Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 

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Commemorazione di tutti i Defunti – Chiesa di Milano

 

La morte inganna, Dio non mente

Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro Giobbe 19,26-27

Ogni domenica, alla fine del Credo, ripetiamo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Non è un mero atto di fede rituale: è la convinzione profonda su cui costruiamo la nostra esistenza. Non si tratta di fuggire dalla vita terrena, ma di guardare oltre, di confidare nella promessa di Dio, che offre più di quanto la nostra esperienza limitata possa immaginare. In questo contesto, il problema più grande della vita umana, la morte, assume una luce nuova. La morte non è semplicemente una chiusura: è anche apertura, non una fine definitiva ma un passaggio verso la vita piena. I primi cristiani la definivano dies natalis, il giorno della nuova nascita. Questa prospettiva cambia radicalmente il modo in cui comprendiamo la vita terrena: non più come storia principale, con l’aldilà come appendice, ma come prefazione che introduce alla storia fondamentale dell’esistenza, che si compie in Dio.

Dio non vuole la morte: Egli ha sempre lottato contro di essa. La risurrezione di Cristo ne è la prova definitiva, l’atto che ha forzato le porte della morte e ha rivelato Dio come amante della vita. In questa luce, le espressioni che talvolta leggiamo nei necrologi – “Dio ce lo ha dato, Dio ce lo ha tolto” – appaiono fraintese. Dio non riprende la vita: Egli la custodisce, la rinnova, la libera dalla morte. I cristiani, partecipando alla risurrezione di Cristo, possono affrontare la morte senza paura, con la certezza che essa non è l’ultima parola.

I nostri defunti, poi, non sono assenti. Sono vivi, non solo nella memoria e nell’affetto, ma in Dio, e quindi in un modo che trascende lo spazio e il tempo. Essi ci accompagnano, il meglio di ciò che hanno vissuto resta in noi come fermento vitale. Con loro il dialogo non si interrompe: possiamo ancora dire grazie, chiedere perdono, sciogliere malintesi.

La morte, pur dolorosa, non spezza i legami fondamentali. Al contrario, apre alla possibilità di una comunione nuova, partecipata e viva. Questa visione offre pace e consolazione. Come Simeone, possiamo affidare la nostra vita alla parola di Dio, dicendo: «Ora lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola». Per questo, in ogni celebrazione eucaristica la Chiesa invoca il perdono divino per «tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e, nella misericordia del Signore, per tutti i defunti perché siano ammessi alla luce del suo volto».

In ultima analisi, il cristiano non teme la morte perché sa che la sua vita non si esaurisce qui. La vita piena, la pienezza di gioia promessa da Dio, ci attende oltre la morte, e la risurrezione di Cristo ce ne garantisce l’accesso. In questa prospettiva, la morte non è un problema insormontabile, ma un passaggio verso la pienezza, e i nostri morti, vivi in Dio, restano partecipi della nostra storia e della nostra speranza. Aspettiamo dunque la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. La nostra fiducia in Cristo ci permette di vivere, amare e morire con serenità, consapevoli che, attraverso lui, ogni vita trova compimento e ogni morte si trasforma in nascita.

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Specchi di vanità e giustizia

Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri Luca 18,9

Gesù racconta un’altra parabola a proposito della preghiera: dopo quella della vedova insistente presenta due uomini che pregano, ma con atteggiamenti diversi. Gesù dice che la preghiera di uno non serve a niente, mentre la preghiera dell’altro gli cambia la vita. Il fariseo e il pubblicano appartengono allo stesso popolo, salgono allo stesso tempio, pregano lo stesso Dio. Eppure vivono la religione in due modi opposti: il fariseo la vive come legge, il pubblicano come grazia.

Il fariseo non è un ipocrita: osserva i comandamenti, digiuna più del necessario, paga le decime persino oltre il prescritto. Ma proprio qui sta l’inganno: la sua religione funziona anche senza Dio. La legge prende il posto di Dio, e la sua giustizia diventa autosufficienza. Non ha nulla da chiedere, e così nulla riceve. È il rischio di ogni religione ridotta a norme e doveri: Dio diventa superfluo. Il pubblicano, al contrario, è un peccatore vero, non immaginario. Colluso con i Romani, arricchito a spese del popolo, vive in una situazione morale compromessa. Eppure trova la forza di bussare a Dio: non presenta meriti, non cerca scuse, non alza neppure gli occhi al cielo. Solo una supplica: «O Dio, abbi pietà di me peccatore!».

