Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

VI DOMENICA DI PASQUA (GV 14,15-21)

 

Non vi lascerò orfani: verrò da voi'' - il Dolomiti

UN DIFENSORE CHE CI ASSISTE NELLA LOTTA


La pagina evangelica odierna appartiene ai cosiddetti discorsi di addio del Quarto vangelo.
Ai discepoli che sono con lui, Gesù parla dello Spirito Santo usando una parola caratteristica che è “Paraclito”, “Difensore”: «io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre». Il primo elemento di questa difesa del discepolo che lo Spirito Santo compie è di rimanere con lui in modo tale che il legame del discepolo al Signore sia permanente. C’è stato infatti un periodo in cui il Signore era con i suoi discepoli e il legame era immediato, era un legame di ascolto, di discussione, di contemplazione… Questo tipo di presenza del Signore è ora tolto, ma non è tolto il rapporto con il Signore. Il discepolo non può vivere se non rimanendo nel Signore; e questo com’è possibile? Mediante lo Spirito! È lo Spirito di Cristo, lo Spirito donato dal Risorto che permette al discepolo, nel tempo anche dell’assenza fisica del Signore, di vivere un rapporto permanente con lui. Il discepolo continua a rimanere in Gesù. «Non vi lascerò orfani», promette ai discepoli alla vigilia della sua passione, «tornerò da voi». Negli anni del suo ministero Gesù stesso è stato il loro difensore, li ha protetti dalle paure e dalle seduzioni del mondo e li ha resi testimoni della forza guaritrice dell’amore di Dio. Ma ora è il
momento del distacco: i discepoli continueranno a vivere nel mondo e inevitabilmente avranno a che fare con le pressioni, i condizionamenti del mondo; dovranno rimanere fedeli al comandamento dell’amore anche quando questo costerà loro sacrifici e umiliazioni. Avranno bisogno di un difensore che li assista nella lotta, che smascheri davanti a loro le pretese di un mondo che vorrebbe fare a meno di Dio e vorrebbe presentarsi come sorgente autonoma di salvezza 

V DOMENICA DI PASQUA (GV 14,1-12)

Commento al vangelo della V domenica di Pasqua (Gv 14,1-12), a cura di  Giulio Michelini ofm – La parte buona

 

CONOSCERE LA VIA


Nei discorsi d’addio Gesù parla del suo viaggio verso la casa del Padre, dove egli torna
attraverso la sua morte-glorificazione, per preparare un posto per i suoi discepoli prendendoli con sé
perché anche essi siano là dove egli è. Tommaso, da parte sua, confessa realisticamente di non
sapere quale sia la via di cui Gesù parla e perciò chiede: «Signore, come possiamo conoscere la
via?». E la risposta è che Gesù, e soltanto lui, è per i discepoli la via al Padre, perché lui solo, in

quanto Figlio, ha il potere di prenderli con sé nella casa del Padre. Conoscere la via significa che ci
si deve lasciar prendere da Gesù e introdurre nella comunione con lui, e che questa diventerà
perfetta quando si starà insieme con lui.
«Io sono la strada!», dirà Gesù, ricordando che la vera strada da percorrere non è da fare, da
tracciare, da costruirsi: esiste già prima di noi ed è essa che ci viene incontro, ci conquista e ci invita
a percorrerla. Quante volte - è il caso di ammetterlo - abbiamo percorso strade sbagliate, abbiamo
imboccato sentieri sconosciuti che ci hanno resi tristi e soli. Con il suo invito Gesù ci ricorda che
non solo cammina davanti o accanto a noi, ma egli, nella sua stessa persona, è la strada su cui noi
siamo chiamati a camminare. È lui la via ed è lui la meta, ovvero la via che conduce alla verità e
alla vita. “Gesù è la verità” significa che solo attraverso di lui si può conoscere il mistero di Dio.
“Gesù è la vita” significa che noi abbiamo l’unione con Dio Padre, e quindi la vera vita eterna,
soltanto tramite l’unione con Gesù.
S. Agostino esprime tutto questo attraverso un’accorata esortazione: «Poiché non
conoscevamo la via, lo stesso Cittadino del cielo si è fatto per noi via. Non sapevamo dove passare;
con la Sua natura di servo ci ha aperto la strada, con la Sua natura divina ci ha procurato la patria.
Se cerchi la verità, segui la via, perché la via è lo stesso che la verità. Non puoi giungere alla meta
seguendo un’altra via; per altra via non puoi giungere a Cristo. Arrivi a Cristo Dio, per mezzo di
Cristo uomo. La via percorsa da Cristo ti sembra scabrosa, ti rende pigro e così ti rifiuti d’andare
dietro a Lui. Va’ dietro a Lui. Egli per offrire una via di ritorno all’uomo, che per superbia era
uscito fuori dal paradiso, si degnò di mostrargli in Sé stesso la via. In questo modo ora
camminiamo, non abbiamo paura di perderci, abbiamo come strada la misericordia stessa»
(Discorso 16/A).

