Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» Giovanni 16,15

Alla chiusura del tempo pasquale la liturgia propone una domenica dedicata alla Santissima Trinità con l’invito a ripensare tutta la storia della salvezza in cui Dio si è rivelato come una comunità di persone che si amano. Il brevissimo passo evangelico (Giovanni 16,12-15) può essere considerato come una finestra – appena socchiusa, ma preziosissima – che ci permette di dare uno sguardo all’interno del mistero di Dio.

In questo brano Gesù è l’unico che parla in prima persona, e parla del Padre, di sé stesso e dello Spirito: «Tutto quello che il Padre possiede è mio, e tutto quello che è mio lo Spirito Santo lo darà a voi». È questione davvero di amore. Si rischia di andare fuori strada quando si cerca la comprensione del mistero di Dio attraverso vie diverse da quelle dell’amore. La Trinità non sono tre persone giustapposte, ma tre generosità che si donano l’una all’altra in pienezza. Ciascuna delle tre persone è per sé stessa solo essendo per le altre due.

Nella Trinità, in cui la reciprocità è perfetta, l’amore stesso è una persona, lo Spirito Santo: amore del Padre per il Figlio, amore del Figlio per il Padre. Un bacio reciproco, se si vuole. Ed è questo Spirito che guiderà i discepoli alla comprensione di quella verità che ora non sono in grado di portare e assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà e la novità, la memoria al rinnovamento. Dal momento che sappiamo chi è Dio – anche se è una realtà molto misteriosa – sappiamo quello che dobbiamo essere. Troppo spesso le nostre relazioni sono possessive e dominatrici. Invece di accettare e rispettare l’altro così come è, tendono a catturarlo, a sottometterlo, a piegarlo ai propri interessi.

Per amare come si amano le tre persone divine bisogna essere sé stessi, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. Bisogna volere che gli altri “siano”, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. E non volerlo soltanto con il pensiero, con il desiderio, ma operare perché essi lo siano. L’amore trinitario ci obbliga a escludere la volontà di potenza e il desiderio di annessione. Per rispecchiare l’immagine di Dio, la relazione deve essere tale da esprimere un amore umile e mite, fiducioso e generoso fino a poter dire: «Quello che è mio voglio che ora sia anche tuo». Forse dopo questa riflessione sulla Trinità restiamo con il senso di disagio che ci è abituale quando non riusciamo a capire cosa vorremmo.

Ma c’è una cosa che dovrebbe essere chiara: a nulla serve credere nella Trinità se questa fede non si incarna nella vita e non viene professata attraverso le relazioni di tutti i giorni. Ancora una volta è il caso di dire che mentre ci sono cristiani che rinnegano con la vita quello che professano a parole, ci sono persone non credenti che, senza saperlo, danno testimonianza a favore della Trinità con una vita di relazioni limpide e generose. La vera fede nella Trinità, più che nei segni di croce, si esprime in quei gesti di amicizia che mettono in circolazione la comunione di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

PENTECOSTE

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Pentecoste | The Society of Jesus

Lo Spirito Santo, una presenza liberante

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» Giovanni 14,15-16

Sette settimane dopo la Pasqua – il cinquantesimo giorno – è la Pentecoste. Era l’antica festa dell’alleanza: Israele arrivò al Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto e in quella data festeggiava il patto con Dio. In una festa di Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli e la Chiesa venne alla luce: uscì all’aperto e cominciò ad annunciare il Vangelo. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano questo evento che ha dato origine alla missione della Chiesa. Il brano del Vangelo ripropone un brano molto denso dei discorsi di addio di Giovanni. I passi in cui Gesù parla dello Spirito consolatore si inseriscono in un preciso contesto esistenziale: il tempo della Chiesa con i suoi problemi e i suoi interrogativi, l’odio del mondo, la persecuzione, l’incredulità che perdona.

Alla luce di questo contesto si comprendono bene i tre compiti fondamentali che il quarto evangelista assegna allo Spirito: conservare fedelmente la memoria di Gesù, la comprensione interiore e personale della sua Parola, il coraggio della testimonianza. Nel nostro passo specifico un’idea forte – forse la più importante – è che la condizione per accogliere lo Spirito è l’amore a Gesù («Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»), l’ascolto della sua Parola e l’osservanza dei comandamenti. Tre cose, dunque, molto concrete e persino verificabili. Se mancano queste tre condizioni non c’è alcun spazio per lo Spirito.

D’altra parte, nel passo della Lettera di Paolo ai Romani (8, 8-17) che costituisce la seconda lettura della Messa, Paolo insegna che lo Spirito è libertà, perché ci libera dalla schiavitù della carne, cioè dall’egoismo. Lo Spirito trasforma i desideri dell’uomo: non più i desideri dell’egoismo, ma della carità. Prigioniero del suo egoismo (la carne) l’uomo sente la legge dell’amore (la legge di Dio) come un peso e una schiavitù. Lo Spirito muta il “desiderio” dell’uomo: la legge della carità diviene ciò che desidera, a cui tende. Lo Spirito libera l’uomo trasformandolo dall’interno, capovolgendo la natura profonda del “desiderio”. Ma non si tratta solo di questo. Lo Spirito rinnova anche il rapporto con Dio: non più schiavi, ma figli. E anche questo è grande libertà. Se poi Paolo precisa che si tratta di una filiazione “adottiva”, non è per sminuirla, tanto meno per affermare che si tratta di qualcosa di esterno e giuridico, ma per ricordarne la gratuità.

Per Paolo la presenza dello Spirito è una presenza liberante, che si lascia discernere da alcuni segni: un capovolgimento nella logica della vita, un nuovo rapporto con Dio sperimentato come Padre, l’intima convinzione (a dispetto delle smentite, della poca fede e dello stesso peccato) di essere figli di Dio. È dunque un nuovo rapporto con Dio: l’uomo può rivolgersi a lui liberamente, francamente e confidenzialmente. Non più un rapporto di schiavitù ma di libertà: il cristiano può far sua la medesima confidenza e la medesima libertà di Gesù verso il Padre. Questo rapporto filiale con Dio è la radice di ogni altra libertà.

La Pentecoste porta a compimento la Pasqua, lo Spirito realizza l’opera di Gesù; grazie allo Spirito noi siamo diventati figli, possiamo vivere da figli. Con gratitudine, riconoscenza e libertà accogliamo lo Spirito di Dio, lasciamolo agire nella nostra vita e vedremo dei cambiamenti grandi!

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