Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XIV Domenica del Tempo Ordinario

 

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La prima lettura e il Vangelo di questa domenica sono uniti da un filo molto preciso: la mitezza. Zaccaria (9,9-10) annuncia un re che giunge a Gerusalemme in modo del tutto inatteso. Non cavalca un cavallo da guerra, non è circondato da eserciti, non manifesta la propria autorità attraverso la forza. È un re “umile”, che inaugura una regalità diversa da quella conosciuta dagli uomini. Quando, al termine del Vangelo, Gesù invita i discepoli a imparare da lui perché è «mite e umile di cuore», il lettore comprende che quella profezia trova in lui il suo compimento.

Il brano di Matteo (11,25-30) si apre con una preghiera di lode. È una delle pagine più belle del Vangelo, perché ci permette di intravedere qualcosa dell’intimità che lega Gesù al Padre. Le sue parole non nascono da una situazione favorevole. Nei versetti precedenti, infatti, Matteo ha raccontato incomprensioni e rifiuti. Eppure Gesù non si lascia imprigionare dalla delusione. Guardando gli avvenimenti con gli occhi della fede, riconosce che proprio lì è all’opera il disegno di Dio e per questo può dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra».

Il motivo della sua gioia appare subito sorprendente: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Queste parole non vanno intese come una critica alla cultura o all’intelligenza. Il contrasto è più profondo. Da una parte vi sono coloro che ritengono di possedere già tutte le chiavi per comprendere Dio; dall’altra vi sono coloro che rimangono aperti all’ascolto e alla sorpresa. I “piccoli” del Vangelo non sono semplicemente i meno istruiti. Essi rappresentano tutti coloro che non fanno affidamento sulle proprie sicurezze e che, proprio per questo, sono disponibili ad accogliere il dono di Dio. Nella tradizione biblica richiamano la figura dei poveri del Signore, gli anawim, che attendono tutto da Dio e non da sé stessi.

Da qui il discorso raggiunge il suo centro. Gesù parla della relazione unica che lo unisce al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una relazione viva e profonda, non una semplice acquisizione di nozioni. Il mistero di Dio non è una conquista dell’intelligenza umana, ma un dono che il Figlio comunica a chi si lascia guidare da lui. A questo punto si comprende meglio anche l’invito finale: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Non è un’aggiunta marginale, ma l’ultima conseguenza di tutto ciò che precede. Il Dio che Gesù rivela si avvicina anzitutto a coloro che portano il peso della vita e conoscono la propria fragilità.

Gesù non promette una vita senza fatiche. Propone però un modo nuovo di portarle: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Nell’ambiente ebraico il giogo era immagine della Legge e della condizione del discepolo. Gesù lo identifica con la comunione con lui. Il peso diventa leggero non perché scompaia, ma perché viene condiviso. L’ultima parola del brano ci riporta ancora una volta alla figura del Messia annunciato da Zaccaria. Gesù non si definisce potente o glorioso, ma «mite e umile di cuore». È questa la forma concreta con cui Dio sceglie di manifestarsi: non attraverso la forza che si impone, ma attraverso una vicinanza che accoglie e sostiene.

XIII Domenica del Tempo Ordinario

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Ci sono parole del Vangelo che non si lasciano addomesticare. Ogni volta che le ascoltiamo tornano a provocarci come la prima volta. Tra queste vi sono certamente quelle che Gesù pronuncia alla fine del capitolo 10 di Matteo: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Parole che sembrano quasi urtare contro il senso più naturale dell’esistenza, perché toccano gli affetti più profondi, quelli che ci hanno generato e quelli che abbiamo generato.

Eppure Gesù non sta facendo una classifica degli affetti. Non invita a voler bene meno ai genitori o ai figli, né pretende di sostituirsi a loro. Il suo obiettivo è più profondo. Egli sa che anche l’amore più bello può trasformarsi in possesso, che perfino gli affetti più sacri possono diventare una prigione quando vengono caricati dell’attesa di darci ciò che soltanto Dio può donare. Quando una persona diventa il centro assoluto della nostra vita, finiamo inevitabilmente per chiederle troppo: sicurezza, felicità, pienezza, salvezza. È un peso che nessun essere umano è in grado di portare.

