Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,26-38)

Il primo miracolo di Maria è non essere scappata. La sua prima e vera  santità sta nell'”Eccomi”

MARIA, MODELLO DEL DISCEPOLO E DEL CREDENTE

 

            Nell’ultima domenica di Avvento, la liturgia ci propone il brano evangelico dell’annunciazione, letto e forse meditato innumerevoli volte, tanto conosciuto che il suo significato appare chissà scontato o comunque chiaramente comprensibile, pur nel suo mistero affascinante.

            L’evangelista accompagna il suo lettore all’origine, sollevando arditamente un velo sull’intimità di Maria, la madre di Gesù, per condurlo nel segreto sconcertante di una Parola che viene incontro all’uomo per farsi carne. Maria, protagonista di questo episodio, è presentata nel vangelo come modello del discepolo e del credente, proprio in virtù della sua relazione con la Parola divina. Ella è il prototipo dell’uomo credente, di colui che con una fede attiva e consapevole si mette alla sequela di Cristo.

            La Parola che irrompe nella vita di Maria prende la forma di un singolare saluto: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (v. 28). Più che di un semplice apostrofe, si tratta di un vero e proprio invito alla gioia, modellato sulle esortazioni rivolte a Sion: “Gioisci, figlia di Sion, a te viene il tuo re…” (Zc 9,9); o ancora: “Giubila, figlia di Sion, rallegrati, Israele, gioisci ed esulta di tutto cuore, figlia di Gerusalemme […] re di Israele è il Signore in mezzo a te” (Sof 3,14-17); si può entrare nella gioia in virtù di una promessa che si sta compiendo.

            L’appellativo usato dal messaggero divino (“piena di grazia”) suona per Maria come un nome nuovo, attraverso il quale l’angelo rivela alla vergine la sua condizione, la sua identità di donna colmata dalla benevolenza divina all’opera in lei. A Maria, svelata a se stessa dalla Parola che le viene incontro, viene donata la consapevolezza di un’identità in relazione: all’appellativo che la descrive come spazio privilegiato della manifestazione della grazia, l’angelo aggiunge: “il Signore è con te”, un saluto che indica un’elezione finalizzata ad una particolare missione, per la quale si promette assistenza e sostegno.

Questo è ciò che compie la Parola di Dio in Maria e nella vita di ogni credente: entrando in una storia, comincia a sollevare il velo sul volto del suo interlocutore svelandolo a se stesso, rivelandogli un’identità plasmata dall’azione divina. È una parola creatrice. Scrive infatti Sant’Agostino riguardo a questo episodio: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cf. Sermo 69, 3, 4).

III DOMENICA DI AVVENTO (GV 1,6-8.19-28)

Identità e testimonianza: Giovanni Battista". Introduzione alla lectio  divina su Gv 1, 6-8.19-28 – Tuttavia

GIOVANNI, IL TESTIMONE FEDELE

 

            Nel brano evangelico odierno, l’evangelista Giovanni mette in risalto due caratteristiche fondamentali del Battista, la prima delle quali è essere “mandato da Dio”. Come gli altri profeti dell’Antico Testamento egli è chiamato da Dio per una missione particolare. La seconda caratteristica è quella di essere testimone della luce: “Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce”; quella luce che è Cristo, in quanto incarnato nella storia umana, e cioè come rivelazione del Padre. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”, precisa l’evangelista nel prologo, mettendo fine così a una nota polemica di alcuni che esaltavano il Battista a scapito di Gesù.

            Più avanti, alla delegazione inviata dai Giudei, composta di sacerdoti e leviti, persone cioè che appartengono al gruppo dirigente della città santa, Giovanni stesso risponde in merito alla sua identità, esplicitando innanzitutto quello che egli aveva coscienza di non essere: “io non sono il Cristo”, e neppure Elia o il profeta. Gli inviati dei Giudei non sembrano soddisfatti della sua risposta e insistono domandando: “Chi sei?”. Egli risponde citando in prima persona un passo del profeta Isaia: “Non sono altro che una voce che chiama nel deserto, che invita a mettere diritto il cammino del Signore” (cf. Is 40,3). Giovanni Battista al culmine del successo, della notorietà e dell’accettazione della sua missione, non esita a dire che egli è solo una voce che annuncia, un testimone che attira l’attenzione su qualcuno che è più importante e più grande di lui. Costui - afferma - è già in mezzo a voi, anche se vi risulta ancora ignoto.

