Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Gv 1,29-34)

Maestro dove abiti – La parte buona

L’AGNELLO DI DIO CHE

TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO

 

Ascoltando la pagina evangelica proclamata oggi nella liturgia non sempre forse si fa bene attenzione alle parole con cui Giovanni presenta Gesù. Egli dice: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Stranamente non si dice che “toglie i peccati del mondo”, quali per esempio le ingiustizie, le violenze e gli inganni… Il Battista usa il singolare: “È l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”, come se ci fosse nella storia degli uomini un unico grande peccato. E ci chiediamo: qual è questo peccato?

Nel quarto vangelo la risposta è abbastanza chiara; si tratta dell’“incredulità”, cioè del non credere nell’amore di Dio e nell’amore fraterno. Il peccato – sembra dirci l’evangelista - viene da quella specie di dubbio profondo e radicale che ci portiamo dentro, che a volte ci pone in un atteggiamento di rassegnazione di fronte al male o all’egoismo. E da questo peccato vengono tutti gli altri; dalla mancanza di fiducia nell’amore sono giustificati tutti i nostri comportamenti di egoismo, di chiusura e di cattiveria.

Ma Gesù è venuto come “l’agnello di Dio, per togliere il peccato del mondo”. E “togliere”, nel contesto giovanneo, vuole dire che Gesù lo ha preso su di sé amando ogni uomo; amando gli uomini buoni e gli uomini peccatori, perdonando a coloro che lo offendevano e lo insultavano, portando la forza di un amore che è più grande della cattiveria, dell’egoismo e della violenza che ci sono nel mondo.

Per questo lo Spirito Santo viene donato a Gesù. Lo Spirito Santo, nel vocabolario biblico, è la forza di Dio, la vita di Dio, è la forza con cui Dio ha creato il mondo, è la ricchezza di amore con cui Dio ama eternamente di un amore infinito. Questo Spirito non solo viene donato, ma rimane, a ricordare che tutta la vita di Gesù è stata animata interiormente dalla forza dell’amore.

Riguardo al “peccato” Origene precisa: «egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero e il Salvatore rimetta al Padre suo un regno pronto (1Cor 15,24) per essere governato da lui, perché non vi si trova più il minimo peccato, ed a ricevere, in tutti i suoi elementi, tutti i doni di Dio, quando sarà compiuta questa parola: “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28)» (In Ioan. I, 235).

Battesimo del Signore (Mc 1,7-11)

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. Tu sei il Figlio mio, l'amato:  in te ho posto il mio compiacimento (Mc 1,7-11)

Il tempo di Natale si chiude, secondo una tradizione molto antica, con la festa del battesimo del Signore, un episodio che leggiamo quest’anno nella versione offerta dal vangelo di Marco.

«Mentre Gesù sta uscendo dall’acqua, vede aprirsi il cielo». Il cielo sopra di noi non è vuoto. Forse molti conoscono la canzone di Cristiano De André, figlio del più celebre Fabrizio, presentata a Sanremo nel 2014: Il cielo è vuoto.

Cristiano dichiara di credere in Dio, ma provocatoriamente canta:

 

Il cielo è vuoto c'è soltanto il respiro

è solo un miraggio per prenderci in giro

Non puoi più fingere con me

È un limite il cielo, è un segreto è un tesoro

è Dio che si dimentica di fare tutto il suo lavoro.

No, Dio non dimentica di fare tutto il suo lavoro ed è però vero che il segreto del cielo è un tesoro. Di fronte a Gesù, il cielo si apre e mostra la presenza del Padre. E il Padre risponde in due modi: prima di tutto con la presenza del suo Spirito, che Marco ricorda in modo simbolico, molto corporeo, descrivendolo come una colomba, come tutti abbiamo ben in mente. Dio agisce nella sua creazione e agisce in ognuno di noi con questa sua presenza sfuggente e reale insieme: il suo Spirito, come una colomba che cerca il suo nido e lo trova in qualunque creatura è disposta ad accoglierlo. Se c’è questo Spirito di Dio, c’è dunque vita per l’intero creato.

Il Padre rivolge poi al figlio la sua parola: lo chiama appunto “figlio”, ricordandoci così che in Gesù ogni nostra preghiera diviene un rapporto padre-figlio: «Padre nostro che sei nei cieli…». Aggiunge ancora che questo figlio, Gesù, è “l’amato”, come già un tempo disse ad Abramo a proposito di Isacco.

