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La Parola di Dio a cura di don Gianni

V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO C (da FAMIGLIA CRISTIANA)

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Il miracolo di uno sguardo d’amore

«Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» Giovanni 8,11

Nella quinta domenica di Quaresima ascoltiamo ancora una pagina evangelica sulla misericordia. Il racconto ci porta al Tempio di Gerusalemme, dove Gesù insegnava alla folla che si raccoglieva intorno a lui. Gli scribi e i farisei, sempre pronti come al solito per metterlo alla prova, gli portarono una donna, che era stata sorpresa mentre commetteva adulterio, «la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». Gesù non giustfica l’adultera; non dice nemmeno che bisogna cambiare la legge, lascia passare del tempo e permette a quegli accusatori di ripensarci. Compie un gesto strano: accucciato per terra con il dito scrive nella polvere.

Che cosa abbia scritto, non lo sappiamo… forse richiama il dito di Dio che scrive i Comandamenti e scrive nel cuore dell’uomo la sua legge. Quando quelli insistono, lui si alza e risponde con una formula geniale. Non dice che la donna non è peccatrice o che la legge di Mosè è sbagliata, ma propone di applicare la condanna da parte di chi è senza peccato. Fa capire così che nel giudicare c’è sempre il pericolo di voler colpire negli altri le proprie colpe inconfessate.

Quando la severità, che dovrebbe essere riservata ai propri peccati, viene trasferita sugli altri, può procurare la gratificante illusione di essere “senza peccato”. Solo l’umiltà può sciogliere questo nodo malefico perché, mentre restituisce a ciascuno la misura delle sue responsabilità, permette di aprirsi a una comprensione più fraterna e solidale verso le colpe degli altri. È bello vedere che Gesù solleva lo sguardo su quella donna solo quando gli altri hanno ormai cessato di far pesare il loro disprezzo e severità. Ora a quella donna a cui nessuno prima parlava e che rimaneva imprigionata nella sua colpa, segnata da un destino di morte, Gesù apre un nuovo avvenire donandole la possibilità di risorgere, di rinascere e ripartire: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».

Gesù dice a quella donna: «Non ti condanno». Ciò non significa: «Non è peccato quello che hai fatto»; significa piuttosto: «Pur riconoscendo il tuo peccato, io non ti condanno, ma ti do la possibilità di cambiare; d’ora in poi non peccare più». Non le dice: «Continua pure a peccare ». “D’ora in poi” è un impegno nel tempo, è una possibilità di trasformazione. Solo uno sguardo d’amore può compiere il miracolo di liberare una persona dai suoi fallimenti e dalle sue angosce.

Nella nostra storia non mancano errori più o meno grandi. Ognuno di noi, ripensando alla propria vita, può riconoscere situazioni di peccato, ma essa è di più dei peccati che abbiamo fatto, e di fronte a uno sbaglio – anche a un peccato grave! – non finisce lì: c’è la possibilità di cambiare! Pensiamo a Giuda. Il suo peccato grave non è stato tradire Gesù, consegnarlo nelle mani dei nemici. È stata certamente una scelta sbagliata, ma quando si è accorto d’aver sbagliato, il vero dramma è stato quello di pensare di farla finita, perché riteneva non ci fosse più possibilità di perdono. «D’ora in poi non peccare più». Questa è la parola fondamentale che Gesù ci dice oggi: d’ora in poi hai una nuova possibilità.

Un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza III di Quaresima (da Famiglia Cristiana)

 

Lectio III domenica di Quaresima | Comunità Kairós

<<Padrone, lascialo ancora quest’anno,
finché gli avrò zappato attorno
e avrò messo il concime. Vedremo
se porterà frutti per l’avvenire;
se no, lo taglierai». Luca 13,8-9

 

Al centro della discussione riportata dal Vangelo c’è un problema che ha sempre tormentato la coscienza dei credenti: come interpretare i fatti tragici della vita? Il Vangelo richiama una strage di galilei avvenuta nel tempio su ordine di Pilato e un incidente sul lavoro. Sono casi di cronaca del tempo di Gesù, ma potrebbero essere cronaca del nostro tempo. Di fronte a situazioni disastrose di morti e di violenze, qualcuno si può domandare: «Erano più peccatori degli altri quelli che sono rimasti vittime?». Gesù risponde con un’espressione che non è facile da capire: “No”, ma coglie l’occasione di quei casi di cronaca per dire che «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».

Convertirsi per Gesù è in primo luogo un cambiamento di mentalità che dovrebbe riguardare il modo di giudicare sia i comportamenti morali degli uomini sia l’azione di Dio. Nessuno ha il diritto di distinguere gli uomini in giusti e ingiusti, in innocenti o colpevoli, a seconda della sorte che incontrano nella loro vita. Sarebbe come pensare che il più fortunato sia anche il più onesto, e il più disgraziato, al contrario, il peccatore più ostinato.