            Giovanni, intimamente legato a Gesù, è dunque il testimone fedele, testimone di un Dio già qui. Il suo compito è quello di indicarlo al mondo come luce vera che illumina ogni uomo. «La voce è quella di Giovanni - scriveva sant’Efrem - ma la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati, la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni» (Diatessaron, 3,15). Abbiamo ancora bisogno di cristiani che siano in questo mondo “voce” di un Altro, testimoni credibili dell’unica Parola che salva!

 

II DOMENICA DI AVVENTO (MC 1,1-8)

PANEQUOTIDIANO, «VI FU GIOVANNI, CHE BATTEZZAVA NEL DESERTO E PROCLAMAVA UN  BATTESIMO DI CONVERSIONE» – #InCammino

 

IL FONDAMENTO DEL VANGELO

 

            Marco è l’unico degli evangelisti a dare un titolo al suo vangelo. Un titolo che contiene tutto

quanto il lettore andrà a leggere: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio». Non è la “storia”, non si troverà la “biografia”, ma la “buona novella”, cioè il vangelo, la “buona notizia” di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Queste nove parole sono la sintesi non solo di tutto il suo Vangelo, ma anche di tutto il Nuovo Testamento. È una “arché”, termine greco che si può tradurre con “principio”, “inizio”, ma anche con “fondamento”, punto solido di riferimento. Fin da subito, come si vede, l’evangelista chiarisce qual è il cardine di ciò che si rivela al mondo come bella notizia: Gesù Cristo, Figlio di Dio.

            Il vangelo di Marco è il primo ad essere stato scritto e tenta di mettere un po’ di ordine nel caos di tanti racconti relativi a Gesù di Nazaret cercando di chiarire bene la sostanza del messaggio identificato con la sua persona. Erano infatti passati pochi anni dai fatti della pasqua; tutti parlavano di Gesù, di ciò che era successo intorno a lui, del conflitto che si era prodotto tra lui e i capi degli ebrei; molti gli annunci che si susseguivano, dalle donne agli apostoli, ai discepoli, di averlo visto risuscitato. La “pietra scartata” adesso viene rivista, nel chiarimento portato dall’evangelista, come pietra miliare, pietra angolare su cui costruire tutto il resto.

            Al centro del messaggio del vangelo non c’è un comandamento o una promessa, ma questo dato di fatto, che la persona storica di Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Per gli uomini egli è il Cristo, il re d’Israele, ossia l’inviato da Dio. Per Dio egli è invece il Figlio amato, in cui si è compiaciuto. Il fatto che questo Gesù sia presso di noi uomini il Cristo, il Figlio di Dio, supera ogni altra ragione di letizia.

            Il vangelo è davvero una bella notizia. Il suo inizio è affidato alla predicazione di Giovanni Battista, attraverso il quale, così come era stato promesso dal profeta Isaia, si compie il piano di Dio. È una bella notizia, però, per tutti coloro che si accettano nella propria realtà, per tutti coloro che si riconoscono in una situazione di schiavitù, di peccato e di morte. È per questo che Giovanni predica un “battesimo di conversione”, perché il gesto di immergersi fisicamente nelle acque corrisponde a una confessione, a un’ammissione sincera, pubblica e totale della necessità di risorgere. «Battezzarsi solo nella penitenza - scriveva Tertulliano -, [è sapere] che verrà qualcuno fra non molto che battezzerà nello spirito e nel fuoco, poiché‚ la vera e duratura fede sarà battezzata nell’acqua per la salvezza, ma la fede simulata e debole è battezzata nel fuoco per il giudizio».