Per questo Gesù si colloca al centro non contro gli affetti, ma a loro favore. Solo chi riconosce che il senso ultimo della vita non dipende da una persona, da un ruolo o da un legame, può amare veramente senza trattenere, senza dominare, senza soffocare. La fede non impoverisce l’amore umano; lo libera. Lo rende meno ansioso, meno possessivo, più gratuito.

In questa prospettiva si comprende anche il riferimento alla croce. Prendere la propria croce non significa coltivare il gusto della sofferenza, ma accettare che l’amore autentico comporta sempre una rinuncia a sé stessi. Non esiste relazione vera senza il coraggio di uscire dal proprio egoismo. La croce è il contrario dell’autoreferenzialità; è la scelta quotidiana di non mettere il proprio interesse al centro di tutto.

La prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) offre una sorprendente immagine di questa libertà interiore. La donna di Sunem accoglie il profeta Eliseo senza alcun tornaconto. Gli prepara una stanza, gli offre ospitalità, gli crea uno spazio nella sua casa. È un gesto apparentemente semplice, ma rivela una grande sapienza spirituale: fare posto a qualcuno significa rinunciare a occupare tutto lo spazio con sé stessi. Ogni autentica accoglienza nasce da una diminuzione dell’io.

Non è un caso che proprio da quella disponibilità nasca una promessa di vita nuova. La donna, segnata da una sterilità che sembrava definitiva, riceve il dono inatteso di un figlio. La Scrittura suggerisce così una verità che attraversa tutta la rivelazione biblica: chi trattiene perde, chi condivide genera; chi chiude le porte si impoverisce, chi apre la propria casa e il proprio cuore scopre una fecondità impensata.

Anche il Vangelo termina parlando di accoglienza. Dopo aver pronunciato parole severe sulla radicalità della sequela, Gesù si sofferma sui gesti più piccoli: ospitare, ricevere, offrire persino un bicchiere d’acqua fresca. È come se volesse ricordarci che le grandi scelte evangeliche si verificano sempre nei dettagli della vita ordinaria. Non sono le dichiarazioni solenni a misurare la fede, ma la capacità concreta di fare spazio.

XII Domenica del Tempo Ordinario

 

logoHGP7400050 Jeremias, Old Hunstanton, by Frederick Preedy, detail of Tree of Jesse, Victorian, Norfolk, 1862 (stained glass) by Preedy, Frederick (1820-98); Church of St. Mary, Old Hunstanton, Norfolk, UK; \\u00A9 Neil Holmes. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

La paura è cattiva consigliera

Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.

Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.

Gesù non promette una vita senza prove, né assicura ai suoi discepoli un cammino privo di opposizioni. Al contrario, prepara i suoi a confrontarsi con l’incomprensione, con il rifiuto e talvolta perfino con l’ostilità. Tuttavia ricorda loro che nessuna oscurità può soffocare definitivamente la verità del Vangelo.

La prima lettura illumina ulteriormente questo cammino attraverso la figura del profeta Geremia. Il profeta sperimenta la solitudine, l’umiliazione, la derisione di chi lo circonda; sente il peso di una missione che sembra diventare motivo di persecuzione. Eppure, proprio nel momento più duro, Geremia non smette di confidare in Dio. Dentro la sua sofferenza rimane viva la certezza che il Signore non abbandona chi si affida a lui. La fede non elimina automaticamente il dolore, ma impedisce che esso abbia l’ultima parola.

È un messaggio profondamente attuale anche per il nostro tempo. Viviamo in una società nella quale spesso si ha paura di difendere il bene e di testimoniare il Vangelo con semplicità e chiarezza. Talvolta prevale la tentazione del silenzio, dell’adattamento, della prudenza eccessiva, quasi che la fede dovesse rimanere confinata nella sfera privata. Ma il Vangelo ricorda che la luce non può essere nascosta e che il discepolo è chiamato a vivere con autenticità, senza lasciarsi dominare dalla paura del giudizio o dell’incomprensione.