E la terza parola che il Padre rivolge a Gesù al momento del suo battesimo è: «in te ho posto il mio compiacimento»; più semplicemente: sono contento, sono felice di te. Il Padre trova la sua gioia nel vedere il figlio che inizia il suo cammino.

Il Dio della Bibbia non è pertanto un giudice severo e privo di emozioni. Una lezione per ciascuno di noi, chiamati a vedere nell’altro che incontriamo una persona che ci da felicità, che possiamo accogliere con gioia.

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2,22-40)

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L’inizio e la fine del Vangelo (Lc 2,22.39) non hanno nulla di straordinario. Maria e Giuseppe compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito: lo consacrano a Dio e riconoscono in questo modo che non loro, ma Dio è il Signore; il bambino è nato non per fare la loro volontà, ma quella di Dio. Quando leggiamo: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40) possiamo ben immaginare lo sguardo di benevolenza e il senso di fierezza con cui i genitori debbono aver seguito la crescita di Gesù. Non è così per tutti i genitori?

            Eppure, la gioia della vita che nasce porta con sé anche il germe della sofferenza. Di quel bambino un profeta ha detto cose grandi; lo ha salutato come “salvezza di Dio”, “luce dei pagani”, e “gloria d’Israele” (Is 40,5); ma sono state annunciate anche delle contraddizioni e delle sofferenze: «Egli e qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (…) e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34.35).

In nessuno il mistero della vita e della morte trova compimento come in Gesù. Forse proprio guardando a Lui si può guardare la vita così com’è senza dover censurare gli elementi negativi. Non è cancellando mentalmente il male o la morte che si garantisce la fede nella vita, ma guardando in faccia la realtà con tutti i suoi aspetti negativi.

E guardando, nello stesso tempo, alla potenza di Dio che «è capace di far risorgere i morti» (Eb 11,19).

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,26-38)

Il primo miracolo di Maria è non essere scappata. La sua prima e vera  santità sta nell'”Eccomi”

MARIA, MODELLO DEL DISCEPOLO E DEL CREDENTE

 

            Nell’ultima domenica di Avvento, la liturgia ci propone il brano evangelico dell’annunciazione, letto e forse meditato innumerevoli volte, tanto conosciuto che il suo significato appare chissà scontato o comunque chiaramente comprensibile, pur nel suo mistero affascinante.

            L’evangelista accompagna il suo lettore all’origine, sollevando arditamente un velo sull’intimità di Maria, la madre di Gesù, per condurlo nel segreto sconcertante di una Parola che viene incontro all’uomo per farsi carne. Maria, protagonista di questo episodio, è presentata nel vangelo come modello del discepolo e del credente, proprio in virtù della sua relazione con la Parola divina. Ella è il prototipo dell’uomo credente, di colui che con una fede attiva e consapevole si mette alla sequela di Cristo.

            La Parola che irrompe nella vita di Maria prende la forma di un singolare saluto: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (v. 28). Più che di un semplice apostrofe, si tratta di un vero e proprio invito alla gioia, modellato sulle esortazioni rivolte a Sion: “Gioisci, figlia di Sion, a te viene il tuo re…” (Zc 9,9); o ancora: “Giubila, figlia di Sion, rallegrati, Israele, gioisci ed esulta di tutto cuore, figlia di Gerusalemme […] re di Israele è il Signore in mezzo a te” (Sof 3,14-17); si può entrare nella gioia in virtù di una promessa che si sta compiendo.

            L’appellativo usato dal messaggero divino (“piena di grazia”) suona per Maria come un nome nuovo, attraverso il quale l’angelo rivela alla vergine la sua condizione, la sua identità di donna colmata dalla benevolenza divina all’opera in lei. A Maria, svelata a se stessa dalla Parola che le viene incontro, viene donata la consapevolezza di un’identità in relazione: all’appellativo che la descrive come spazio privilegiato della manifestazione della grazia, l’angelo aggiunge: “il Signore è con te”, un saluto che indica un’elezione finalizzata ad una particolare missione, per la quale si promette assistenza e sostegno.

Questo è ciò che compie la Parola di Dio in Maria e nella vita di ogni credente: entrando in una storia, comincia a sollevare il velo sul volto del suo interlocutore svelandolo a se stesso, rivelandogli un’identità plasmata dall’azione divina. È una parola creatrice. Scrive infatti Sant’Agostino riguardo a questo episodio: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cf. Sermo 69, 3, 4).

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