IV DOMENICA DI PASQUA (GV 10,1-10)

Arcidiocesi di Vercelli » » 4ª domenica di Pasqua Gv 10,1-10

 

LA VOCE DEL PASTORE AUTENTICO

Nel vangelo di Giovanni, il discepolo di Gesù è colui che vive nell’ascolto. Per l’evangelista
infatti la voce di Dio si fa sentire al presente con la testimonianza del Figlio. Non a caso, i due discepoli del Battista, all’inizio, seguono Gesù perché hanno udito la parola del loro maestro (Gv 1,35-36); e così anche il Battista e la Maddalena hanno percepito in lui la voce dello Sposo (Gv 3,29; 20,16). Gesù stesso ad un certo punto dirà: «chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna…» (Gv 5,24). «Chi ascolta e crede» - precisa Gesù - a ricordare che occorre passare da un ascolto materiale, sensibile ad un ascolto interiorizzato e pieno di fede. È questo il motivo per cui nel brano odierno Gesù afferma che ascoltare la voce del pastore significa «conoscere la sua voce», e seguirla: «le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce». Al contrario, le pecore si sottraggono con la fuga alla voce sconosciuta di un estraneo. È la voce stessa che lo tradisce: «Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». La voce udita non è una voce qualsiasi, ma prende una risonanza esistenziale, personale. Se ascoltata, la parola di Gesù diventa parola di vita eterna. Se ascoltata, la voce di Gesù diventa voce del Figlio di Dio, la voce del Figlio dell’uomo che è più potente del peccato e della morte (Gv 5,25.27-29), la voce del Pastore autentico. C’è dunque una sintonizzazione delle pecore con il padrone autentico, il quale, riconoscendo che le pecore sono sue, fa loro un dono particolare: quello di imprimersi bene nella loro memoria, o meglio nella loro capacità innata di riconoscere il padrone. Solo chi interiorizza questa voce, arriva alla fede, alla comunione con Dio e alla gioia. 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,13-35)

 

AS.jpg

GESÙ, IL MAESTRO CHE APRE LA MENTE E SCALDA IL CUORE

 


«In quello stesso giorno» - annota Luca introducendo la famosa pagina del vangelo odierno -,
giorno pieno di grandi e incomprensibili esperienze, di emozioni ma anche di dubbi, due pellegrini
si stanno allontanando da Gerusalemme col volto triste, con la percezione di aver sbagliato tutto e di
aver dato fiducia a qualcuno che li ha profondamente delusi. Essi stanno conversando l’uno con
l’altro, quando un misterioso personaggio si avvicina e cammina con loro. L’evangelista dice che è
Gesù, ma gli occhi dei discepoli erano impediti a riconoscerlo. Vedono senza vedere.
Gesù chiede loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il
cammino?». Il racconto è molto ironico e il lettore giustamente si chiede: forse il maestro non
conosceva l’oggetto dei loro discorsi? Tutto questo sembra abbastanza strano, ma – non passi
inosservato – ha una chiara finalità pedagogica. Il maestro certamente conosce quali sono i nostri
timori, i nostri dubbi, prima ancora che glieli presentiamo; eppure ha bisogno di sentirseli
raccontare da noi, ha bisogno della nostra memoria dei fatti.
E i discepoli raccontano quello che riguarda Gesù di Nazareth, che è davanti a loro. Ma il loro
racconto è improntato al pessimismo, perché sopraffatti dalla negatività degli avvenimenti accaduti
intorno a lui. Se tale è lo stato d’animo dei due uomini, l’evangelista sa che tale potrebbe essere
anche quello della comunità più ampia dei discepoli del Signore. Quante volte, in effetti, anche noi
ci siamo ritrovati in questo tipo di condizione: delusi, tristi, amareggiati… «Noi speravamo che egli
fosse…», abbiamo ripetuto. E per uscire fuori da questa situazione occorre una parola forte: «Stolti
e lenti di cuore a credere…»; un rimprovero certo, ma anche un invito alla fede.
Poi, arrivano ad un villaggio; lui finge di voler proseguire il cammino e loro dicono: «Resta
con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Infine, entrano nella locanda, Gesù
prende il pane ed essi lo riconoscono. Allo “spezzare il pane” i loro occhi finalmente si aprono.
Commenta S. Agostino: «Orsù, fratelli, dove volle essere riconosciuto il Signore? Nella frazione del
pane. Siamone certi, spezziamo il pane, e conosciamo il Signore. Non ha voluto essere conosciuto
se non lì; il che vale per noi che non eravamo destinati a vederlo nella carne, e tuttavia avremmo
mangiato la sua carne... L’assenza del Signore non è assenza: abbi fede, ed è con te colui che non
vedi. Quei tali, quando parlava con loro il Signore, non avevano fede: perché non credevano che
fosse risorto, non speravano che potesse risorgere. Avevano perduto la fede, avevano perduto la
speranza. Camminavano morti in compagnia della stessa vita. Con loro camminava la vita, ma nei
loro cuori la vita non era stata ancora richiamata» (Sermo 235, 3).

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.