I DOMENICA DI AVVENTO (MC 13,33-37)

 

LO DICO A TUTTI – PREDICATELO SUI TETTI

VEGLIATE!

 

            Con questa prima domenica di Avvento inizia un nuovo anno liturgico, durante il quale leggeremo il vangelo di Marco. Fin dalle prime righe il lettore è avvisato che ciò che leggerà, le parole che ascolterà, le gesta che vedrà, i segni di cui si stupirà saranno opera del Figlio di Dio. Quello che Marco ci presenterà è il Gesù di tutti i giorni, uomo come noi. Si ha l’impressione di scoprirlo, giorno dopo giorno, con gli occhi di Pietro, che lo ha visto sulle strade della Palestina, durante gli anni della vita passati insieme; lo ha accolto nella sua casa di Cafarnao; lo ha visto mangiare e dormire, parlare e pregare…

            Nella scena presentata dalla liturgia odierna, l’evangelista riporta l’ultimo insegnamento pubblico di Gesù prima della sua passione. Dopo la fine della sua attività pubblica a Gerusalemme e prima del compimento del suo cammino, il maestro rivolge lo sguardo al futuro, al tempo in cui i discepoli dovranno vivere senza la sua presenza visibile, e li invita alla vigilanza: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento… Vegliate dunque… Quello che dico a voi lo dico a tutti: “Vegliate!”». Li esorta cioè ad avere uno sguardo lucido e acuto verso chi si presenta e verso ciò che avviene, perché diano una giusta interpretazione delle cose e non si lascino ingannare. Ripeterà lo stesso invito ancora, prima di essere arrestato, quando nel Getsemani esorterà i discepoli: «Restate qui e vegliate… Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione». In questo caso la veglia viene effettuata tramite la preghiera, che indica la consapevolezza di mantenere un’attenzione che sia anzitutto interiore.

            Come si vede, il vigilare è dunque un atteggiamento essenziale della vita cristiana, che riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio ed esprime l’attenzione e la cura per il momento presente. Anche oggi l’invito di Gesù risulta particolarmente utile, in questo tempo di crisi e di smarrimento, che spesso rischia di addormentare le nostre coscienze nel godimento egoistico di quanto possediamo, dimenticando la gravità dell’ora e il bisogno di scelte coraggiose e serie. Lo sapevano bene i padri del deserto che proponevano ai propri discepoli questo racconto: «Abba - chiese il giovane discepolo -, perché sono molti quelli che vengono nel deserto a cercare il Signore, e sono pochi quelli che perseverano?». Rispose l’anziano e saggio monaco: «Hai presente la caccia alla volpe, quella con tutti quei cani che corrono dietro al povero ma veloce animale? Tutto inizia quando all’apparire della volpe, i cani che sono davanti al gruppo cominciano ad agitarsi, contagiando della propria agitazione anche tutti gli altri cani, che sono dietro, e che la volpe non l’hanno neppure intravista. I primi iniziano a correre, e gli altri dietro a loro. L’apparire della volpe è stato probabilmente simile a un guizzo rosso, ma tanto è bastato per quei cani che se ne sono accorti e hanno colto il passaggio. Dopo un po’ di minuti di inseguimento, solo i cani che avevano anche solo intravisto la volpe continueranno a correre imperterriti, certi della sua esistenza, anche se vista solo per una frazione di secondo. E gli altri cani, quelli voglio dire che hanno iniziato a correre solo perché qualcun altro davanti a loro aveva iniziato a farlo? Be’, lungo la strada ci saranno innumerevoli cose più interessanti da fare che non correre dietro ad una volpe, per giunta neanche poi vista: un osso da annusare, un alberello invitante a cui accostarsi per fare pipì, una fresca ombra al cui riparo distendersi per un sonnellino, un sentiero comodo e largo dove trotterellare felici…». Che dire? Corriamo anche noi incontro al Signore. Buon Avvento!

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