Il saggio Siracide afferma, nella prima lettura (35,12-14.16-18), che «la preghiera del povero attraversa le nubi», cioè arriva sempre a Dio. L’immagine suggerisce che non tutte le preghiere riescono a raggiungere la loro meta, ma quella del povero sì. Il “povero” in senso biblico non è semplicemente chi ha pochi mezzi materiali, bensì chi è umile, chi non fa affidamento sulle proprie forze, chi riconosce la propria fragilità e il proprio limite. È l’opposto del presuntuoso, che si fida solo di sé stesso e si illude di essere autosufficiente. La forza della preghiera del povero sta proprio in questa verità interiore: nasce da un cuore che non pretende, non si vanta, ma si affida totalmente a Dio. Per questo è una preghiera autentica, che non resta sospesa a metà strada, ma «attraversa le nubi», e raggiunge il Signore.

Dove ci collochiamo noi? Forse, più spesso di quanto pensiamo, siamo farisei che recitano la preghiera del pubblicano: peccatori immaginari, con peccati immaginari, che ricevono una grazia immaginaria. È quella che Dietrich Bonhoeffer chiamava «la grazia a buon mercato»: perdono senza conversione, fede senza sequela, Cristo senza croce. Eppure il Vangelo non lascia spazio a illusioni. Il peccato più grave non è solo fare il male, ma non fare il bene. Nessuno è veramente giusto; tutti abbiamo bisogno di misericordia.

Per il fariseo, la grazia è essere liberato dall’illusione di innocenza; per il pubblicano, la grazia è la liberazione dalla colpa. Entrambi devono guardarsi non nel proprio specchio, ma nello specchio di Cristo: il fariseo nella sua vita, che smaschera ogni falsa giustizia; il pubblicano nella sua croce, che cancella ogni peccato.

Così si compie il cerchio della misericordia: non esclusione, ma abbraccio universale. Come scrive Paolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia » (Romani 11,32). Raccontare la misericordia significa proprio questo: non c’è vita che ne sia fuori, non c’è cuore che non ne abbia bisogno.

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Il morbo dell’ingratitudine

[ ...] Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Luca 17,17

Gesù è in cammino verso Gerusalemme. In un villaggio gli si avvicinano dieci uomini lebbrosi. La lebbra, più che malattia fisica, è simbolo di separazione, di emarginazione, di esclusione dalla comunità e dal culto. Questi uomini non possono avvicinare gli altri né Dio; la loro vita è sospesa nella lontananza, nel grido, nell’attesa. Eppure il loro appello raggiunge Gesù. La sua misericordia non fa distinzioni. Tutti e dieci credono alla sua parola e, senza indugio, si mettono in cammino verso i sacerdoti secondo la Legge. Lungo la strada, come per un miracolo silenzioso, sono purificati. Ma tra loro solo uno torna indietro. È un samaritano, uno straniero, colui che la comunità disprezza e rifiuta. Il suo tornare non è un semplice gesto fisico: è un vero e proprio rivolgimento interiore. “Tornare”, nel linguaggio biblico, significa conversione. Significa ritornare a Dio, riconoscere la sorgente di ogni dono, abbandonare l’indifferenza e scoprire la gratitudine come via di trasformazione. Gesù loda la fede di questo uomo, sottolineando che il cuore che riconosce il bene ricevuto è ciò che salva.

Il samaritano non si limita a percepire la guarigione: egli unisce nella stessa lode Dio e Gesù. La sua gratitudine diventa riconoscimento, adorazione e azione di grazie. Riconosce davanti a tutti che la salvezza è dono, che la misericordia non ha confini né pregiudizi. La fede, allora, non è un fatto privato, ma un gesto visibile che trasforma chi lo compie e chi lo osserva. Spesso, rifletteva il cardinale Carlo Maria Martini, ci troviamo tra i nove che non sanno tornare indietro. La fede rischia di diventare abitudine, il dono appare scontato. Così perdiamo la forza di stupirci, la capacità di tornare a Dio e di riconoscere che ogni istante della vita è un’occasione di grazia. Il samaritano, invece, ci mostra che la vera libertà nasce dal cuore che sa dire grazie, dalla coscienza che ogni gesto di bene, ogni parola, ogni incontro è dono da lodare.