Le parole di Gesù, però, non invitano alla durezza o allo scontro. Il cristiano non testimonia il Vangelo imponendosi sugli altri, ma lasciando trasparire uno stile nuovo di vita: uno stile fatto di fiducia, mitezza, perseveranza e speranza. La vera forza del credente nasce dalla consapevolezza di essere custodito da Dio. In fondo, la paura più grande dell’uomo è quella di sentirsi solo. Il Vangelo risponde proprio a questa ferita: nessuna notte è attraversata senza la presenza di Dio, nessuna prova è priva del suo sguardo, nessuna fragilità è esclusa dalla sua misericordia. Per questo il cristiano può continuare a camminare anche nei momenti difficili, sapendo che il Signore lo precede e lo accompagna.

 

XI Domenica del Tempo Ordinario

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GNG5261185 Notre Dame de Paris cathedral sculpture : Christ and his disciples Paris France; Godong. , Bridgeman Images

 

 

 

 

Terminato il tempo pasquale e celebrate le grandi solennità del Signore, la liturgia riprende il cammino del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo secondo Matteo. Ci troviamo alle soglie del capitolo 10, il grande discorso missionario, introdotto da una scena intensa e profondamente umana: Gesù guarda le folle e ne prova compassione. L’evangelista scrive infatti: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Matteo 9,36). Lo sguardo di Gesù non si ferma all’apparenza. Egli vede la fatica interiore delle persone, il loro smarrimento, la loro condizione di dispersione. L’immagine delle pecore senza pastore appartiene alla tradizione biblica e richiama il popolo privo di guide autentiche, incapace di trovare orientamento e pace.

Anche la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 19,2-6), illumina questo tema. Israele, giunto al Sinai dopo la liberazione dall’Egitto, ascolta la proposta di alleanza da parte di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Il Signore non chiama il suo popolo soltanto a ricevere dei benefici, ma a diventare segno della sua presenza nel mondo. Dentro questa prospettiva si comprende anche l’immagine della messe utilizzata da Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Matteo 9,37-38). L’immagine è metaforica e, nel linguaggio biblico, possiede una profondità particolare. Siamo abituati ad applicare immediatamente queste parole al tema delle vocazioni sacerdotali, pensando soprattutto alla necessità di avere molti preti. Certamente la tradizione della Chiesa ha letto anche in questo senso il testo evangelico, ma il significato originario appare più ampio.

 

 

Nella Scrittura, infatti, la mietitura è spesso simbolo del compimento finale della storia. Nel capitolo 13 di Matteo, nella spiegazione della parabola della zizzania, Gesù afferma esplicitamente che la mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli incaricati di raccogliere il raccolto definitivo del Regno. La messe pronta indica dunque l’umanità giunta alla sua maturazione.

Per questo il problema evocato da Gesù non riguarda solo il numero dei ministri, ma la scarsità dei testimoni di coloro che accolgono la chiamata a partecipare all’opera di Dio. È una questione che coinvolge tutta la comunità ecclesiale.

La compassione di Cristo nasce dal rischio che il “grano” vada perduto. Gli uomini e le donne del suo tempo – e di ogni tempo – possono rimanere dispersi, stanchi e sfiniti, incapaci di giungere alla pienezza della vita. Gesù desidera invece che nessuno si perda, che ogni esistenza possa essere raccolta nei granai del Regno. Per questo invita i discepoli a pregare. Il miracolo della salvezza, infatti, domanda anche una risposta umana: accogliere la chiamata, lasciarsi trasformare dal Vangelo. L’immagine del grano richiama allora la responsabilità della vita cristiana. Il Signore non vuole che il seme cada inutilmente a terra, venga divorato o marcisca senza portare frutto. Egli vuole che il grano maturi e diventi pane buono, capace di nutrire altri.

Questa scena apre il discorso missionario (Matteo 10): Gesù chiama e invia i Dodici. Le istruzioni riflettono il contesto della prima missione in Galilea, segnato da essenzialità e fiducia. Resta però il nucleo permanente: la Chiesa nasce dalla compassione di Cristo ed è chiamata a continuare la sua missione, perché nessuno vada perduto.

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