Nessuno deve pensare che Dio voglia comportarsi da giudice severo e vendicatore. Il Dio del Vangelo non è un Dio dispensatore di paure, ma è un Dio che libera dalle paure. È il Dio dell’amicizia, della compassione, della felicità. Poi Gesù continua il suo insegnamento presentando la parabola del fico sterile, la cui immagine era già stata molte volte utilizzata nell’Antico Testamento per indicare il popolo di Dio. C’è il padrone di una vigna che di fronte a un fico sterile da tre anni pensa di tagliarlo. Questo padrone, è chiaro, rappresenta il Dio della nostra immaginazione distorta, quel Dio sempre pronto a registrare e a punire ogni trasgressione e ogni inadempienza. Ma c’è il vignaiolo che parla in modo misericordioso e chiede pazienza al padrone: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Il tempo che si prolunga è segno di misericordia, non assenza di giudizio. Il tempo si prolunga per permetterci di approfittarne, non per giustificare il rinvio o l’indifferenza. Questo dialogo tra padrone e vignaiolo mette, inoltre, in risalto il valore dell’intercessione, della preghiera per ottenere misericordia, fatta da Gesù che è il vignaiolo al Padre che è il padrone. Fa pensare all’intercessione chiesta da Abramo verso le città di Sodoma e Gomorra, la stessa di Mosè nei confronti di Israele nell’episodio del vitello d’oro.

Dio è un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza e sogna sempre di raccogliere qualche frutto. Anno dopo anno attende il meglio di noi stessi, anche se tarda a venire. È tipico e proprio dell’Amore avere pazienza, continuare a sperare, prorogare le scadenze, prolungare le attese, concedere nuove opportunità, essere misericordiosi, fare continui e ripetuti sacrifici per non perdere nessuno, lottare con tutte le forze e fino allo stremo pur di salvare la persona amata. Tu, o Dio, zappa ancora e metti concime in questa nuova Quaresima. E attendi che io, che noi tutti, che questa terra porti finalmente frutto.

La vita come un esodo - II Domenica di Quaresima (Famiglia Cristiana)

 

Signore, è bello per noi restare qui!”. Trasfigurazione del Signore

«Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme». Luca 9,30-31

Ogni seconda domenica di Quaresima la liturgia propone il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù, che quest’anno ascoltiamo nella versione di Luca (9,28-36). Il testo della prima lettura (Genesi 15,5-12.17-18) presenta il racconto dell’alleanza che Dio ha stipulato con il patriarca Abramo, impegnandosi a dargli la terra. L’apostolo, nella seconda lettura (Filippesi 3,17-4,1), ci ricorda il grande impegno che Dio ha preso con noi: il nostro corpo mortale verrà trasfigurato dal Signore e sarà reso simile al suo corpo glorioso.

È importante anzitutto notare che la Trasfigurazione avviene su un monte. Quale sia il monte non viene detto e del resto non è necessario saperlo. Ci basti osservare che il monte ha una chiara funzio-ne simbolica perché è il luogo più vicino a colui che è chiamato l’Altissimo. E su questo monte, dove la terra tocca il cielo, Gesù viene a pregare, a vivere un momento di particolare intensità nella sua relazione con il Padre. Gli evangelisti dicono poi che nel momento della Trasfigurazione apparvero Mosè ed Elia a fianco a Gesù. Luca aggiunge che i tre parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe dovuto compiere a Gerusalemme. La parola esodo vuol dire uscita. Mosè, infatti, aveva guidato l’uscita del popolo di Israele dall’Egitto; Elia a suo tempo aveva fatto un’altra uscita importante andando fino al Sinai; adesso Gesù sta preparando il suo esodo decisivo. È un’uscita, è un passaggio, è l’autentica Pasqua che comporta però il passaggio attraverso la croce: richiede quella sofferenza della passione. È un’uscita da questo mondo per poter entrare nella gloria del Padre. Ora, anche i discepoli devono imparare a fare l’esodo.

Il libro della Genesi, introducendo il racconto dell’alleanza con Abramo, dice che «Dio condusse fuori Abramo». Lo portò fuori dalla tenda, perché potesse contemplare il cielo notturno e contare le stelle. E quando si presenta, Dio gli dice che è colui che ha fatto uscire Abramo dalla sua terra e lo ha accompagnato altrove, in una terra nuova che gli ha promesso in eredità; e dopo tanto cammino del patriarca, Dio lo fa uscire per dirgli: «Conta le stelle, vedi se riesci a contarle!».

Dio è dunque colui che fa uscire. Ma da dove? Da noi stessi, dalle nostre idee, dai nostri attaccamenti, dai nostri vizi, dalle nostre abitudini cattive, dal nostro egoismo, che è spesso al centro ed è il nostro padrone. Ci sono tante voci confuse e discordi che ci disorientano quando vorremmo un’indicazione sul cammino da prendere, ma c’è sempre una parola che può essere ascoltata senza timore di essere ingannati: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». C’è tanto male nel mondo, ma c’è anche, più forte del male, il bene di tante persone che non si stancano di amare. L’evento della Trasfigurazione ci educa a cogliere ciò che i nostri sensi superficiali non saprebbero percepire: che ogni gesto di vero amore, anche il più oscuro e il più ignorato, anche quello che sembra sprecato e inutile, esprime sempre un alone di gloria ed è benedetto da una voce che scende dall’alto, a confortarci con il dolce nome di “figlio”.

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