Questa pagina invita a riflettere anche sul nostro tempo. Viviamo in un mondo che corre, che separa, che distingue tra “noi” e “gli altri”. La vita ci pone davanti a molte occasioni per dimenticare di riconoscere i doni ricevuti: salute, amicizia, fede, possibilità di essere generosi. Eppure, come il samaritano, possiamo tornare indietro. Possiamo fermarci, volgere lo sguardo verso chi ci ha preceduto nel dono, scorgere la presenza di Dio nei gesti più piccoli e ordinari, e trasformare la nostra gratitudine in vita concreta, aperta e luminosa.

La domanda di Gesù resta aperta: «E gli altri nove dove sono?». Non è una condanna. È un invito a fermarsi, a voltarsi, a ritrovare la sorgente della propria vita spirituale. È un richiamo a scoprire la bellezza del dono ricevuto e a lasciarsi trasformare dalla gratitudine. L’Eucaristia è il gesto supremo del ringraziamento. La Messa domenicale non è un obbligo né una tassa da pagare al Signore, ma l’autentico atto di affetto di chi riconosce la sua presenza e i doni ricevuti. Partecipare significa accorgersi della grazia di ogni istante e offrire a Dio la propria gratitudine. Trascurare la Messa è segno di una fede che rischia di diventare abitudine, fino a lamentarsi quando i progetti e la vita vengono sconvolti. La vera fede, invece, si manifesta nel ritorno quotidiano al Signore, nel riconoscere la sua grazia e trasformarla in gesti concreti di amore e di lode.

Quale fede ti muove? XXVII Domenica del T.O.

Se aveste fede quanto un granello di

senape, potreste dire a questo gelso:
«Sràdicati e vai a piantarti nel mare»,
ed esso vi obbedirebbe (Luc 17,6)

 

Gli apostoli, consapevoli
di avere risorse
limitate, si rivolgono
a Gesù con una richiesta
sincera: «Accresci
in noi la fede!». Con queste
parole chiedono una fiducia più
profonda in Dio. Non si tirano indietro
e non rinunciano ai loro
compiti; al contrario, cercano una
relazione più stretta con il Signore,
consapevoli che da soli non potrebbero
arontare tutto ciò che li
attende. Gesù, tuttavia, non risponde
semplicemente con un sì
immediato, ma con una parola che
sorprende: «Se aveste fede quanto
un granello di senape…». Con l’immagine
di un seme piccolo e apparentemente
insignificante, mostra
che non è la quantità di fede a determinare
la sua
efficacia, ma la
qualità e la vitalità
di una fede autentica.
Anche un
piccolo frammento
di fede, se sincero
e vissuto con
costanza, può
compiere meraviglie
che, agli occhi
umani, sembrerebbero impossibili.
Non conta la quantità della
fede, ma la sua qualità.
Nella prima lettura, il profeta
Abacuc (1,2-3; 2,2-4) ci offre un
esempio concreto di questa fiducia.
Scrive in un periodo drammatico
per Israele, quando Gerusalemme
è minacciata e la società
appare corrotta. Il profeta si lamenta con Dio per la violenza e l’ingiustizia
che vede intorno a sé,
esprimendo sentimenti che rispecchiano
i nostri stessi dubbi: sembra
che Dio non intervenga, sembra
che il male domini e che il
Signore resti silenzioso.
Ma Dio risponde con chiarezza:
ha stabilito un tempo preciso per le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.
fare giustizia e ricorda che la condizione
fondamentale per vivere è
la fedeltà: «Il giusto vivrà per la
sua fede». In ebraico, la parola
“fede” (‘emunáh) significa solidità
e fiducia, indica un fondamento saldo
su cui costruire la propria vita.
Non significa pretendere che Dio
faccia ciò che vogliamo noi o secondo
i nostri tempi, ma accogliere
il suo agire, affidandosi pienamente,
anche quando non comprendiamo
tutto. Come scrive Manzoni
ne I promessi sposi: «Dio dispone latutte
le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.

 

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